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"Amani"
anno IV, n. 3, dicembre 2004 -
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Cintura Verde della pace.
Dall'Africa una sorpresa ricca di speranze.
Il Nobel all'ecologista del Green Belt Movement
Sommario
L'altra
Africa di Wangari
di Nicoletta Dentico
Senza
Tiziano
di Andrea Semplici
Vivaio
di pace. Un Nobel che vede coniugati "scienza, impegno sociale, politica
attiva".
di Diego Marani
Arcobaleno su Nairobi
di
Raffaele Masto
News from Africa
In
Breve
Tramonto
su Abidjan
di
Pietro Veronese
Testimonianze dai nostri campisti
di
Grazia Orsolato, Davide Scaglione, Chiara Michelon
John, pugni e carezze
di
Antonio Spera
Nuba.
Calendario
2005
Adozioni a distanza
Perché
tutti insieme
Senza Tiziano
Di Andrea Semplici
Le
tue ceneri disperse nei fiumi e nei monti dell'Orsigna, lassù sull'Appennino.
Le tue parole disperse nell'aria. E, aradosso della loro serenità,
non lasciano in pace. Sono un invito insistente, a volte pressante: "Vivi
con la sensazione che l'universo è straordinario e che la vita è
una continua scoperta". Sono un consiglio, di quelli che sottolinei quando
lo leggi, ma che mai riesci a seguire: "Guarda un filo d'erba e sentiti
come lui". Che vuole anche dire: prenditi tempo, regalati tempo. "Tutto
è ormai di corsa. Si vive senza più fare attenzione alla vita.
Nessuno ha più tempo per meravigliarsi, inorridirsi, commuoversi, innamorarsi,
stare con sé stessi", annotava Tiziano Terzani. E mi sembra di
vederlo scrivere queste parole con una mano che non riesce a stare dietro
al suo pensiero. La sua faccia ha un'espressione ridente, leggera e profonda
allo stesso tempo, curiosa.
La stessa espressione che doveva avere quando, spinto dalla moglie, salì
sull'ultimo aereo per Saigon. Quello che non sarebbe tornato indietro. Perché
non si può non esserci quando i vietcong entrano nella capitale del
Sud e finisce una guerra maledetta. Ecco ancora Tiziano varcare le frontiere
della Cambogia per capire che cosa sta succedendo nell'inferno chiuso e feroce
di Pol-Pot. Tiziano non tradisce mai la sua "missione": lui racconta.
Un giornalista deve solo raccontare. E se il Vietnam, se la Cina, se la Cambogia
precipitano nella tragedia e nell'orrore dopo avere illuso il cuore dei ragazzi
di sinistra, lui lo racconta. Senza sotterfugi, né alibi. Senza trucchi.
Con la semplicità che è un dono difficile.
E se un giorno sciagurato, dopo la nuova ferita di questo millennio, quell'11
settembre che ci ha cambiato la vita, qualcuno inneggia alle "guerre
di religione", allora lui, con un cancro addosso, si rimette in cammino.
Pellegrino sulle frontiere di un mondo che si vuole spezzare: va a Kabul,
a Peshawar, a Quetta e, da lì, imbuca lettere che spiegano la follia
delle bombe. Lettere in cui vi è angoscia, vergogna (un uomo con il
ventre lacerato da una scheggia gli grida dietro: "Prima vieni a bombardarci,
poi a portarci biscotti. Vergogna"), paura. Ma le lettere sono anche
lo specchio di una cocciuta ostinazione. La stessa di Gandhi. A chi ti spiega,
con senso di gentile superiorità e di compassione imbecille, che "le
guerre ci sono sempre state e che continueranno ad esserci", quell'indiano
testardo rispose: "Perché ripetere sempre la stessa storia? Perché
non cercare di cominciarne una nuova? ". Ecco, Tiziano ci ha raccontato
il cammino possibile (uno dei cammini possibili) verso una storia nuova.
Tiziano ha compiuto un lungo viaggio. Fuori e dentro sé stesso. Cambiare
vita per cambiare sé stessi. Senza aspettarsi ricompense o chissà
quali risultati. Possiamo vivere altrimenti? Sarà possibile senza Tiziano?
Lo sento sorridere con fragore: ognuno può essere padrone del suo destino.
Non servono i libri, né le parole, i maestri o le religioni. O meglio:
aiutano. Tiziano sarà un superbo compagno di viaggio per tutti noi,
uno di quelli che ti prendono per mano quando senti la fatica del cammino.
Ma dobbiamo anche sapere che ci accompagnerà fino all'ultimo piano.
Salire sul tetto, ci dirà, sarà davvero solo un affare di ognuno
di noi. E, forse, da lassù potremo, tutti assieme, vedere il mondo
da un altro punto di vista.
Come vorrei che queste parole non fossero solo tali.
Andrea Semplici, è giornalista.
Collabora con numerose testate, tra cui Airone, Altreconomia e Linus.
Ha viaggiato con Amani sui monti Nuba nel maggio 1999.
E invece Wangari Maathai, africana, donna, ambientalista, piantatrice di alberi
e seminatrice di partecipazione e democrazia, visionaria globale e attivista
locale, è simbolo poliedrico di una tecnologia tutta africana che intreccia
tradizione e creatività, fonde buon senso e coraggio del rischio, combina
lotta per la sopravvivenza e protagonismo popolare. I primi sette alberi piantati
nel giardino di casa sono diventati l'idea e lo strumento attraverso i quali
Wangari, e con lei il Green Belt Movement, hanno piantato i semi della democrazia,
dei diritti umani, della risoluzione dei conflitti in numerose comunità.
Prima in Kenya. Poi in moltissimi altri paesi del continente, in un'ottica panafricana
che ha fatto scuola nella politica istituzionale solo molto più tardi.John, pugni e carezze.
Ed ecco a voi John Kimanzi.
O Big John, o Super John. O semplicemente: John. Perché John ha appena
13 anni ed è uno dei ragazzi del Kivuli Centre. Per lui la boxe non
è più trasposizione della vita di strada, ma vero sport.
di Antonio Spera
Magari
scimmiotta un po', dandosi arie da star. Ma quale bambino non lo farebbe,
soprattutto quando il suo nome già circola con insistenza e vince incontri
su incontri. È il campione della sua categoria, Under 13, quella di
ragazzi più agili che robusti. Anche Laura ed io siamo stati rapiti
da questo professionista, capace di sciogliersi per un bacio sulla guancia.
John, che ha un allenatore che va ben oltre le competenze tecniche e che lo
chiama "il mio ragazzo", è simbolo di riscatto per tutti
i ragazzi di Kivuli e dintorni, soprattutto per chi come lui proviene dallo
slum di Korogocho. È capace di scomodare con il suo passaggio per la
strada un'intera scuola alle prese con la consegna delle pagelle. Come potevamo
rinunciare all'occasione di vederlo sul suo terreno, dopo che faticosamente
eravamo riusciti a guadagnarci la sua fiducia?
Maringo, periferia di Nairobi, 28 agosto 2004, ore 14. Il Maringo
è un capannone multiuso. Quel giorno è trasformato in un ring
dove stanno per scontrarsi - e incontrarsi - una quindicina di ragazzi. Intorno
al quadrato, sedie, poltrone da salotto, panche e altri posti a sedere di
ogni forma e natura. In alto, un graticcio di assi cui è affidato il
compito di sorreggere l'illuminazione: luci bianche e colorate che lasciano
intuire i trascorsi danzanti del Maringo. Quattro banchi di scuola per
altrettanti giudici di gara, sui quattro lati del ring, completano la scenografia
di quello che di lì a poco diventerà, per qualche decina di
persone, il Madison Square Garden.
Discorso d'apertura, in kiswahili, di un personaggio influente del mondo della
boxe di Nairobi. A John, che fino a una manciata di minuti prima se ne stava
allegramente seduto tra gli amici, tocca il primo combattimento. Con incredibile
sincronia - tutte le teste degli spettatori ruotano verso la porta da cui
uscirà il campione - si passa dalla situazione d'attesa all'inizio
del meeting. John si era vestito da pugile in un angolo della sala, dietro
ad alcuni spettatori, ma non si priva, ovviamente, della passerella che va
dalla porta degli atleti al ring, al suo angolo blu. "In the blue corner
John Kimanzi", annuncia il supergiudice - e il Nostro alza, in un gesto
di straordinaria brillantezza fisica e di nervi, le braccia già pesanti
per i guantoni. John ci lancia un ultimo sguardo, e al mio ok molto yankee,
a pollice alzato, risponde con un cenno del capo. Il coach sparisce dietro
di lui, oltre le corde. I due avversari sono invitati al centro del ring dall'immacolata
figura del giudice, un omone dotato di britannica compostezza dei movimenti.
Nel pugilato l'inizio dei round non è scandito da un fischio, come
nella maggior parte degli sport, ma dall'espressione più banale che
si possa pensare: "Boxe". E dalla platea subito un brusio accentuato,
che rimarrà costante per tutto l'incontro salvo essere impreziosito
da qualche acuto. "Go Kimanzi!". O "Go Peter!", se è
per incitare lo sfidante locale. Questi, Peter Njoroge, visto dalla nostra
postazione sembra un ragazzo lì quasi per caso, con un'accentuata cifosi
dorsale. Sarà una manifestazione di timore per l'esito dell'incontro?
Il Nostro parte dolce, se di dolcezza si può parlare nella boxe. Molto
gioco di gambe, indizio di come si possa ottimizzare la tensione dei nervi.
Con spostamenti tra il caracollante e il dinoccolato gira intorno al ring
finché non punta l'avversario, che si chiude a riccio.
Gli
attacchi di John nella prima delle tre riprese di cui constava il match furono
tutti così. Mordi e spóstati,ma non fuggi. Alla fine della prima
ripresa John era oliato per bene, Peter capiva che bisognava cambiar registro.
Nell'attimo in cui il giudice di gara dichiara l'inizio della seconda ripresa,
Laura ed io scorgiamo negli occhi di John un lampo mai visto prima, di chi
ha solo l'obiettivo di colpire e vincere. Per la prima volta il nostro timidone
di Kivuli lasciava il posto a quel Kimanzi che è ormai una celebrità.
Quello dei 42 incontri vinti di fila, per intenderci. Di lì a poco
appare sul volto di Njoroge un rigagnolo di sangue. Più volte il giudice
si sincera dello stato del suo naso. Peter reagisce, sul finire della seconda
ripresa, con qualche colpo ben assestato sul cerato viso di John. Che non
si scompone, anche se la violenza dei cazzotti gliene darebbe il diritto.
Torna al suo angolo blu, il coach lo disseta e lo rinfresca con colpi di asciugamano.
L'inizio del terzo ed ultimo round è nuovamente scandito dallo sguardo
di un John che vuole chiudere la pratica. Raddoppia di agilità, inarcando
ripetutamente la schiena per evitare gli stanchi e imprecisi colpi di Peter.
E intanto gira. Gira. Al momento giusto stringe l'altro nell'angolo. "The
winner is
John Kimanzi!". Ha vinto ai punti. Saluta e ringrazia
ai quattro angoli della sala, senza uno sguardo per noi. Ci sta riservando
qualcosa di più lusinghiero.
Adorno di un asciugamano attorno a collo e con il suo
fisico asciutto, bello e lucido di sudore, Kimanzi si avvia verso la stessa
passerella che l'aveva condotto sul ring per imbattersi di nuovo nelle persone
davanti alle quali aveva sfilato prima: i signori ben vestiti, i responsabili
di gara, gli amici, noi. Quando finisce di salutare quelli a lui più
vicini punta diretto su di me e Laura. Facendo le spalle grosse per permettere
a tutti di dargli quella pacca che è segno di congratulazioni per avere
riportato la prima vittoria della due giorni pugilistica, si china verso di
me. Mi abbraccia forte stringendo dietro la mia schiena le mani ancora bendate.
A tutt'oggi non saprei fare paragoni tra quell'abbraccio e altri che ho ricevuto.
Lo stesso rituale con Laura. John, che è pur sempre un ragazzo, la
omaggia con un bacio sulla guancia, pieno di sincerità ed empatia.
Per rigirarsi subito dopo ed avviarsi, a spalle larghe, verso la porticina
degli addetti ai lavori. Con tutta flemma, a conquistarsi i meritati sguardi
del suo pubblico.
Antonio Spera è uno dei quindici volontari che hanno partecipato al campo d'incontro 2004 al Kivuli Centre.
Vivaio di pace
Un Nobel che vede coniugati "scienza, impegno
sociale, politica attiva".
Di Diego Marani
Donna.
Africana. Nera. Ambientalista. È il caso di capire meglio il collegamento
tra la motivazione del Nobel per la pace 2004 e la biografia di questa donna
per molti aspetti straordinaria.
Wangari Maathai ha vinto il premio grazie alla combinazione di "scienza,
impegno sociale, politica attiva", come si dice nella motivazione del
riconoscimento. Che cosa significano queste parole per l'attivista keniana,
oggi vice ministro dell'ambiente e delle risorse naturali del suo paese? Wangari
Muta Maathai è nata a Nyeri, in Kenya, nel 1940. Da ragazza (o meglio,
per i parametri africani, da giovane donna) ha vissuto il tempo delle rivolte
mau-mau e della grande stagione africana delle lotte per l'indipendenza. Riesce
a terminare gli studi universitari negli Stati Uniti, con una laurea in Kansas
(1964) e un master all'Università di Pittsburgh (1966). Sono gli anni
delle grandi battaglie per i diritti civili dei neri americani. Non a caso,
nel suo primo discorso ufficiale dopo il conferimento del premio, Wangari
ha citato un altro Nobel per la pace, Marthin Luther King. Nel 1971 consegue
un PhD, titolo universitario di specializzazione, a Nairobi, dove diventa
professore associato, sei anni dopo, e ottiene la cattedra di veterinaria.
In entrambi i casi è la prima volta per una donna dell'Africa orientale.
Sono ormai più di quindici anni che Wangari Maathai studia chimica,
biologia, scienze naturali, veterinaria.
Nel 1977 fonda il Green Belt Movement (Movimento della cintura verde), composto
in prevalenza da donne. Sarà questa iniziativa a far conoscere Wangari
Maathai dapprima in molti paesi africani, poi nel mondo intero. L'idea-simbolo
all'origine del suo Movimento, tanto semplice e antica quanto rivoluzionaria
e moderna, è una sola: piantare alberi. Migliaia di donne hanno piantato
20 milioni di alberi in meno di trent'anni. E Wangari, non appena ricevuta
la notizia del Nobel, non poteva fare altro se non piantare un nuovo albero,
alle pendici del monte Kenya.
Gli anni Ottanta sono quelli dell'impegno politico, alternato allo studio.
Dal 1981 al 1987 Wangari fa parte del Consiglio nazionale delle donne del
Kenya, fino ad esserne la portavoce. Nel 1982 occupa un seggio, per la prima
volta, al parlamento nazionale. Trascorre anche alcuni periodi in Germania,
dove da un lato prosegue le sue ricerche e la sua attività didattica
(Università di Gissen), dall'altro stringe contatti con i Verdi, un
movimento così vivace e organizzato in Germania da divenire un riferimento
per gran parte dell'Europa.
Gli
anni Novanta sono per il Kenya il decennio dell'involuzione: economica, politica,
sociale. Quello cheera il paradiso turistico di molti europei (italiani in
prima fila, che compravano la seconda casa sulla spiaggia di Malindi e se
ne andavano in safari nei parchi nazionali) diventa un paese con le strade
e i sistemi di comunicazioni a pezzi, dove spostarsi è ormai difficile
e pericoloso, con la delinquenza comune e la criminalità organizzata
in costante aumento. Mentre gran parte del continente spera nella primavera
della democrazia e nelle promesse del multipartitismo - in alcuni casi illudendosi,
una volta di più, in altri imboccando una strada faticosa ma positiva
- il Kenya scivola sempre più in una democrazia bloccata (o in una
dittatura mascherata, dipende dai punti di vista), a causa della concentrazione
del potere nelle mani del presidente Daniel arap Moi e della sua cricca. Per
la prima volta dall'indipendenza, il paese si ritrova in preda a scontri e
violenze etniche: sono stati in molti ad affermare che il governo non ha affrontato
il problema, e c'è chi sostiene che Moi stesso si è servito,
quando non le ha fomentate, delle tensioni e delle rivalità etniche.
Per il futuro Nobel, gli anni Novanta sono quelli di un'opposizione sempre
più radicale a Moi, fino a trasformarsi in vera e propria contrapposizione.
Mentre Nairobi è ormai una città di grattacieli e baraccopoli,
di ville con piscina e bambini di strada, Wangari lotta, facendo ricorso a
metodi anche teatrali, per impedire la speculazione edilizia nell'area verde
del centro città, l'Uhuru Park; si oppone inoltre alla deforestazione
incontrollata e alla rapina della risorsa legno (di una rilevanza economica
per l'industria europea e asiatica tanto importante quanto spesso sottovalutata
dai mezzi di informazione occidentali).
Viene arrestata più volte, in qualche caso malmenata, spesso minacciata.
La cerchia di potere attorno al presidente la accusa di essere una sobillatrice.
Moi la definisce, anche pubblicamente e sui giornali, "una pazza".
Nel 1997 Wangari sfida Moi alle elezionipresidenziali (ancora una volta, è
lei la prima donna a farlo, insieme a Charity Kaluki Ngilu, oggi ministro
della salute) in quella che è soprattutto una provocazione e un segnale
politico, visto che il suo stesso partito si ritira, all'ultimo momento, certo
di brogli da parte di Moi. Che infatti verrà puntualmente riconfermato.
Questi ultimi anni sono, per Wangari Maathai, quelli della svolta. È
ormai conosciuta a livello internazionale, le sono attribuiti numerosi premi
per il suo impegno ambientalista, viene invitata a parlare in congressi e
summit (come quello di Pechino 1995, sulle donne), è capo di fila,
per il suo continente, della coalizione Jubilee 2000 per la cancellazione
del debito estero. E il 2002 è l'anno della svolta anche per il Kenya.
Dopo ventiquattro anni cade il regime di Moi e il candidato di una coalizione
che raggruppa tutta l'opposizione, Mwai Kibaki, vince le elezioni. Nel gennaio
2003 Wangari viene nominata viceministro dell'ambiente e delle risorse naturali,
alle spalle dell'assai meno conosciuto (a livello internazionale) Stephen
Kalonzo Musyoka.
Ecco che cos'hanno voluto dire "scienza, impegno sociale e politica attiva"
negli ultimi quarant'anni della vita di Wangari Maathai. Non appena avuta
la notizia del premio, la neolaureata ha rilasciato una dichiarazione che
oggi si può leggere sul sito del Green Belt Movement (curiosamente,
invece, sul sito del governo keniano a fine novembre non c'era alcun accenno
al premio Nobel nel curriculum della viceministro). In essa invita tutti gli
attivisti a non stancarsi, a non arrendersi, a continuare sempre. Quel We
must not tire, we must not give up, we must persist che in una traduzione
più libera ma forse ancor più comprensibile ai nostri orecchi,
potrebbe suonare come un: resistere, resistere, resistere.
Diego Marani è giornalista. Si
è recato sui Monti Nuba, con i voli di Amani, nel 1999; ha curato l'edizione
del cd-rom Sudan: un popolo senza diritti prodotto dalla Campagna Sudan.
Testimonianze dai nostri campisti
di Nicoletta Dentico
dalla
Casa di Anita. Ma quante cose nuove
Il campo 2004 è finito. Come tutte le cose
belle e intense, il tempo è schizzato via. Sono stata alla Casa di
Anita con una decina di ragazzi e ragazze di tutta Italia.
Era per me il terzo anno alla Casa di Anita, ma ogni volta che attraverso
il portone d'ingresso provo una sensazione di "nuovo" da scoprire
e quindi da vivere. Ho respirato un'atmosfera serena e soprattutto di continua
crescita, a cominciare dalle bambine, che si sono fatte grandi, quasi ragazze.
Ci si capisce ormai perfettamente anche con le più piccole: tutte parlano
l'inglese. L'impegno scolastico è sempre centrale. Abbiamo trascorso
una mattinata alla loro scuola: era il giorno delle pagelle, e quando gli
insegnanti hanno annunciato i nomi dei dieci alunni più meritevoli
di ogni classe, erano ben dodici le ragazze della Casa di Anita a figurare
nell'elenco. Si sente dai loro discorsi, e lo si constata, quanto la scuola
è importante per il loro futuro. Procedono bene anche i corsi di cucito,
maglia e uncinetto. Purtroppo la capienza di questi laboratori è un
po' ridotta, ma ora
è stato acquistato un terreno, proprio di fronte alla Casa di Anita.
L'area è davvero notevole e Mary, la coordinatrice di Anita, mi ha
spiegato che cos'hanno intenzione di farne: uno spazio per lo sport (pallavolo
e calcio); una quarta casa per poter ospitare un'altra famiglia; la ristrutturazione
di un fabbricato già esistente per ricavarne locali per i laboratori
e per una scuola di computer. E persino una stalla per le mucche! Ma tre mucche
ci sono già, ad Anita
ecco un'altra novità che ho trovato.
Vicino ai pollai hanno tirato su una piccola stalla. E così, ogni mattina
a colazione: latte fresco per tutti! Le mucche sono tutte e tre gravide.
La Casa di Anita, insomma, è in continuo sviluppo. Ci sono le premesse
per sperare in un futuro migliore per tutte loro.
di Grazia Orsolato
da
Kivuli. A zonzo per Riruta
Cammino per Riruta, la periferia di Nairobi in cui è immerso il Kivuli
Centre, incontrando facce amiche. Tanti bambini, gli educatori, i giocatori
dell'Amani Yassets F.C., che dopo l'amichevole mi hanno voluto in squadra
con loro. Che onore allenarmi, giocare con loro. E che bello! E poi le preghiere,
al termine degli allenamenti o dopo la partita con i rifugiati sudanesi, tutti
in cerchio abbracciati.
Storie e racconti di vita. La comunità dei rifugiati congolesi, un
po' isolati e in estrema povertà aspettando che il loro paese ritrovi
la pace. Ma con i bimbi con ancora tanta voglia di cantare e giocare. Gli
incontri con Pius: parlando di Africa, Aids, Nord e Sud del mondo, debito
estero
Con Immanuel, burundese nato in Ruanda. Dieci anni fa, ne aveva
13 di età, passando per il Congo e la Tanzania è arrivato a
Nairobi. A piedi. Il padre non l'ha mai conosciuto; la madre, morta quando
aveva 6 anni. È vissuto con la zia, che si è poi stabilita in
Zambia. Prova a studiare, vorrebbe diventare ingegnere, fa qualche lavoretto
per mantenersi. Due mesi fa la zia è morta. Per andare al funerale
si è speso tutto, e rischiando l'arresto ad ogni frontiera. Se l'è
cavata inventandosi ogni volta una nuova nazionalità.
Kaleb ha 16 anni. Suo padre è morto, o se n'è andato. Si è
presa cura di lui la mamma, così come dei suoi fratellini e, dopo la
morte della zia, anche dei cugini. Anche lui faceva qualche lavoretto. È
vissuto per la strada un paio d'anni e poi è sbarcato a Kivuli. Ora
sta bene, qua. Ma a gennaio tornerà a casa. È la regola: bisogna
lasciare spazio ad altri. Kaleb verrà ancora aiutato, per lo studio.
Ma ha paura di non farcela. A scuola, giocando, ha rotto il braccio a un compagno.
I genitori benestanti lo hanno denunciato e pretendono un risarcimento che
la mamma non può permettersi. Sprizza sempre di allegria, gli piace
ballare, scherzare con tutti, soprattutto con le ragazze. A volte pare un
pallone gonfiato, ma è un ragazzo serio. Una sera ha deciso di aprirsi
con me. Da quel momento ci cerchiamo con lo sguardo e ci salutiamo, con affetto.
(Ma l'ultima volta che l'ho visto, i suoi occhi erano tristi. L'ho abbracciato
in un carcere minorile: ci ha passato una settimana, per via di quel braccio
rotto).
Abbiamo visitato la casa di Alex, anzi la baracca. La mamma, Anne, fa qualche
lavoretto a Kivuli. Il padre è zoppo, percepisce una misera pensione.
Alex dorme sul letto con il fratellino; i genitori, per terra. A volte saltano
i pasti per tre-quattro giorni di fila, ma a noi hanno offerto da mangiare.
Alex è timidissimo, ma ha la stoffa dell'attore. Poi a casa di Isaa,
dallo zio. Vivono in sette in una baracca di due metri per due. La mamma ha
lasciato Isaa allo zio quando era un neonato: con un figlio illegittimo si
faceva così, nella sua tribù. Appena cresciuto un po', ha cominciato
a vagare tra la casa e la strada. Finché è arrivato a Kivuli.
Sempre un po' stralunato, forse per la troppa colla che ha sniffato, Isaa
ha problemi di relazione, ma è già migliorato di molto, in un
anno.
E ieri Zipola, la mamma del piccolo e stupendo Brian, 4 anni e tanta voglia
di giocare. È il suo unico figlio e Zippy, come preferisce esser chiamata,
ha 26 anni. Da nove mesi vive da sola, se n'è andata di casa perché
il marito la picchiava e abusava di lei, e si è portata via Brian.
Fa la cucina in una scuola e la sera confeziona ciabatte e sandali - dormirà
sì e no cinque ore a notte. Mi ha invitato con Teo a casa sua e ci
ha raccontato di lei, dei suoi problemi con la famiglia che non la lasciò
studiare medicina e diventare suora. E dei suoi problemi con l'alcool, superati,
ora che deve dedicarsi anima e corpo al piccolo Brian. Dorme con la Bibbia
sotto il cuscino, ha una fede incrollabile, vuole farcela da sola. Alla fine
ha preso le nostre mani tra le sue, ha chiuso gli occhi e ha fatto (non è
cattolica, ma che importa) una splendida preghiera di ringraziamento.
di Davide Scaglione
da
Mthunzi. L'anno prossimo a Londjezani
L'estate a Kasupe è stata ricca di meraviglia e sentimenti. Il Mthunzi
Centre sta crescendo, mattone su mattone. La clinica è a un passo,
coi finanziamenti raccolti, dall'inaugurazione. La causa principale del ritardo
viene "dall'alto". Il pesante aumento dei medicinali per la malaria,
dovuto alla sostituzione della clorochina con i ben più costosi farmaci
a base di artemisia - la misura è stata decisa di recente dal ministero
della sanità - ha impegnato buona parte del nostro budget. L'attiva
partecipazione alla scelta di come impiegare i soldi raccolti in Italia è
stata un importante momento di crescita per tutto il gruppo. In attesa di
nuove stanze per gli ospiti del Mthunzi abbiamo preferito equipaggiare di
nuovi materassi i letti costruiti l'anno scorso dagli allievi della carpenteria.
Il riposo notturno sarà finalmente più confortevole per loro,
dopo troppo tempo a dormire su dei cartoni per le strade di Lusaka. Per i
58 ragazzi del Mthunzi ci sono anche nuovi bagni e docce, e pure dei box di
metallo dove sistemare le loro poche e preziose cose.
Gli ex street children stanno bene e sono pronti a diventare uomini. Quasi tutti, nel raccontarti la loro storia, preferiscono parlare del domani. Il loro sogno è quello di costruire una big house per gli amici ancora in strada e per le persone sole. L'anima profonda dello Zambia, con le sue tradizioni e musiche, sta alimentando la passione di alcuni, che hanno creato una vera band tradizionale. Il Mthunzi Culture Group miete premi. Nella giornata che abbiamo trascorso con loro a Matero, il Mthunzi è arrivato primo per la sezione "culture", tra le ovazioni generali, con uno spettacolo di antichissimo folclore locale dove lo "stregone" Gerald ha sgozzato coi denti una gallina nera, viva. Solo per stomaci forti.
I nuovi artisti del Mthunzi si vestono di abiti di stoffa tigrata (anche Kizito ora porta una camicia dello stesso tessuto ma non è un nuovo componente della band! La sua è il regalo di compleanno da parte della comunità), cuciti dalle donne di Chikondano del progetto sartoria. Durante la nostra permanenza hanno anche creato nuovi modelli di borse, dai colori sempre più sgargianti, mentre imparavano ad usare le quattro Singer arrivate quest'anno col nostro gruppo. Una sorpresa è stata riservata anche a Edina, la forzuta e infaticabile cuoca della Koinonia, che finalmente avrà una cucina nuova e un ricambio di pentole, attrezzi e casalinghi. Molto è stato fatto anche per la guest house, dove è stata creata dal nulla una cucina essenziale, dotata, grazie ai due provetti uomini del bricolage, di prese e luci elettriche.
Il Mthunzi è forse un angolo felice in un mondo
disperato? È stata la domanda più ricorrente tra di noi campisti.
La risposta ce l'hanno data i nostri occhi. E il nostro cuore. A pochi chilometri
dal Mthunzi pulsa una realtà nuova e dai contorni ancora poco definiti
di cui ci siamo innamorati. La comunità di Londjezani è l'anima
più viva e rosea di Chikondano. Qui, dopo aver realizzato, grazie al
contributo di Dario Viganò, un pozzo che fornirà alla comunità
e agli abitanti del villaggio acqua sana per bere e irrigare gli orti, abbiamo
progettato una struttura. Fortemente richiesto ma mai realizzato per mancanza
di fondi, il nuovo fabbricato intende dare un tetto alle tante attività
e idee di chi non possiede niente se non la voglia di stare insieme, e facilitare
l'aggregazione di donne e bambini (gli uomini sono deceduti quasi tutti o
risolvono il loro dolore ubriacandosi nelle sei misere taverne di Chikondano).
A Londjezani Peter e Phoebe, la moglie dello scomparso Beppe, il simpatico
autista tuttofare del Mthunzi, si prendono cura, col supporto di Amani, di
una ventina di bambine. Danno loro cibo ed educazione. Senza necessariamente
vedervi una copia della Casa di Anita, abbiamo pensato a un futuro campo di
volontari a Londjezani: per fare un po' di compagnia alle bambine, orfane
e dal sorriso stentato.
di Chiara Michelon
(giornalista)
Grazia
Orsolato, Davide Scaglione, Chiara Michelon sono volontari
che hanno partecipato ai campi estivi 2004 di Amani
La rivincita è nello stadio della vita
di Ignazio Oliva
Kivuli, sulla Kabiria Road. Cerco subito il responsabile del laboratorio teatrale,
è il mio lavoro e forse là posso dare una mano, piccola ma posso
farlo. Padre Kizito mi invita a pranzo, vuole conoscermi.
Non toccare
la donna "bianca"
L'uomo stupido e razzista è presente ad ogni latitudine. Lo
ha rivelato una coraggiosa inchiesta della rivista Jeune Afrique l'intelligent
condotta negli stati dell'Africa settentrionale. Gli africani neri, i subsahariani,
che emigrano in Marocco, Algeria, Tunisia, Libia o Egitto, spesso non sono
trattati da "fratelli". Soprattutto devono astenersi dal frequentare
le donne degli "africani bianchi", perché altrimenti nascerebbero
guai seri. Ma il razzismo appare anche, per esempio, nei rapporti fra marocchini
di pelle chiara e marocchini di pelle scura. Questi ultimi si possono consolare
rivalendosi sui "neri" di altri paesi
Nelle vaste reazioni all'inchiesta del settimanale c'è naturalmente
chi smentisce tali situazioni, ma moltissime sono le conferme. Da noi, in
Italia, non c'è purtroppo bisogno di inchieste per scoprire che i razzisti
sono tanti. Troppi.
Camera
con vista mare (e deserto)
Libia ed Algeria incassano ogni anno migliaia di miliardi di vecchie lire
vendendo le ricchezze del loro sottosuolo: gas e petrolio. Queste fonti di
reddito si stanno però esaurendo. Le previsioni non vanno oltre la
metà del secolo e i governanti dei due paesi pensano già al
dopo-petrolio. Puntano entrambi sul turismo.
La Libia è stata visitata nel 2003 da 350mila turisti e vorrebbe arrivare
a 3 milioni entro il 2010. Gheddafi ha già chiesto, o meglio, ordinato,
ai suoi concittadini di ricevere i visitatori in maniera "civile".
L'Algeria nel 2003 ha accolto un milione di turisti, ma di questi la metà
erano algerini residenti all'estero. Grandi traguardi, comunque, anche per
il presidente Abdelaziz Bouteflika: l'obiettivo per il 2013 è stato
fissato in 3 milioni di turisti, che porterebbero un incasso di oltre un miliardo
e mezzo di euro. Attualmente i posti letto disponibili in Algeria per il turismo
sono solo 60mila: dovranno raddoppiare molto presto, suddivisi tra zona turistica
sahariana e balneare.
I soliti noti
C'è una classifica negativa nella quale però l'Africa non è
prima: riguarda i dittatori più ladri del mondo. Il gruppo dei furfanti
è guidato dall'ex presidente indonesiano Mohammed Suharto con una cifra
tra i 15mila e i 35mila milioni di dollari (fra 30mila e 70mila miliardi circa
di vecchie lire). Segue l'ex presidente filippino Ferdinando Marcos: il suo
bottino varia da 5 a 10mila milioni di dollari. Ed ecco l'Africa, con Mobutu
Sese Seko dittatore in Zaire (oggi R.D. Congo) sino al maggio 1997, e già
deceduto.
In 32 anni di tirannia ha inviato all'estero 5mila milioni di dollari. Quarto
è Sani Abacha, ex uomo forte della Nigeria, pure passato a miglior
vita, che in soli cinque anni di potere ha "accantonato" dai 2 ai
5mila milioni di dollari.
L'Europa viene in quinta posizione grazie allo iugoslavo Slobodan Milosevic,
con "soli" mille milioni di dollari. Le cifre, come si può
vedere, sono mostruose seppur approssimative. L'unica consolazione ci viene
dal fatto che nessuno di questi galantuomini
è ancora in attività.
AMANI doc annata 2000
"Amani",
per chi ancora non se ne fosse accorto, è anche un vino. Un vino importante.
Perché è un Cabernet Sauvignon, 100%, affinato in barrique di
rovere di grande struttura, persistenza e intensità di profumi. Un
vino destinato all'invecchiamento, facilitato anche dalla versione magnum
(1,5 litri).
L'"Amani Monferrato Rosso doc" è stato battuto all'asta la
prima volta nel 2002, nell'azienda agricola Colonna che lo produce. Il nome,
ricorda Alessandra Colonna, gli è stato dato "l'11 settembre del
2001, giorno in cui, per strana coincidenza, lo imbottigliammo. Visti gli
accadimenti, decidemmo di chiamarlo Amani, "pace" in lingua kiswahili".
Erano 150 magnum della vendemmia 1999, e il ricavato venne devoluto ai progetti
in Africa dell'associazione.
Il successo ha indotto a una replica dell'iniziativa. È ancora disponibile
un certo numero di bottiglie magnum di "Amani 2000", confezionate
in cassette di legno, che sono frutto di una rigorosissima scelta fra trenta
barrique. Anche questa volta gli introiti andranno a vantaggio della Casa
di Anita e del Kivuli Centre di Nairobi.
Per informazioni rivolgersi alla sede di Amani.
Il
più illustre partecipante alla Nairobi Peace March arriva alle 9 del
mattino. Fa arrestare l'auto governativa ai piedi della collinetta dalla quale
inizia Uhuru Park, nel centro della città, e si insinua tra la folla:
maglietta bianca, cappellino a visiera, sorriso smagliante. Sembra uno dei tanti,
solo un po' più anziano. Il suo anonimato dura poco, la gente lo riconosce
e gli si accalca intorno: "Zio Moody, Zio Moody!", gridano. Esplode
la musica della banda e le bandiere della pace prendono a sventolare sulle teste
dei partecipanti alla marcia.
Sono
passati anni dal giorno in cui ho pensato di fare un'esperienza di volontariato
e il giorno in cui sono realmente partito. E oggi, a quasi 34 anni, me ne
pento. Mi pento di non averla affrontata prima, la mia vita sarebbe stata
forse diversa, oggi. Lavorando in teatro e al cinema mi sono laureato in scienze
politiche. Sono un attore, amo il mestiere che mi accompagna da più
di dieci anni, mestiere difficilissimo, precario ma che continua a nutrirmi
l'anima e il frigo. Ho seguito un percorso che mirasse alla scelta di storie
con un contenuto significativo, per me innanzitutto, ma anche nella speranza
che lo fosse in egual misura per il pubblico. Con questo bagaglio di vita
mi sono avvicinato alla missione di padre Kizito, il Kivuli Centre, nel cuore
di uno slum periferico ("satellite") di Nairobi chiamato Riruta.
Tutto è iniziato con l'idea di girare un documentario sulla realtà
delle Ong. Negli ultimi anni avevo girato da regista un paio di documentari
per la televisione con l'intento di fare e soprattutto imparare qualcosa di
nuovo. Volevo coniugare una necessità interna, partire volontario,
e portare testimonianza, attraverso un documentario. Ho mandato il mio curriculum
a diverse organizzazioni. Difficile missione per uno che non aveva mai affrontato
realtà di volontariato in paesi lontani, ma avevo qualche numero, soprattutto
una forte spinta emotiva e l'urgenza di andare - e questa è stata colta
da Amani, cui sono immensamente grato.
Sono partito a marzo senza videocamera. Avevo deciso di leggere, vedere capire,
prima, con curiosità intellettuale, con umiltà, come una spugna
secca pronta a essere nutrita. In sette ore sono stato catapultato in un mondo
completamente nuovo. Il primo giorno è stato in assolutoil più
forte, un misto di sensazioni dal timore alla pena, dalla vergogna alla rabbia.
Vergogna di possedere tutto ciò che ho ed ho avuto. La prima notte
nel mio letto non riuscivo a dormire: avevo ancora gli odori e le immagini
di una condizione di vita che mai avevo visto, olezzi di fogna, di spazzatura,
cherosene, immagini di bimbi che giocano nell'immondizia, tra maiali che come
loro cercavano qualcosa. All'inizio è adrenalina, quando cammini e
sei l'unico bianco, occhi neri che ti guardano e ti seguono ogni metro. Sguardi
diversi, da quello curioso del bimbo che pare veda un marziano a quello di
sfida di un uomo con la vanga sulla spalla, sguardo che non riesci a tenere
e guardi giù per terra, dove buste di plastica interrate spuntano qua
e là come cespugli colorati. Da noi l'avremmo chiamata arte contemporanea.
Ho passato un buon mese con loro. Mi sono allenato con la squadra per rompere
il ghiaccio, ci si doveva conoscere, innanzitutto. Dovevo farmi accettare
e far capire il mio intento. Dopo qualche iniziale diffidenza e qualche goal
da me segnato in varie partitelle, abbiamo iniziato a giocare con la videocamera
senza alcun timore.
Ignazio Oliva è attore di teatro
e di cinema. È anche autore di documentari, tra cui Amani Yassets
Football Club.
Non
ci sono più, adesso, i "giovani patrioti" che notte e giorno
bivaccavano in nervosi capannelli ai cancelli del palazzo del presidente Laurent
Gbagbo. Gli effetti più vistosi dei saccheggi sono stati spazzati via,
i vetri rotti sostituiti con fogli di cartone. I nerboruti soldati francesi
della Légion che presidiavano i punti caldi di Abidjan sono rientrati,
quasi tutti, alle loro basi: il loro ritiro dalla capitale dovrebbe essere
ormai pressappoco ultimato. Insomma, in Costa d'Avorio sembra tornata la calma.
Ma quello che fu un tempo il più prospero paese dell'Africa occidentale
francofona è ormai ferito a morte, spaccato in due dalla rivolta, isolato
nel mondo, indebitato fino al collo e con le casse vuote, abbandonato da migliaia
di stranieri residenti che facevano girare la sua economia d'esportazione.
A Abidjan è tornata la calma ma la storia non è finita.
La crisi è soltanto rinviata, la spirale riprenderà a inabissarsi.
Lo spiega con la lucidità di chi ne ha viste già di simili Alan
Doss, numero due delle Nazioni Unite nel paese: "Violenza crescente e
deprivazione economica si alimentano l'una con l'altra, e la spirale si avvita".
Doss paragona la situazione della Costa d'Avorio a quelle della Liberia e
della Sierra Leone, paesi vicini, che stanno stentatamente uscendo da due
spaventose guerre civili. Che cosa è accaduto dunque in questo paese
un tempo prospero,
polo d'attrazione per decine di migliaia di immigrati dalle più povere
nazioni dell'entroterra saheliano, oggi in rovina? La storia è lunga
e complessa, come sempre. Molte le cause, le occasioni mancate, la cecità
disumana del mercato mondiale delle materie prime, il ruolo spesso nefasto
della potenza ex coloniale, in questo caso la Francia. Oggi, al centro di
questa tela di ragno c'è il presidente Gbagbo, già campione
dell'opposizione ivoriana, giunto al potere attraverso elezioni democratiche
e poi diventato una specie di Milosevic d'Africa, cioè un leader pronto
a sposare qualunque ideologia per salvaguardare il proprio potere personale.
Come il serbo Slobodan Milosevic, oggi sotto processo all'Aia
per crimini di guerra, Gbagbo ha deciso da tempo di giocare la carta nazionalista.
La cosa potrebbe suonare bizzarra, nel continente della ricchezza etnica -
o pericolosa, nell'Africa delle guerre tribali. Ma è stata devastante
in Costa d'Avorio, paese d'immigrazione fino a pochi anni fa, dove nei lunghi
decenni postcoloniali si sono riversati maliani e burkinabé, nigerini
e liberiani, in fuga dalle siccità e dalle ricorrenti carestie, attratti
dalle opportunità
di lavoro nelle piantagioni e nell'industria di trasformazione alimentare.
La comunità immigrata un po' da tutta l'Africa occidentale è
una parte molto cospicua della popolazione residente in Costa d'Avorio.
Con
il lento declino della prosperità ivoriana, innescato in anni già
lontani dal crollo del prezzo del cacao (il primo prodotto d'esportazione)
sul mercato internazionale e poi da una serie di fattori concomitanti, le
tensioni tra ivoriani autoctoni e immigrati sono cresciute: i primi hanno
visto sempre più i secondi come dei concorrenti, dei rivali nella spartizione
di un reddito nazionale sempre più misero e di opportunità sempre
più scarse. Decidendo di presentarsi come il rappresentante e il leader
dei "veri ivoriani", Gbagbo ha attinto consensi entusiasti in un
vasto serbatoio dove il malcontento andava lentamente trascolorando nella
disperazione. Ma ha spaccato tragicamente in due il paese. È diventato
il presidente di mezza Costa d'Avorio. Tutto il resto ne è conseguito.
Nel settembre di due anni fa, gli scontenti del regime che Gbagbo andava instaurando
hanno intrapreso la strada della rivolta armata e tutto il nord li ha subito
seguiti. Laurent Soro e i suoi seguaci avevano già aperta davanti a
sé la strada di Abidjan, se il presidente non fosse stato salvato in
extremis dai francesi. E qui si apre il secondo abisso della tragedia ivoriana,
il ruolo disperato della Francia nel difendere un regime che la odia e aizza
le folle contro di lei - non va dimenticato che la crisi attuale è
esplosa quando l'aviazione di Gbagbo ha bombardato una base militare francese,
uccidendo nove soldati - allo scopo di preservare il proprio rapporto con
la Costa d'Avorio, che Parigi vive come l'ultima àncora del suo ruolo
geopolitico in Africa. Nell'ultimo decennio la Francia ha "perso"
numerosi paesi africani, nel senso che è finito il suo ruolo di influenza,
di controllo politico, di accesso privilegiato ai mercati, di sfruttamento
delle risorse naturali. Tutto è incominciato con il genocidio ruandese
del 1994. Anche in quel caso i soldati francesi intervennero, ma la loro interposizione
non servì a porre fine alle stragi di tutsi, bensì a proteggere
la fuga degli hutu davanti all'avanzare della guerriglia tutsi. Quest'ultima
vinse infine la guerra civile e prese il potere a Kigali, animata da un'inimicizia
irreparabile verso la Francia. Il nuovo regime ruandese innescò poi
la rivolta nel vicino Congo e anche lì, in pochi mesi, giunse al potere
un leader ostile alla Francia. Ora, il Ruanda è piccolo, isolato, poverissimo,
ma il Congo è un colosso di infinita ricchezza, al centro del continente,
crocevia di tutto: la preda più ambita di chiunque abbia mire sull'Africa.
L'influenza francese ne fu scacciata.
Oggi resta solo la Costa d'Avorio. Se i francesi dovranno
venir via anche da lì, tutto il poco che resta crollerà. Questo
spiega la fermezza con cui Parigi ha avviato da due anni ormai la più
cospicua operazione militare fuori dai suoi confini.
Il rapporto della Francia di Jacques Chirac con Gbagbo è sommamente
ambiguo. Il presidente è stato salvato dai francesi, ma se vuole tenersi
fedele la propria base deve rilanciare continuamente la retorica nazionalista,
dunque antifrancese. Sa bene che può tirare la corda ancora molto,
prima che si spezzi: i francesi sono ancora disposti ad inghiottire, pur di
non dover fare i bagagli. D'altra parte, Parigi ha tentato di imporre al capo
di stato ivoriano un accordo con la ribellione di cui Gbagbo non vuol sentir
parlare, pur avendolo solennemente sottoscritto. Per questo gli fa gioco continuare
a denunciare le forze francesi - unico serio puntello al suo regime - come
un intollerabile presenza neocoloniale. Ma si guarda bene dal varcare il limite
e chiederne la partenza immediata.
Le cose stanno a questo punto. Intanto, ottomila stranieri che risiedevano
in Costa d'Avorio hanno comunque fatto le valigie e se ne sono andati. Non
torneranno. Il paese è molto più solo e l'opinione pubblica
europea lentamente si sta assuefacendo all'idea di darlo per perso. Costa
d'Avorio, addio.
Pietro Veronese è inviato speciale per gli esteri di Repubblica.
Perché tutti insieme
L'adozione proposta da Amani non è individuale, cioè
di un solo bambino, ma è rivolta all'intero progetto di Kivuli, della
Casa di Anita, di Mthunzi o delle Scuole Nuba.
In questo modo nessuno di loro correrà il rischio di rimanere escluso.
Insomma "adottare" il progetto di Amani vuol dire adottare un gruppo
di bambini, garantendo loro la possibilità di mangiare, studiare e
fare scelte costruttive per il futuro, sperimentando la sicurezza e l'affetto
di un adulto. E soprattutto adottare un intero progetto vuol dire consentirci
di non limitare l'aiuto ai bambini che vivono nel centro di Kivuli, della
Casa di Anita, del Mthunzi o che frequentano le scuole di Kerker e Kujur Shabia,
ma di estenderlo anche ad altri piccoli che chiedono aiuto, o a famiglie in
difficoltà, e di spezzare così il percorso che porta i bambini
a diventare street children o, nel caso dei bambini nuba, di garantire loro
il fondamentale diritto all'educazione. Abbiamo infatti sperimentato che a
volte anche un piccolo sostegno economico permette ai genitori di continuare
a far crescere i piccoli nell'ambiente più adatto, e cioè la
famiglia di origine.
In questo modo, inoltre, rispettiamo la privacy dei bambini evitando di diffondere
informazioni troppo personali sulla storia, a volte terribile, dei nostri
piccoli ospiti. Pertanto, all'atto dell'adozione, non inviamo al sostenitore
informazioni relative ad un solo bambino, ma materiale stampato o video concernente
tutti i bambini del progetto che si è scelto di sostenere. Vi ricordiamo
che una caratteristica di Amani è quella di affidare ogni progetto
ed ogni iniziativa sul territorio africano solo ed esclusivamente a persone
del luogo.
Per questo i responsabili dei progetti di Amani in favore dei bambini di strada
sono keniani, zambiani e nuba. Con l'aiuto di chi sostiene il progetto delle
Adozioni a distanza, annualmente riusciamo a coprire le spese di gestione,
pagando la scuola, i vestiti, gli alimenti e le cure mediche a tutti i bambini.
Come aiutarci
Puoi "adottare"
i progetti realizzati da Amani con una somma di 26
euro al mese (312 euro all'anno): contribui-rai
al mantenimento e la cura di tutti i ragazzi accolti da Kivuli,
dalla Casa di Anita,
dal Mthunzi
o dalle Scuole nuba.
Per effettuare un'adozione a distanza basta versare una somma sul
c/c postale n. 37799202
intestato ad
Amani Onlus - Ong
via Gonin 8
20147 Milano
o sul
n. 000000503010 Banca Popolare Etica ABI 05018 - CAB 01600- CIN F - EU IBAN IT91 F050 1801 6000 0000 0503 010
.
Ti ricordiamo di indicare, oltre il tuo nome e indirizzo, la causale del versamento
"adozione a distanza".
Ci consentirai così di poterti inviare il materiale informativo.
Fotografie
di David Stewart-SmithIl calendario, con 13 splendidi bianco e nero di Stewart-Smith
(Ipg/Contrasto), è disponibile presso la sede operativa di Amani in
via Tortona 86 a Milano, al prezzo di € 13,00 (più spese di spedizione).
Richieste:
tel. 02 48951149 (Guido Casaletti); 02 4121011 (Ilario Gallina);
amani@amaniforafrica.org.
"Kivuli Street Children
Project" è progetto educativo nato dall'iniziativa dei
giovani della comunità di Koinonia che a Nairobi accoglie e sostiene
i bambini di strada di due grandi baraccopoli della capitale.
Il Centro Kivuli accoglie in forma residenziale 60 bambini di strada curandone
la crescita e l'educazione, copre le spese scolastiche di altri 70 bambini
ed è aperto con vari progetti animativi a tutti i bambini del quartiere.
Kivuli è diventato un punto di riferimento per i giovani e per gli
adulti, con un progetto di microcredito, laboratori artigianali di avviamento
professionale, una biblioteca, un dispensario medico, un progetto sportivo,
un laboratorio teatrale, una sartoria, un pozzo che vende acqua a prezzi calmierati
e uno spazio sede di varie associazioni e aperto a momenti di dibattito e
confronto per i giovani del quartiere.
"Casa di Anita"
è una casa di accoglienza sorta a N'gong (piccolo centro agricolo a
30 Km da Nairobi), curata da tre famiglie Keniane, inaugurata nell'agosto
1999.
La "Casa di Anita" accoglie 30 bambine di strada, alcune orfane
e altre figlie di famiglie poverissime, vittime di abusi sessuali, inserendole
in una struttura familiare e protetta, permettendo una crescita affettivamente
tranquilla e sicura.
"Mthunzi Center"
è un progetto educativo realizzato dalle famiglie della comunità
di Koinonia di Lusaka (Zambia) a favore dei bambini di strada.
Il Centro Mthunzi oltre ad accogliere 60 bambini di strada in forma residenziale
curandone la crescita e l'educazione, è un punto di riferimento per
la popolazione locale con il suo dispensario medico e con i suoi laboratori
di falegnameria e di avviamento professionale.
Un progetto di emergenza a favore della popolazione delle montagne Nuba e del Southern Blue Nile, provate dalla guerra e da quindici anni di isolamento, che consiste nell'invio di aiuti (sale, medicinali, attrezzi da lavoro, materiale scolastico, vestiti e sementi) per la sopravvivenza della popolazione locale e nell'accoglienza di rifugiati a Nairobi.
Due "scuole primarie"
sui monti Nuba che garantiscono l'educazione di base (l'equivalente della
formazione elementare e media in Italia) ai bambini della zona circostante,
in assenza di altre strutture scolastiche. Attualmente ognuna delle scuole
ha circa 600 alunni. Il progetto prevede anche una "scuola
magistrale" per selezionare e formare giovani insegnanti nuba
(circa 50 ogni anno) in modo da riattivare la rete scolastica autogestita
dalle popolazioni della zona.
"News from Africa", un'agenzia di informazione mensile redatta interamente da giovani scrittori e giornalisti africani, che raccoglie notizie e articoli di approfondimento provenienti dai paesi dell'Africa subsahariana per poi diffonderle in tutto il mondo per via telematica e cartacea.
"Africa Peace Point",organizzazione laica e apolitica che si prefigge la realizzazione di iniziative popolari per la costruzione e la diffusione di una cultura di pace nelle comunità africane; la sede è a Nairobi, dove APP si è dotata di un centro di documentazione e ha creato uno spazio in grado di ospitare forum, sessioni di formazione sulla pace e incontri tra gruppi di base.
"Amani People Theatre",
una compagnia di giovani attori che lavorano per una cultura di pace utilizzando
il teatro per la mediazione di conflitti, con performance e rappresentazioni
nei campi profughi del Kenya e nelle comunità di base.
Auguri
L'ombra
nella foto è quella di un aereo che sorvola gli sterminati territori
a sud dei Monti Nuba. L'aereo che dal Kenya porta a destinazione gli aiuti
di Amani.
Nel prossimo mese di agosto saranno dieci anni esatti dal primo viaggio, affrontato
nell'intento di sostenere i nuba in un momento tragico e disperato. Da allora
non abbiamo mai smesso, mese dopo mese, di tornarvi. Non è un risultato
scontato nemmeno oggi che non si spara più.
È un traguardo che ci rende felici per quanto abbiamo fatto insieme
e ci incoraggia ad andare avanti con la speranza che i nuba insegnano a noi
ogni giorno. È un traguardo reso possibile grazie a moltissime persone,
associazioni, istituzioni pubbliche locali e regionali, come pure l'ambasciata
d'Italia a Nairobi, enti e gruppi spontanei: non ci hanno mai fatto mancare,
ciascuno in un modo inconfondibile e a titolo diverso, il loro sostegno, neppure
nei momenti più difficili.
A tutti voi un augurio di pace e serenità - abbondanti per tutti e
in particolare per i popoli africani - per il Natale ormai imminente e per
il Nuovo Anno nel quale contiamo di riincontrarci presto.
Chi siamo
Amani che in kiswahili vuol dire pace è una associazione laica e una
Organizzazione non governativa riconosciuta dal Ministero degli Affari Esteri.
Amani si impegna particolarmente a favore delle popolazioni africane seguendo
queste due regole fondamentali:
1. curare lo sviluppo di un numero ristretto di progetti, in modo da poter
mantenere la sua azione su base prevalentemente volontaria per contenere i
costi a carico dei donatori.
2. affidare ogni progetto ed ogni iniziativa sul territorio africano solo
ed esclusivamente a persone del luogo. A conferma di questo molti degli interventi
di Amani sono stati ispirati da un gruppo di giovani africani riuniti nella
comunità di Koinonia.
Le principali attività di Amani sono le due case di accoglienza per
i bambini e le bambine di strada di Nairobi, Kivuli e la Casa di Anita; la
difesa del popolo Nuba in Sudan, vittima di un vero e proprio genocidio e
Africanews un'agenzia di stampa redatta interamente da giovani giornalisti
e scrittori africani. Inoltre, Amani sostiene in Zambia il Mthunzi Centre,
un progetto per i bambini di strada di Lusaka, una piccola scuola in Kenya
nel poverissimo quartiere di Kibera, e una compagnia di giovani attori che
lavorano per una cultura di pace attraverso la mediazione dei conflitti: l'Amani
People Theatre.
Come contattarci
Amani Onlus - Ong (Organizzazione non lucrativa di utilità sociale
e Organizzazione non governativa)
via Gonin, 8 - 20147 Milano - Italy
Tel. 02-48951149 - 02-4121011 - Fax. 02-45495237
e-mail: amani@amaniforafrica.org
sito web: www.amaniforafrica.org
Come aiutare Kivuli, la
Casa di Anita, il Mthunzi e il popolo Nuba
Basta versare una somma sul c/c postale n. 37799202 intestato ad Amani Onlus
- Ong, via Gonin 8 - 20147 Milano o sul n. 000000503010 Banca Popolare Etica ABI 05018 - CAB 01600- CIN F - EU IBAN IT91 F050 1801 6000 0000 0503 010
. Ricordiamo inoltre di scrivere sempre la causale del versamento e il
vostro indirizzo completo.
Nel caso dell'adozione a distanza è necessario versare 26 euro mensilmente
almeno per un anno. È importante indicare in entrambi i casi la causale
del versamento.
Le offerte ad Amani sono
deducibili
I benefici fiscali per erogazioni a favore di Amani possono essere conseguiti
con due possibilità alternative:
1 Deducibilità ai sensi del DPR 917/86 a favore di ONG per donazioni
destinate a Paesi in via di sviluppo. Deduzione nella misura massima del 2%
del reddito imponibile sia per le imprese che per le persone fisiche.
2 Oneri deducibili ai sensi del DL 460/97 per erogazioni liberali a favore
di ONLUS.
Per le imprese per un importo massimo di euro 2.065,83 o del 2% del reddito
di impresa dichiarato.
Per le persone fisiche detraibile nella misura del 19% per un importo complessivo
non superiore a euro 2.065,83.
Ai fini della dichiarazione fiscale è necessario scrivere sempre ONLUS
o ONG dopo Amani nell'intestazione e conservare:
1 per i versamenti con bollettino postale: ricevuta di versamento;
2 per i bonifici o assegni bancari: estratto conto della banca ed eventuali
note contabili.
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Editore: Associazione Amani Onlus-Ong, via Gonin 8, 20147
Milano
Direttore responsabile: Daniele Parolini
Coordinatore: Lorenzo Chiodo Grandi
Progetto grafico: Ergonarte, Milano
Stampato presso: Lito 2000 srl, via Sabbatelli 31, 23868 Valmadrera, LC
Registrazione presso la Cancelleria del Tribunale Civile e Penale di Milano
n. 596 in data 22.10.2001