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Amani Newsletter Aprile 2000
Nairobi, 2 aprile 2000
Cari Amici,
vi spero tutti bene. Con alcuni di voi sono in contatto per posta elettronica,
o per posta normale. Molti leggono i miei "Matatu" mensilmente su
Nigrizia. Con tutti, oltre che con questa lettera, sono in contatto perché
senza di voi, la vostra continua attenzione al mio lavoro, non avrei la forza
di fare niente. Gli ultimi mesi abbiamo avuto un flusso quasi ininterrotto
di amici che sono venuti a condividere qualche giorno con noi a Kivuli.
Accoglienza
Speriamo che chi è stato con noi si sia sentito a casa. La nostra vuole
essere un'ospitalità africana, che non è mai invadente, esagerata,
che mette gli ospiti a disagio. Vorremmo che capissero che vogliamo solo che
si sentano liberi, che siano se stessi, che non si sentano in alcun modo obbligati.
È anche un'ospitalità che vorrebbe essere biblica e cristiana.
Abramo è stato benedetto perché ha accolto i tre forestieri
per puro senso di ospitalità. La Sunamita è stata benedetta
perché ha accolto Eliseo come un uomo di Dio... e non come uno che
poteva avere influenza alla corte del re. L'accoglienza, sia nelle tradizione
africana che in quella biblica ha per oggetto la persona in quanto tale, senza
nessuna considerazione sulla sua posizione sociale. L'accoglienza è
basata sulla gratuità e sul disinteresse. Per noi a Kivuli non è
possibile dimenticare queste cose, i nostri bambini ce le ricordano sempre,
non solo perché loro hanno bisogno di noi, ma soprattutto perché
loro ci insegnano ad accettare tutti con semplicità, senza misurare
le persone con i criteri della ricchezza o della posizione sociale.
La sera di Natale ho chiesto ai bambini che ognuno invitasse per la sera dell'ultimo
dell'anno qualche amico. Sono arrivati tutti i bambini della zona che sono
ancora sulla strada. All'inizio della Messa ho chiesto a ciascuno di presentare
i suoi amici, perché potessimo radunarci intorno al Signore come una
vera comunità di amici. È stato un momento molto bello. Speriamo
che questo aggancio faccia sentire a molti altri bambini che Kivuli è
la loro casa, dove possono venire quando si dovessero trovare tute le altre
porte chiuse.
Vorrei per quanto possibile sviluppare questo aspetto, rendendo sempre più i bambini stessi protagonisti e maestri di ciò che avviene a Kivuli.
Arrivi e partenze
Nadia e Giovanni sono rientrati per un po' in Italia e il 26 dicembre è
nato il loro bellissimo bambino, Luca Joshua. Anche Anna Pozzi è rientrata
dopo aver passato sei mesi con noi; sta scrivendo un libro su Koinonia e lavora
a Mondo e Missione. Sono nel frattempo arrivate Jutta e Lizzy, due giovani
missionarie laiche comboniane tedesche, le quali staranno con noi per un anno.
Stanno aiutando molto a dare un tocco più femminile alla casa dei bambini,
Jutta ha pitturato i muri dei dormitori dove ha anche dipinto divertenti figure
di animali e bambini. Stanno preparando lenzuola e pigiami per tutti. In giugno
dovremmo ricevere una missionaria laica comboniana canadese, di professione
giornalista (ha già avuto alcuni prestigiosi riconoscimenti nel suo
paese) che si impegnerà in Africanews e in nuove iniziative editoriali
che abbiamo in mente.
La Casa di Anita
La Casa di Anita, a Ngong, funziona a pieno regime. Tutte le 16 bambine vanno
regolarmente a scuola. Jane e Mike, Lea e Patrick, hanno creato un ambiente
allegro e accogliente. Unito alla bellezza del posto, a cui noi magari non
badiamo perché siamo abituati, l'insieme ha un effetto straordinario
sui nostri ospiti. Settimana scorsa due ospiti dopo una chiacchierata con
Mike, si sono sedute sul prato fuori di casa dove Lea ha servito del the.
Eravamo prossimi al tramonto. "Sono scioccata dalla bellezza di questo
posto" continuava a ripetere Francesca. Ma era chiaro che intendeva dire
ciò che un ragazzo italiano che sta facendo il volontario a Nairobi
aveva detto qualche settimana prima: "È un posto straordinariamente
bello perché riflette la bellezza interiore delle persone che lo abitano".
Adesso il Rotary Club Le Grigne di Lecco sta raccogliendo dei fondi per aggiungere
un'altra casetta e poter accogliere altre bambine. Mi sento sicuro perché
con queste premesse non saranno solo dei mattoni in più.
Il gruppo giovanile
A Kivuli intanto continuano le solite attività e ne sorgono delle altre.
Lo scorso anno avevo tentato di avviare un gruppo giovanile che avesse lo
scopo di aiutare i giovani a riflettere sulla situazione sociale del quartiere,
sui valori da promuovere, sulla crescita umana dei membri. La cosa non ha
funzionato. Ma adesso un piccolo gruppetto ha ripreso l'iniziativa e sono
partiti molto bene. Ogni mercoledì e ogni domenica si ritrovano in
una quindicina ed una volta al mese, la domenica pomeriggio, organizzano un
grande incontro invitando tutti i giovani del quartiere. Il mese scorso per
parlare di AIDS erano quasi 250.
Il nostro vantaggio rispetto alla parrocchia tradizionale è che siamo
aperti a tutti, arriviamo a tutti. Il musulmano, il pentecostale, il tradizionalista
che si sentirebbero a disagio in parrocchia non hanno invece problemi a venire
a Kivuli. Ci muoviamo su terreni di frontiera.
Il progetto Mthunzi in Zambia
In gennaio sono andato per una quindicina di gironi in Zambia ed ho portato
con me Patrick Odadi, un keniano che dallo scorso luglio era entrato a far
parte dello staff di Kivuli. Odadi è stato responsabile di un grosso
progetto di bambini di strada a Mombasa, ma non era soddisfatto del modo in
cui i 'proprietari' del progetto gli chiedevano di operare. Siamo andati a
Lusaka, nella Koinonia della Zambia, per aiutare a far rinascere il progetto
locale per i bambini. Avevamo cominciato una decina di anni fa, stimolati
da Annamaria di Torre del Greco che era venuta a fare un campo di lavoro e
poi aveva mandato "adozioni a distanza" per diversi anni. Il progetto
era andato un po' in crisi per la morte a Lusaka di Clement e Lawrence.
Ma le necessità in Zambia sono enormi. È il paese africano che
ha in assoluto il più alto numero di orfani di AIDS. Si parla di un
milione e mezzo di bambini orfani su una popolazione di circa nove milioni,
in un paese economicamente disastrato. Odadi si è fermato in Zambia
e con l'esperienza che ha maturato a Mombasa e Nairobi, è entrato immediatamente
in azione. Abbiamo dirottato sulla Zambia qualche adozione a distanza raccolta
da Amani e adesso la Koinonia di Lusaka ha avviato il progetto Mthunzi (che
in cinyanja ha lo stesso significato di Kivuli in kiswahili, cioè "ombra"
o "rifugio").
Al momento mi comunicano da Lusaka che operano già su tre fronti: coprono le spese scolastiche di 40 bambini che vivono in casa dei nonni, nella zona rurale intorno a Koinonia; fanno un corso di falegnameria per 15 adolescenti; hanno recuperato dalle strade di Lusaka 12 bambini che vivono a Mthunzi e frequentano la vicina scuola pubblica. È stato possibile fare tutto così in fretta perché abbiamo potuto utilizzare delle strutture preesistenti, magari un po' rudimentali ma comunque sufficienti allo scopo.
La radio!
Lo scorso novembre il Vescovo Keniano che presiede la commissione per le comunicazioni
sociali della Conferenza Episcopale, mi ha chiesto a nome della Conferenza
stessa di assumermi la responsabilità di progettare, avviare e dirigere
la radio cattolica del Kenya.
Ho accettato la sfida. La radio è uno strumento di comunicazione molto
forte e popolare in Africa, dove la tradizione orale è ancora fortissima.
Ho elaborato il progetto completo, ho fatto domande a organizzazioni che hanno
grosse disponibilità economicihe, e mentre aspetto che arrivino i fondi
sto pensando al personale e ai programmi.
Ormai il giornalismo, per lo meno praticato a livello amatoriale, tipo hobby per il tempo libero come lo pratico io, è diventato parte integrante della mia vita. In ogni scuola di giornalismo una delle prime lezioni riguarda le caratteristiche che rendono una notizia importante. Cosi il futuro giornalista impara che un fatto diventa notizia quanto più vicino avviene, se ne è protagonista un personaggio conosciuto, se c'è conflittualità, se è eccezionale o comunque strano, e cosi via.
Basta riflettere un attimo per accorgersi quanto anti-evangelici siano questi criteri: ciò che avviene lontano, o i "lontani", gli "altri", non fanno notizia, così come non fanno notizia i poveri, la gente comune, i pacifici e i riconciliatori, la semplicità e normalità della vita.
Introdotto in un ambiente di lavoro dove i criteri predominanti sono quelli indicati, e a volte esasperati a limiti morbosi, se il nostro giornalista non è dotato di una straordinaria indipendenza di giudizio, ne resterà condizionato nel suo modo di vedere la realtà, e quindi poi di rappresentarla. La situazione potrà essere aggravata dal mantra del direttore, "il nostro lettore medio non è interessato a questi problemi" ogni volta che gli viene sottoposto un articolo che non risponde ai canoni stabiliti.
I fatti che per un cristiano sono segni di speranza, restano
così quasi sempre esclusi dal mondo dei mass media. La "buona
notizia" è una "non-notizia".
Il primo ostacolo che un giornalista che volesse andare alla ricerca dei segni
della speranza deve preparasi a superare è quindi la prospettiva che
il suo lavoro non sarà mai pubblicato. Per evitare tale evenienza il
nostro giornalista dovrebbe impegnarsi ad essere professionalmente così
bravo a presentare le sue storie, da rendere interessanti e degni di rilievo
per i mass-media anche le notizie che non rispondono ai canoni tradizionali.
Deve riuscire a far sentire al suo lettore che anche il "lontano"
è vicino, che anche il "normale" è straordinario.
Un bravo giornalista conosce i suoi lettori, e li rispetta, ma non deve necessariamente subirne la dittatura, e dar loro solo ciò che si aspettano di avere. Proprio perché li rispetta deve essere capace di sfidarli, o meglio lasciare che la realtà li sfidi.
Ma come trovare la speranza nei luoghi del dolore, nelle terre
dimenticate, nel mondo degli sfruttati? Per far questo un giornalista non
deve accontentarsi di essere curioso - che resta pur sempre una qualità
fondamentale. Si deve lasciare coinvolgere dai fatti, non al punto da perdere
l'obiettività, ma entrando in empatia con le persone che ne sono protagoniste
e magari vittime.
Posso parlare dell'AIDS in Africa in modo altamente professionale, senza che
le mie parole suscitino un moto di comprensione per le vittime. O posso raccontare
l'AIDS "dalla loro parte".
Posso raccontare il genocidio del Ruanda, la fuga dei rifugiati dei Grandi Laghi, le sessioni del tribunale di Arusha, l'orrore delle prigioni ruandesi, in un modo che fa crescere l'indignazione e magari l'odio, ma posso scrivere delle stesse cose, perfino dei tradimenti dei pastori che hanno partecipato al genocidio, in un modo non solo rispettoso delle persone, ma che aiuti a vedere gli innumerevoli atti di condivisione ed eroismo che hanno contenuto l'orrore.
Se opera nel secondo modo, allora adagio adagio il giornalista si accorgerà che è proprio qui, fra i piccoli, gli emarginati, i sofferenti che si conosce la speranza! Qui la si trova più facilmente che nelle riunioni dei potenti, che nei salotti mondani. Questa è la logica del vangelo e delle beatitudini. "Beati voi... affamati, assetati, poveri, puri di cuore...". Beati perché nella povertà, nel dolore, nella vostra insignificanza secondo il mondo voi sapete condividere, sapete crescere, sapete resistere. Beati non perché siete perfetti, ma perché siete consapevoli della vostra imperfezione. Beati perché mantenete viva le speranza anche per i sazi, i ricchi, i furbi.
In ultima istanza, andare alla ricerca dei segni delle speranza, significa essere appassionati dei poveri, degli emarginati, dei fuori casta, perché i segni della speranza sono soprattutto fra di loro.
Allora il giornalista si avvicinerà in punta di piedi, con attenzione e rispetto, pronto ad ascoltare la voce dei poveri. Il giornalista si tira in disparte, lascia parlare i fatti, lascia parlare gli altri. La ricerca della notizia diventa un cammino spirituale, un esercizio ascetico, una crescita nel servizio alla grande comunità umana.
La forza di un articolo non è fondata solo sulla professionalità, ma piuttosto sulla fame di verità dello scrivente, sulla sua tensione morale, il suo desidero di trovare il senso delle vicende umane. Allora, magari senza mai nominarlo, riesce a far vedere in trasparenza la presenza di Dio. Far percepire, intravedere l'invisibile. Indicare la presenza di Dio nella storia degli uomini. Un "lavoro" non banale, anche per un missionario come me.
Mai questa vocazione del giornalista mi è stata chiara come nel giugno del '92, al confine tra Sudan e Kenya. Bambini sudanesi, dai 5 ai 15 anni di età, entravano a centinaia in Kenya a conclusione di un esodo che li aveva visti partire quasi un anno prima da un campo di rifugiati in Etiopia, attraversare paludi e foreste del Sudan, per arrivare ancora come rifugiati in Kenya. Alcuni cantavano, ancora forti e baldanzosi nonostante la strenua marcia. Altri si trascinavano, stanchi ed esausti, lo sguardo fisso su un orizzonte lontano, dove speravano di trovare pace. Dopo il loro passaggio la polvere della pista era marcata dalle orme di quelle centinaia di piedi nudi, a volte sanguinanti, che l'avevano calpestata. Mi dissi, guardando quelle orme: "Certamente Dio camminava con loro. Ora è mia responsabilità raccontare del Suo passaggio".
Cercare le orme di Dio nella storia degli uomini mi sembra essere la responsabilità più impegnativa del giornalista cristiano. Non è facile, perché le orme si confondono, si rincorrono, si cancellano a vicenda. Ci vogliono occhi buoni, e semplici, occhi capaci di riconoscere chi vive le beatitudini, per riconoscere quelle di Dio.
Fra pochi giorni sarà Pasqua, la "buona notizia" per eccellenza. Non lasciamoci sfuggire i segni che le resurrezione non solo è possibile, ma è operante nel nostro mondo. Diventiamo tutti giornalisti e "comunicatori" del bene.
Padre Kizito
"Matatu" scritto
da Kizito per il numero di marzo di Nigrizia
Lo scorso mercoledì 9 febbraio un Nuba che rappresenta a Nairobi il
movimento di liberazione mi telefona: "Ieri un aereo del governo di Khartoum
ha bombardato una scuola a Kauda, sulle montagne Nuba. Ci sono dei morti,
bambini e adulti. Vogliamo andare a verificare ed eventualmente evacuare i
feriti. Vuoi venire?" Non mi faccio ripetere l'invito. In quella zona
ci sono Stephen Amin e Ramadam Orandi, due ragazzi Nuba che studiano a Nairobi
e sono membri di Koinonia. Vi sono andati ad iniziare una scuola finanziata
da Amani e Regione Lombardia. È da tre settimane che cerchiamo di farli
rientrare a Nairobi, senza successo, proprio a causa delle operazioni militari
in corso.
Il giorno successivo, dopo oltre cinque ore di volo, atterriamo su una pista
provvisoria, a circa 4 chilometri dalla scuola bombardata. Possiamo restare
solo per un'ora e mezza, per poter rientrare in Kenya prima di notte.
Stephen e Ramadam sono fra le centinaia di persone che ci stanno aspettando. Ci sono anche decine di bambini che erano nella scuola durante il bombardamento. Gli amici Nuba mi accolgono con i loro dignitosi segni di benvenuto. Sono vestiti di stracci, hanno i volti segnati dalla sofferenza. I giornalisti della BBC e Reuter che sono con noi si mettono subito al lavoro, con Ramadam e Stephen al centro dell'attenzione perché fra i testimoni sono quelli che meglio parlano inglese.
Racconta Ramadam: "Sabato scorso è passato un aereo. La gente è rimasta nascosta nelle capanne. I soli a spaventarsi furono i bambini della scuola, che si misero a correre in tutte le direzioni. Così probabilmente l'equipaggio dell'aereo ha identificato la scuola, ed hanno deciso di tornare per bombardarla. Da notare che non c'è nessuna presenza militare del movimento di liberazione per un raggio di almeno tre chilometri. L'altro ieri, 8 febbraio, alle nove del mattino, l'aereo appena arrivato sopra la scuola ha sganciato quattro bombe. Noi scherziamo sempre sulla pessima mira dei governativi, ma io che ero a due chilometri di distanza, ho visto con orrore che le bombe cadevano proprio sulla scuola, che consiste in una piccolo ufficio in pietra e quattro classi. Sono corso verso la scuola, mentre l'aereo si allontanava sganciando le altre otto bombe, quasi a casaccio. Volevano proprio colpire la scuola".
Stephen era vicinissimo alla scuola, dove ogni giorno andava a dare una mano ai maestri. "Sono arrivato alla scuola quando due bombe erano già cadute, e vedevo tra il fumo e la polvere i bambini terrorizzati e piangenti che mi correvano incontro, quasi a voler cercare protezione. Ma cosa potevo fare? Li conoscevo tutti per nome, cercavo di calmarli. Quando abbiamo capito che l'aereo si era allontanato siamo corsi a soccorrere i feriti. La scena peggiore era dove Rawda, una maestra di 22 anni, stava insegnando sotto un albero. Una delle bombe era caduta a meno di 10 metri, maestra e alunni erano solo un ammasso di corpi straziati. Su tutto si depositava lentamente la polvere e i fogli di quaderni e di libri che le esplosioni avevano buttato in aria. Volevo piangere, ma ero anche furente. Cosa avevano fatto di male quei piccoli? Quasi tutti facevano oltre un'ora di cammino ogni mattino, spesso senza aver mangiato, per venire a scuola, sognando solo un futuro migliore. Poi è arrivata gente dai villaggi vicini, i parenti, per dare i primi soccorsi possibili. Alcuni genitori gettavano in aria pugni di sabbia, in segno di lutto, giurando che non avrebbero più mandato i loro figli a scuola. Poi per tutto il giorno c'è stato un grande silenzio, rotto solo occasionalmente dai pianti. Nell'aria si respirava violenza e morte. Alla fine abbiamo contato 14 bambini morti insieme alla loro maestra, e 17 feriti".
I giornalisti registrano tutto, fanno domande. Vorrebbero prove
inconfutabili. Stephen candidamente dice: "Avevo con me la videocamera
che ricarico con i pannelli solari, ed ho fatto delle riprese".
Sono otto minuti di immagini sconvolgenti. Si vede un bambino che grida impazzito
e agita un braccio che non ha più mano. La direttrice della scuola
che cerca di rimettere al loro posto gli intestini di un ragazzino la cui
pancia è stata squarciata da una scheggia. Poi la videocamera riprende
i piedi di Stephen che corre in cerca di riparo mentre si sente il fischio
di una bomba che sta per cadere.
Portiamo il video a Nairobi. La BBC e la Reuter lo fanno circolare sui loro network. Dirdiery Ahmed, dell'Ambasciata Sudanese a Nairobi, dopo averlo visionato in presenza dei giornalisti alza le spalle e dice: "Le bombe sono cadute dove dovevano cadere. Era un campo militare, che i ribelli hanno riempito di civili".
"No - dice Stephen, che a Nairobi studia giornalismo all'università - non mi arrendo. Tutti devono sapere cosa sta veramente succedendo sulle Montagne Nuba. Il ricordo di quei piccoli sarà un impegno a lavorare sempre per la verità".
Padre Kizito
Forse non tutti sanno che...
Da dicembre è in libreria "Crimini
di guerra"
Quello che tutti dovrebbero sapere", a cura di Roy Gutman e David Rieff.
Un manuale importante per entrare nel merito dei crimini di guerra, è
diviso in voci sintetiche accompagnate da immagini di noti fotografi. E' stato
realizzato da un'equipe internazionale di autorevoli giornalisti ed esperti
legali e militari. La versione italiana è stata realizzata da una collaborazione
tra l'agenzia Contrasto e la rivista Internazionale, col sostegno di Amani.
Il prezzo di copertina è L.38.000 per gli amici di Amani è offerto
a L.27.000.
Gli incontri di Padre Kizito in Italia
| 17 aprile | Castelfranco Veneto (Treviso) |
| 19 aprile | Villa Verrucchio (Rimini) presso il Circolo Culturale il Cipresso |
| 10 maggio | Forlì |
| 11 maggio | Pesaro presso l'Auditorium Montani a Palazzo Antaldi in Piazza Antaldi alle 21.15 |
| 12-14 maggio | Ferrara |
| 15-16 maggio | Palermo |
| 17 maggio | Milano nel pomeriggio all'Università Cattolica incontro organizzato da Pax Christi |
| 18 maggio |
Lecco alle ore 21.00 presso il Collegio "A. Volta" di Lecco: incontro con Padre Kizito organizzato dal Rotary Club Lecco "Le Grigne", con la consegna dei fondi raccolti in favore della "Casa di Anita". |
| 19 maggio | Padova presso il Centro Marco Salizzato |
| 20-21 maggio | Sassari |
| 22 maggio | Gaggiano (Milano) presso il Centro Parrocchiale in piazza Salvo D'Acquisto |
| 23 maggio | Brescia |
Chi fosse interessato a partecipare ci può contattare direttamente (telefonare alla sede di Amani (02/4121011 chiedere di Ilario) per avere ulteriori dettagli ( luogo, ora etc.) di cui al momento non siamo in possesso, anche se la notizia non è completa forse può essere comunque utile.
Articolo sul Sudan
Sul numero di marzo di Jesus è stato pubblicato il dossier "Sudan
dimenticato. Alla scuola dei poveri" di Tonio Dell'Olio (segretario nazionale
di Pax Christi) sul viaggio di Amani in Sudan nella regione del Southern Blue
Nile."
Le offerte ad Amani sono deducibili
Il Decreto Legislativo n. 460 del 04.12.1997, espressamente prevede che le
erogazioni liberali (cioè i versamenti effettuati da privati e impresi
a favore dell'ONLUS "AMANI") siano deducibili dalle imposte, nella
misura prevista dalla legge a condizione che:
a) i versamenti stessi siano effettuati esclusivamente tramite conto corrente
postale o bonifico bancario;
b) nella denominazione del destinatario del versamento compaia chiaramente
la sigla ONLUS dopo "AMANI";
c) le ricevute dei versamenti effettuati con tali modalità vengano
conservate dall'offerente con la documentazione degli oneri deducibili esposti
nella denuncia dei redditi.
Amani: porta il tuo cuore in
Africa
È finalmente pronta la nuova presentazione di Amani. Grazie a Saatchi
& Saatchi, all'Agenzia Contrasto e al fotografo Francesco Zizola (che
hanno collaborato gratuitamente con Amani), sono disponibili nuovi e aggiornati
volontini, cartoline illustrate e manifesti (50X70 cm). Chi desiderasse richiedere
il materiale può contattarci direttamente in sede.