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"Amani"
anno IV, n. 1, aprile 2004 - scarica
il file
1994 - 2004
ll genocidio di Ruanda, l'elezione di Mandela e il Sinodo africano, dopo 10
anni per ricordare tre grandi eventi africani
Sommario
Un
marchio di infamia da cancellare
di Padre Renato Kizito Sesana
Maledetto
oro nero (qualcosa perņ sta cambiando)
di Daniele Parolini
Tutti
colpevoli. Le istituzioni internazionali e i governi occidentali: tutti corresponsabili
del genocidio in Ruanda
di Pier Maria Mazzola
News from Africa
Sinodo
africano: un'occasione perduta
Mandela, Madiba
In
Breve
Le magnifiche sette
di Oscar "Special" Mtonga
Mthunzi Centre e i suoi progetti
Volete
scriverci?
di Lorenzo Chiodo Grandi
Adozioni
a distanza
Eccoci a Lusaka, Zambia
Perché tutti insieme
aThLETeS
Calendario Amani 2004
Cosè la pace?
Un modo di essere o unagenda
di cose da fare? Senza troppe parole, discorsi e teoremi ci rispondono Samson
e Bweupe due piccoli amici africani
Di Renato Kizito Sesana
Guerra
e pace, violenza e non violenza restano argomenti importanti nelle discussioni
delle persone che vogliono continuare a pensare con la propria testa.
Persone autorevoli hanno detto e scritto molto su questi temi negli ultimi
tempi. I più forti richiami alla pace sono venuti dal Papa.
Ma la pace resta elusiva, sia a livello di definizioni che sul piano concreto.
La violenza seminata con le bombe in Iraq non ha generato pace, come prevedevano
tutte le persone di buon senso. La pace non è ancora fiorita in Israele
e Palestina, in Liberia, in Congo, in Sudan e in tante altre aree del mondo.
Gli elementi che entrano in gioco quando si parla di pace e quando si cerca
di costruirla concretamente sono talmente tanti che ogni discorso sulla pace
resta inevitabilmente incompleto e insufficiente.
Dopo una premessa così non mi voglio lanciare in un grande discorso
sulla pace, sarebbe troppo lungo e forse anche inutile: vorrei solo accennare
a tre elementi che contribuiscono a farla fiorire.
La pace deve nascere nelle persone, dal cuore, prima che dai trattati o dalle
istituzioni. I costruttori di pace non hanno bisogno di cose, di strumenti,
di fondi e di parole difficili. Hanno per prima cosa bisogno di avere la pace
dentro. La pace è gratuita, è un dono che si riceve e che si
da. E gratuita perché non ha niente a che fare con soldi, promesse
da mantenere e ricatti. Nasce da cuori grandi e aperti che non hanno paura
di dare e di ricevere. Lattenzione agli altri e alle loro necessità
è un altro elemento importante per far crescere la pace: la pace è
relazione e rispetto. La pace è quindi un modo di essere piuttosto
che unagenda di cose da fare.
Quelli sopra accennati sono valori evangelici, ma penso siano valori in cui
tutti, senza alcuna differenza di credo religioso, possano ritrovarsi. Valori
che possono e devono essere vissuti non in circostanze eccezionali, ma
sempre, quotidianamente.
Vi porto due semplici esempi.
Bweupe avrà circa dieci anni, è sordomuto e viveva da qualche
anno sulla strada prima di arrivare a Mthunzi, due anni fa.
Probabilmente sente qualcosa, perché è il primo a scatenarsi
nelle danze appena qualcuno incomincia a battere i tamburi.
E un folletto allegro e sorridente, amato dagli altri bambini, che,
con la sua guida, si sono inventati un linguaggio di gesti e smorfie per poter
comunicare con lui.
A Kivuli invece è entrato Samson.
Ha undici anni ed è quasi completamente cieco per una malformazione
congenita. E guidato da Alan, lamico inseparabile. Samson vive
con la mamma, poverissima, ma che ha fatto il possibile per curarlo. Samson
ha un sorriso dolcissimo, ed è diventato in breve uno dei personaggi
più popolari di Kivuli.
Ogni giorno Alan lo porta da noi per una visita.
Questi due bambini sono dei grandi comunicatori di pace. Ce lhanno dentro,
la donano, nel momento stesso in cui capisci che hanno bisogno di te. Per
capire la pace è più importante uno sberleffo di Bweupe o vedere
la mano esitante di Samson che ti cerca dopo aver sentito il tuo passo o la
tua voce. Tutta la loro piccola persona vive ed evoca la pace.
Per noi a Mthunzi e a Kivuli sono un grande dono. Tutti noi nella nostra vita
abbiamo bisogno di incontrare persone così.
Renato Kizito Sesana, giornalista e padre comboniano è socio fondatore
di Amani. E stato direttore del mensile Nigrizia, titolare per 4 anni
di una rubrica sul Sunday Nation, fondatore di New People e ha dato vita ad
Africanews, agenzia di stampa di africani che raccontano lAfrica.
Continua unintensa attività pubblicistica con varie testate italiane
e non. Attualmente padre Kizito vive a Nairobi, in Kenya, presso il Centro
di Kivuli. Einoltre fondatore e direttore di radio Waumini, emittente
cattolica voluta dalla Conferenza Episcopale keniana. Dal 1995 si reca regolarmente
tra i Nuba del Sudan realizzando con loro progetti di aiuto alle popolazioni
locali
Punto di arrivo o... punto di partenza
Di Gian Marco Elia
Ecco
la nuova veste di Amani tra novità e tradizione, che anche
nel campo dellinformazione edellapprofondimento conferma le ideeguida
associative. Carissimi, come vedete ho deciso di chiamare questa lettera
Amani che in kiswahili significa pace. Ed oggi mi impegno a scriverla tutta
prima di notte, perché mi accorgo che se aspetto un po succedono
tante di quelle cose che solo per tenervi informati ho bisogno di diverse
pagine. Così iniziava padre Kizito la prima Amani,
lettera a tutti i suoi amici e sostenitori, la sera del 23 settembre 1988.
Sono passati quindici anni ed eccoci ancora qui a leggere le parole di padre
Kizito, non più inviate dattiloscritte per posta, ma sotto forma di
editoriale di un giornale, impaginato, con belle foto e articoli
scritti da giornalisti.
Tante cose sono cambiate, verrebbe da dire. Amani da un gruppo di amici impegnati
per lAfrica è diventata una associazione e una organizzazione
non governativa; è nato Kivuli, una casa per i bambini di strada, un
centro sociale che è una realtà importante a Nairobi. La Casa
di Anita e il Mthunzi sono il sicuro rifugio per decine di bambine e bambini
di strada e sui monti Nuba sorgono due scuole elementari e un istituto di
formazione per insegnanti, nei luoghi dove fino a due anni fa infuriava una
drammatica guerra civile. E stato fatto molto grazie allimpegno
di tutti coloro che hanno dedicato energie e risorse alla buona riuscita di
questi progetti e allaiuto fondamentale di tutti voi, ma molto abbiamo
ancora voglia di fare. Molto è cambiato, ma lidea forza di Amani
è rimasta la stessa, ovvero quella di mettere al centro le persone
con le loro capacità e il loro desiderio di fare cose buone per rendere
questo mondo più respirabile e più umano.
Ecco allora necessario ricordare lattenzione al mantenimento dellazione
su base prevalentemente volontaria per contenere i costi e al garantire una
informazione corretta sulla realtà africana, dando voce agli stessi
africani, affinché il confronto e lincontro siano premesse reali
di sviluppo, pace e giustizia. Da questa idea nacque Africanews, di cui il
periodico che avete tra le mani, in questa sua nuova veste, è lideale
continuatore e su questa via intendiamo continuare il cammino.
Africanews in versione italiana non uscirà più, ma allinterno
di Amani, tra le varie rubriche, terremo sempre uno spazio in
cui dare voce a giornalisti africani: in questo primo numero potrete leggere
anche un divertente racconto di una giovane scrittrice africana.
Troverete sfogliando queste otto pagine anche un ampio inserto dedicato a
chi sostiene i progetti di Amani attraverso ladozione a distanza, una
pagina letteraria, articoli di giornalisti professionisti, testimonianze
di coloro che hanno vissuto unesperienza in Africa presso le comunità
sostenute dalla nostra associazione e un po di novità, suggerimenti
e appuntamenti associativi. Poco di nuovo in fondo. Abbiamo deciso di mettere
ordine nelle numerose pubblicazioni che curavamo: Africanews, le newsletter
delle adozioni a distanza e la lettera associativa, riunendole insieme in
un unico periodico, cercando di mantenere le peculiarità di ognuno
di questi differenti progetti, per razionalizzare e contenere i costi e garantire
comunque una informazione buona e approfondita. Ci è sembrato importante
anche proporre una veste grafica adeguata per questo giornale garantendo una
cornice adatta agli articoli di amici giornalisti che hanno scelto di scrivere
per noi: un nuovo progetto di comunicazione che trae le sue radici dalle nostre
piccole esperienze passate e da quelle dei nostri amici che abbiamo incontrato
strada facendo. Sfogliando le pagine di questo giornale anche voi potrete
convenire che sicuramente molte cose sono cambiate intorno a noi, ma in fondo
lo stile, lo spirito e la volontà che ci spingono a continuare in un
impresa così bella, sono rimasti gli stessi. E importante guardare
indietro e ogni tanto, è anche piacevole e ci riempie di soddisfazione,
ma è molto più importante rivolgere lo sguardo al futuro per
cercare nuove vie e nuove strade per crescere e far crescere progetti di solidarietà
e pace.
Speriamo che questo nuovo Amani sia un valido aiuto per noi e
sia interessante per voi che continuate a sostenerci con affetto
Gian Marco Elia è il presidente di Amani
Viaggio attraverso larmonia
perduta tra luomo e la natura nel continente che è stato la culla
della civiltà e dove tra discariche, miseria e deturpazioni ambientali
si respira ancora la forza di una natura indomita creatrice di bellezza
Di Pietro Veronese
LAfrica non esiste.
E unastrazione, un pregiudizio,un luogo comune che non ha rispondenza
nella realtà. Esistono molte Afriche, tra loro diverse, difformi, che
spesso signorano luna con laltra quando non sono divise
da avversione o ostilità.
Questi luoghi condividono soltanto due cose: lunità geografica,
il ritrovarsi racchiusi da un mare e due oceani il Mediterraneo, lAtlantico,
lIndiano che ne segnano i confini sulla superficie del nostro
pianeta. E poi una storia, che sebbene sia anchessa multiforme, infinitamente
variegata e suddivisa in una molteplicità di vicende circoscritte e
non comunicanti, ha però il tratto distintivo di risalire agli albori
dellumanità, ai grandi eventi primigenii che fanno di noi degli
umani. Solo in questo duplice senso è dunque possibile parlare di Africa:
una grande, continua, lunghissima frontiera marina (lunico istmo che
la collegava alle altre masse terrestri, Suez, è stato rescisso dalluomo
con unoperazione logica, che ha assecondato il disegno naturale); e
una storia incommensurabile, atavica, primordiale: lAfrica è
lorigine, la nascita, lincipit.
Quando
si parte per un viaggio, nessuno di noi si sogna di dire vado in Asia,
accomunando in unica espressione geografica lIndia e il Giappone, la
Cina e lAfghanistan.
E mal sopportiamo gli americani che ci chiamano Europa, incapaci
di vedere le differenze tra un italiano e un francese, tra un catalano e un
norvegese.
Questo fastidio è assente però quando si va in Africa,
senza distinguere i mercanti del Golfo di Guinea dai Masai dellaltopiano,
le aride piane del Corno dalle foreste del Congo, lAngola dal Ciad o
il Capo di Buona Speranza dalle dune del Sahara.
Il problema è dunque nel nostro sguardo: distratto, superficiale, privo
di un interesse vero, di volontà di comprensione. Frettoloso, restio
a farsi sufficientemente vicino per vedere le differenze, dunque le identità.
Diciamo Africa e tanto ci basta. Eppure la bellezza di questo
continente consiste innanzi tutto nella sua infinita varietà, dal granito
del monte Kenya al silicio del deserto, dalla fauna della savana alla vegetazione
pluviale, dai grandi fiumidivinità il Nilo, il Niger, il Congo,
lo Zambesi alle distese aride del Karamoja e del Sahel.
Tutto è grande, in Africa: le montagne e i corsi dacqua, le piane,
lorizzonte. Forse per una particolare curvatura della Terra, anche il
cielo è qui più vasto che da noi, incombe, sovrasta, riduce
lindividuo a un punto minuto. Impone distinto, dautorità,
senza ulteriori riflessioni, il dominio della natura sulluomo. Attraverso
millenni di isolamento questa natura ha anzi plasmato luomo, modificandolo
a sua immagine. In nessuna altra parte del mondo è così visibile
la corrispondenza tra lambiente e ladattamento che la genetica
ha poi codificato negli individui.
I nomadi allevatori e guerrieri, nutriti per generazioni infinite a una dieta
di latte e talora di sangue, si sono fatti alti, slanciati, aristocratici
nellaspetto e nelle movenze. Sono i Masai del Kenya, i Peul del Mali,
i Tutsi del Ruanda e del Burundi, i Karamoja ugandesi. Gente dei grandi spazi,
figli del cielo e dellaria. Per converso gli agricoltori, i mangiapolenta,
si sono evoluti più piccoli, tozzi, forti, terricoli, nati come le
spighe di sorgo dai solchi dei campi. Così gli Hutu, i Kikuyu, gli
Shona dello Zimbabwe. Questo portare sul corpo, nellaspetto fisico,
cioè nel tratto più intimo dellidentità, il segno
delladattamento delluomo allanatura, rivela un elemento fondamentale
dellafricanità, e cioè appunto linterazione tra
uomo eambiente, che qui è massimamente sviluppata, più che ovunque
altrove. Bisogna intendersi: lAfrica è anche il continente delle
discariche proibite, delle fogne a cielo aperto, della più malsana
povertà urbana. Chiedete per esempio agli Ogoni del delta del Niger
che cosa è stato fatto del loro habitat in nome del petrolio, e vi
parleranno di devastazioni ambientali irrimediabili. Ma se guardiamo alla
tradizione, al retaggio culturale dellAfrica rurale che ancora sopravvive
sebbene vada smarrendosi nellinurbamento incontrollato, è lì
che troviamo una sapienza unica, una capacità senza uguali di convivenza
con la natura. Unarmonia forse oramai perduta, ma ancora visibile nel
disegno delle case e dei villaggi, nella capacità degli insediamenti
umani di sorgere e poi riscomparire nel paesaggio senza lasciare traccia.
Un rispetto espresso nelle religioni tradizionali, che attribuiscono consistenza
spirituale agli elementi della natura e soprattutto vedono nella natura la
presenza degli spiriti umani. Questi, che ancora rintracciamo nellAfrica
più remota, lontana dalle città e dagli aeroporti, sono soltanto
indizi, tramandati ostinatamente per centinaia di generazioni, sopravvissuti
al più brutale conflitto di civiltà della nostra storia
cioè al colonialismo, dellevento originario, primigenio, che
vide il nascere della specie umana. I paleontologi sanno ormai con sufficiente
certezza che è qui, a sud dellEquatore, da qualche parte tra
la Rift Valley e il veld sudafricano, che si compì latto supremo
di adattamento alla natura, il nostro evolverci da un branco di scimmioni
allhomo sapiens. Qui, allombra delle acacie, con gli occhi pieni
di cielo, inseguendo un orizzonte inafferrabile, spinti dalla paura, dal bisogno,
dalla curiosità, dalla voglia di dominio, per attaccare, per difenderci,
per scoprire, abbiamo appreso la stazione eretta, abbiamo imparato a muoverci
su due sole zampe, abbiamo drizzato la schiena, proiettato lo sguardo più
lontano e iniziato un cammino che ci ha portato a impadronirci del mondo.
E in Africa che luomo è diventato uomo: i paleontologi
lhanno scoperto negli ultimi cinquantanni, ma gli sciamani che
invocano le forze della natura e gli spiriti dei defunti sembrano averlo sempre
saputo.
Laltro sommo contributo dellAfrica alla civiltà umana è
stato poi la scoperta dellagricoltura.
Qui, migliaia di anni dopo aver appreso a camminare, giunto probabilmente
nelle fertili piane lungo le sponde del basso Nilo, luomo saccorse
che un seme, piantato nella terra e nutrito di acqua e di tempo, darà
germoglio e frutto. E compì successivamente una seconda, fondamentale
opera di comprensione e controllo delle forze della natura: imparò
a usare gli animali per il proprio bisogno, non già uccidendoli, ma
addomesticandoli.
Per trarne dapprima cibo, e poi lavoro. Tutto questo avvenne tra il Mediterraneo
e il Capo di Buona Speranza, molti millenni fa. Forte di queste conquiste,
sicuro di sé come mai lo erano state le generazioni precedenti, fiducioso
nella sua capacità di riprodursi e badare a se stesso, di qui luomo
partì alla conquista del pianeta. Migrò nella penisola iberica
e in quella anatolica e di lì si spinse a nord e poi a oriente, allevando
e coltivando.
E
questo il romanzo delle nostre origini, il mito fondatore dellumanità
di cui soltanto negli ultimi decenni gli studiosi hanno incominciato a ritrovare
le tracce e le prove. Ma nella nostra istintiva consapevolezza ammesso
che conserviamo ancora qualche forma distinto lAfrica è
sempre stata madre, un appellativo che non abbiamo mai attribuito
ad alcun altro continente. Al cuore di questa storia straordinaria
una storia che avrebbe potuto molto facilmente andare male, ed è stata
invece un meraviglioso successo cè un rapporto felice tra luomo
e la natura. Non sarebbe andata così se la natura fosse stata troppo
ostile, perché ci avrebbe visto molto probabilmente soccombenti.
Ma non poteva nemmeno essere troppo accomodante. In Africa la natura ci ha
plasmato senza distruggerci e poi noi abbiamo imparato a plasmare lei senza
distruggerla.
Ecco forse la vera essenza, il retaggio autentico, la spiegazione del fascino
atavico che la madre Africa continua a esercitare su di noi umani ormai esausti
di civiltà. LAfrica non è soltanto un luogo, un habitat,
un ambiente; lAfrica è un rapporto: il rapporto tra luomo
e la natura nel suo aspetto felice, di interazione riuscita, di scambio fecondo.
E il grande cerchio della vita, di cui oggi ci parlano anche
i cartoni animati, nel quale cè un posto anche per noi. E questa
è forse la radice più profonda, più nobile di un sentimento
tante volte evocato e sempre banalizzato, il cosiddetto mal dAfrica:
la nostalgia per larmonia perduta tra luomo e la natura. Questo
infine il motivo del fascino che esercitano su di noi quei paesaggi, quei
disegni della crosta terrestre, quei colori, quelle increspature. Non stiamo
guardando una cartolina esotica; stiamo contemplando bensì la nostra
storia remota. Uninfinità di secoli è passata. Quel rapporto
si è perso, anche se continua a baluginare, non del tutto spento, sepolto
da qualche parte nella nostra coscienza, in qualche frammento recondito del
nostro Dna. La civiltà umana si è emancipata dalla natura, o
così almeno ha creduto. LAfrica è stata il teatro, la
testimone anche di questo rapporto spezzato. Il movente primo del colonialismo
fu il saccheggio delle materie prime: la sopraffazione dei nostri simili ne
fu soltanto il corollario. Luomo era un ostacolo tra i conquistatori
europei e lavorio o peggio ancora lalbero della gomma. Il revisionismo
storico oggi cerca di riscattare anche lesperienza coloniale ma la verità
è che fu un fenomeno di sconfinata brutalità, che ancora continua
a rigurgitare dagli archivi orrori e cadaveri.
Come
Dio ha voluto è passata anche quella, seguita da mezzo secolo di indipendenze
africane, anchesse segnate da orrori, da guerre e carestie, da stragi
infinite, da fallimenti colossali. Ma il tempo, oggi, passa più in
fretta che mai nel passato e noi ci affacciamo sul secolo nuovo vivendo una
globalizzazione sempre più veloce, trascinante, ineluttabile. La Terra
sta diventando in fretta un unico, grande paese. LAmerica è oggi
lesercito del mondo; lAsia la sua industria; lEuropa, forse,
la sua arte, la sua cultura. In questa divisione planetaria del lavoro potrebbe
toccare allAfrica il compito di tornare ad essere la natura del mondo.
Il Sudafrica ha avviato un grande investimento turistico, la creazione di
un enorme Theme Park dedicato alle origini delluomo, dove i visitatori
ritroveranno raccontata la storia di come luomo divenne tale, imparò
a stare dritto, a camminare, a coltivare.
E un ottima idea, unidea giusta vedremo poi come sarà
realizzata e potrebbe indicare una strada. La consapevolezza che la
natura è un bene limitato, che va preservato, difeso, rigenerato è
ormai universalmente diffusa.
Mentre la Cina si va industrializzando con una veemenza che non ha precedenti
nella storia, LAfrica dove lindustrializzazione è
rimasta un obbiettivo incompiuto - potrebbe diventare la grande scuola, la
grande accademia della ecocompatibilità.
Il luogo dove lumanità potrà riscoprire, reimparare il
rapporto con la natura. Lasciarsene impressionare, sopraffare, per ritrovarne
il rispetto. Guardare un paesaggio, capirlo, riflettere sul nostro ruolo là
in mezzo, sentirci parte del tutto e non padroni di questo tutto. Questo vuol
dire essere uomini e forse lAfrica ce lo può ancora insegnare.
Pietro Veronese (Roma, 1952), è diventato giornalista dopo una laurea in Filosofia a Roma e studi di specializzazione a Parigi. Da diversi anni è inviato speciale del quotidiano la Repubblica. E forse il giornalista italiano che più ha viaggiato in Africa negli ultimi venti anni. Ha pubblicato Africa - reportages, Laterza 1999. Questo articolo è stato integralmente pubblicato sul periodico Gulliver: la pubblicazione su Amani è stata possibile grazie allesplicito permesso dellautore.
La decennale guerra, i cambiamenti climatici e alcune pratiche
tribali hanno provocato un preoccupante danno alle risorse ambientali sui
monti Nuba, mettendo a rischio la sopravvivenza della popolazione locale.
Numerose Ong internazionali che operano sulle montagne Nuba hanno mostrato
preoccupazione circa i gravi problemi ambientali rilevati in questa zona,
che allo stato attuale delle cose costituirebbero una seria minaccia per la
situazione della flora e dellacqua: elementi essenziali per la vita,
in una società, come quella nuba, quasi esclusivamente basata sullagricoltura.
In un lungo rapporto, la FAO (lorganizzazione delle Nazioni Unite per
lalimentazione e lagricoltura), Koinonia e NRRDO (lOng che
rappresenta i Nuba) hanno sottolineato limportanza di istituire comitati
con personale locale per la conservazione del suolo e dellacqua in risposta
ai segnali dallarme di degrado ambientale.
Il rapporto evidenzia che il degrado ambientale sia un risultato diretto della
guerra civile che ha devastato larea dei monti Nuba negli ultimi quindici
anni, costringendo allemigrazione una parte sempre maggiore di popolazione
nelle zone controllate dal SPLM/A, concentrandola nelle aree collinari. Queste
comunità non hanno alternativa se non coltivare su colline semi aride
che hanno un indice di produttività molto basso.
Negli ultimi sedici anni di guerra, la maggior parte dei contadini della regione
non è stata in grado diaccedere alle proprie terre in pianura per la
paura di rapimenti, campi minati ed incendi operati da parte delle truppe
governative. Secondo il rapporto sopra citato il risultato di questa politica
è stato da una parte labbandono delle culture, dallaltra
un eccessivo sfruttamento e il conseguente esaurimento del terreno e delle
risorse idriche. Il degrado ambientale è un problema grave oggi
nelle montagne Nuba e la gente deve essere informata sulle conseguenze
ha detto il dr. Ahmed Saed che dirige il Comitato per le risorse naturali
dei Nuba. Un altro problema serio è quello relativo alle modalità
di mantenimento delle ormai scarse risorse naturali: lagricoltura tradizionale
sembra per ora un buon modo di prevenire la dispersione delle risorse. Alcune
popolazioni nei monti Nuba, come i Tira a Lumon, conservano le loro risorse
locali seguendo le proprie tradizioni, praticando la coltivazione alternata
dei campi. Quando coltivando un terreno rilevano segnali di esaurimento,
smettono di coltivarlo fino a quando appaiono segnali che il terreno è
nuovamente fertile dice Kutti Ernesto, uno studente di Scienze sociali
a Nairobi, in Kenya, che viene da Kerker Lumon. Il popolo dei Tabanya, pratica
lagricoltura senza distruggere la vegetazione preesistente e le foreste.
Gli Otoro costruiscono anche terrazze sui pendii collinari; questo previene
lerosione del suolo e concorre a mantenere naturalmente la fertilità
del terreno, sebbene, poi non si interessino dellesaurimento dei propri
campi, continuando a coltivare la stessa area senza lasciarli riposare.
A Kujur, per esempio, la stessa terra è coltivata da tempo immemorabile
e ciò ha portato ad una produttività molto bassa. Ci sono però
anche alcune pratiche tradizionali nuba che danneggiano lambiente come
leliminare gli alberi per ottenere legna da ardere, prima dei matrimoni
tra gli Otoro, oppure il taglio degli alberi per lagricoltura o per
costruire case.
Gli ambientalisti assicurano che piantare alberi nella propria fattoria non
riduce la produttività della fattoria stessa ma, al contrario, laumenta;
perché gli alberi aiutano a trattenere le sostanze necessarie alla
crescita delle piante più piccole e a trattenere lumidità.E
inevitabile tagliare gli alberi per la legna da ardere; ma almeno quando un
albero viene tagliato, dovrebbe essere piantato un altro albero per sostituirlo
perché questo aiuta a mantenere le risorse della foresta, dice
Saed, il quale aggiunge che la responsabilità di conservare le risorse
riguarda tutta la popolazione. Il degrado dellambiente sarà ancora
più evidente con i cambiamenti di clima e di stagione. Infatti, alcuni
anni fa sulle montagne Nuba le piogge arrivavano già ad aprile; ora
tutto è cambiato, infatti le piogge qualche volta arrivano tardi, addirittura
a luglio, come è successo lo scorso anno. Tutto questo contribuisce
a rendere la vita insopportabile e costringe la gente ad emigrare in altre
terre, cosa che a sua volta provoca conflitti tra le tribù per il mantenimento
del proprio spazio agricolo vitale. Labbandono delle terre non dovrebbe
essere ignorato, dal momento che gli storici affermano che il Nord Africa,
incluso il Sudan del nord, che viene riconosciuto come parte del grande Sahara,
un tempo è stato un posto abitabile così come le montagne Nuba
oggi. Recenti scoperte hanno dimostrato che cerano grandi giardini ed
immense foreste abitati da uomini e animali. Ma tutto questo è cambiato
ed ora larea è considerata la più grande zona arida del
mondo: il grande deserto. Aree che un tempo ospitarono potenti regni dellAfrica
e della storia sudanese, ora si sono trasformate in deserti. Lo stesso potrebbe
succedere nelle montagne Nuba tra qualche centinaio danni se non ci
sarà attenzione da parte di tutti per lambiente.
Stephen Amin è un nuba ed è il responsabile di Koinonia per
i progetti sui monti Nuba. Stephen inoltre cura la redazione e la distribuzione
del The Blowing Horn, il periodico di Koinonia nuba, da cui è
tratto questo articolo.
Sito web di Amani: avvisiamo tutti gli amici che Amani ha cambiato il proprio dominio in rete. E possibile trovare il sito web di Amani allindirizzo www.amaniforafrica.org. Per ancora un po di tempo, per evitare possibili problemi e confusione, il vecchio indirizzo www.peacelink/amani.html sarà ancora valido insieme a quello nuovo sopra citato. E cambiato anche lindirizzo e.mail: il nuovo è amani@amaniforafrica.org. Sarà ancora attivo ancora per un po di tempo, come per il sito web, il vecchio indirizzo amani@iol.it.
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stampa della stessa associazione e avere, tramite mail, una copia di questo
giornale. L'iscrizione a questo servizio è gratuita e molto semplice
basta mandare un messaggio mail a: amaninews-subscribe@yahoogroups.com
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nella vita della nostra Associazione e per mantenere vivi i contatti tra di
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in internet mandando un messaggio mail a: africanews1-subscribe@yahoogroups.com.
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Gruppo adozioni: per domande, informazioni, idee e tutto ciò che riguarda le adozioni a distanza è possibile contattare direttamente Alessandro, Francesca, Angela, Benedetta e Tiziana, il gruppo di volontari di Amani che si occupa di questa iniziativa allindirizzo e.mail amani.adozioni@iol.it oppure consultare il sito web www.amaniforafrica.org cliccando su Adozioni a distanza.
Le offerte ad Amani sono deducibili: i benefici fiscali per erogazioni a favore di Amani possono essere conseguiti con due possibilità alternative:
1. deducibilità ai sensi del DPR 917/86 a favore
di ONG per donazioni destinate a Paesi in via di sviluppo. Deduzione nella
misura massima del 2% del reddito imponibile sia per le imprese che per le
persone fisiche.
2. oneri deducibili ai sensi del DL 460/97 per erogazioni liberali a favore
di ONLUS.
Per le imprese per un importo massimo di euro 2.065,83 o del 2% del reddito
di impresa dichiarato.
Per le persone fisiche detraibile nella misura del 19% per un importo complessivo
non superiore a euro 2.065,83.
Ai fini della dichiarazione fiscale è necessario conservare:
per i versamenti con bollettino postale: ricevuta
di versamento;
per i bonifici o assegni bancari: estratto
conto della banca ed eventuali note contabili.
Ricordiamo inoltre di segnare sempre la causale
del versamento e lindirizzo completo del donatore.
Carissimi amici delle adozioni a distanza
Con queste poche righe vogliamo scusarci per il ritardo dellinvio della
lettera periodica delle Adozioni a distanza, non ce ne siamo dimenticati,
anzi!
Il ritardo è dovuto principalmente al fatto che non riceverete più
notizie da Kivuli, dalla Casa di Anita e dal Mthunzi tramite le lettere che
eravamo soliti mandarvi con le informazioni inviate dai responsabili dei centri,
le testimonianze degli amici che hanno visitato i progetti e le bellissime
foto dei nostri piccoli amici africani.
Abbiamo pensato che fosse buona cosa partecipare anche noi al giornale che
avete in mano e abbiamo ritagliato uno spazio per noi per continuare ad informarvi
sui progetti che così affettuosamente sostenete.
Cambierà anche il modo di farlo: ogni numero infatti riceverete un
approfondimento su uno dei tre centri per bambini e bambine di strada che
Amani sostiene attraverso il vostro aiuto. Speriamo che questa novità
sia gradita, noi pensiamo sia un modo più completo e interessante di
informarvi su quello che accade ai nostri amici africani. Questa scelta dipende
anche dal principio, fondamentale per Amani, della riduzione dei costi di
struttura per destinare maggiori risorse al sostegno diretto dei progetti
in Africa.
Forse sarà meno personale leggere queste pagine su Kivuli,
Anita e Mthunzi, ma siamo certi vi piacerà lidea che in questo
modo potremo sostenere con maggiore energia i nostri amici che in Africa si
impegnano con forza e convinzione per i bambini di strada.
Infine, pensiamo che questo spazio allinterno di un giornale che avrà
una maggiore diffusione possa dare una ulteriore visibilità ai progetti
e dia la possibilità a nuovi potenziali amici di avvicinarsi a noi.
In questo numero inizieremo con una breve monografia di Kivuli, il primo progetto
per gli street children di Amani: leggerete le riflessioni di Sarah, uneducatrice,
una favola di David e il resoconto di una partita di calcio di Bonface, oltre
a un breve approfondimento su ciò che Kivuli in questi anni è
diventato.
Gli amici di ritorno dai campi di incontro per i giovani organizzati come
ogni anno questestate, parlano anche di un piccolo ristorante gestito
dal gruppo dei giovani di Kivuli.
Non ci resta che augurarvi buona lettura e per ogni ulteriore informazione
ci trovate sempre a vostra disposizione!
Un abbraccio a tutti
Gruppo Adozioni
|
L'adozione proposta da Amani non è individuale,
cioè di un solo bambino, ma è rivolta all'intero progetto
di Kivuli, della Casa di Anita o del Mthunzi. In questo modo nessuno
di loro correrà il rischio di rimanere escluso. Insomma "adottare"
il progetto di Amani vuol dire adottare un gruppo di bambini, garantendo
loro la possibilità di mangiare, studiare e fare scelte costruttive
per il futuro, sperimentando Come aiutarci. |
Matatu. In viaggio con lAfrica di Renato Kizito Sesana
Quando
Kizito ci manifestò la sua disponibilità a collaborare regolarmente
con Nigrizia, fu subitochiaro che la sua pagina sarebbe stata
un paradigma di come guardare oggi allAfrica e a come noi guardiamo
lAfrica.
Lo spaziare dal sociale allecclesiale, al politico e persino al frivolo,
è uno stile vicino allesperienza della gente; il trarre conclusioni
importanti da fatti e da incontri piccini, è
una vera e propria spiritualità. Si può, è ovvio, non
concordare con tutte le conclusioni che Kizito tira.
Ma un paio di cose sono certe: ad ogni fermata del suo Matatu
(che in Kenya è il nome dato ai pulmini che risolvono il problema del
trasporto popolare) si gonfiano i polmoni di umanità e si riparte con
la sensazione di aver capito qualcosa di più.
(dalla prefazione al libro di Pier Maria Mazzola).
Il libro Matatu. In viaggio con lAfrica di Renato Kizito
Sesana con prefazione di Pier Maria Mazzola, edito da Cittadella Editrice
è disponibile presso la sede di Amani: chi volesse avere maggiori informazioni
o volesse acquistarlo può contattarci ai tel. 02 48951149 - 02 4121011
e allindirizzo e-mail: amani@amaniforafrica.org
Incontri di padre Kizito in Italia
![]() |
1 dicembre | Fabriano (AN) |
| 2 dicembre | Montegranaro (AP) | |
| 4 dicembre | Breganze (VI) | |
| 5 dicembre | Dalmine (BG) | |
| 6 dicembre | Milano | |
| 7 dicembre | San Donato Milanese (MI) | |
| 9 dicembre | Milano | |
Chi fosse interessato a partecipare agli incontri di padre Kizito previsti in Italia a marzo - aprile può contattare la sede di Amani ai tel. 02 48951149 / 02 4121011 e all'e-mail amani@amaniforafrica.org per avere ulteriori dettagli (luogo, ora, ecc.), consultare il sito web www.amaniforafrica.org o iscriversi ad "Amaninews", un servizio che permette agli iscritti un continuo aggiornamento sulle iniziative di Amani e di conseguenza anche sugli incontri di padre Kizito.
Kit didattico Sudan: un popolo senza
diritti.
Interessante
e valido strumento da presentare ai ragazzi nell'anno scolastico 2002/2003
per informare l'opinione pubblica sulla drammatica situazione del Sudan, per
sensibilizzare gli studenti alla pratica della solidarietà internazionale,
per accrescere la consapevolezza degli studenti su quanto i propri comportamenti
abbiano ripercussione anche a livello planetario, soprattutto quando si tratta
dell'utilizzo di risorse ambientali scarse e limitate.
Questo pacchetto di materiali didattici (Cdrom Sudan, unità didattica
incentrata sul tema dellacqua, indirizzata agli alunni della scuola
dellobbligo, video Sudan, atti Forum 1999 Prospettive di pace
per il Sudan. Rinasce la società civile? e video The Oil Wars)
a seconda delle esigenze o richieste, può essere acquisito integralmente
(ovvero comprensivo di tutti gli articoli) o ad unità autonome (eccetto
il video The Oil Wars). I materiali sono stati realizzati con il contributo
del Ministero degli Affari Esteri. Per informazioni e ordini: Segreteria Campagna
Sudan, segreteria@campagnasudan.it,
www.campagnasudan.it
o direttamente ai contatti di Amani.
Campi di incontro 2003
Dalla
fine di luglio alla fine di agosto Kivuli e la Casa di Anita sono stati invasi
dallentusiasmo e dalla fattiva collaborazione del gruppo di volontari
composto da 26 persone ( 16 a Kivuli e 10 alla Casa di Anita), organizzato
come di consueto da Amani. Anche questanno, dopo il successo del precedente
campo, il Centro Mthunzi di Lusaka ha accolto 14 giovani italiani per un campo
di lavoro organizzato da Amani.
Al gruppo di Nairobi si sono aggiunti tanti amici e sostenitori, che anche
per solo pochi giorni hanno avvicinato i bambini di Kivuli e della Casa di
Anita, cercando di comprendere più a fondo e più da vicino il
senso del loro sostegno. Vogliamo infine ringraziare tutti coloro che hanno
concorso con il loro contagioso entusiasmo e la loro positiva energia a rendere
Kivuli, la Casa di Anita e il Mthunzi luoghi carichi di una bellissima atmosfera.
Il Concorso Letterario indetto dallAssociazione Energheia e da Amani presenta i nuovi talenti africani: diciassette racconti raccolti in due volumi
Il pazzo che dice tutto
Racconto di Janeloise Wambui Chege
Gacoro non è matto da legare come Wambaire - che fa
il saluto militare a tutti coloro che incontra che la chiamano capo.
Se sei il tipo altezzoso che non riconosce gli ordini e né tanto meno
ubbidisce agli ordini, ti metterà a posto dandoti un duro colpo di
bastone in testa. E se sei abbastanza remissivo da ubbidire, lei ti ridicolizzerà
comunque e non esiterà a colpirti. Tuttavia, se conosci il Kenia, non
ti troveranno mai morto con le tasche vuote. Per un kobole (una
moneta da cinque scellini) Wambaire, ghignando scioccamente, è disposta
a raggiungere il posto preferito nella piazza del mercato.
La pazzia di Gacoro è del tutto diversa. Secondo alcuni, non è
veramente matto. Le donne del villaggio dove vivo dicono (quando pensano che
si è troppo maschilisti o troppo sciocchi per capire il loro gergo
femminile) che è rimasto per troppo tempo nel canale uterino della
mamma e la sua testa è andata a male. E sempre in
movimento. Conosce tutti per nome. Non dimentica mai un volto. Ma la cosa
peggiore è la sua capacità di ricordare per molto tempo il lato
peggiore di un carattere. Quando ti incontra tutta la tua storia gli ritorna
immediatamente in mente e inizia a parlare da solo di te . Ogni volta che
lo incontro grida affinché tutti lo sentano: Wacu, impara a usare
il bagno in modo corretto. E stato quello che ha detto persino
la scorsa settimana mentre lasciavo il seminario di K. Kiguta mi aveva appena
detto che ero la ragazza più educata che avesse mai incontrato nella
sua vita e che sarebbe venuto a conoscere i miei genitori. Non è ancora
venuto. Tutto è incominciato un mattino abbastanza sfortunato quando
frequentavo la scuola elementare.
La campanella per lassemblea del mattino era appena suonata e avevo
fatto una scappata in bagno.
I bagni erano stati appena costruiti. Avendo fretta di tornare in fila tra
i miei compagni nel luogo del raduno e non essendo abituata ai nuovi bagni,
ho sporcato dappertutto.
Purtroppo
linsegnante di turno stava completando il giro di ispezione e mi costrinse
a pulire i bagni per tutta la mattinata. Dopo la punizione, il professore
mi rimproverò duramente e disse: Wacu impara a usare il bagno
in modo corretto. Non so proprio dove fosse Gacoro che riuscì
a sentire tutto. Fallì qualsiasi mio tentativo di fermarlo anche per
un minuto e di sistemare le cose una volta per tutte. Lui parla sempre e non
sta un attimo fermo. Può non essere così tanto imbarazzante
quanto ciò che dice al nostro pastore. Quando corre in Chiesa con il
vestito color porpora, la cravatta stampata verde e le scarpe marroni accuratamente
lucidate e la bibbia in mano, Gacoro dice: Wangai, se hai paura di vedere
Susanna quando suo marito è al lavoro, perché non affitti una
stanza per lei al centro commerciale?. Non si sa dove Gacoro abbia sentito
queste parole. Non si sa nemmeno perché Susanna abbia affittato una
stanza al centro commerciale. Si dice che suo marito, il quale lavora a Mombasa,
sia una persona molto responsabile. Il pastore ha imparato a controbattere
le lamentele di Gacoro dicendo Shindwe, Shindwe! (Che tu sia sconfitto,
che tu sia sconfitto) al demonio che cè in Gacoro. Il demonio
è sempre più forte. Quando Murage è morto il mese scorso,
lintero villaggio si è radunato a casa sua per il funerale. Era
stato trovato ucciso sulluscio del suo negozio. Era stato un uomo giovane
ed attivo. Per quanto fosse abbastanza giovane aveva ottenuto risultati migliori
rispetto ai due negozianti più grandi di lui. Gacoro arrivò
proprio mentre si facevano le fotografie e uno dei due negozianti più
grandi stava esprimendo con voce afflitta la loro tristezza.
Con i suoi tipici lunghi capelli arruffati e la sua alta corporatura entrò
e scoppiò in una cinica risata. Incominciò con una risatina
soffocata che poi si trasformò in un ruggito. Avremmo potuto ignorarlo
ma incominciò a parlare da solo. Tugukang aria biu (Lo
distruggeremo completamente) Non siamo venuti a vendere scaffali qui.
Ho visto Kobia mentre leggeva lelogio e aggiustava gli occhiali impazientemente.
Piccole tracce di sudore incominciavano a scorrere lungo lattaccatura
dei capelli. Per la prima volta, i poliziotti, che erano stati chiamati per
garantire la sicurezza, portarono via Gacoro per linterrogatorio. In
realtà fu inutile. Lo sentivo camminare su e giù per la cella
parlando da solo. In fondo, è matto. Ciò che preoccupa la polizia
adesso è che parla di molestia e di corruzione quando vede la loro
Landrover. La cella, dice, è come il porcile di suo padre piena di
letame e urina, sovraffollata e soffocante. Adesso lo sappiamo. Il nostro
Parlamentare verrà il mese prossimo. Dobbiamo assolutamente rinchiudere
Gacoro. Il Parlamentare non avrebbe dovuto parlare di riparazioni stradali
e elettrificazione durante le sue campagne. Quando è venuto per la
raccolta fondi alla Scuola delle Ragazze, Gacoro è scoppiato a ridere
gridando: le strade di macadam al catrame e lelettricità,
ah! ah!. Era imbarazzato. Fu a causa sua che il Parlamentare concesse
soltanto 2,000 scellini. Persino gli studenti avrebbero potuto dare 20,000.
Adesso che il Parlamentare sta arrivando occorre tenere distante Gacoro. Ma
riuscirà ad arrivare alla sede dellincontro e parlerà.
I racconti africani di Africa Teller sono raccolti
in due volumi Edizione Amani
|
Racconti africani.
Energheia Africa Teller |
I libri Racconti africani.
Energheia Africa Teller ed. 1 e 2-3 con prefazione di Maurizio Camerini
e Pietro Veronese editi dalle Edizioni Amani sono disponibili presso la sede
di Amani: chi volesse avere maggiori informazioni o volesse acquistarlo può
contattarci ai tel. 02 48951149 / 02 4121011 e alle.mail amani@amaniforafrica.org.
Janeloise Wambui Chege è una giovane scrittrice kenyana, finalista
con il racconto qui pubblicato della 2° e 3° edizione del Premio Energheia
Africa Teller, promosso dallassociazione Energheia in collaborazione
con Amani. Potete trovare questo racconto insieme ad altri pubblicato in Racconti
africani. Energheia Africa Teller 2-3 (Amani Edizioni 2003).
A Brisbane, Australia, un gruppo
di amici di Amani sostiene Kivuli organizzando ogni anno un picnic. Unoccasione
ghiotta per fare festa e parlare dei problemi e delle risorse
della lontana Africa
Liniziativa
Kivuli picnic, che si tiene dallaprile 2001 a Brisbane,
nello Stato australiano del Queensland, è nata in seguito al mio viaggio
in Kenya nel dicembre 2000. Mi ero recato a Nairobi per intervistare padre
Kizito, dopo aver accettato la sua proposta di scrivere con lui un librointervista:
il risultato di quelle nostre lunghe conversazioni è La Perla Nera,
che molti soci o amici di Amani sicuramente già conoscono. Come tutti
coloro che visitano Kivuli e la Casa di Anita, ero rimasto impressionato positivamente
dalle attività che lì si svolgono a favore degli ex bambini
e bambine di strada, ma anche dall osmosi tra Kivuli ed
il quartiere di Riruta, visibile sin dal mattino presto, quando una lunga
fila di donne si forma allingresso della comunità per acquistare
a prezzi modici lacqua dei suoi pozzi. Sia a Kivuli che alla casa di
Anita ho ammirato la dedizione di chi dona molta parte del proprio tempo alla
crescita delle comunità, nonostante le proprie esigenze famigliari
o lavorative: ho visto ovunque la smentita degli stereotipi così comuni
dellafricano passivo, sempre in attesa del missionario o
del volontario occidentale per risolvere i problemi che lo circondano. Ho
conosciuto anche ragazzi/e africani/e curiosi del mondo e molto validi, cui
gli scarsi mezzi economici rendono difficile o impossibile proseguire gli
studi dopo la scuola dellobbligo. Un misto di rabbia e di tristezza
ti prende quando pensi ai semi, ai talenti che spesso non trovano sbocchi,
opportunità per esprimersi. Uno degli impulsi più forti che
ho avvertito nel lasciare Nairobi, è stato quello di fare qualcosa
anche da Brisbane per dare una mano a queste comunità, tramite il programma
di adozioni a distanza gestito da Amani. In fondo questo legame con Amani
mi mancava molto, da quando mi ero trasferito in Australia. Il viaggio in
Africa mi ha dato una vera e propria scossa, ed al mio ritorno ho parlato
con Rosalia e Maurizio - carissimi amici bresciani trapiantati a Brisbane
- delle mie impressioni e della voglia di riprendere la collaborazione con
Amani. Loro hanno risposto in maniera entusiastica, e da lì il progetto
ha preso forma: due picnic allanno in un parco cittadino, con lo scopo
di raccogliere ogni volta una cifra sufficiente almeno per una rata di unadozione
a distanza. Si è sparsa la voce, ed in breve tempo una combriccola
di italoaustraliani che sembrano usciti dal film Looking for Alibrandi, si
è aggregata alliniziativa. Da allora ci siamo incontrati regolarmente,
e lultimo picnic si è tenuto nel novembre scorso: in ogni occasione,
per unire lutile al dilettevole, non raccogliamo semplicemente i soldi
tramite una colletta, ma lo facciamo attraverso attività che divertano
e intrattengano i bambini presenti. Inoltre leggiamo insieme i bollettini
di Amani, ci scambiamo impressioni ed idee su come impostare o ampliare le
nuove attività del gruppo. Per i nostri picnic ci troviamo sempre allombra
di una pianta gigante: qui infatti abbiamo una vegetazione che
non ha nulla da invidiare a quella africana, ed è per noi piacevole,
nelle frequenti giornate afose e soleggiate che ci riserva Brisbane (capitale
del Queensland, The Sunshine State), trovare anche qui un po
di Kivuli, ombra e rifugio.
Stefano Girola è ricercatore presso la Faculty of Arts
della University of Queensland di Brisbane, Australia. Collabora con i periodici
Testimonianze, Jesus e Convivio. Ha pubblicato I tre Santi: Fede Storia
Tradizione della Sicilia al Queensland, Minerva E and S, Brisbane 2000
e La Perla Nera. Laltra Africa sconosciuta con Renato Kizito
Sesana, Paoline Editoriale libri 2002.
Ventiquattrore in compagnia di Sarah, educatrice
nel Centro di Kivuli.
Una maniera diversa, più informale, ma più diretta per conoscere
meglio i nostri amici africani che lavorano a Kivuli e per capirne limpegno
e la passione.
Mi chiamo Sarah Karanja e lavoro come educatrice dei bambini
ospiti nel Centro di Kivuli. Sono arrivata qui lanno scorso verso la
fine di luglio. Ho iniziato come volontaria ed ho lavorato prevalentemente
con 7 ragazzi che venivano a studiare (una specie di prescuola) al Centro:
preparavo con loro un semplice piano di studi per prepararli al loro ingresso
a scuola. Ora stiamo lavorando per inserire tutti i ragazzi che frequentano
il Centro in progetti educativi comuni più ampi che includano lo studio,
la formazione professionale, la vita comunitaria e anche il tempo libero:
tutto ciò che riteniamo necessario per far crescere serenamente un
bambino. Spesso infatti organizziamo delle visite a casa dei bambini per conoscere
le loro famiglie, seguiamo costantemente il loro andamento scolastico e abbiamo
con loro incontri individuali e di gruppo di valutazione e verifica.
I
miei colleghi in questo progetto sono Peter e Agnes: ognuno di noi segue personalmente
una ventina di bambini. Negli incontri personali e di gruppo generalmente
discutiamo del loro rendimento scolastico, del loro comportamento a scuola
e al Centro, dei loro rapporti con i genitori e delle ragioni per cui hanno
deciso di vivere in strada piuttosto che a casa. Organizzo coi ragazzi anche
visite a casa quando la situazione familiare ci sembra lo permetta e cerchiamo
di favorire il confronto tra il bambino e i genitori per la soluzione dei
problemi che hanno spinto il bambino ad abbandonare la propria casa. In molti
casi alla base dei rapporti conflittuali tra i genitori e il figlio ci sono
dei veri e propri abusi da parte dei genitori, fisici, psicologici e spesso
anche sessuali. Rapporti difficili sorgono a volte quando un bambino crede
che i genitori labbiano trascurato o che abbiano preferito altri bambini
della sua famiglia. Sulla base dei diversi risultati delle visite a scuola
e a casa, dei diversi incontri individuali e di gruppo, viene poi fatto un
progetto educativo per i tutti i ragazzi che tenga conto di tutte queste problematiche
e delle loro personali vicende. Inizio la mia giornata lavorativa alle 8 di
mattina. Cominciamo con una riunione in cui organizziamo la giornata con tutte
le persone che lavorano al Centro. Trascorro poi la mattina svolgendo lavoro
dufficio, cioè aggiornando i files personali dei bambini del
mio gruppo o dei bambini che frequentano il Centro più sporadicamente
oppure faccio visite a scuola per tenermi aggiornata sul loro andamento scolastico.
Nel pomeriggio generalmente ho incontri individuali con alcuni ragazzi o faccio
visite a casa a seconda di come ho pianificato la giornata. Spesso nel corso
della giornata svolgo altri lavori: aiuto altri membri della comunità
di Koinonia nel caso abbiano bisogno, mi occupo del recupero di bambini che
hanno scelto la strada, di problemi di affitto, mancanza di cibo e così
via. Termino il lavoro alle 5 del pomeriggio ma molto spesso finisco più
tardi perché questa è lora migliore per gli incontri individuali
o di gruppo con i bambini dai 5 agli 8 anni. La sera i bambini più
piccoli vengono da me per chiedermi materiale scolastico, mentre i ragazzi
più grandi spesso hanno voglia di parlare con un adulto e condividere
alcuni problemi scolastici o altre esperienze vissute la sera precedente al
Centro. I rapporti con i bambini sono molto buoni. Puoi trovare alcuni che
ti avvicinano per diversi argomenti come problemi avuti con altri bambini
del Centro o problemi con le loro famiglie. Alcuni hanno bisogno soltanto
che una persona adulta ascolti come hanno passato la giornata. Altri hanno
bisogno di consigli su come superare i momenti confusi della loro crescita
legati soprattutto alladolescenza. Nel tempo libero sono una ragazza
come tante altre: mi piace molto leggere romanzi, ascoltare musica, andare
al cinema e chiaccherare con gli amici.Ho scelto questo tipo di lavoro perché
lavorare in una dimensione comunitaria è sempre stato un mio sogno.
La mia principale preoccupazione attualmente è rappresentata dai bambini,
dalle donne, dagli anziani e da quelli che soffrono per diverse malattie.
Questa gente generalmente vive in povertà; questo significa risorse
limitate, istruzione minima o spesso totale ignoranza, mancanza di servizi
sanitari, difficoltà nel soddisfare i bisogni basilari.
Questo provoca spesso nei nuclei famigliari abusi di ogni tipo ai danni dei
più deboli. La soddisfazione maggiore del mio lavoro è quella
di sapere che sto aiutando a crescere serenamente i bambini del Centro in
modo che possano condurre una vita migliore con più opportunità
per il futuro. Ci sono però moltissimi bambini di strada che hanno
bisogno di attenzione, protezione e riabilitazione, ma le risorse sono così
limitate: questo è sicuramente un problema, ma anche la mia personale
sfida di ogni giorno.
Il futuro dei bambini a Kivuli sarà sicuramente più luminoso
e migliore.
Questo perché il progetto ha lo scopo di rendere i bambini di strada
capaci di alzare il livello medio della loro vita grazie ai programmi educativi
al provvedimento delle loro necessità di base, alla garanzia dei servizi
sanitari, alla difesa dei loro diritti, ma anche e soprattutto grazie allamore
ed attenzione degli educatori.
Sebbene il Kenya sia un paese ricco di risorse, a causa di una cattiva o disonesta
gestione dei fondi, la maggior parte della gente vive in povertà. Cè
una grande divario tra i ricchi ed i poveri. Questo ha portato alla migrazione
di molta gente dalle zone rurali alle aree urbane in cerca di lavori migliori,
speranza quasi sempre delusa. Ed ecco sorgere intorno alle città immense
baraccopoli dove la vita è disumana. Laccesso ai servizi di base
(istruzione, acqua, sanità, sicurezza) è molto limitato, ciò
impedisce agli abitanti delle baracche di godere una vita dignitosa e di migliorare
la qualità della loro vita. A causa dellassenza di un piano per
lo sviluppo coordinato in maniera razionale, delle limitate opportunità
lavorative e della sovrappopolazione cè ovunque degrado, un grande
livello di abbandono e soprattutto moltissimi bambini di strada, sebbene il
nuovo governo stia cercando di arginare questo problema.
|
Aneddoto divertente Questanno a febbraio iscrivemmo 3 ragazzi di Kivuli
Ndogo al Centro. Dopo un po Denis, uno dei ragazzi sparì
dal Centro. Andammo a cercarlo al mercato di Kawangware ma non lo trovammo.
Dopo qualche giorno tornò al Centro ed io organizzai un incontro
con lui. Tra le cose che volevo capire era perché era sparito
senza segnalarlo alle assistenti sociali. La sua ragione fu che nel
Centro deve farsi la doccia due volte al giorno e frequentare i corsi
pre scolastici. Allora gli chiesi perché era tornato e lui mi
rispose di annusare lodore che emanava (in effetti non era proprio
pulito!) e di guardare i suoi capelli (non proprio puliti e ben tagliati!);
perciò mi resi conto del perché era tornato.... |
Scrittori in erba, intraprendenti giornalisti, intervistati e intervistatori: uno spazio pensato per dare voce ai giovani ospiti di Kivuli per conoscerli meglio, non solo attraverso i racconti degli educatori, e sentirli più vicini. Questa volta prendono il megafono il saggio David, novello Esopo e Bonface, piccolo Ronaldo di Nairobi.
Un bambino, una borsa,
una bicicletta ed un leone
Di David Kiare, 15 anni
Il sole e la luna si inseguivano illuminando i giorni e le
notti. Nel villaggio di Mtego vivevano quattro amici: un bambino, una borsa,
una bicicletta ed un leone e si volevano bene come si vogliono bene gli amici
nel bisogno. Una persona che aiuta un amico nel momento del bisogno è
un vero amico. Così un giorno i quattro decisero di andare a caccia
nella foresta abbastanza lontana dalla loro casa. Ad un certo punto della
strada trovarono un bivio e si misero a discutere su quale strada scegliere.
Avendo il leone un ottimo olfatto, annusò ciascuna delle due strade
e ruggì, indicandone una: prendiamo questa!. Gli altri,
fiduciosi lo seguirono. Dopo qualche minuto di cammino videro una bellissima
antilope. Oh, che carne deliziosa gridò il bambino con
lacquolina in bocca, rischiando di farsi sentire dallantilope
e di farla così scappare. Fate silenzio e ascoltatemi tutti attentamente
disse a bassa voce, ma deciso il leone tu, bambino, cucinerai lantilope,
la bicicletta la trasporterà fino a casa e la borsa conterrà
la sua carne. Io adesso vado a cacciare lantilope e tra breve ci faremo
una bella cena!. Il leone si mise in posizione per non farsi vedere
dallantilope, ma abbastanza vicino per poterla, con un balzo, afferrare.
Dopo qualche minuto di attesa le saltò al collo, la uccise e la portò
felice al bambino, il quale, scelte le parti migliori, le mise nella borsa.
Salito sulla bicicletta pedalò velocemente verso casa accompagnato
dal leone.
Ancora oggi si ricordano, con lacquolina in bocca, del banchetto di
quella sera!
Il mio gioco preferito
Di Bonface Owino, 13 anni
A molti dei miei amici piace la pallavolo, ma io penso che
questo gioco possa essere pericoloso. Infatti colpendo la palla con le mani,
ci sono più possibilità che questa possa colpirti forte sul
viso e farti decisamente male!
Per questo la pallavolo non mi piace per niente! Mi piace invece il calcio,
che è il mio sport preferito e non sono certo lunico a pensarla
così. Infatti in molti amano questo sport perché ti dà
la possibilità di uscire dal Kenya.
Il calcio infatti ti fa viaggiare tanto e può anche renderti ricco,
se sei bravo come Ronaldo! Io gioco a calcio in una delle squadre della scuola.
Recentemente abbiamo fatto una bella partita: abbiamo giocato molto bene ed
i passaggi sono stati belli e veloci. Io sono stato forse il migliore tra
i nove giocatori della mia squadra che correvano allegri dappertutto. Abbiamo
vinto 3 a 1 e per questo abbiamo giocato contro la squadra di unaltra
scuola a Jamhuri. La squadra di questa scuola era molto forte, alcuni di loro
erano molto alti, per cui avevamo molta paura, ma siamo stati coraggiosi.
Li abbiamo battuti 2 a 1. Il nostro allenatore ci ha detto che abbiamo giocato
veramente bene, per questo andremo forse in Canada.Ecco perchè dico
che il football ti fa andare lontano fuori dal Kenya.
Kivuli Ndogo si rivolge ai ragazzi che vivono sulla strada e funge da centro di prima accoglienza e aiuto per coloro che non possono o non vogliono ancora entrare a far parte di una struttura residenziale.
Kivuli Youth Club, associazione giovanile costituitasi nel quartiere Satellite di Riruta dove è situato il Centro di Kivuli, raccoglie sia i ragazzi del centro che, soprattutto, esterni. Si autogestisce e organizza diverse attività ricreative, informative e culturali per i giovani della zona.
Biblioteca-sala di lettura, situata allinterno di Kivuli, offre la possibilità anche agli abitanti del quartiere di accedere ai libri e trovare uno spazio tranquillo dove studiare, anche di sera, grazie allelettricità che spesso manca invece nelle case.
Amani-Yassets Sports Club è una polisportiva registrata che assiste i giovani del quartiere di Riruta in diverse discipline sportive (dal calcio al basket, dallatletica alle arti marziali) come modalità di crescita personale. La squadra maschile di football è iscritta al campionato nazionale di calcio.
Soccerballs and uniforms project, progetto di produzione artigianale di palloni in cuoio e divise sportive da parte dei soci della squadra di calcio Amani Yassets Football Team. Il ricavato dalla vendita di questi oggetti va agli stessi giovani soci che per lo più ne ricavano borse di studio. Il progetto permette loro non solo di guadagnare qualcosa ma anche di imparare un mestiere.
Nafsi Africa (lo spirito dellAfrica in Kiswahili), un gruppo nato nel quartiere di Riruta che tenta di recuperare e insegnare ai giovani il ricco repertorio di musiche, danze e canti tradizionali che eseguono in occasione di feste, celebrazioni o competizioni artistiche.
Andrew School, scuola di informatica fondata nel 2000 e collocata allinterno del Centro. Questa scuola ha lobiettivo di offrire alla comunità, in particolare ai giovani, conoscenza tecnologica e moderne attrezzature di comunicazione. Oltre la sezione di informatica che offre corsi trimestrali per classi di 22 studenti con rilascio di certificato riconosciuto.
Corsi di intaglio del legno, scultura e lavori in pelle, programma che si rivolge a giovani del quartiere di Riruta, con particolare inclinazione per queste attività. A questi giovani vengono offerte sessioni pratiche e quindi la possibilità di utilizzare il laboratorio artigianale e disporre della materia prima per avviare unattività e venderne la produzione.
Il dispensario di Kivuli, collocato allinterno del centro omonimo serve innanzitutto come infermeria per i ragazzi ospiti del centro ma anche come farmacia e ambulatorio per la popolazione del quartiere.
Un medico, un tecnico di laboratorio e due infermiere prestano quotidianamente le cure a circa 30 persone.
Programma di prevenzione e consulenza, soprattutto rispetto allinfezione da HIV, viene portato avanti dal centro di Kivuli tramite il dispensario ed è rivolto a tutta la popolazione del quartiere ma in modo particolare ai più giovani.
Progetto di Microcredito, in sostegno delle famiglie, in particolare delle madri, dei ragazzi ospiti del centro di Kivuli. I partecipanti a questo programma vengono dapprima costituiti in gruppi, rafforzando così il loro senso di responsabilità reciproca e collettiva nonché il senso di solidarietà, quindi informati, formati e orientati verso attività economiche per loro percorribili e sostenibili.
Scuola di lingue (inglese, francese, italiano e kiswahili) per i rifugiati della zona dei grandi laghi (Ruanda, Burundi e Congo) situata allinterno del Centro di Kivuli e gestita da insegnanti del quartiere di Riruta.