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"Amani" anno VI, n. 1, Aprile 2006
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Religioni contro Dio
Crociate e jihad, ultraortodossi e fondamentalisti, teocrazie e clericalismi
vecchi e nuovi: nel terzo millennio è la patologia religiosa a rubare
la scena mediatica, emanando un tanfo di odio e paura che credevamo per sempre
svanito. Si bestemmia Colui che si sbraita di voler servire. Ma Dio, dov’è
andato a rifugiarsi?
Sommario
Quelli
che il rubinetto
di Anna Pozzi
Consumismo,
religione vincente
di Daniele Parolini
L’apocalisse
dei piccoli
di Renato Kizito Sesana
Imperatore? No grazie
di
Jean-Léonard Touadi
News from Africa
In
Breve
In
taxi-brousse con Ryszard
di
Andrea Semplici
È magia
di
Daniela Romano
Prima di
fare qualsiasi cosa penso molto
di
Chiara Michelon
Gli occhi di Mary
di
Grazia Orsolato
Adozioni a distanza
Perché
tutti insieme
Emergenza Kenya, limitare il peggio
Nella
mente di un cristiano non molto informato, la religione musulmana si identifica,
purtroppo, con le immagini ormai consuete: terroristi in azione, cortei urlanti
e anatemi violenti di questo o quel capo religioso. Abbiamo scelto alcune
notizie che tratteggiano invece un altro mondo musulmano, riguardano la vita
di tutti i giorni, la vita di gente come noi, gente devota talvolta sorpresa
dalle “novità” che i tempi e la tecnologia portano nella
loro religione, come è già accaduto alla nostra, con effetti
non proprio positivi.
Come non partire dal telefonino, l’utilissimo e invadente oggetto diventato
indispensabile, anche se tale non è per molti di noi. Una società
di Dubai ha lanciato il “telefonino islamico”, omologato dall’università
del Cairo Al-Azhar, la più alta autorità religiosa sunnita.
Nel “portatile” ci sono i versetti del Corano in arabo, con traduzione
in inglese; con la nenia del muezzin indica poi l’ora esatta della preghiera
in ogni parte e, durante il Ramadan, l’ora in cui il digiuno finisce.
Anche il velo islamico, lo hijab, ha le sue novità e i suoi turbamenti.
Il mondo arabo era stato scosso dalle dichiarazioni del ministro tunisino
per gli affari religiosi, Aboubaker Ahzouri, che aveva definito il velo “un
fenomeno importato” e quindi non necessario. Polemiche e invettive sulla
Tunisia, accusata di essere la “capofila del secolarismo”. Intanto
in Inghilterra si pensava a come adattare il velo alle varie incombenze quotidiane
di milioni di donne musulmane e a farlo diventare meno austero. Ecco allora
lo hijab a fiori, a macchia di leopardo, eccetera. Ancor prima, il colosso
del mobilio Ikea si era informato sulle esigenze dell’islam e aveva
poi confezionato il velo per le dipendenti musulmane: con il logo dell’azienda,
discreto ma evidente.
Ma ciò che accomuna musulmani e cristiani è l’atmosfera
che ha invaso il Ramadan. Il mese sacro diventa sempre più un’occasione
frenetica per il consumismo. Persone semplici dicono: “Non sento più
lo spirito del Ramadan e ciò mi rende triste”. Il mufti di Dubai
ha esortato i fedeli a “prendere il mese sacro più sul serio”.
Amici musulmani, vorremmo aiutarvi, ma a noi cristiani il Natale l’hanno
già scippato da molto tempo.
Daniele Parolini,
70 anni, è stato per 28 anni giornalista del Corriere della Sera
nella redazione sportiva, in quella scientifica ed infine nelle cronache italiane.
Dal primo all’ultimo numero è stato direttore di Africanews
e per molti anni collaboratore di Nigrizia. Per gli appassionati
di sport va ricordato che ha disputato 130 partite con la maglia della U.S.
Cremonese.
“È la minaccia più
grave del nostro pianeta”. Parola di Tony Blair. Uno si aspetterebbe
che il premier britannico si riferisca al terrorismo, alla minaccia nucleare
iraniana… Invece parla di… acqua fresca. E il suo ministro della
difesa a rincarare la dose: servono “forze armate preparate ad affrontare
le conseguenze dei cambiamenti climatici” e le guerre per il controllo
delle risorse idriche che “potrebbero scatenarsi entro i prossimi venti,
trent’anni”. L’allarme è serio, e neanche tanto nuovo.
Da qualche anno si moltiplicano gli avvertimenti, in provenienza soprattutto
dall’Africa, dove l’approvvigionamento in risorse idriche rappresenta
una sfida quotidiana per molti governi e un dramma per almeno 300 milioni
di persone.
Anche alcune agenzie Onu avevano da tempo lanciato l’allarme: le guerre
del nuovo millennio non si combatteranno più per il petrolio, ma per
l’acqua. Stupisce comunque che questa preoccupazione venga oggi rilanciata
in termini così drammatici e con espliciti riferimenti alla "sicurezza".
Il problema-acqua è insomma grave e urgente. Eppure, il primo congresso
dell’Associazione africana dell’acqua, tenutosi ad Algeri a febbraio,
è passato completamente sotto silenzio. Appena meglio per il Forum
mondiale dell’acqua di Città del Messico svoltosi tra il 16 e
il 22 marzo – data, quest’ultima, coincidente con la “Giornata
mondiale dell’acqua”. Il problema, da noi, non è ancora
davvero sentito. L’acqua c’è, apparentemente in abbondanza,
tanto che ci permettiamo tranquillamente l’uso e l’abuso. E non
siamo ancora i più spreconi. Gli statunitensi battono tutti: con un
consumo quotidiano di 170 litri per persona, utilizzano il doppio di acqua
di un inglese. In Africa, siamo a 10 litri. In Mali, a 8: quanto mediamente
si utilizza, in Occidente, per lavarsi i denti.
E il problema non è solo l’acqua che beviamo. È soprattutto
quella per l’agricoltura e l’industria che potrà creare
crisi internazionali. Basti pensare che, se per produrre un chilo di patate
servono mille litri d’acqua, per un chilo di manzo ne servono 42.500,
e 324.000 per una tonnellata di carta…
Se oggi la situazione è critica, in futuro lo sarà di più.
Perché a fronte del calo delle risorse idriche, la popolazione mondiale
sarà aumentata, nel 2025, di un miliardo e mezzo di individui, con
un consumo pro capite superiore di un terzo a quello attuale.
In Africa, dove pure si consuma molto meno acqua che nel resto del mondo,
le crisi sono già drammatiche. Basti pensare alla carestia che ha attraversato
l’Africa australe, dove circa 12 milioni di persone ora confidano nei
raccolti di aprile. La situazione si è fatta angosciosa in Africa orientale:
in Etiopia, 5,5 milioni di persone sopravvivono grazie agli aiuti; in Kenya
ne avrebbero bisogno 4 milioni; 1,5 milioni in Somalia Burundi. Secondo il
Programma alimentare mondiale, anche l’Africa occidentale rischia di
dover far fronte a una grave carestia nel 2006. Circa dieci milioni le persone
a rischio, specialmente in Niger, dove già l’anno scorso si è
consumata una tragedia che governo e istituzioni internazionali non hanno
saputo adeguatamente affrontare e che i nostri media non hanno documentato
con la dovuta attenzione.
Ma anche il Darfur nasconde un malcelato problema di acqua che, assieme alla
carenza di terra coltivabile, è uno dei fattori scatenanti del conflitto
attualmente più mediatizzato del continente africano. Lo stesso potrebbe
succedere, a breve distanza, per le acque “strategiche” del Nilo.
È infatti sempre in vigore un trattato imposto nel 1959 dagli inglesi,
che assegna all’Egitto l’82% dei 3,1 miliardi di litri al secondo
portati dal fiume, mentre il Sudan si prende quasi tutto il resto. I restanti
paesi della Valle del Nilo si spartiscono quantità esigue. Non stupisce
allora che fra gli altri sette stati che condividono l’immenso bacino
– Kenya, Uganda, Tanzania, Etiopia, Burundi, Ruanda e Repubblica Democratica
del Congo – cresca l’insoddisfazione.
Negli ultimi cinquant’anni, in Africa la disponibilità di acqua
è diminuita di tre quarti; meno del 60% della popolazione ha accesso
all’acqua potabile: la mortalità infantile è dovuta per
metà alla mancanza o alla pessima qualità dell’acqua.
Le questioni aperte sono dunque molte e complesse. Quella dei consumi, innanzitutto,
che con le prospettive di crescita rischiano di prosciugare il pianeta in
tempi brevi, tanto più che il 75% delle acque del globo non sono utilizzabili
perché salate o gelate.
E poi le privatizzazioni, uno dei grandi temi di dibattito sia nel Nord che
nel Sud del mondo. Ma con accentuazioni diverse. Se nei paesi in via di sviluppo
la tendenza, caldeggiata da Banca Mondiale e Fondo monetario internazionale,
è a privatizzare, nel Nord si oppone ancora molta resistenza. È
un dato di fatto, tuttavia, che le politiche dell’acqua si stanno rapidamente
modificando a livello mondiale, sotto l’influenza di multinazionali
come Vivendi, Lyonnaise des Eaux, Betchel, United Utility (che hanno privatizzato
l’acqua a Manila, La Paz, Città del Messico…).
Queste politiche di mercificazione rispondono a logiche basate sulla legge
della domanda e dell’offerta.Trasformando l’acqua in un bene economico
– affermano i sostenitori se ne farà un uso più razionale.
Il mercato, in sostanza, e non il bene comune, decide chi e come può
avere accesso all’acqua. È un bicchiere amaro, questo, da mandar
giù.
Anna Pozzi, redattrice di Mondo e Missione, è
autrice di Made in Africa
Prima
di fare qualsiasi cosa penso molto. Da piccolo fai le cose senza pensarci
e quando te ne accorgi ormai sono fatte. Ora invece ho diciassette anni e
bisogna pensare a tutto, pensare e pensare e pensarci ancora, per non fare
errori.
Gli amici mi prendevano in giro perché stavo spesso a pensare, in silenzio.
E non capivano a cosa mai pensassi. Anche i ragazzi che ho incontrato per
la strada si prendevano gioco di me quando tacevo e pensavo. Ma non me ne
importava. A me pensare piace molto.
Ho un gemello, Rick, a cui sono molto legato, ma che è diversissimo
da me. Lui non sta ore ed ore a pensare come faccio io. Abbiamo una faccia
molto simile, un corpo molto simile, ma le nostre teste sono molto diverse.
Lui è impulsivo, io sono un pensatore.
Sono originario di un compound vicino a Kitwe. Mio padre faceva il commerciante.
Ed è vivo. Mia madre invece era molto malata. Ed è morta.
Nei miei ricordi mamma non è mai stata bene. Penso che per papà
lei non fosse altro che un carico da sopportare. La trattava male, non la
aiutava e non le dava nessun tipo di cura. La lasciava sul letto, sofferente
e senza appetito. Lei dormiva, piangeva, si lamentava. Aveva una malattia
molto dolorosa.
Nessuno di noi figli poteva capire cosa passasse per la testa di mio padre.
Forse non l’amava più. Forse lei per lui non era diventata altro
che un peso insopportabile. Fu così che lui se ne andò, divorziò
e lasciò sua moglie e i suoi figli da soli, senza dare spiegazioni
e senza farsi più vedere.
A quel punto o io o mio fratello avremmo dovuto prenderci cura di nostra madre
e delle due sorelle più piccole. Ma Rick preferiva andare in giro a
giocare e le piccole anche. Senza avere altra scelta mi presi cura io di tutti
quanti.
Ero diventato grande, un uomo, senza volerlo e senza rendermene conto. Stavo
tutto il giorno in casa a pulire, a lavare i vestiti, a cucinare per tutti,
andavo a cercare da mangiare in giro e cuocevo quello che trovavo. A sette
anni portavo avanti la casa.
Ho imparato allora, da piccolo, a lavorare e a pensare. Capii che il lavoro
era una cosa molto, molto importante.
I miei amici, molti dei quali dormivano in strada, più di una volta
mi chiesero cosa ci trovassi a stare a casa a fare le pulizie e perché
non avessi ancora deciso di andare con loro, a guadagnarmi da vivere per la
strada. Non ho mai saputo dare una risposta del perché stavo in casa
e facevo la casalinga, ma dentro me sapevo che, se non ci fossi stato io,
nessuno avrebbe portato avanti la nostra casa. Mamma era davvero troppo malata
per riuscire a muoversi e ad alzarsi dal letto.
Mentre facevo le pulizie in casa, col passare del tempo e dei giorni sentii
di essere ormai stanco di lavorare per tutta la mia famiglia mentre Rick e
le mie sorelle si divertivano. Non ce l’avevo con loro, ma quella vita
mi era diventata pesante. Da piccolo hai bisogno di aria. Non ce la facevo
proprio più. Riflettei molto a lungo prima di decidere di scappare
per un po’ di tempo. Sapevo comunque che sarei tornato. Non avrei mai
lasciato la mia famiglia così, di punto in bianco, come aveva fatto
mio padre.
Una mattina partii verso il villaggio dove abitava la madre di mia madre.
Rimasi da lei solo una settimana. In quella settimana era lei a cucinare,
a pulire, a tenere la casa in ordine. Mi riposai. Stavo bene.
Quando tornai a casa mia madre mi ricoprì di un sacco di domande: “Dove
sei stato?”, “Cos’hai fatto?”, “Non devi farlo
più!”, “Perché sei andato via?”. Le risposte
non c’erano. Cosa potevo dirle? Che ero stanco di lavorare? Che non
sostenevo più quel ritmo uguale tutti i giorni, scandito dal lavare
e dalla cucina?
Dopo quella scenata ho capito che non volevo più stare a casa a lavorare.
Un po’ di rabbia perché non mi sentivo capito da mia madre, un
po’ di voglia di cambiare mi portarono a scappare. Era meglio andarsene
e provare a vivere in strada, assieme agli amici, magari in città,
a Kitwe. Non dissi niente a Rick né a mia madre e sparii dalla loro
vita.
Chiara Michelon è
autrice di Noi bambini di strada. Storie del Mthunzi Centre, Laterza,
pagg. 210, € 14,00. Disponibile presso la sede di Amani e in libreria.
Questo è un estratto da una delle storie da lei raccolte.
Viviamo, dicono, in tempi difficili. Anzi alcuni affermano che stiamo vivendo
gli ultimi tempi, e vedono in corso una gigantesca lotta fra il Bene e il
Male. Naturalmente loro stanno dalla parte del Bene, e beati loro che hanno
le idee così chiare.
Fra questi beati ci sono i leader del cosiddetto Sionismo Cristiano. A me
capita spesso – quando mi alzo prestissimo al mattino, quando in Kenya
si ricevono gratuitamente alcuni canali televisivi americani – di sentire
tipi come Tom DeLay, Jerry Falwell e Pat Robertson, che è addirittura
stato candidato presidenziale per il Partito repubblicano, declamare le loro
tesi. Sostengono che tutte le azioni intraprese dal governo di Israele sono
approvate da Dio, che quando Israele sarà ricostituito arriverà
la fine dei tempi, e quindi i cristiani devono sostenere Israele per accelerare
il ritorno di Cristo. Peggio per loro se i palestinesi si trovano dalla parte
sbagliata.
Non c’è nessuno più pericoloso di chi è certo di
conoscere la mente di Dio. Io intanto metto un po’ d’ordine nelle
mie carte, e guardo dalla finestra il cortile di Kivuli e il grande dormitorio
dove i bambini sono persi in un sonno beato, con lo stomaco pieno, protetti
ed amati, e mi domando ma veramente quel tipo lì che parla in televisione
ed io crediamo nello stesso Gesù?
Mi viene in mente Lilian, una bimba di Lusaka
che aveva sei o sette anni, agli inizi degli anni ‘80. Mi hanno detto
pochi giorni fa che è già morta da qualche anno, di aids. Me
la ricordo con un vestitino rosa, i capelli crespi raggruppati in due enormi
pompon e i piedi scalzi. Ero andato a visitare la famiglia di un ragazzo che
voleva entrare a far parte di Koinonia. Lilian era venuta ad aprire. Mi aveva
guardato con gli occhi sbarrati. Evidentemente il mio aspetto le aveva evocato
un’immagine del libro di catechismo ed era corsa sul retro, dove la
mamma stava attizzando il fuoco sotto la pentola. Con voce controllata, ma
con un’altissima nota di allarme, aveva detto: “Mama ,ndi
nthawi yotsiriza, Mulungu a mphamvu zonse ali kulowa m’nyumba yathu!”.
Non lo dimenticherò mai, perché vuol dire: “Mamma, sono
i giorni della fine (del mondo), Dio onnipotente sta entrando nella nostra
casa!”.
Povera Lilian. Per te sono stati tempi veramente difficili, di cuori induriti
che ti hanno lasciato morire perché le compagnie farmaceutiche non
hanno voluto abbandonare il sacro principio del profitto, sempre e comunque.
Io credo che in questi tempi, che poi sono i tempi di sempre, non dobbiamo
affidarci a nessuna visione apocalittica. Certo, dobbiamo impegnarci al massimo
perché tipacci come Osama bin Laden e Gorge W. Bush non ci impongano
le loro diverse e diversamente malate visioni del mondo. Ma dobbiamo anche
essere capaci di vedere, riconoscere il nostro Dio, il Dio di Gesù
che ci visita negli eventi di ogni giorno. Lilian aveva esagerato un tantino,
nel vedere in me Mulungu a mphamvu zonse, ma aveva l’atteggiamento
giusto.
Derik,
di Kivuli, aveva 13 anni, più o meno, quando è morto nel settembre
del 2004, soffocato da una crisi di epilessia. Era robusto, per la sua età,
e non parlava quasi mai. Era arrivato a Kivuli tre anni prima, con un taglio
profondo sulla testa, segno di una bastonata datagli da una matrigna. Ogni
volta che tornavo a Kivuli mi stringeva in un abbraccio forte, silenzioso,
che durava anche alcuni minuti. Le braccia intorno alla mia vita, il capo
appoggiato sul mio petto, quasi a sentirmi il cuore, stava lì, in piedi,
senza mai lasciarmi andare. Ho pensato già la mia strategia, quando
sarà il mio turno per apparire davanti al Giudice: chiederò
che chiamino Derik, e voglio vedere se riescono a separarmi da lui.
C’è a Kibera un gruppo di ragazzi e ragazze che vivono in situazioni
indescrivibilmente disumane. Mi sono impegnato con loro in un progetto educativo,
e non finisco mai di essere sorpreso di come i loro sogni siano semplici e
puliti, e della loro voglia di giustizia, di impegnarsi per cambiare il mondo.
Incontrarli è sempre una sfida.
C’è una ragazza che è esasperante, non dà niente
per scontato, ogni volta rimette tutto in questione, niente è mai stato
fatto abbastanza bene. Qualche tempo fa si parlava della possibilità
di fare a Libera un giornale di strada, che aiuti la gente a fare comunità
e a condividere i problemi. I pareri erano per lo più negativi. Mancano
i soldi, manca la professionalità, manca il tempo e la voglia, quando
si deve lottare tutto il giorno per riempirsi la pancia… Esther si guardava
intorno, poi con grande calma ha detto: “Ragazzi, a noi manca soprattutto
la voglia di essere uomini. Io questa cosa vado avanti a farla”. Eravamo
seduti sul prato fuori della Shalom House. Gli altri sono stati cinque minuti
a guardarsi la punta delle scarpe, poi uno ha detto “hai ragione”,
e da allora nessuno più si è fermato.
Che
connessione hanno queste persone con le cose di cui stavo parlando?
Forse volevo dire che le cose grandi il Signore ce le sussurra. Che Lui ci
visita in punta di piedi. È il suo stile. Come la brezza leggera che
parla ad Elia; il sale stemperato nel cibo; il lievito nascosto nella pasta.
Se ci visitasse con la pienezza della sua luce ci accecherebbe, bisogna invece
riconoscerlo nei frammenti della vita quotidiana.
Forse volevo anche dire che gli impegni importanti, quelli che danno sapore,
colore, senso ad una vita, crescono adagio, sembrano episodi scollegati, ma
poi, col tempo, uno si accorge che c’è un ordito che tiene tutto
insieme.
O anche che l’impegno per la costruzione di un mondo migliore ha dei
momenti di tenerezza che ti danno forza e luce a volte per mesi e per anni.
Il puzzo delle fognature di Kibera, le lacrime disperate delle mamme che depongono
i loro figli di pochi anni nella terra, le ferite putrefatte dei soldati nuba,
la ribellione negli occhi di un adolescente che deve abbandonare la scuola
e andare a lavorare perché la sua famiglia è troppo povera per
mantenerlo a scuola, tutte queste cose riesci a sopportarle perché
Derik ti ha abbracciato in quel modo.
Sono le persone piccole che ti fanno capire che vale la pena impegnarti per
i grandi cambiamenti. Questo, almeno, è vero per me. Nei piccoli, di
età o di spirito, c’è una bellezza speciale. Di quella
bellezza che, come ha scritto Nagib Mahfuz, “è un sussulto del
cuore che ferisce, un soffio di vita che si spande nell’anima, uno smarrimento
nel cui etere lo spirito veleggia ad abbracciare i cieli”.
L’apocalittica cristiana, al contrario
di quella del Sionismo Cristiano, non ci insegna a sconfiggere il nemico con
la forza delle armi, ma ci dice di tenere gli occhi aperti, e il cuore pronto
a riconoscere, pur nel profondo della crisi, i segni dell’inizio di
un mondo nuovo.
Il mattino è vicino. La Pasqua è qui, amici. Chi era sconfitto,
crocifisso nel luogo dell’infamia, fuori dalle porte della città,
è adesso il Signore Risorto. La tunica è ancora intrisa di sangue,
i piedi scalzi, le ferite aperte. Ma ci sorride e ci fa cenno di seguirlo.
Renato Kizito Sesana, giornalista
e padre comboniano, è socio fondatore di Amani.
Stare a Nairobi è stato meraviglioso.
Tantissimi, nel dicembre scorso, i momenti speciali vissuti nelle diverse
realtà incontrate, ma ciò che voglio qui raccontare è
la magia più grande: quella sperimentata tra i bambini del “Piccolo
Fratello” (il progetto che andrà a costruire una nuova casa per
40 street children, offrendo loro un letto, pasti regolari, momenti di gioco
e un'educazione). Vado a visitare la casetta che provvisoriamente ospita i
primi 23 di questi bambini, tre volte la settimana. Si avvicina l'ora del
pranzo e inizia la magia: uno degli educatori mette della musica e si scatenano
le danze! La vivacità si fa subito contagiosa.
A suon di musica prepariamo da mangiare. Si sbucciano patate e si taglia insalata
cantando a squarciagola. I bambini mi insegnano parole in kiswahili.
L'allegria che si respira non ha eguali.
Il pranzo è pronto. Tutti prendono posto intorno al tavolo e accade
qualcosa di meraviglioso: hanno di fronte un pasto ricco e invitante, di quelli
che solo qui hanno la possibilità di consumare, ma ciò che più
preme loro è assicurarsi costantemente che io stia mangiando tutto.
I tre seduti accanto a me stanno bene attenti, tra un boccone e l'altro, che
non mi manchi niente, e quando nel mio piatto non ci sono più patate…
le tolgono dal loro per metterle nel mio!!! Questi sono i bambini della Mdugu
Ndogo House. Quando hanno qualcosa la condividono con te, cui nulla manca
nella vita di tutti i giorni. Niente possiedono e danno in continuazione.
C'è qualcosa di più grande di questo?
John ha solo 11 anni. Un giorno mi succede di star male, così mi isolo
in una stanza della casina nell'attesa di sentirmi meglio.
John non mi perde di vista un attimo.
Mi porta tè caldo e un po’ di pane ordinandomi, con aria seria
e premurosa, di prenderli, perché quando lui sta male fa così.
Ogni dieci minuti torna in stanza per assicurarsi che io abbia bevuto e mangiato;
io non me la sento, e lui mi sgrida.
Giunto il momento di lasciare la casetta per far ritorno a Kivuli, John mi
guarda con gli occhi grandi e svegli che solo questi bambini hanno, e mi dice
"I'll pray for you" – “Pregherò per
te” . Io tra poco raggiungerò un posto caldo e sicuro, lui la
strada
o una casa ben diversa da questa… eppure lui dice a me: "I'll
pray for you".
Questa è la magia del Piccolo Fratello.
Daniela Romano
prepara una tesi di laurea sui bambini di strada.
Amani ringrazia tutti i mezzi di comunicazione
che gratuitamente hanno concesso spazio ad annunci di diverso tipo relativi
al progetto Piccolo Fratello.
Dal 1° al 4 giugno si svolgerà a Trento il primo Festival dell’Economia (responsabile scientifico: Tito Boeri). Vi prenderanno parte, tra gli altri, Anthony Atkinson, Fan Gang, Ralf Dahrendorf, Zygmunt Bauman, Massimo Livi Bacci, Tommaso Padoa Schioppa. Il tema è “Ricchezza e povertà”. Padre Kizito figura tra gli invitati. Programma e informazioni sullo specifico sito internet: www.festivaleconomia.it.
Poveri
ma buoni
Alcuni stati africani sono messi alle strette dai bilanci controllati
dal Fondo monetario internazionale e Secondo gli schemi di un film western
che si rispetti, gli Stati Uniti hanno diviso il mondo in buoni e cattivi.
I cattivi sono i famosi “stati canaglia” tipo Corea del Nord e
Iran; i buoni sono, per fortuna, tanti, e la più grande potenza mondiale
sa come ringraziarli e come blandirli.
I più sfortunati – i più poveri tra gli amici dell’America
– ricevono un premio creato da Bush. Entro il 30 settembre di quest’anno,
23 nazioni, di cui 11 africane, riceveranno infatti un sostanzioso assegno.
Si dovranno dividere quasi 2 miliardi di dollari. Il tutto, per incoraggiare
la democratizzazione, la lotta alla corruzione e le riforme economiche. Gli
11 paesi africani sono: Benin, Burkina Faso, Gambia, Ghana, Lesotho, Mali,
Madagascar, Marocco, Mozambico, Senegal e Tanzania. Namibia e Capo Verde sono
in lista d’attesa.
Gay
alla berlina
L’omosessualità è un argomento che offre molti spunti
alla stampa e alla televisione: dai diritti delle coppie di fatto ai matrimoni
celebri unisex come quello di Elton John, alle dimissioni di importanti uomini
politici che rivelano la loro natura gay, ai processi ad alti prelati coinvolti
in scandali scabrosi. In Africa molti affermano che l’omosessualità
l’hanno portata gli occidentali, e in diversi paesi è severamente
punita dalla legge.
Uno di questi è il Camerun, governato dal 1982 da Paul Biya, un tipetto
dal pugno di ferro. Il giornale La Météoci è
andato, come si dice, giù di piatto, e ha pubblicato la “lista
completa degli omosessuali del Camerun”. Altre due pubblicazioni l’hanno
imitato. Tra le personalità “devianti” ci sono anche dei
ministri. Il duro Biya è un po’ imbarazzato.
Un bisturi per testimone
Il genocidio dei tutsi scoppiò nell’aprile 1994 e oggi, a distanza
di dodici anni, la punizione dei responsabili è ancora molto lontana
dal suo compimento. Tante cose sono state fatte, i presunti colpevoli sono
stati individuati, ma ancora decine di migliaia di loro giacciono in carceri
spaventose.
Sull’esempio sudafricano è stato istituito un giudizio che serva
a riconciliare gli animi. C’è anche un tribunale popolare chiamato
gacaca. Ci sono anche i pentiti, come nelle nostre storie di mafia.
Al processo contro il prefetto di Ruhengeri, Protais Zigiranyirazo, testimone
chiave è un uomo rifugiato in Kenya da undici anni e che dopo la sua
deposizione vivrà fuori dall’Africa con la sua famiglia, cambiando
identità e fisionomia grazie alla chirurgia estetica.
Proprio
così: il giorno dopo avremmo festeggiato il sesto anniversario di Anita.
Sei anni di crescita, di ampliamenti, di novità. Sarebbero venuti anche
tutti i bambini di Kivuli; insomma una grande festa.
Dissi a Mary che ero fortunata ad essere lì a festeggiare, e soprattutto
ero contenta di vedere che Anita cresceva di anno in anno, che il suo lavoro
insieme a quello di tutti i membri delle famiglie e di Koinonia dava i suoi
frutti.
E Mary iniziò così a raccontarmi, con la sua calma africana,
qual era il progetto del nuovo terreno:
- ristrutturare la costruzione già esistente per ricavare delle aule
per una scuola di computer e una di sartoria, così le ragazze non troppo
portate per gli studi impareranno qualcosa di pratico e utile per il loro
futuro;
- costruire una quarta casa, per ospitare una quarta famiglia che adotterà
altre bambine di strada.
Ma la cosa a cui teneva in modo particolare era una nuova casa per le ragazze
più grandi, la Teenage House. Alcune non hanno ancora trovato un familiare
o un parente per essere reintegrate, perciò questa
casa
servirà per dare loro la possibilità di iniziare a formarsi
una propria vita. Il terreno è così ampio che ci può
stare anche una stalla più grande per le mucche, così Anita
può vendere il latte; e anche uno spazio adibito agli sport come il
calcio o la pallavolo, discipline in cui le ragazze di Anita hanno già
vinto diversi tornei… Così raccontando, arrivammo alla Anita
House, e Mary avrebbe continuato chissà per quanto. I suoi occhi erano
carichi di una luce strana, che subito non riuscii a capire ma che adesso,
ripensandoci, era la voglia e il desiderio di vedere crescere la Casa di Anita.
E così è stato. Ai primi di febbraio i lavori sono cominciati
e, giorno dopo giorno, i muri crescono…
È bello pensare che da agosto ad oggi tante forze si sono unite per
avviare questo progetto. Sono convinta che ben presto gran parte dei progetti
saranno già realizzati, e la prossima volta potrò raccontarvi
di come saranno gli occhi di Mary – e di tutta la Casa di Anita!

Grazia Orsolato
è volontaria di Amani; da alcuni anni coordina le selezioni e il percorso
di formazione per i campi di incontro e accompagna i volontari alla Casa di
Anita nel mese di agosto.
5 buoni motivi per devolvere il tuo 5 per mille
ad Amani Onlus Ong
1. È un’operazione che non
produce effetti onerosi sul contribuente.
Inoltre la destinazione del 5 per mille dell’Irpef non è alternativa
a quella dell’8 per mille.
2. È un aiuto reale e sicuro:
all’organismo indicato verrà automaticamente attribuita una quota
pari al 5 per mille dell’Irpef del contribuente. Aiuti così Amani
a sostenere i suoi progetti in Africa, in particolare in Kenya, Zambia e Sudan.
3. È un’operazione semplice:
basta apporre una firma
nell’apposito riquadro dei modelli di dichiarazione dei redditi e
il codice fiscale di AMANI (97179120155). La scelta
si effettua utilizzando il modello integrativo CUD 2006, il modello 730/1-bis
redditi 2005, ovvero il modello Unico persone fisiche 2006.
4. È una libera scelta:
puoi decidere direttamente e autonomamente a chi destinare il tuo aiuto.
5. Aiuti chi aiuta,
sostenendo enti di volontariato, onlus, associazioni, fondazioni che si distinguono
per il loro impegno nella costruzione di un mondo e di un futuro migliore.
Invita amici e familiari a devolvere
il 5 per mille per Amani
Il
presidente della Repubblica Centrafricana, François Bozizé,
ha espresso in una recente dichiarazione il suo “rimpianto” per
il regime del defunto imperatore Bokassa, che regnò sul paese dal 1966
al 1979. Tredici lunghi anni d'incubo per un popolo che non si è visto
risparmiare niente: nepotismo, corruzione generalizzata, gravi violazioni
dei diritti umani (assassinio sistematico degli oppositori, arresti arbitrari…).
Secondo Bozizé, il paese dovrebbe riflettere sulla figura e le opere
dell'autoproclamato imperatore (con l'aiuto, interessato, della Francia di
Valéry Giscard d'Estaing). Tutto ciò che esiste nel paese (in
realtà è rimasto ben poco, perché dalla caduta di Bokassa
in poi la regressione in termini di infrastrutture di base, di reti economiche,
di amministrazione pubblica, è proseguita senza sosta) lo si dovrebbe
a lui.
Bozizé ricorda quel personaggio evocato da Ahmadou Kourouma nel romanzo
I soli delle indipendenze, che si chiede quando mai finirà
“questa vostra indipendenza”, significando con ciò una
nostalgia per l'era delle catene coloniali, considerata migliore, o almeno
preferibile, al “sole dell'indipendenza”. Il tradimento del sole
delle indipendenze è un luogo critico della contemporaneità
africana. La letteratura per prima, la saggistica, il giornalismo militante,
i fumetti, il cinema e il teatro hanno tratto dalla débâcle
postcoloniale temi e linfa creativa, con opere rimaste memorabili. Non tanto
per rimpiangere le “cipolle d’Egitto” dei colonizzatori
quanto per stigmatizzare l’avvenuta confisca del sogno di libertà
politica, di partecipazione civile e di trasparenza nella gestione della res
publica.
Lo sfogo di Bozizé è una novità in quanto esalta, al
contrario, e rimpiange una delle figure che hanno impersonato all'ennesima
potenza il tramonto dei sogni d'indipendenza.
Jean-Bédel Bokassa, uno dei frutti più riusciti del sistema
coloniale francese. Sergente delle forze armate, Bokassa combatte cantando
La Marsigliese in Indocina e nelle fredde trincee europee. Rappresenta
il prototipo del "negro Banania" cresciuto con il complesso dello
schiavo Venerdì (vedi Robinson Crusoe), sempre pronto a curvare la
schiena davanti al colono, ma solerte nel reprimere ferocemente il proprio
popolo. Bokassa era la metafora di un potere nero che si sedeva sulla poltrona
del colonizzatore senza fantasia, al solo scopo di riprodurre con rozzezza
e violenza la confisca della libertà dei popoli.
Bokassa è il frutto marcio della “Franciafrica", quel connubio
diabolico di interessi che gioca sulla necessità vitale di mantenere
la presa francese sulle ex colonie mentre conta sul coinvolgimento delle élite
locali che, per mantenersi al potere, stringono patti d’acciaio con
l'odiato colonialista. Bokassa è un’invenzione della Francia,
che ne appoggia le mosse politiche, ne asseconda i capricci (la vergognosa
incoronazione con una cerimonia tanto sfarzosa quanto ridicola, incoraggiata
e finanziata da Giscard d'Estaing).
Che cosa mai ci potrebbe essere da salvare del lungo regno di Bokassa se non
la memoria esasperata di ciò che l'Africa non può e non vuole
più essere: figlia di un dio minore, manipolata da un disegno esterno
interessato e compiaciuto del successo del mostro creato e imposto ai popoli
africani; oppure campo di battaglia dove la morte avviene per mano del fratello.
Bokassa è stato proprio questo, con l'attiva complicità dei
francesi, attraverso la figura archetipica del generale de Gaulle che Bokassa
chiamava con affetto “il mio papà”.
Ecco perché una chiave di lettura della cronica instabilità
politica del paese può essere trovata, al di là della brama
di potere dei vari protagonisti della politica centrafricani (quasi sempre
gli stessi!), nella pesante e continua ingerenza della Francia che tuttora
vi mantiene una delle basi militari più importanti di tutta l'Africa.
Da queste postazioni, i francesi controllano: il vicino Ciad, paese chiave
nella strategia di contrasto della Libia negli anni '80 e ora fonte d'approvvigionamento
di petrolio; l'aggrovigliata crisi del Sudan, dove i francesi paventano una
possibilità d'espansione del duo anglosassone che mira a controllare
il Corno d'Africa e la regione dei Grandi Laghi; e soprattutto dalle basi
centrafricane Parigi vigila sulle ricche riserve petrolifere del Gabon, del
Congo-Brazzaville, del Camerun e della Guinea Equatoriale. Attualmente, le
basi francesi in Centrafrica fungono da sostegno all'operazione militare nella
regione dell'Ituri, nel vicino Congo Democratico. Paese ignorato dai mass
media, ma punto focale della presenza politica e militare neocoloniale a servizio
della grandeur.
L'Afrique sans la France è un libro scritto da un altro politico
centrafricano, Jean-François Ngoupandé, ottimo primo ministro
della transizione dal regime a partito unico alla democrazia. Il suo programma
di sganciamento salutare ci piace di più, rispetto alla nostalgia di
un "imperatore" pelle nera e maschera bianca. Dell’era di
Bokassa c'è ben poco da salvare, tranne la memoria di ciò che
l'Africa e gli africani non vogliono più essere.
Jean-Léonard Touadi,
originario del Congo, è giornalista (Rai, Nigrizia e altre
testate) e conferenze.
Dalla fine dell’anno scorso si sta consumando nel Corno d’Africa
una nuova tragedia: una carestia, dovuta a tre anni di crisi idrica, che flagella
oltre 11 milioni di persone. Di queste, circa 4 milioni si trovano in Kenya,
particolarmente in una vasta area a nord-est del paese.
Agenzie internazionali come Fao e Pam si sono mobilitate per l’emergenza,
ma con mezzi inadeguati. Si tratta, fra l’altro, di salvare non solo
delle persone ma anche, dato che sono popolazioni di allevatori, il loro bestiame.
Secondo la britannica Oxfam, l’area colpita potrebbe necessitare di
15 anni per riprendersi dalle conseguenze della siccità. Non essendo
Amani in condizione di intervenire tempestivamente in questa drammatica situazione,
“dirotta” volentieri chi volesse dare un suo contributo sulle
organizzazioni che stanno operando in loco. Per esempio Caritas
Italiana (tel.
06 541921, www.db.caritas.glauco.it/caritastest/progetti_mondo/regioni/africa/Africa.html)
e Amref (tel. 06 99704650, www.amref.it/Locator.cfm?PageID=1228).
Ancora
una volta ho fatto la domanda sbagliata. Mi ero presentato di buon’ora
nello spiazzo polveroso da dove sapevo che il taxi-brousse sarebbe partito.
L’autista finì, con un borbottio, il suo bicchierino di tè
e mise la mia borsa nel portabagagli della vecchia Peugeot a sette posti.
Poi si rimise a sedere e ricominciò a sollevare verso il cielo la sua
teiera. Con abilità normale riempiva il minuscolo bicchiere rimasto
per terra. Il tè, schiumoso e ossigenato, era una piccola cascata.
Solo io, bianco e spaesato, ero impaziente.
“Quando si parte?”. L’uomo mi guardò e non nascose
un movimento di delusione per la mia ignoranza: “Quando ci saranno abbastanza
clienti”. E questo voleva dire: tredici persone, più bambini
e, se del caso, qualche pollo. Eppure conoscevo bene questa lezione africana:
nella tasca del mio giubbotto c’era una copia di Ebano, la
raccolta delle storie quotidiane del migliore fra i giornalisti che hanno
battuto le strade dell’Africa negli ultimi cinquant’anni. Ryszard
Kapuscinki, giovane e solitario inviato dell’agenzia polacca Pap,
voleva andare da Accra, la capitale del Ghana, a Kumasi, la città dei
re ashanti. Era il 1958 e Ryszard impara in fretta: “Salendo in autobus
l’africano non chiede quando si parte. Il guidatore risponderebbe stupito:
“Quando ci sarà abbastanza gente da riempirlo”.
Il giornalista polacco, quel lontano giorno, ebbe fortuna: attese appena due
ore. Io, che volevo raggiungere Bamako da un villaggio distante poco meno
di cento chilometri, ho aspettato quattro ore. Più il tempo di ovviare
al fatto che il serbatoio del taxi-brousse era vuoto e non si trovava benzina.
È passato quasi mezzo secolo da quel ricordo di viaggio di Kapuscinski,
eppure i due autisti (nonno e nipote, a ben scorrere le generazioni) hanno
risposto alla stessa maniera a due bianchi sprovveduti.
Alla fine, il mio taxi-brousse partì e, mentre viaggiavo incastrato
fra una grande donna dagli abiti sgargianti e un ragazzo con gli occhiali
scuri, silenzioso come una sfinge, continuai a leggere le pagine di Kapuscinski:
erano la descrizione del paesaggio che stava scorrendo al mio fianco. Era
come se i viandanti in bicicletta, le donne con i secchi sulla testa, i bambini
stracciati che ciondolano verso una scuola improbabile saltassero, uno dopo
l’altro, dentro le righe di Ebano. Non sapevo più dove
guardare e mi immaginavo Ryszard seduto accanto all’autista che non
si perdeva un solo frammento dello spettacolo della gente della savana.
Gli occhi di Kapuscinski (hanno un colore simile a quello dell’acqua
alpina) sono onesti, veri, curiosi, attenti; le sue parole sono il racconto
perfetto della vita di ogni giorno di questa terra che per sbaglio abbiamo
chiamato Africa. Lui lo sostiene fin dalla prima pagina del suo libro di storie:
“A parte la sua denominazione geografica, in realtà l’Africa
non esiste”. Già, esistono le mille e più Afriche, ed
esiste il mistero del tempo quotidiano di queste Afriche. Kapuscinski, un
gentiluomo polacco, nato 74 anni fa in una terra che fu sequestrata dalla
Urss stalinista e che oggi è Bielorussia, possiede questa grande capacità:
è capace di raccontare le Afriche dei dettagli, le storie di chi si
inventa una sopravvivenza tutti i giorni, di chi se débrouille,
come si direbbe qui, in Mali.
Grazie
alle parole di Ryszard, ho cominciato a conoscere i miei compagni di viaggio
verso Bamako. A volte mi chiedo se solo lui, “un uomo di altri tempi”,
figlio di un paese poverissimo, avrebbe potuto raccontarci, in questa maniera,
le Afriche. Mentre la Peugeot rantolava su una salitella e la donna al mio
fianco placidamente dormiva sulla mia spalla sono stato certo che solo quest’uomo,
generoso e timido, poteva capire che le Afriche stanno fuori dai circuiti
ufficiali battuti dalla pigrizia dei giornalisti. Ryszard ha evitato con meticolosità
le anticamere dei palazzi, ha dribblato la “grande politica” dei
governi e dei potenti. O meglio: ha saputo tracciare (perché ha conosciuto,
e meglio di ogni altro ce li ha descritti, Nasser, Nkrumah, Nyerere, Kenyatta,
Mandela e mille altri leader africani) il filo rosso che lega i destini di
grandi personaggi ai contadini degli altopiani etiopici, ai nomadi del Sahel,
ai profughi dell’Ogadèn, ai pescatori di Zanzibar, agli uomini
e alle donne terrorizzati del Ruanda.
Nel 1963, Kapuscinski era ad Addis Abeba
quando fu fondata l’Organizzazione dell’Unità Africana,
evento ufficiale e straordinario, voluto dal negus Hailé Selassiè,
il meno africano fra i leader di quella stagione delle indipendenze. Ebbene,
leggete la sua descrizione della corte imperiale del monarca etiopico, leggete
le cronache di quei giorni e poi scorrete i resoconti di altri cronisti e
inviati europei: sono due racconti diversi, gli occhi di Ryszard hanno visto
qualcosa su cui non si è posato lo sguardo dei giornalisti presenti
a quella cerimonia. Hanno guardato da un altro punto di vista: da quello dei
sotterranei del palazzo, dalle cucine dove è stato preparato il banchetto
imperiale, dalle stanze dei servi dove si affollavano i mendicanti che rasparono
avidamente i rifiuti di quella festa sontuosa.
Qual è il giusto punto di osservazione? Kapuscinski li salda assieme
e ci invita a non chiuderci nelle nostre certezze. Solo così vi può
essere un racconto onesto delle Afriche. Ryszard ci dice che non si può
raccontare “di qualcuno senza averne condiviso almeno un po’ la
vita”. Sono contento di aver fatto il viaggio in taxi-brousse e di non
aver atteso il passaggio di un amico missionario in fuoristrada.
Ryszard
viaggia ancora. A Varsavia si muove solo in autobus, la sua casa è
un oceano di libri. A 74 anni, i progetti si affollano nel suo futuro. In
Africa cerca di nascondersi alla sua notorietà e alla sua pelle bianca:
ha mille complici che lo aiutano a nascondersi e a guardare non visto una
moschea del Cairo o un mercato di Dar es Salaam.
È venuto anche in Italia: a Genova (la mostra delle sue foto gentili
è aperta fino al 7 aprile, alla Fondazione Carige, in via D’Annunzio,
105) e a Roma. Qui, un mese fa, gli è stato consegnato il Premio Ilaria
Alpi. Ecco, credo che Ryszard si sarebbe innamorato della passione di una
giovane giornalista italiana. Avrebbe visto, nello sguardo di Ilaria, quella
stessa “voglia di esserci” che ha mosso lui lungo le strade dell’Africa.
Non è vero che questo mestiere (il “raccontare”) sia finito.
Chi racconta c’è ancora e ci sarà sempre. Corre rischi
immensi: come Ilaria, come Giuliana Sgrena, come Enzo Baldoni. Davvero, questa
speciale tribù di cronisti si riconosce dagli occhi: sono curiosi,
leggeri, mobili (ma a volte si soffermano su un dettaglio e ne restano commossi)
come quelli di Ryszard. Sanno, come dice sempre questo signore polacco dai
modi quasi impacciati, che “questo mestiere non è adatto ai cinici”.
A volte, sui taxi-brousse, si incontrano di questi cronisti. Loro, senza farne
parte, sanno dirti delle Afriche.
Pier Maria Mazzola,
è giornalista, già direttore di Nigrizia.
L'adozione proposta da Amani non è individuale, cioè
di un solo bambino, ma è rivolta all'intero progetto di Kivuli, della
Casa di Anita, di Mthunzi o delle Scuole Nuba.
In questo modo nessuno di loro correrà il rischio di rimanere escluso.
Insomma "adottare" il progetto di Amani vuol dire adottare un gruppo
di bambini, garantendo loro la possibilità di mangiare, studiare e
fare scelte costruttive per il futuro, sperimentando la sicurezza e l'affetto
di un adulto. E soprattutto adottare un intero progetto vuol dire consentirci
di non limitare l’aiuto ai bambini che vivono nel centro di Kivuli,
della Casa di Anita, del Mthunzi o che frequentano le scuole di Kerker e Kujur
Shabia, ma di estenderlo anche ad altri piccoli che chiedono aiuto, o a famiglie
in difficoltà, e di spezzare così il percorso che porta i bambini
a diventare street children o, nel caso dei bambini nuba, di garantire
loro il fondamentale diritto all’educazione. Anche un piccolo sostegno
economico permette ai genitori di continuare a far crescere i piccoli nell’ambiente
più adatto, e cioè la famiglia di origine.
In questo modo, inoltre, rispettiamo la privacy dei bambini evitando di diffondere
informazioni troppo personali sulla storia, a volte terribile, dei nostri
piccoli ospiti. Pertanto, all'atto dell'adozione, non inviamo al sostenitore
informazioni relative ad un solo bambino, ma materiale stampato o video concernente
tutti i bambini del progetto che si è scelto di sostenere.
Una caratteristica di Amani è quella di affidare ogni progetto ed ogni
iniziativa sul territorio africano solo ed esclusivamente a persone del luogo.
Per questo i responsabili dei progetti di Amani in favore dei bambini di strada
sono keniani, zambiani e nuba.
Con l'aiuto di chi sostiene il progetto delle Adozioni a distanza, annualmente
riusciamo a coprire le spese di gestione, pagando la scuola, i vestiti, gli
alimenti e le cure mediche a tutti i bambini.
info: adozioni@amaniforafrica.org
Come aiutarci
Puoi "adottare"
i progetti realizzati da Amani con una somma di 26
euro al mese (312 euro all'anno): contribuirai
al mantenimento e la cura di tutti i ragazzi accolti da Kivuli,
dalla Casa di Anita,
dal Mthunzi
o dalle Scuole nuba.
Per effettuare un'adozione a distanza basta versare una somma sul
c/c postale n. 37799202
intestato ad
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via Gonin, 8
20147 Milano
o sul
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Banca Popolare Etica
CIN G - ABI 05018 - CAB 12100
EU IBAN IT93 G050 1812 1000 000 0503
010
Ti ricordiamo di indicare, oltre il tuo nome e indirizzo, la causale del versamento
"adozione a distanza".
Ci consentirai così di poterti inviare il materiale informativo.
E’
raggiante di gioia in mezzo ai suoi compagni: festeggia il risultato degli
esami di maturità, sostenuti lo scorso dicembre ma di cui ha conosciuto
l’esito solo a fine febbraio. Samuel ha ottenuto B+ (il massimo è
A).
È il risultato più alto mai ottenuto da un ragazzo o ragazza
sostenuto negli studi da Amani e Koinonia, un voto che ora gli garantisce
l'accesso all'università pagando il minimo di tasse.
Samuel Ochieng, 20 anni, era sbarcato al Kivuli Centre nel 2000, dopo aver
perso entrambi i genitori ed essere finito in strada. Aveva però già
frequentato fino alla classe settima. A Kivuli ha finito l'ottava, poi la
sponsorizzazione di Amani e Koinonia gli ha permesso di affrontare anche i
quattro anni di scuole superiori. Oggi Samuel sorride alla vita, mentre sta
decidendo a quale facoltà iscriversi.
Kivuli Street Children
Project, un progetto educativo nato dall’iniziativa dei giovani
della comunità di Koinonia, che a Nairobi accoglie e sostiene i bambini
di strada di due grandi baraccopoli della capitale.
Il Centro Kivuli accoglie in forma residenziale 60 bambini di strada curandone
la crescita e l’educazione, copre le spese scolastiche di altri 70 bambini
ed è aperto con vari progetti animativi a tutti i bambini del quartiere.
Kivuli è diventato un punto di riferimento per i giovani e per gli
adulti, con un progetto di microcredito, laboratori artigianali di avviamento
professionale, una biblioteca, un dispensario medico, un progetto sportivo,
un laboratorio teatrale, una sartoria, un pozzo che vende acqua a prezzi calmierati,
una scuola di lingua, una scuola di computer e uno spazio sede di varie associazioni,
aperto a momenti di dibattito e confronto per i giovani del quartiere.
Casa di Anita, una casa di accoglienza
sorta a N’Gong (piccolo centro agricolo a 30 km da Nairobi), curata
da tre famiglie keniane, inaugurata nell’agosto 1999. La Casa di Anita
accoglie 30 bambine di strada, alcune orfane e altre figlie di famiglie poverissime,
vittime di abusi sessuali, inserendole in una struttura familiare e protetta,
permettendo una crescita affettivamente tranquilla e sicura.
Mthunzi Centre,
un progetto educativo realizzato dalle famiglie della comunità di Koinonia
di Lusaka (Zambia) a favore dei bambini di strada. Il Centro Mthunzi, oltre
ad accogliere 60 bambini di strada in forma residenziale curandone la crescita
e l’educazione, è un punto di riferimento per la popolazione
locale, con il suo dispensario medico e con i suoi laboratori di falegnameria
e di avviamento professionale.
Riruta Health Project, un programma
di prevenzione e cura dell'Aids, nelle periferie di Nairobi, in collaborazione
con Caritas Italiana.
Due scuole primarie sui monti Nuba che garantiscono l’educazione di base (l’equivalente della formazione elementare e media in Italia) ai bambini della zona circostante, in assenza di altre strutture scolastiche. Attualmente ognuna delle scuole ha circa 600 alunni. Il progetto include anche una scuola magistrale per selezionare e formare giovani insegnanti nuba (circa 50 ogni anno) in modo da riattivare la rete scolastica autogestita dalle popolazioni della zona.
News from Africa, un’agenzia di informazione mensile prodotta interamente da giovani scrittori e giornalisti africani, che raccoglie notizie e articoli di approfondimento provenienti dai paesi dell’Africa subsahariana per poi diffonderle in tutto il mondo per via telematica e cartacea.
Africa Peace Point,
organizzazione laica e apolitica che si prefigge la realizzazione di iniziative
popolari per la costruzione e la diffusione di una cultura di pace nelle comunità
africane; la sede è a Nairobi, dove APP si è dotata di un centro
di documentazione e ha creato uno spazio in grado di ospitare forum, sessioni
di formazione sulla pace e incontri tra gruppi di base.
Amani People’s Theatre, una
compagnia di giovani attori che lavorano per una cultura di pace utilizzando
il teatro per la mediazione di conflitti, con performance e rappresentazioni
nei campi profughi del Kenya e nelle comunità di base.
Geremia School, una scuola di informatica
che fornisce una formazione professionale di qualità, nell’ottica
di contribuire a colmare il digital divide Nord/Sud.
Piccolo Fratello, un progetto dotato
di tre strutture: un centro che accoglie in forma residenziale 40 bambini;
un centro diurno di prima accoglienza con un pasto caldo, cure mediche, scuola
e affetto; un istituto di formazione per educatori di strada.
Si
teneva un anno fa a Milano il III Forum internazionale della Campagna Sudan,
cui Amani ha dato un contributo decisivo. Il tema – d’obbligo
visto che l’accordo di pace era stato siglato due mesi prima, dopo oltre
vent’anni di guerra – era “Quale pace per il Sudan?”.
Si delinearono in quella sede speranze e timori, che si sono infatti puntualmente
materializzati, gli uni e le altre. In un volumetto di 132 pagine sono raccolti
gli atti di quel Forum, un’utile chiave di lettura alla comprensione
del processo di pace in corso in Sudan.
Il libro (con tutti i testi in italiano)
è disponibile presso la sede di Amani, al solo costo delle spese di
spedizione.
Amani, che in kiswahili vuol dire “pace”,
è un’associazione laica e una Organizzazione non governativa
riconosciuta dal Ministero degli Affari Esteri.
Amani si impegna particolarmente a favore delle popolazioni africane seguendo
queste due regole fondamentali:
1. Curare lo sviluppo di un numero ristretto di progetti, in modo da poter
mantenere la sua azione su base prevalentemente volontaria per contenere i
costi a carico dei donatori.
2. Affidare ogni progetto ed ogni iniziativa sul territorio africano solo
ed esclusivamente a persone del luogo. A conferma di questo, molti degli interventi
di Amani sono stati ispirati da un gruppo di giovani africani riuniti nella
comunità di Koinonia.
Come contattarci
Amani Onlus - Ong (Organizzazione non lucrativa di utilità
sociale e Organizzazione non governativa)
via Gonin, 8 - 20147 Milano - Italy
Tel. 02 48951149 - 02 4121011 - Fax 02 45495237
amani@amaniforafrica.org
www.amaniforafrica.org
Come aiutarci
Basta versare una somma sul c/c postale n. 37799202 intestato
ad Amani Onlus- Ong - via Gonin 8 - 20147 Milano, o sul c/c bancario n. 000000503010 Banca Popolare Etica ABI 05018 - CAB 01600- CIN F - EU IBAN IT91 F050 1801 6000 0000 0503 010
.
Ricordiamo inoltre di scrivere sempre la causale del versamento e il vostro
indirizzo completo.
Nel caso dell'adozione a distanza è necessario versare 26 euro mensilmente
almeno per un anno. È importante indicare in entrambi i casi la causale
del versamento.
Le offerte ad Amani sono
deducibili
I benefici fiscali per erogazioni a favore di Amani possono essere conseguiti
con due possibilità alternative:
1. Deducibilità ai sensi del DPR 917/86 a favore di ONG per donazioni
destinate a Paesi in via di sviluppo. Deduzione nella misura massima del 2%
del reddito imponibile sia per le imprese che per le persone fisiche.
2. Oneri deducibili ai sensi del DL 460/97 per erogazioni liberali a favore
di ONLUS.
Per le imprese, per un importo massimo di euro 2.065,83 o del 2% del reddito
di impresa dichiarato.
Per le persone fisiche, detraibile nella misura del 19% per un importo complessivo
non superiore a euro 2.065,83.
Ai fini della dichiarazione fiscale è necessario scrivere sempre ONLUS
o ONG dopo Amani nell’intestazione e conservare:
1. per i versamenti con bollettino postale: ricevuta di versamento;
2. per i bonifici o assegni bancari: estratto conto della banca ed eventuali
note contabili.
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n. 596 in data 22.10.2001