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"Amani" anno
III, n. 3, dicembre 2003 - scarica
il file
Sommario
I
Re Magi, giovani del nostro tempo
di Padre Renato Kizito Sesana
Il
mussulmano nostro amico
di Daniele Parolini
Il
riscatto
di Nando dalla Chiesa
News from Africa
C'è
anche un'Africa che sorride
In
Breve
Cultura
Il
crollo del tiranno vissuto in diretta
Una
pentola che bolle
Piccoli
Pelè africani crescono
di Federico Picinali
I
mille rivoli del pozzo miracoloso
di Pierluigi Pellino
Ti
presento le mie mamme
di Rosana Wertmuller
Felicità
è alzare il naso verso le stelle
di Gianluca Sebastiani
La
Casa di Anita e i suoi progetti
Adozioni
a distanza
Perché tutti insieme
aThLETeS
Calendario Amani 2004
Il mussulmano nostro amico
Di Daniele Parolini
Esiste un grande pericolo incombente sulla nostra epoca: é
lo scontro fra religioni, fra cristiani e musulmani. Questa minaccia può
e deve essere combattuta. L'episodio che riportiamo ne é un esempio.
Accade a Mayotte, un'isola grande il doppio della nostra Elba e con centosettanatamila
abitanti, posta fra il Madagascar e il continente africano. Il parlamento,
eletto da una popolazione musulmana al 98%, vuole abolire la poligamia e il
ripudio della donna da parte dei marito.
Apriti cielo! Il gran cadi di Mayotte, un'autorità tradizionale, religiosa
e giudiziaria, ha detto "Sarebbe un'offesa al Corano". Il commentatore
di un popolare settimanale, Jeune Afrique l'Intelligent, gli ha
risposto per le rime. "Dio ha forse parlato con Mohamed Hashim (il gran
cadi)?" si é chiesto il giornalista Ridha Keri, presumibilmente
musulmano anche lui, "non c'é altra possibilità poiché
i testi fondamentali della legge islamica (sharia), e in altre parole il Corano
e gli hadith (parole e atti del profeta Maometto) non hanno mai prescritto
la poligamia ai musulmani. Anche nei versetti coranici é sempre affermata
la parità nelle relazioni fra uomo e Kefi ricorda poi come la poligamia
sia scomparsa in paesi musulmani come Tunisia e Turchia e che la situazione
sociale sia migliore dove appunto é stata abolita.
Questo é il piccolo episodio, molto indicativo però. Innanzitutto
non deve far sentire noi cristiani superiori ai musulmani. Sino a meno di
quaranta anni fa nella cattolica e democratica Italia, la donna sorpresa in
flagrante adulterio finiva in galera mentre l'uomo (chissà per quali
motivi) restava libero. Clamoroso fu il caso della convivente di Fausto Coppi
che trascorse giorni in prigione prima di lasciare l'Italia per far nascere
all'estero il figlio del "Campionissimo". Ciò che sta accadendo
a Mayotte, avviene anche in molti altri posti: ci sono musulmani (tantissimi)
che vogliono far avanzare la loro società sulla strada del progresso
sociale ma trovano avversari testardi e spesso pericolosi tra i loro stessi
confratelli Noi cristiani dobbiamo sentirci al loro fianco. Invece, sovente,
facciamo d'ogni erba un fascio. Se leggiamo che qualche immigrato ha avuto
contatti o legami con terroristi islamici, condanniamo
tutti i musulmani. Ci sono migliaia di posti nel mondo dove cristiani e musulmani
vivono insieme da secoli in pace e continueranno a farlo, malgrado questo
vento di odio che spira ovunque.
Se possiamo, quindi, facciamo anche noi la nostra piccola parte nel rasserenare
gli animi. E ricordiamoci del Ruanda, dove nell'aprile del 1994 esplose la
follia che culminò nel massacro di centinaia di migliaia di tutsi e
di hutu moderati. Un tema, tuttora scottante, che affronteremo nel prossimo
numero in occasione del decennale di questa tragedia.
Una tragedia che offende la dignità umana e riporta a galla criminali
responsabilità e colpe che toccano le stesse Nazioni Unite e grandi
potenze occidentali, in quello che é stato definito l'ultimo tremendo
genocidio del XX secolo.
E
subito dopo fecero l'esperienza amara dell'esilio. Lo scandalo é che
dopo di lui dovrebbero essere cambiate tante cose che invece sono rimaste identiche.
Colpa anche nostra, di cristiani e di una Chiesa ancora con troppa poca fede,
ancora lacerata da incertezze e conflitti.La palla è ferma in mezzo al campo in attesa del fischio
d'inizio: è la prima e l'ultima volta che la vedo nel corso della partita.
Sul verde prato della savana si affrontano due squadre improvvisate: in maglia
bianca i ragazzi masai studenti della scuola di Narok, con maglie multicolori
i ragazzi di Kivuli ed alcuni
volontari
italiani.
Tra cui io.
Sento su di me tutto il peso della tradizione calcistica dello stivale e so
che non posso tradire la fiducia che ripongono in me i miei compagni africani.
Sono un bianco, e dunque, come mi ha insegnato Michael Ocheng, il responsabile
della Shalom House, sono considerato uomo dalle mille risorse. Di più,
sono un bianco, italiano, in mezzo ad un campo di calcio. Il massimo. È
dunque naturale che io mi senta in dovere di emulare campioni indiscussi del
calcio nostrano come l'universalmente conosciuto Roberto Baggio.
Mentre mi riscaldo come un navigato professionista, lancio qualche occhiata
ai compagni come per lasciar loro intendere che possono fare affidamento sulla
mia tecnica sopraffina. Agli avversari riservo sguardi di compassione per
la loro sicura sconfitta.
Finalmente, con i soliti ritmi africani, l'arbitro fischia l'inizio.
Si gioca. O meglio, giocano! Io rimango fermo e pervaso dallo stupore: vedo
ragazzi correre a piedi nudi nell'erba tagliente e sferrare calci impressionanti
al pallone.Vedo due squadre che mettono l'anima nel rincorrere la sfera di
cuoio, la bramano, sono rapite dal fascino della semplicità del gioco.
Sfinito e inerme, vedo scatti, allunghi e cavalcate nell'aria rarefatta dei
1500 metri di altitudine; vedo un gioco istintivo, non viziato da inutili
tatticismi, buoni solo ad annoiare. Vedo ragazzi che sorridono, ringraziano
per il passaggio ricevuto, cadono e immediatamente si rialzano, fieri ed orgogliosi,
pronti a riconquistare il pallone: non c'è simulazione, imbroglio o
scorrettezza! La partita finisce quando già da venti minuti ho smesso
di correre e guardo impotente venti pantere nere che si affrontano nella radura.
Al fischio conclusivo dell'arbitro si succede una lunga serie di strette di
mano, di complimenti sinceri che rivolgo ai compagni e di complimenti, forse
troppo generosi, che mi vengono rivolti.
Nel ritorno a Kivuli, frastornato, ma sorridente, ho ripensato a lungo all'esperienza
vissuta. Mi sono accorto che, oltre all'umiliante lezione calcistica mi è
stato impartito un insegnamento ben più importante: l'orgoglio e la
dignità di quei ragazzi mi hanno mostrato che si può essere
campioni, piccoli, sconosciuti, e per questo veri, nei mille gesti e nei mille
giochi di ogni giorno.
Qual è stato il risultato della partita? Sinceramente vi dirò
che non l'ho capito neanche io e che al momento non mi interessava neanche
saperlo: vittoria e sconfitta erano ormai al di fuori dall'orizzonte dei miei
pensieri!
Oltre o sport
Quanti record non abbiamo visto per fame e povertà
altrui? Quando questi terribili problemi saranno risolti allora l'Africa sarà
il primo dei continenti
Il riscatto
Di Nando dalla Chiesa
Gli
eroi dello sport sono immortali quanto gli eroi civili, quanto i grandi personaggi
della storia politica e delle idee. A volte di più. Perché riassumono
in sé e nelle proprie imprese le suggestioni divine dell'esistenza.
La forza o la velocità inarrivabili ai comuni mortali, la genialità
dei movimenti e la resistenza fisica che segnano i limiti estremi della fantasia
e del corpo. Quando poi gli eroi dello sport sono anche messaggeri di valori
sociali e civili, essi diventano simboli unificanti, danno slancio universale
alle idee in cui credono, alle cause per cui si battono o che rappresentano,
anche solo con la propria testimonianza agonistica.Questo calendario è
un omaggio agli eroi sportivi che portano le proprie gesta oltre lo sport.
Che fondono le suggestioni divine dell'esistenza con il progresso umano e
civile. Che a volte sono stati spinti dalle stesse circostanze storiche a
segnare con le proprie vittorie e con le proprie conquiste momenti simbolici
e indimenticabili del cammino dell'umanità: a segnare le tragedie,
i riscatti, le gioie collettive, i pregiudizi e la loro (sempre momentanea)
sconfitta. E questo perché si tratta di atletiscelti secondo un parametro
particolare: il colore della loro pelle. Atleti neri, dalla pelle scura, che
hanno fatto di questo colore una carta di identità di fronte alla vita
e di fronte allo sport. Che ne hanno fatto una ragione di sfida sociale e
di comunicazione simbolica.Alcuni con più consapevolezza; con la voglia,
la rabbia anche, di rivalsa di chi -ritenuto inferiore razzialmente - fa esplodere
la potenza dell'uomo fino al suo limite estremo, nella meravigliosa illusione
che il suo prodigio farà giustizia per
sempre, quale scientifica e incontrovertibile prova, dei pregiudizi altrui.
Altri con la semplice e fluida capacità di rappresentare centinaia
di milioni o miliardi di persone del proprio colore; di farla sognare e vincere,
oggettivando e sublimando do nei risultati l'ansia della rivincita. Il pugilato,
il calcio, l'atletica, il basket, perfino il più elitario tennis diventano
così le arene pubbliche mondiali in cui si rielaborano e lottano le
idee, i valori. Poiché i muscoli sono di un colore, non solo di muscoli
si tratta. Ma di società e di storia. E' la ragione della grandezza
involontaria di questi e altri eroi dello sport. Chiamati a essere testimoni
di popoli e continenti in un mondo che, mentre essi vincevano, lubrificava
le proprie strutture coloniali o distillava le varianti più tragiche
della teoria della razza.
Così Jesse Owens, chiamato dalla sua stessa energia disperata a trionfare
davanti al Fuhrer, portato per mano dalla storia del Novecento a umiliare
l'ideologia ufficiale del nazismo che ospitava i giochi olimpici. Oppure chiamati
a vincere nel guado tra il colonialismo fondato sui protettorati e sugli eserciti
bianchi e il più sofisticato neocolonialismo mercantile. Nel mezzo
delle lotte per l'uguaglianza. Lotte difficili, poiché gli stessi trionfi
sportivi anziché negare in radice l'idea razziale, vennero via via
convertiti dalle culture conservatrici e dal senso comune quasi in una prova
della minore evoluzione civile del black people. A noi bianchi le grandi conquiste
intellettuali, ai neri quelle fisiche. A conferma che le strade del razzismo
e del pregiudizio etnico non finiscono mai. Fu per questo che perfino la vittoria
di Owens a Berlino venne (ingenerosamente ma comprensibilmente) vista come
un favore al mondo dei forti e dei privilegiati da quegli atleti neri che
più sentivano il senso della propria "missione" e che tale
senso più consapevole coltivavano partecipando ai movimenti di liberazione.
Fu per questo che Tommy Smith, il leggendario vincitore del record del mondo
sui 200 alle Olimpiadi di Città del Messico, colui che scandalosamente
salutò dal podio con il pugno chiuso, raccontò un giorno: "Non
volevo fare come Jesse Owens, essere il negro che corre veloce per loro, che
gli porta un po' di medaglie e torna a casa a strisciare con un lavoro di
merda a due dollari l'ora". Con le idee racchiuse in quel pugno chiuso
(che gli è costato per tutta la vita) egli sognava di battere il nuovo
pregiudizio della società multirazziale, quella dei negri "bravi
a correre e a fottere".
Quanto e come lo sport abbia contribuito, attraverso continue tensioni e contraddizioni,
all'uguaglianza degli esseri umani.
E' questo, in fondo, il tema del calendario. Un tema che sollecita sensibilità
e passioni, memorie eintelligenze. Che mescola politica e sociologia, antropologia
culturale e la storia del costume. Gli eroi che attraversano questo grande
affresco storico offrono con le loro biografie con i loro record, con il rapporto
che instaurarono e tuttora instaurano con i più grandi sentimenti collettivi,
spunti straordinari
per
rispondere a quella affascinante domanda. Da Abebe Bikila a Wilma Rudolph,
da Cassius Clay a Edwin Moses, essi dipingono le epoche. Resta senza risposta
un'altra domanda, altrettanto affascinante. Quanti altri eroi potremmo contare
se le disuguaglianze sociali non vi fossero state? Quanti record non abbiamo
visto per fame e povertà altrui? Akii Bua, l'ugandese medaglia d'oro
dei 400 ostacoli alle Olimpiadi di Monaco del '72, espresse così il
suo sogno: "Se avessimo le scarpe, le maglie e gli stadi, se avessimo
le nostre strutture sarebbe difficile per l'Europa competere con l'Africa.
Ma finché i corridori africani avranno fame dovremo affidarci agli
exploit dei singoli. Sono fiducioso: un giorno troveremo la soluzione di questi
problemi. E allora l'Africa sarà il primo dei continenti".
Tra
una pozzanghera di fogna e un cunicolo di terra bruciata, Anisia e Mary, mi
raccontavano della loro vita, delle loro scelte.
Avevano dei bei vestiti colorati e sandali puliti come sempre nelle occasioni
speciali, i capelli sistemati alla perfezione e ci guidavano con grazia da
leonesse nei quartieri periferici di Nairobi.
Molte delle mamme "biologiche" avevano cambiato casa dall'ultima
volta ed era estremamente difficile rintracciarle, un vicino ci indicava una
nuova residenza, una passante ci diceva che forse si era trasferita fuori
città, altri ancora ci mandavano allo sbaraglio, e le bimbe con noi
tranquille e silenziose alla ricerca delle loro famiglie.
Non le abbiamo trovate tutte, di qualcuna tra i tanti traslochi si sono perse
le tracce, chissà forse un giorno sarà lei a cercare sua figlia.
Le famiglie che abbiamo incontrato ci hanno aperto le loro "case"
, ci benedicevano, a qualcuno hanno anche sputato sul palmo della mano in
gesto di cortesia.
Spesso si tratta delle mamme con i fratellini, uno, due, sei, tutti più
piccoli; dei papà neanche l'ombra.
Tra una visita e l'altra mi raccontavano che le bimbe di Anita hanno situazioni
molto differenti, alcune sono state abbandonate dalla famiglia e non hanno
più rivisto i loro genitori, altre sono state affidate alla comunità,
altre vi si trovano temporaneamente in vista di un trasferimento definitivo
quando si potrà.
In ogni caso quando i genitori ci sono loro devono essere d'accordo sull'affido,
ma chi non lo sarebbe?
In Africa se qualcuno si prende cura di tuo figlio lo ringrazi, soprattutto
se ti rendi conto che il futuro migliore per lui significa anche un aiuto
per tutta la famiglia.
Il sogno di queste ragazze infatti è quello di assicurarsi un buon
lavoro per aiutare i loro cari, strapparli
alla miseria, alle baracche, è per questo che studiano con impegno,
che prendono ottimi voti a scuola, che danno il meglio di loro in tutte le
occasioni.
Nella tensione e frenesia generale, non è normale infatti che un gruppo
di bianchi e donne nere si aggiri nelle baraccopoli, Anisia mi diceva di aver
visto bambine i primi giorni dopo essere arrivate ad Anita leccare il pavimento
nel punto dove ore prima ci era caduto qualcosa da mangiare, o di averle sorprese
a dormire a terra, sotto il letto perché forse così erano abituate
o per difendersi da qualcosa, di come mettessero il cibo nelle tasche di nascosto
durante i pasti per poi conservarlo al sicuro, in un nascondiglio segreto.
A guardarle adesso non sembra possibile, anche se il loro passato è
tutto nei loro occhi, che non sono occhi di bambine tristi ma di bambine grandi.
Sono delle piccole donne in tante cose, responsabili e intelligenti, mature
e sensibili, ma restano delle bimbe nella loro curiosità, innocenza
e voglia di essere abbracciate.
A vederle la mattina preparare la colazione o lavare i panni con quella forza
e vigore si sente un profondo rispetto, ma una volta finiti i doveri corrono
con le mani ancora bagnate a giocare con la corda, a pallone, a cantare le
canzoni preferite.
Non so quando tornero' alla Casa di Anita: un po' lo faccio ogni giorno ed
e' ancora bellissimo.
Il Senegal
espelle i "sans papier" francesi
Aveva colpito l'opinione pubblica mondiale la lotta dei "sans papier"
(senza docu-menti) africani che si erano barricati in una chiesa parigina
per evitare di essere espulsi dal paese. Spesso dalla Francia partono aerei
carichi di "sans papier" rinviati al loro paese d'origine. Ha sorpreso
quindi la notizia che dal Senegal é partito un aereo con una quarantina
di "sans papier" francesi rispediti al mittente e ben guardati da
poliziotti senegalesi e francesi.
Non era gente che cercava lavoro in Africa, molti di loro anzi "alloggiavano"
nelle carceri di Dakar per i più svariati reati dalla truffa al traffico
di droga, dal favoreggiamento della prostituzione al reato di falsario. L'ambasciata
francese ha precisato che i francesi "regolari" presenti in Senegal
sono 13.500 mentre circa diecimila sono gli irregolari e fra questi molti
sono "sans papier".
Un accordo di reciprocità é stato firmato nel giugno scorso
a Parigi fra il primo ministro senegalese Idrissa Seck e il ministro degli
Interni francese Nicolas Sarkozy. Quindi niente di strano in questo scambio
di "sans papier", anche se può suscitare qualche sorrisetto
maligo.

Brutta storia a Gibuti
La guerra al terrorismo costa molto cara agli americani,
in termini di vite umane, in termini economici e anche sul piano della popolarità
o dell'immagine, come si dice oggi. L'ultimo esempio viene da Gibuti, il piccolo
stato che é nella posizione strategica di guardiano dell'ingresso al
Mar Rosso. Da circa 150 anni la Francia é presente sul territorio con
i suoi legionari (circa 2500 attualmente), ma ora ci sono anche un contingente
tedesco e uno più cospicuo, di circa 2000 marines americani. La zona
é nevralgica anche perché da lì si controlla la vicina
penisola arabica, vivaio di terroristi, la fatiscente Somalia dove gli integralisti
non mancano e altre zone sospette. L'arrivo degli americani, una volta tanto,
non ha portato ricchezza, ma povertà e disperazione. In parole povere
gli USA hanno chiesto al governo di ripulire la zona da tipi sospetti e così
circa centomila fra etiopi, somali e yemeniti hanno ricevuto l'ordine di lasciare
il paese. Il governo di Omar Gelleh ha smentito di aver ceduto alle richieste
americane ma di aver semplicemente cercato di rendere più sicuro il
paese. Non importa che questi "illegali" non avessero compiuto atti
criminali e che fossero utilissimi all'economia di Gibuti. I primi effetti
economici di questa retata gigantesca sono stati disastrosi: i lavoratori
locali hanno chiesto infatti il doppio della paga, per rimpiazzare quelli
espulsi. Sul piano politico poi la Francia non ha gradito affatto questo atto
di forza. Ma le conseguenze di tutto ciò, a parte il giudizio morale
del togliere il lavoro a degli immigrati e ricacciarli nei paesi dai quali
molti di loro erano fuggiti, potrebbero riflettersi sulla lotta al terrorismo.
Bin Laden e i suoi simili hanno bisogno solo di gente esasperata senza lavoro
e soprattutto senza speranze. E questi centomila lo sono diventati.
"È un buon cronista": questa valutazione,
in campo giornalistico, rappresenta forse il miglior complimento. Vuol dire
che la persona indicata riesce a vedere, a individuare nei fatti che accadono
tutto ciò cheinteressa il pubblico dei lettori ma soprattutto ciò
che serve a far capire una situazione, a delineare il quadro dell'avvenimento.
Scelti questi aspetti della realtà, poi li descrive in modo sobrio,
scorrevole, comprensibile, gradevole. Così ha fatto Masto con questo
libro che attraverso piccole vicende ti fa vivere "in diretta" grandi
e tragici avvenimenti degli ultimi anni: dalla dissoluzione della Somalia
all'assurda guerra fra Etiopia ed Eritrea, all'agghiacciante genocidio del
Ruanda e infine al crollo del tiranno Mobutu in Congo. Masto appartiene alla
categoria di giornalisti, non troppo folta purtroppo, che "sentono"
l'Africa, conoscono la gente dei paesi che visitano, sanno interpretare in
modo corretto gesti e parole. Ma soprattutto rifuggono dalle valutazioni fatte
con l'approssimazione, l'imprecisione e la superficialità della maggioranza
dei mass media occidentali. La descrizione degli ultimi giorni del regime
di Mobutu, ad esempio, ti immerge, ti fa vivere realmente nella Kinshasa spettrale
che attende l'arrivo del vincitore Kabila e ancora non crede che, dopo 32
anni, il tiranno sia finalmente uscito di scena.
Il libro "In Africa. Ritratto inedito di un continente senza pace"
di Raffaele Masto Sperling & Kupfler, Milano, 2003, pp 309 è disponibile
presso la sede di Amani: chi volesse avere maggiori informazioni o volesse
acquistarlo può contattarci ai tel. 02 48951149 / 02 4121011 e all'e-mail
amani@amaniforafrica.org
Una pentola che bolle
"La solitudine geopolitica dell'Africa e la sua marginalità rispetto
ai fenomeni di globalizzazione economica rappresentano una realtà che
spinge numerosi osservatori a decretare l'agonia del continente. Africanisti
più o meno aggiornati, esperti di progetti di cooperazione "prêt-à-porter",
"sviluppatori" di professione incapaci di autocritica sul proprio
operato, volontari poco fiduciosi nelle capacità degli africani di
risollevarsi, aspettano sul greto del fiume di vedere passare il cadavere
dell'Africa. Ma nonostante l'instabilità politica, i fallimenti dei
modelli economici, le guerre e le carestie, il cadavere non è ancora
passato e i popoli africani hanno distolto lo sguardo dal cielo degli aiuti
per rivolgerlo vero la valorizzazione della loro terra. Hanno rilanciato il
progetto dell'Unione Africana, sognato dai panafricanismi dell'epoca delle
indipendenze, e il NEPAD (Nuovo Piano per lo Sviluppo dell'Africa), tracciando
la strada per una modernizzazione che punta alla soddisfazione dei bisogni
primari e allo sviluppo delle infrastrutture di base. Ma è l'irruzione
dei poveri, in quanto soggetto collettivo di resistenza e di rin-novamento,
il "segno dei tempi" dell'attuale momento socio-politico. Da essi
bisogna ripartire per capire che l'Africa non è morta mai, come già
diceva Jean-Marc Ela, è "una pentola che bolle".
Il libro "Africa, la pentola che bolle", di Jean Léonard
Touadi, edito dalla Editrice Missionaria Ita-liana, 2003, è disponibile
presso la sede di Amani: chi volesse avere maggiori informazioni o volesse
acquistarlo può contattarci ai tel. 02 48951149 / 02 4121011 e all'e-mail
amani@amaniforafrica.org.
La
Casa di Anita è, delle diverse iniziative sostenute di Amani, quella
che più spesso rimane impressa nei cuori degli amici che hanno visitato
i nostri progetti in Africa: ecco perché abbiamo scelto di raccontarla
in queste pagine attraverso le parole di alcuni ragazzi che negli ultimi anni
hanno partecipato ai campi estivi organizzati da Amani.
tanta festosa irruenza, la capra ci odia perché sa che verrà immolata
sulla griglia dell'ospitalità, i panni stesi ad asciugare si godono il
vento, qualcuno cade sull'erba. Ho passato un mese qui, con ritmi ed emozioni
diverse dal solito, ma sempre con la sensazione di sentirmi a mio agio. Dalle
colazioni fianco a fianco alle chiacchierate serali, dalle mie figuracce quando
si trattava di lavare i vestiti a mano alle nostre lezioni di astronomia, e
tutti quei nasi che si alzano verso le stelle. Venticinque ragazze di strada
e tre ragazzi Nuba scappati dalla guerra in Sudan adesso hanno una casa e una
chance; c'è ancora il ricordo del tempo passato, qualcuno lo porta impresso
sul suo corpo, ma niente può impedire al loro sorriso di irrompere, e
ognuno di loro ha un progetto per il futuro. Mi siedo in disparte all'ombra
di una pianta e le guardo giocare al pallone. C'è Monica che sta per
tirare un calcio di rigore. Chi è in porta la fissa, coi suoi guanti
rattoppati. Comunque vada queste bambine hanno un futuro. La Casa di Anita è dedicata alla memoria di Anita Pavesi,
protagonista di mille battaglie a favore dell'infanzia come giudice del Tribunale
dei minori di Milano, e sostenitrice dei progetti di Amani e Koinonia per
i bambini di strada di Naiorobi.
Oltre a costruire un luogo sano e sicuro per offrire alle bambine la possibilità
di una crescita serena, sono stati avviati alcuni micro-progetti che hanno
lo scopo di porre le basi dell'autonomia economica della Casa, e di creare
occasioni di contatto e scambio con la popolazione del paese di N'gong.
Il pozzo
La Casa di Anita ha un suo proprio pozzo scavato con il sostegno di Amani.
Questo le permette di avereacqua corrente a disposizione, cosa non da poco
in Africa; l'acqua, inoltre, viene anche venduta ad un prezzo equo e rappresenta
così un importante servizio per la comunità circostante.
Il pollaio
All'interno della casa di Anita, sul confine con una proprietà vicina,
è stata delimitata un'area per l'allevamento degli animali da cortile.
La gestione di queste attività è affidata a Patrick, uno dei
genitori, che è incaricato anche della vendita delle uova ai vicini,
al mercato di N'gong e a piccoli supermercati della zona. Anche le bambine
sono coinvolte nella cura degli animali, e prestano molta attenzione al loro
stato di salute: galline, tacchini e conigli sono sempre mostrati con molta
fierezza (e competenza!) ai visitatori della Casa.
L'orto
Una parte del terreno all'interno della Casa di Anita è destinata alla
coltivazione di patate, sukuma wiki, mais e spinaci che vengono utilizzate
direttamente dalle famiglie della case: ogni bambina accudisce, con l'aiuto
degli adulti, un riquadro dell'orto.
Appena fuori dal cancello, poi, è stato acquistato un altro lotto di
circa 3 acri, che è coltivato da un altro genitore, Daniel, e da alcuni
contadini della zona, a pomodori e patate. Questi prodotti oltre a essere
venduti al mercato di Ngong e ai piccoli supermercati della zona, vengono
offerti anche ai bambini del centro di Kivuli a Nairobi.
Lavori a maglia
Una volta alla settimana una maestra insegna alle bambine più grandi
a lavorare la maglia con i telai di legno, con i ferri e all'uncinetto. Vengono
prodotti copri divani e poltrone, che in Kenya si usano molto, e quindi possono
essere venduti. E' un modo per fare imparare alle ragazze qualcosa di nuovo
e utile per il futuro.
Perché tutti insieme
L'adozione proposta da Amani non è individuale, cioè di un solo
bambino, ma è rivolta all'intero progetto di Kivuli, della Casa di
Anita o del Mthunzi.
In questo modo nessuno di loro correrà il rischio di rimanere escluso.
Insomma "adottare" il progetto di Amani vuol dire adottare un gruppo
di bambini, garantendo loro la possibilità di mangiare, studiare e
fare scelte costruttive per il futuro, sperimentando la sicurezza e l'affetto
di un adulto. E soprattutto adottare un intero progetto vuol dire consentirci
di non limitare l'aiuto ai bambini che vivono nel centro di Kivuli, della
Casa di Anita o del Mthunzi, ma di estenderlo anche ad altri piccoli che chiedono
aiuto, o a famiglie in difficoltà e di spezzare così il percorso
che porta i bambini a diventare "street children".
Abbiamo, infatti, sperimentato che a volte anche un piccolo sostegno economico
(pagando la retta scolastica, ad esempio) permette ai genitori di continuare
a far crescere i piccoli nell'ambiente più adatto, e cioè la
famiglia di origine.
In questo modo, inoltre, rispettiamo la privacy dei bambini accolti evitando
di diffondere informazioni troppo personali sulla storia, a volte terribile,
dei nostri piccoli ospiti. Pertanto, all'atto dell'adozione, non inviamo materiale
al sostenitore relativo ad un solo bambino, ma materiale stampato o video
relativo a tutti i bambini del progetto che si è scelto di sostenere.
Vi ricordiamo che una caratteristica di Amani è quella di affidare
ogni progetto ed ogni iniziativa sul territorio africano solo ed esclusivamente
a persone del luogo.
Per questo i responsabili dei tre Centri di Amani in favore dei bambini di
strada sono kenyani e zambiani.
Con l'aiuto di chi sostiene il progetto delle Adozioni a distanza, annualmente
riusciamo a coprire le spese
di gestione, pagando la scuola, i vestiti, gli alimenti e le cure mediche
a tutti i bambini.
Come aiutarci
Puoi "adottare"
i progetti realizzati da Amani con una somma di 26
euro al mese (312 euro all'anno): contribui-rai
al mantenimento e la cura di tutti i ragazzi accolti da Kivuli,
dalla Casa di Anita
o dal Mthunzi.
Per effettuare un'adozione a distanza basta versare una somma sul
c/c postale n. 37799202
intestato ad
Amani Onlus - Ong
via Gonin 8
20147 Milano
o sul
n. 000000503010 Banca Popolare Etica ABI 05018 - CAB 01600- CIN F - EU IBAN IT91 F050 1801 6000 0000 0503 010
.
Ti ricordiamo di indicare, oltre il tuo nome e indirizzo, la causale del versamento
"adozione a distanza".
Ci consentirai così di poterti inviare il materiale informativo.
Amani
è lieta di presentare il Calendario 2004 "Atlhetes". L'autore
del testo è Nando Dalla Chiesa, le fotografie sono tratte dall'archivio
storico Bettmann per gentile concessione Corbis/Contrasto."Kivuli Street Children
Project", progetto educativo nato dall'iniziativa dei giovani
della comunità di Koinonia che a Nairobi accoglie e sostiene i bambini
di strada di due grandi baraccopoli della capitale.
Il Centro Kivuli accoglie in forma residenziale 60 bambini di strada curandone
la crescita e l'educazione, copre le spese scolastiche di altri 70 bambini
ed è aperto con vari progetti animativi a tutti i bambini del quartiere.
Kivuli è diventato un punto di riferimento per i giovani e per gli
adulti, con un progetto di microcredito, laboratori artigianali di avviamento
professionale, una biblioteca, un dispensario medico, un progetto sportivo,
un laboratorio teatrale, una sartoria, un pozzo che vende acqua a prezzi calmierati
e uno spazio sede di varie associazioni e aperto a momenti di dibattito e
confronto per i giovani del quartiere.
La "Casa di Anita",
una casa di accoglienza sorta a N'gong (piccolo centro agricolo a 30 Km da
Nairobi), curata da tre famiglie Keniane, inaugurata nell'agosto 1999.
La "Casa di Anita" accoglie 24 bambine di strada, alcune orfane
e altre figlie di famiglie poverissime, vittime di abusi sessuali, e 3 bambini
Nuba, inserendoli in una struttura familiare e protetta, permettendo una crescita
affettivamente tranquilla e sicura.
Il "Mthunzi Center",
è un progetto educativo realizzato dalle famiglie della comunità
di Koinonia di Lusaka (Zambia) a favore dei bambini di strada.
Il Centro Mthunzi oltre ad accogliere 60 bambini di strada in forma residenziale
curandone la crescita e l'educazione, è un punto di riferimento per
la popolazione locale con il suo dispensario medico e con i suoi laboratori
di falegnameria di avviamento professionale.
Un progetto di emergenza a favore della popolazione delle montagne Nuba e del Southern Blue Nile, provate dalla guerra e da quindici anni di isolamento, che consiste nell'invio di aiuti (sale, medicinali, attrezzi da lavoro, materiale scolastico, vestiti e sementi) per la sopravvivenza della popolazione locale e nell'accoglienza di rifugiati a Nairobi.
Due "scuole primarie" sui monti Nuba che garantiscono l'educazione di base (l'equivalente della formazione elementare e media in Italia) ai bambini della zona circostante, in assenza di altre strutture scolastiche. Attualmente ognuna delle scuole ha circa 500 alunni. Il progetto prevede anche una "scuola magistrale" per selezionare e formare giovani insegnanti nuba (circa 30 ogni anno) in modo da riattivare la rete scolastica autogestita dalle popolazioni della zona.
"News from Africa", un'agenzia di informazione mensile redatta interamente da giovani scrittori e giornalisti africani, che raccoglie notizie e articoli di approfondimento provenienti dai paesi dell'Africa sub-sahariana per poi diffonderle in tutto il mondo per via telematica e cartacea.
"Africa Peace Point", organizzazione laica e apolitica che si prefigge la realizzazione di iniziative popolari per la costruzione e la diffusione di una cultura di pace nelle comunità africane; la sede è a Nairobi dove APP si è dotata di un centro di documentazione e ha creato uno spazio in grado di ospitare forum, sessioni di formazione sulla pace e incontri tra gruppi di base.
"Amani People Theatre",
una compagnia di giovani attori, che lavorano per una cultura di pace utilizzando
il teatro per la mediazione di conflitti con performance e rappresentazioni
nei campi profughi del Kenya e nelle comunità di base.
In breve...
Kivuli Centre: un rifugio
per i bambini, un luogo per tutti.
Video, realizzato da Amani con la collaborazione di Gaia Chiti Strigelli e
di Fabrizio Fei, noto regista pubblicitario e di video clip musicali, è
un mezzo semplice e coinvolgente per avvicinarsi alla realtà del "Kivuli
Street Children Project". Saranno le parole di padre Kizito e di Gian
Marco Elia a guidarvi nella scoperta di questa oasi di pace e di solidarietà.
Inoltre, le testimonianze dei volontari italiani e keniani che collaborano
alle iniziative del centro, costituiscono un valido strumento per comprendere
come si svolga la vita a Kivuli. Video adatto e consigliato per iniziative
scolastiche ed incontri. Il video è disponibile presso la sede di Amani.
Anita's Home: una casa
per le bambine di strada.
Grazie a questo video, realizzato da Amani con la collaborazione di Gaia Chiti
Strigelli e di Franceso Fei potrete avvicinarvi all'esperienza di affetto
e di solidarietà della Casa di Anita, conoscendone le origini, il funzionamento,
le famiglie e soprattutto le piccole ospiti. I teneri sorrisi ed i giochi
delle bambine faranno da sfondo ai racconti di Michael Ocheng, uno dei fondatori
di questo progetto, ed alle parole di Gian Marco Elia. Il video, adatto e
consigliato per iniziative scolastiche ed incontri, è disponibile la
sede di Amani
"La perla nera"
di padre Kizito e Stefano Girola.
"Padre Kizito ci racconta un'Africa che canta e danza la vita, consapevole
di fare i conti con un passato di dominio e un presente pieno di drammatiche
contraddizioni, ma protesa verso un futuro. Un avvenire che nascerà
dalla determinazione e dalla vitalità dei numerosi giovani di Nairobi,
del Sudan e di tutta l'Africa, che hanno smesso di
scrutare il cielo degli aiuti stranieri per rivolgersi verso la propria terra
da coltivare e trasformare. Ma questi ostinati della speranza sono presenti
in tutti gli strati della società africana: nelle periferie urbane,
nelle campagne, nei movimenti di lotta per i diritti umani, nelle associazioni
di lotta per la riforma agraria, nei gruppi per una maggiore democratizzazione
della vita politica (dalla prefazione al libro di Jean Léonard Touadi)".
Il libro "la Perla Nera, l'altra Africa sconosciuta", di Renato
Kizito Sesana e Stefano Girola con prefazione di Jean Léonard
Touadi, edito dalle Edizioni Paoline è disponibile presso la sede di
Amani.
Artigianato africano
Sono disponibili su ordinazione presso la sede di Amani oggetti prodotti nei
laboratori di avviamento professionale del Centro di Kivuli. Profughi del
Ruanda e del Burundi e i ragazzi più grandi del gruppo giovanile
sono ormai in grado di produrre articoli di ottima fattura, di cui in particolare
vi segnaliamo nell'occasione dell'avvicinarsi del Natale due tipi diversi
di presepe e un suggestivo crocefisso.
Padre Kizito su Jesus
"We belong to each other, "ci apparteniamo gli uni gli altri",
è il motto di Koinonia. Che non è un semplice modo di dire.
Per padre Kizito e i suoi ragazzi, è un impegno che riguarda ciascuno
all'interno della piccola comunità a cui appartengono, ma anche nella
grande comunità di tutti gli uomini". Avvisiamo tutti gli amici
di Amani che il numero di dicembre della rivista Jesus conterrà un
articolo su Padre Kizito con una panoramica sui progetti gestiti dalla Comunità
di Koinonia e sostenuti da Amani in Africa scritto da Anna Pozzi.
Chi siamo
Amani che in kiswahili vuol dire pace è una associazione laica e una
Organizzazione non governativa riconosciuta dal Ministero degli Affari Esteri.
Amani si impegna particolarmente a favore delle popolazioni africane seguendo
queste due regole fondamentali:
1. curare lo sviluppo di un numero ristretto di progetti, in modo da poter
mantenere la sua azione su base prevalentemente volontaria per contenere i
costi a carico dei donatori.
2. affidare ogni progetto ed ogni iniziativa sul territorio africano solo
ed esclusivamente a persone del luogo. A conferma di questo molti degli interventi
di Amani sono stati ispirati da un gruppo di giovani africani riuniti nella
comunità di Koinonia.
Le principali attività di Amani sono le due case di accoglienza per
i bambini e le bambine di strada di Nairobi, Kivuli e la Casa di Anita; la
difesa del popolo Nuba in Sudan, vittima di un vero e proprio genocidio e
Africanews un'agenzia di stampa redatta interamente da giovani giornalisti
e scrittori africani. Inoltre, Amani sostiene in Zambia il Mthunzi Centre,
un progetto per i bambini di strada di Lusaka, una piccola scuola in Kenya
nel poverissimo quartiere di Kibera, e una compagnia di giovani attori che
lavorano per una cultura di pace attraverso la mediazione dei conflitti: l'Amani
People Theatre.
Come contattarci
Amani Onlus - Ong (Organizzazione non lucrativa di utilità sociale
e Organizzazione non governativa)
via Gonin, 8 - 20147 Milano - Italy
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Come aiutare Kivuli, la
Casa di Anita, il Mthunzi e il popolo Nuba
Basta versare una somma sul c/c postale n. 37799202 intestato ad Amani Onlus
- Ong, via Gonin 8 - 20147 Milano o sul n. 000000503010 Banca Popolare Etica ABI 05018 - CAB 01600- CIN F - EU IBAN IT91 F050 1801 6000 0000 0503 010
. Ricordiamo inoltre di scrivere sempre la causale del versamento e il
vostro indirizzo completo.
Nel caso dell'adozione a distanza è necessario versare 26 euro mensilmente
almeno per un anno. È importante indicare in entrambi i casi la causale
del versamento.
Le offerte ad Amani sono
deducibili
I benefici fiscali per erogazioni a favore di Amani possono essere conseguiti
con due possibilità alternative:
1 Deducibilità ai sensi del DPR 917/86 a favore di ONG per donazioni
destinate a Paesi in via di sviluppo. Deduzione nella misura massima del 2%
del reddito imponibile sia per le imprese che per le persone fisiche.
2 Oneri deducibili ai sensi del DL 460/97 per erogazioni liberali a favore
di ONLUS.
Per le imprese per un importo massimo di euro 2.065,83 o del 2% del reddito
di impresa dichiarato.
Per le persone fisiche detraibile nella misura del 19% per un importo complessivo
non superiore a euro 2.065,83.
Ai fini della dichiarazione fiscale è necessario scrivere sempre ONLUS
o ONG dopo Amani nell'intestazione e conservare:
1 per i versamenti con bollettino postale: ricevuta di versamento;
2 per i bonifici o assegni bancari: estratto conto della banca ed eventuali
note contabili.
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Editore: Associazione Amani Onlus-Ong, via Gonin 8, 20147
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n. 596 in data 22.10.2001