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"Amani" anno VI, n. 4, Dicembre 2006
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Quelli come lui
Yousif Kuwa, leader dei nuba del
Sudan, Thomas Sankara, Wangari Maathai, Amadou Hampâté Bâ…
Chi ricorda più i padri (e madri) dell’Africa moderna? A loro
è dedicato Walimu, il Calendario Amani 2007
Sommario
Dimenticare Ratisbona
di Renato Kizito Sesana
Il
colono buono
di Pier Maria Mazzola
Memoria
del futuro
a cura della Redazione
Discafrica
di
Diego Marani
News from Africa
In
Breve
Cronaca dai seggi della pace
Di
Massimo Lambertini
Uomini e maribù
di
Nicola Meles e Maria Bazzano
Siamo venti
bambini…
La classe III B della scuola elementare “G. Rodari” di Opera (Mi)
Yoyo recita a soggetto
di
Paola Albini e Fabrizia Brunati
Dove Dio si riposò
di
Arnoldo Mosca Mondadori
Come un albero
di Maurizio Camerini e Michele Di Lecce
Shikò. Una bambina
di strada
di
Anna Ghezzi
Adozioni
a distanza
Perché
tutti insieme
Un
ritratto…
... e un autoritratto
Léopoldville?
Kinshasa. Fort Lamy? N’Djamena. Lourenço Marques? Maputo. Salisbury?
Harare. Perfino Pretoria adesso è Tshwane. E Brazzaville?... Brazzaville!
L’unica capitale africana ad avere conservato il nome di un colono è
quella congolese. E non perché, al momento dell’indipendenza,
nessuno vi avesse prestato attenzione. Tant’è vero che adesso,
a cent’anni dalla morte, il Congo ha voluto le spoglie dell’esploratore
Pietro Savorgnan di Brazzà (1852-1905) sinora inumate ad Algeri. Il
3 ottobre sono state trasferite – insieme a quelle della moglie e dei
quattro figli – in un mausoleo nuovo fiammante, in marmo di Carrara
(15 milioni di euro!), eretto sul luogo dove Brazzà strinse a nome
della Francia, nel 1880, un suggestivo patto di pace con il re Makoko.
Come il nome fa sospettare, l’esploratore e governatore che viene ricordato
come un “anti-Stanley” per la sua avversione alla schiavitù
e i suoi modi rispettosi verso gli indigeni, era italiano (l’Auditorium
di Roma gli ha dedicato di recente una mostra, e nel 2005 le Poste hanno emesso
un francobollo commemorativo). Anche se, per inseguire il suo sogno africano,
dovette infranciosarsi (salvo essere sconfessato da Parigi, negli ultimi anni
di vita, per le sue denunce degli eccessi coloniali).
Come ad ogni festa, anche qui non poteva mancare il “guastafeste”,
che questa volta porta il nome di Théophile Obenga. Congolese, discepolo
di Cheikh Anta Diop e uno dei massimi storici africani, Obenga ha denunciato
il vuoto di memoria riguardante il comportamento disinvolto del conte friulano
nei confronti delle donne: violò persino la principessa Ngalifuru,
vestale del fuoco sacro del re. Ma ancor più di questo sembra bruciare
a Obenga il fatto che «i congolesi nutrono odio politico gli uni verso
gli altri, e preferiscono celebrare uno straniero come Savorgnan di Brazzà
» piuttosto che glorie nazionali come Mabiala Ma Nganga, André
Matsoua o Marien Ngouabi (o il cardinal Émile Biayenda, aggiungiamo
noi. Ma è ben vero che il mandante del suo martirio dopo trent’anni
è ancora al vertice dello stato!).
E così, mentre le Conferenze episcopali di Francia e del Congo patrocinavano
la causa di beatificazione del “Lawrence d’Africa”, il quindicinale
dello stesso episcopato congolese ospitava degli autorevoli interventi a chiedere
lo “sbattezzo” della capitale per restituirle il suo nome originario:
Mfoa.
Pier Maria Mazzola
è giornalista, già direttore di Nigrizia e autore di
Giorni d’Africa (Emi).
Rientro a Nairobi dopo una breve visita
in Italia, e approfitto delle oltre dieci ore di volo per leggere giornali
di tutto il mondo. Ci sono ancora echi e commenti sulla crisi dei rapporti
islamo-cristiani causati dal discorso di Ratisbona di papa Benedetto, i reportage
da Baghdad sugli uomini-bomba, l’aggravarsi della crisi Israele-Palestina.
Un quotidiano inglese riporta l’esperienza di una giornalista musulmana
che ha provato per un giorno a vivere indossando il burqa, e descrive il suo
senso drammatico di perdita di identità.
Musa è un musulmano sudanese che per alcuni anni ha lavorato a stretto
contatto con Koinonia, un amico che ci è stato vicino in momenti difficili.
Mi chiama al telefono il giorno dopo il mio rientro. La voce, abitualmente
roboante e allegra, oggi comunica solo tristezza. Una famiglia di suoi amici,
come lui rifugiati dal Sudan, ha perso una figlia di 16 anni, morta di leucemia.
“Puoi venire a pregare insieme alla famiglia? Sara aveva espresso a
tutti il desiderio di diventare cattolica e, anche se non ha avuto il tempo
di fare questo passo, adesso la sua famiglia vorrebbe che oltre al funerale
secondo i nostri riti, un prete cattolico preghi per lei. Inoltre alcuni dei
suoi amici che parteciperanno alla veglia sono cattolici”. Non posso
rifiutare. Alla veglia funebre trovo tanta gente. Il papà, deceduto
qualche anno fa, aveva tre mogli, e scopro che la mamma di Sara pratica la
religione tradizionale del suo popolo. Anche lei dice che avrebbe voluto diventare
cristiana però non le era stato possibile dopo il matrimonio con un
poligamo. Aveva sperato tanto che almeno Sara sarebbe diventata cristiana…
Invito i presenti ad offrire le loro preghiere. Tra gli altri, una mamma che
allatta un neonato fa una preghiera in una lingua che non capisco, ma le due
lacrime che le scorrono sul viso non lasciano dubbi sul dolore che l’accompagnano.
Sono questi i musulmani con cui ci stiamo scontrando? Evidentemente no, questi
sono fratelli e sorelle che come noi credono nell’amore di Dio per i
suoi figli. Non sono toccati da quella tremenda malattia dell’anima
che è il fanatismo, l’estremismo, l’intolleranza, il rifiuto
degli altri – comunque vogliamo chiamarla.
Certo, i musulmani non sono tutti come quella famiglia e comunità che
mi ha ricevuto con tanto rispetto e affetto. Anche a Nairobi ci sono musulmani
irragionevoli, malati di intolleranza. Nel 1992 avevo pubblicato su New People
un servizio speciale che alimentava la speranza di crescita del dialogo fra
cristiani e musulmani. Due nostri giornalisti erano poi andati a trovare l’imam
della più grande moschea di Nairobi e, mostrandogli il numero speciale,
gli avevano chiesto un’intervista per il numero successivo. Erano stati
aggrediti verbalmente, con una violentissima tirata contro i cristiani, da
una persona che non voleva intender ragione e non voleva dialogare con nessuno.
Ma purtroppo ci sono molti cristiani altrettanto malati.
Non voglio banalizzare un problema che è estremamente complesso.
La storia ci ha fatto camminare su strade diverse, sia a causa degli scontri
violenti e della distruzione delle chiese cristiane del Nord Africa come delle
Crociate, sia perché i cristiani sono stati costretti, dalla storia
dell’Occidente, a spogliarsi del potere e dell’arroganza di cui
si erano vestiti per qualche secolo. E mentre la maggioranza dei cristiani
ha dovuto riscoprire la proposta, il dialogo e la testimonianza dell’amore
come la via maestra dell’annuncio del Vangelo, una parte troppo numerosa
di musulmani ha continuato ad interpretare nel modo più fondamentalista
e intransigente possibile i passaggi del Corano che possono alimentare la
violenza e la discriminazione nei confronti dei credenti di altre religioni.
L’equivoco si è approfondito da quando i musulmani fondamentalisti
attribuiscono alla società occidentale – che considerano cristiana
ma in realtà non lo è più – una visione del mondo
materialista, in cui il senso di Dio è andato perduto. Molti musulmani
che fino a pochi anni fa non erano fondamentalisti, si sentono offesi dall’ingiustizia
e oppressione che vedono praticare dall’Occidente, e sono spinti a reagire
in modi fondamentalisti.
Se è vero che i cristiani occidentali devono testimoniare con più
efficacia il senso della presenza di Dio nel mondo, una parte politicamente
ed economicamente importante dell’islam deve recuperare il senso degli
altri. Se i musulmani non fanno questo passo, rischiano di tenere l’islam
prigioniero di un circolo vizioso di vittimismo, isolamento e violenza.
Lo so, è un quadro fatto con semplificazioni estreme e grandi pennellate.
Ma ciascuno di noi deve pur rendersi comprensibile il mondo in cui vive, in
questo caso il fatto che si dicano musulmani sia i suicidi-omicidi di Baghdad
che Musa e i suoi amici di Nairobi.
Quale strada seguire? Si dice sempre, e giustamente, che il vero dialogo fra
le religioni si fa a livello locale. Suo obiettivo è superare le divisioni
e gli odi accumulatisi lungo la storia, imparare a incontrarsi nel rispetto
e nella condivisione, cooperare perché prevalgano la pace e la giustizia.
Non è un problema che posso delegare al papa, lo devo vivere io, a
Nairobi come a Brescia o a Matera. E, dovendo scegliere una linea, cerco di
dimenticare il discorso di Ratisbona e mi applico a mettere in pratica l’enciclica
Deus Caritas est.
Renato Kizito Sesana,giornalista
e padre comboniano, è socio fondatore di Amani.
È stato direttore del mensile Nigrizia, titolare per quattro
anni di una rubrica sul Sunday Nation, fondatore di New People
e ha dato vita a News from Africa, agenzia di stampa di “africani
che raccontano l’Africa”. Continua un’intensa attività
pubblicistica con varie testate italiane e non. Vive a Nairobi, in Kenya,
presso il Centro Kivuli. È inoltre fondatore e direttore di Radio Waumini,
emittente cattolica voluta dalla Conferenza episcopale keniana.
Dal 1995 si reca regolarmente tra i Nuba del Sudan realizzando con loro progetti
di aiuto alle popolazioni locali.
L’anno
scorso la nostra insegnante Elena ci ha parlato dell’esperienza che
ha fatto sua figlia Chiara a Kivuli, così, insieme ai nostri genitori,
abbiamo deciso di aderire al progetto di Amani di adozione a distanza.
Ne abbiamo parlato in classe, abbiamo visto i filmati di Kivuli, le foto scattate
da Chiara nell’agosto 2005 e ci siamo resi conto che i bambini africani
sono meno fortunati di noi, che abbiamo l’amore dei nostri genitori,
una casa, cibo e una scuola stupenda dove impariamo tantissime cose.
Abbiamo cercato di capire, anche se è molto difficile, cosa sia la
povertà e la risposta che ci siamo dati è che i bambini di strada
di Nairobi non ce la possono fare da soli e devono essere aiutati a crescere
e a imparare un lavoro.
Avvicinandoci a loro è nata la curiosità verso il loro modo
di vivere, ma anche un’amicizia attraverso lettere, disegni e messaggi
d’affetto che hanno accorciato le distanze.
Pur vivendo in modo diverso e in posti lontanissimi siamo sicuri che i nostri
cuori provano gli stessi sentimenti: l’amore, la voglia di pace e l’amicizia.
Quest’anno parleremo molto in classe di diritti dei bambini, faremo
lavori di gruppo, scriveremo i nostri pensieri e saremo molto contenti di
conoscere un volontario di Amani che, avendo vissuto a Kivuli con i nostri
amici, potrà rispondere a tutte le nostre domande e curiosità.
Speriamo che nei prossimi anni, noi bambini diventando adulti sapremo rendere
più uguale la vita degli uomini.
La classe III B della
scuola elementare “G. Rodari” di Opera (Mi)
DRappresentano ancora qualcosa, oggi, i “maestri” dell’Africa
del XX secolo? (Alcuni dei quali ancora ben attivi sulla scena continentale
e mondiale). Oppure le preoccupazioni del presente e del domani, per un continente
che ha innescato un nuovo, epocale movimento di diaspora verso l’Europa
e l’America, hanno la meglio sul sogno – di panafricanismo, di
riscatto culturale, di autentica indipendenza – incarnato da Nkrumah,
da Cheikh Anta Diop, da Lumumba?... Lo abbiamo domandato a qualche africano
presente da lunga data nel nostro paese.
“I ragazzi africani in Italia in genere non conoscono questi nomi. Bisogna
fare qualcosa per far loro apprendere la storia del proprio paese, specialmente
per quelli che come mio figlio sono nati qua e non sanno niente delle loro
origini. Siccome sono nati in Italia pensano di essere ormai italiani. Però
anche se un nero è nato qua, studia qua, cresce qua… deve sapere
che ha un passato!”.
AntenatiQueste figure rappresentano la mia principale fonte di ispirazione
quotidiana. Esse incarnano forti ideali di bontà, di serietà
e di responsabilità individuale e collettiva. Persone che in mezzo
alle difficoltà nelle battaglie per la dignità e l’equità
non si tirano dietro. Lo dico al presente perché le vedo ancora vive,
perché sono per me, e per quanti li ricordano, come degli antenati.
L’antenato è sempre presente, non muore mai.
Alcuni sono ancora visibili tra di noi. Pensiamo a Mandela, a Wangari Maathai,
a Desmond Tutu, che continuano a parlare e a vivere di pace cercando di far
comprendere che l’impegno serio e costante per offrire pane, acqua,
parola in libertà, medicinali, libri e testi scolastici, rappresenta
la prima via per far godere i diritti fondamentali. Costoro inoltre continuano
a parlarmi con forza e costantemente perché sono la voce della coscienza
critica e della libertà di espressione per me, uomo, lavoratore, immigrato
e cittadino non solo africano.
Oggi, ancor più dell’Africa è il mondo ad avere bisogno
di fare memoria di queste figure e dei valori che incarnano, i quali possono
costituire la base da cui partire per impegnare meglio le nostre energie
e le nostre coscienze nella pace e nell’incarnazione dei diritti essenziali.
Ci sono africani e africane che parlano di queste figure come se fossero presenti,
con entusiasmo, con nostalgia. Le interrogano in una sorta di oracolo per
meglio capire quale strada seguire per riportare al continente africano, dilaniato
da guerre fratricide e politiche per il potere, da dittature militari e da
corruzione, gli ideali di partecipazione democratica e culturale. I nomi più
evocati dai giovani che io conosco sono quelli di Mandela, di Thomas Sankara,
di Senghor, di Wangari Maathai, di Nkrumah, di Desmond Tutu e diMiriam Makeba.
Purtroppo molti dei nuovi governanti africani vogliono mettere queste figure
nei musei e in oscure biblioteche per farle tacere per sempre. Noi continueremo
a batterci con forza perché siano conosciute, perché non si
pensi di fare la storia senza la memoria, né la nuova Africa senza
la voce, i volti, le mani, i suoni delle sue donne e dei suoi uomini che hanno
già segnato la strada da percorrere.
Jean-Pierre Sourou Piessou sindacalista.
Nicola.
Che cosa unisce due gruppi di bambini in un pomeriggio di agosto? Giocano
a pallavolo, corrono, condividono il pasto, ridono, chiacchierano, si respira
una serena atmosfera, tutto sembra semplice. Facile e naturale il divertimento.
Mentre siamo insieme si crea una strana complicità: una felicità
che non era scontato raggiungere. Chi è quel signore con la barba bianca
a cui è dedicato un canto e l’intera giornata?
Siamo alla Casa di Anita. Si sono riunite le due comunità (Kivuli Centre
e Anita’s Home) per festeggiare il 63° compleanno di padre Kizito.
I bimbi di Kivuli e le bambine di Anita si alternano nei balli, nei canti,
nelle poesie, nelle esibizioni, e tutti sono protagonisti. Immerso in questo
clima, quasi non mi accorgo dell’assenza di Maria – le dovrò
raccontare tutto durante le nostre chiacchierate notturne sull’Africa.
La febbre si è abbattuta sui volontari e Maria non ne è stata
risparmiata. Ha saltato anche le Street Olympics, giornata di giochi con i
bambini di strada in un campo immerso nella baraccopoli di Kibera.
Maria. Mi sembra di capire che l’esperienza come quella che
hai appena descritto, e come le Street Olympics, abbiano segnato
due grandi momenti del nostro viaggio che purtroppo non mi hanno vista partecipe.
Sarebbe bello riuscire a vivere a fondo ogni attimo, gustarne il sapore, permettere
al tempo di fermarsi per riflettere su ciò che si è vissuto.
Non riesco a immaginare cosa si possa provare nel vedere una massa di bambini
scappare da una prigione a Kibera. Un ragazzo, approfittando della confusione
creata dalle attività ludiche organizzate dagli educatori di Koinonia
con il supporto dei volontari italiani, ha aperto il cancello di un edificio
dove i ragazzi di strada vengono saltuariamente rinchiusi per “ripulire”
il quartiere della loro presenza. La situazione è sfuggita di mano:
Boni, l’organizzatore delle Street Olympics, è stato fermato
dalla polizia e rilasciato solamente in serata; le attività non sono
più riprese e la distribuzione del cibo si è rivelata veramente
dura e difficile.
È inaccettabile e difficile rimanere distanti emotivamente nel vedere
dei ragazzi che litigano ferocemente per accaparrarsi quattro fette di pane.
Il modo in cui divorano il cibo dà la sensazione che quel gesto non
nasca solo dalla necessità di soddisfare un bisogno fisiologico ma
da qualcosa di più profondo: riempire un vuoto.
Nicola. Ho avuto la stessa sensazione nel trascorrere momenti con
i ragazzi di strada di alcune baraccopoli che fanno un uso smodato di colla,
ormai loro compagna di vita e oblio della loro sofferenza. E pensare che molti
ragazzi del Kivuli hanno vissuto realtà simili a queste…
Maria. Vedere Clinton, Abram, Felix, Samuel, John… correre,
giocare, ridere sereni al Kivuli Centre, è solo una piccola luce nell’oscurità
di Nairobi che però testimonia una speranza e una capacità di
riprendersi in mano la propria vita. Una speranza più difficile da
vedere a Korogocho, una delle 199 baraccopoli della capitale, dove quotidianamente
uomini e maribù lottano per accaparrarsi resti di cibo depositati su
un’infinita discarica. Qui l’uomo sembra tornato a una dimensione
primitiva, dove sono annullate le differenze di specie e l’unica cosa
che conta è la lotta per la sopravvivenza.
Nonostante queste condizioni di vita, ciò che ci è rimasto impresso
è la dignità con il quale il popolo keniano affronta la vita,
trovando occasione per sorridere magari anche solo attraverso una messa.
Nicola
Meles e Maria Bazzano, volontari di Amani, hanno partecipato
al campo di incontro dell'agosto 2006 al Kivuli Centre
Mandela.
Il ritratto di un uomo
Contrasto
pp. 356 (grande formato)
€ 48,00
Un libro-omaggio, “definitivo”, con
prefazione nientepopodimenoché di Kofi Annan e introduzione di Desmond
Tutu – non per nulla l’uscita del volume è stata programmata
in contemporanea mondiale (il 2 ottobre).
251 foto ma anche molto testo: la biografia di “Madiba” e le testimonianze
originali di una sessantina di personaggi, da Bill Clinton a Bono, da Tony
Blair a Muhammad Ali (Cassius Clay)…
Ryszard
Kapuscinski
Autoritratto di un reporter
Feltrinelli
pp. 116
€ 10,00
" Il mio lavoro è una vocazione, una missione. Non mi sarei esposto
a rischi del genere se non avessi sentito che si trattava di qualcosa che
riguardava la storia e noi stessi. Questo è qualcosa di più
del giornalismo". "La mia principale ambizione è dimostrare
agli europei che la nostra mentalità è quanto mai eurocentrica".
L’ultimo libro firmato Kapuscinski è – anche se si tratta
in realtà di un collage ragionato di numerose interviste rilasciate
nel corso degli anni – una grande lezione di giornalismo, ma dove questo
termine non rima alla superficialità ma alla “storiografia del
presente”, e senza mai prevaricare l’umano, anzi mettendosi al
suo servizio.
Un film sbarbatello
C’è poco da fare: i giovani sono sempre dalla
parte opposta a quella delle istituzioni. Una prova evidente arriva dal Marocco,
dove un film minacciato di boicottaggio dagli integralisti ha conosciuto invece
un grande successo di
pubblico, specialmente giovanile.
Marockè una banale storia d’amore fra adolescenti, ma la protagonista,
oltre a innamorarsi di un ragazzo ebreo, deride il fratello appena tornato
da un’università londinese. Vedendolo prostrarsi per pregare
lo apostrofa così: “Ma sei impazzito? Vuoi diventare un barbuto?”
(un fondamentalista). Non osiamo pensare cosa sarebbe successo se il film
invece di essere marocchino, dalla regista agli attori ai produttori, fosse
stato occidentale. Invece, anche un’interpellanza in parlamento
è stata respinta.
In orbita. E su terra?
La notizia positiva è che il secondo satellite
nigeriano, “Nigcomsat-1”, verrà lanciato il 19 marzo 2007
e servirà a migliorare la rete di telecomunicazioni dei quindici paesi
che fanno parte della Comunità economica dell’Africa occidentale
(Cedeao/Ecowas). Il primo satellite “nigeriano” era stato lanciato
dalla Russia nel 2003.
Confessiamo che ci fa molto piacere sapere che il gigante africano (130 milioni
di abitanti) sia presente nei programmi spaziali; speriamo altrettanto vivamente
che la tecnologia non sia solamente cinese nel prossimo lancio, o non sia
stata solo russa in quello precedente. Speriamo cioè che molti tecnici
siano nigeriani. Senza dimenticare però la disperata gente del Delta
che muore bruciata mentre cerca di rubare il petrolio dagli oleodotti.
Punte di diamante
Dai diamanti “insanguinati”, quelli che provenivano
dai paesi dilaniati dalle guerre civili, e le sovvenzionavano, ai diamanti
“intelligenti”. Un bel passo in avanti per l’Africa. Gli
ideatori sono stati il Sudafrica e la Namibia, rispettivamente secondo e terzo
produttore mondiale. Hanno capito, ed era ora, che il valore aggiunto, cioè
la lavorazione e lo sgrezzamento dei diamanti, procura guadagni altissimi
che ora si dividono europei ed israeliani.
L’Angola dopo la guerra civile è tornata al sesto posto come
produttrice mentre la Rd Congo, ex leader mondiale, è un po’
nel caos. Comunque, sul modello dei paesi produttori di petrolio, 20 stati
africani faranno parte della “Opec” diamantifera, la Adpa; altri
21 parteciperanno come osservatori. Che il diamante unisca ciò che
la politica divide.
Un
nuovo libro di Renato Kizito Sesana,
curato da Anna Pozzi e
con la prefazione di Pietro Veronese.
Sperling & Kupfer, pp. 232, € 16,00.
Disponibile in libreria e presso la sede di Amani.
Shikò non si è sempre chiamata così: il suo vero nome
è Malaika, che significa “angelo”. Ma da quando, per povertà
e disperazione, è finita in strada con la madre e i fratelli, la sua
vita è cambiata e così il suo nome, diventando uno dei "mille
nomi che non significano niente".
Anche padre Kizito non si è sempre chiamato così: molti anni
fa l’Africa lo ha accolto e ribattezzato. Le loro strade si sono incontrate.
Ora, la voce stessa della piccola protagonista ci racconta la sua storia,
mentre a padre Kizito spetta il compito di rivelare ciò che lei non
può dire e di offrire a noi la possibilità di capire un pezzo
d’Africa.
Una storia che finisce bene, con Shikò che ritrova il suo nome, una
nuova famiglia, un’identità. E riscopre quella speranza di cui
ha bisogno ognuno di noi, di cui ha bisogno l’Africa.
Shikò racconta la vita che ha fatto in strada a partire dai tre anni
fino agli otto-nove: finché non è entrata nella Casa di Anita,
che sorge sulle verdi colline di Ngong dove Karen Blixen ambientò La
mia Africa. Padre Kizito racconta: "Quando è arrivata, era
una bimba che viveva con l’ossessione del cibo. Era magrissima, con
problemi di crescita regolare a causa della malnutrizione. Era sempre in tensione,
piena di paura e sfiducia verso il mondo degli adulti e tutti gli altri. Non
si fidava a mangiare il cibo buono che le veniva dato, cercava tra i rifiuti
della casa, mangiava l’erba nei campi intorno alla Casa di Anita. Non
era abituata a dormire nel letto, lo vedeva come un posto dove divertirsi
e fare grandi salti, ma di dormire non se ne parlava".
"Quando le bambine vanno in strada prima dei dieci anni – racconta
ancora – fanno le prostitute. Per questo se ne trovano pochissime sulla
strada, perché le famiglie, per quanto povere, fanno di tutto per tenersi
le bambine vicine. Se il maschietto va via di casa perché ci sono delle
difficoltà, magari si lascia passare, ma sono solo le famiglie più
povere e disperate che perdono le bambine sulla strada".
Ora Shikò è tornata a chiamarsi Malaika, gioca benissimo a calcio
ed è uno dei pilastri di Casa di Anita, punto di riferimento per le
più piccole.
Crocevia ideale per ritornare ad incontrare le voci dei nostri piccoli amici
di Kivuli e Tone La Maji. Sono arrivati per un evento speciale. Ci sono i
suoni ritmati dei tamburi dei Nafsi – il gruppo di musicisti e acrobati
nato al Kivuli –, i canti e le danze, ricamati da mille piccole attività
che precedono qualcosa di importante.
Oggi si piantano anche alberi, certi che cresceranno per donare ombra e frutti.
E l’immagine è proprio l’albero, ciò che possiamo
vedere, le fronde, i frutti, la sua aspirazione alla luce; e ciò che
non possiamo vedere, le sue radici, il suo movimento verso l’acqua.
È l’albero della comunità, l’albero di Koinonia.
Appena un anno fa padre Kizito descriveva il progetto agli amicie ora, nella
calda luce di agosto, le strutture accolgono già le bambine. Le mani
piene di terra che amorevolmente colmano le buche che accolgono i nuovi germogli
si stanno già stringendo alle mani dei piccoli strappati alla strada.
Sono queste mani che insieme costruiscono il percorso della crescita, la strada
per il futuro. Ma sotto, giù tra le radici e le fondamenta, c’è
la linfa vitale, il progetto di condivisione e solidarietà.
Anita ci sorride, ricorda il nostro goffo tentativo dello scorso anno di produrre
formaggio con il latte delle mucche che sono nella stalla in fondo allo spiazzo
dei giochi e del lavoro. Sorride, perché alla prima delusione di quel
latte mai cagliato è seguito il profumo di una forma di caciotta ben
riuscita.
Sorride,
perché anche le storie sfortunate possono avere un’altra possibilità,
un nuovo inizio. E allora, un buon inizio alla nuova Casa di Anita.
Maurizio Camerini e Michele Di Lecce,
entrambi di Matera, sono amici di Amani e sostengono il progetto Africa Peace
Point.
Abidjan
mica c'è il deserto. Diventa più complicato scaricare tonnellate
di rifiuti chimici pericolosi. Il 19 agosto una nave arriva al largo della
Costa d'Avorio, si chiama Probo Koala, e attracca. Per una trentina
di ore 19 camion hanno fatto la spola tra il porto di Abidjan e alcune discariche
della città. Avanti e indietro per trasportare rifiuti: 528 tonnellate.
Nei giorni seguenti, iniziano ad arrivare negli ospedali persone che vomitano,
con strane macchie sulla pelle e tanto prurito. Sono decine, poi centinaia,
infine migliaia. Che cos’hanno respirato, bevuto, mangiato? In 102.806
si presentano a uno dei 36 ospedali della città, gli intossicati certi
sono almeno duemila. Dieci muoiono, tre sono bambini. Ai primi di settembre
si comincia a parlare di disastro ambientale e sanitario, e di scandalo politico.
Le forze speciali dell'esercito circondano le discariche e impediscono l'accesso
agli estranei (implicita ammissione che in tempi “normali” migliaia
di persone vanno a trafficarvi), ma è troppo tardi. Dalla Francia arriva
una squadra di specialisti per investigare (quando scoppia un problema in
Costa d'Avorio prima o poi arrivano sempre i francesi, ma non sempre gli ivoriani
sembrano gradire); il primo ministro Charles Konan Banny si dimette il 6 settembre
e con lui cade il governo (prontamente ricostituito dallo stesso). Saltano
anche il direttore delle dogane e quello del porto, considerato un sostenitore
“eccellente” del presidente Laurent Gbagbo. Sembra che la Probo
Koala avesse tutte le carte in regola per fare quel che ha fatto.
Probo Koala è una nave giramondo greca, batte bandiera panamense, ha
un equipaggio russo e viene noleggiata da una società specializzata
nel trasporto di prodotti petroliferi e minerali, Trafigura. Un nome, un programma:
fondata nel 1993, con sede legale in Olanda, direzione operativa in Svizzera
e 55 uffici in 36 paesi, Italia compresa (i vantaggi della globalizzazione).
I rifiuti liquidi scaricati in Costa d'Avorio sarebbero i residui del lavaggio
delle cisterne della nave, diretta in Estonia per caricare componenti di benzina
da consegnare in Nigeria. Trafigura nega qualsiasi responsabilità.
Fra l'altro, secondo Il Sole 24 Ore e il Financial Times,
la società aveva inviato, tra luglio e settembre 2003, oltre 250.000
dollari a Kojo Annan, il figlio del segretario generale delle Nazioni Unite,
“quando era già noto a tutti nel mondo del trading petrolifero
che la società olandese era stata coinvolta in due episodi di contrabbando
dall'Iraq in violazione delle sanzioni Onu”.
Per il portavoce del Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente, “con
la crescita degli scambi globali e il costo della gestione dei rifiuti, aumentano
gli incentivi del traffico illegale e gli eventi di Abidjan potrebbero facilmente
ripetersi”. Magari come da anni succede nei deserti africani, dalla
Mauritania alla Somalia (vedasi il libro di Luciano Scalettari, Alberto Chiara
e Barbara Carazzolo, Ilaria Alpi, un omicidio al crocevia dei traffici).
Epilogo. Due dirigenti francesi di Trafigura in Costa d’Avorio sono
messi agli arresti. Un migliaio di ivoriani decide di fare causa alla società
olandese. La Francia recupera le scorie tossiche per trattarle in propri impianti
specializzati.
Diego
Marani, è giornalista; già redattore di Nigrizia,
collabora per diverse riviste, come Altreconomia e Galatea.
Dopo
l'ultima tirata con la ridotta, il nostro pickup ci deposita sul cucuzzolo
di Nzibira. Siamo in una sperduta località tra i monti Mitumba, nel
Sud Kivu, che la Commissione elettorale indipendente (Cei) ci ha chiesto di
aggiungere ai luoghi di osservazione previsti, perché molto esposta
a possibili attacchi degli interahamwe (i miliziani genocidari ruandesi).
Ci sono infatti una pattuglia di soldati pachistani della Monuc, la missione
delle Nazioni Unite in Congo, e militari dell'esercito congolese. Questi ultimi
sono molto più vicino ai seggi elettorali, allestiti nella piccola
scuola, di quanto dovuto, ma qui lo spazio è poco.
C'è molto affollamento, la gente sembra ansiosa di votare, le code
sono però ordinate e silenziose. Il presidente del seggio, in giacca
per l'occasione, ci saluta soddisfatto: i moduli dei verbali, unici elementi
mancanti del materiale elettorale, sono finalmente arrivati. All'interno,
dove il flusso degli elettori è abbastanza sostenuto, grazie anche
al prodigarsi del personale, osservatori nazionali e rappresentanti di lista
sono nei posti assegnati. Tutto regolare. Dopo una mezzora ci spostiamo in
un seggio dove il problema degli analfabeti che chiedono supporto è
particolarmente evidente. La loro gestione non era stata definita in modo
chiaro nella legge elettorale, perciò i presidenti di seggio hanno
deciso in autonomia. Così, più per risolvere un problema che
per inficiare la segretezza, nella cabina a volte ci sono più persone.
Una volta usciti – farlo all'interno poteva generare tensione nel personale
– annotiamo tutto nei formulari del Paco, il progetto Onu di cui facciamo
parte. Serviranno al nostro Coordinamento per la stesura del Rapporto Finale,
quello che sancirà il free and fair delle elezioni.
Lasciamo Nzibira per riprendere, per l'ultima volta, il giro dei luoghi di
osservazione assegnatici. Sin dal nostro arrivo abbiamo monitorato quotidianamente
le forniture del materiale, la preparazione dei seggi, l'andamento della campagna
elettorale e l'atmosfera generale in cui la gente si apprestava a votare.
Uno degli scopi della nostra presenza era scoraggiare intimidazioni o brogli,
per cui si era cercata la massima visibilità. Gli abitanti di un villaggio
ci avevano presentati, non appena arrivati, a un capitano dell'esercito e
al capo della polizia, responsabile di abusi. Episodi minori, se confrontati
alle efferate violenze commesse, nel recente passato, dalle varie milizie.
Questa rimane una zona ad alto rischio anche se la Monuc, con cui restiamo
in contatto pur non garantendoci protezione, ci conferma che, per ora, gli
interahamwe non hanno interesse ad uscire dalla fitta foresta che
li nasconde.
I congolesi apprezzano la nostra presenza di osservatori indipendenti (ma
ufficiali) non retribuiti che, in risposta all'invito della loro società
civile, hanno speso di tasca propria per essere lì con loro per questo
storico evento.
Siamo una delle 25 coppie dispiegate nella difficile regione del Kivu dalla
missione organizzata da Beati i costruttori di pace che vede comuni
cittadini, formati dai professionisti del progetto Eurosservatori, agire in
un contesto di grande instabilità. Una missione appoggiata dal governo
italiano, che ha fornito un aereo, e sostenuta da numerosi enti locali che
hanno contribuito a finanziarla. Torniamo a Burhale, dove avevamo seguito
le operazioni di apertura, per seguire quelle di chiusura e di spoglio. Le
lunghissime code che gli elettori avevano formato sin dalla notte, si sono
quasi esaurite. Subito ci chiedono un parere sul caso di un elettore che,
regolarmente identificato, sarebbe uscito dal seggio senza votare. L'imprevisto
ha bloccato tutte le attività. Ma possiamo solo consigliare di rivolgersi
al livello superiore della Cei (il nostro ruolo ci impone di non interferire
in alcun modo; ad esempio possiamo farci mostrare qualunque cosa ma non possiamo
toccare nulla). Dobbiamo essere passivi, ne va della nostra imparzialità.
Quando
lo spoglio ha inizio, il contenuto dell'urna delle presidenziali viene riversato
su un tavolo di fortuna. L’assistente, con gesto preciso, mostra a tutti
le schede annunciando la volontà degli elettori, ma molte, poiché
contrassegnate in modo non conforme (tante quelle firmate), vengono annullate
dal presidente. Tutto avviene nella più assoluta correttezza e concordia
e i casi incerti sono risolti con brevi scambi di opinioni che coinvolgono
anche i rappresentanti di lista.
Alle 23.30 lo spoglio delle presidenziali è finito ma al momento di
compilare i verbali i conti non tornano. Si verifica per ore. Il personale,
che non ha mangiato e non dorme da due giorni, è sfinito, qualcuno
ha ceduto al sonno. Quando finalmente il problema è risolto, si procede
alla preparazione dei plichi da inviare al Centro di Collegamento. Alle 3
il presidente agguanta l'urna bianca delle legislative e si ricomincia. Quando,
stremati anche noi, raggiungiamo la parrocchia dove alloggiamo, non è
ancora giorno. Il Congo ha votato.
Massimo Lambertini,
è stato uno degli osservatori dell’associazione Beati i costruttori
di pace alle elezioni del 30 luglio nella Rd Congo.
Bene anche il secondo turno
Il 29 ottobre si è svolto, in un clima sostanzialmente calmo, il ballottaggio
tra Jean-Pierre Bemba e Joseph Kabila, quest’ultimo nettamente favorito.
Il risultato ufficiale era atteso per fine novembre.
È praticamente dall’indipendenza (1960) che non si tenevano elezioni
democratiche nella Rd Congo. Nel 1997 $Mobutu Sese Seko, da più di
trent’anni “cleptocrate” dello Zaire, viene rovesciato da
Laurent-Désiré Kabila. Un anno dopo, questi decide di liberarsi
dei ruandesi che lo avevano portato a Kinshasa. La guerra si complica, diventa
“panafricana”, e si incancrenisce. Nel 2001 a Kabila, assassinato,
subentra il figlio Joseph. Le violenze nel paese continuano e i signori della
guerra si moltiplicano finché, due anni dopo, i principali antagonisti
raggiungono un precario compromesso. Nel 2005 è varata una nuova Costituzione.
Il 30 luglio 2006 si tengono le attese elezioni presidenziali e legislative.
Quelle cui ha preso parte, come osservatore, l’autore dell’articolo
a fianco.
Non rimane che sperare che Kabila, Bemba e tutti gli altri attori di una guerra
da 4 milioni di morti si inchinino una volta per tutte al verdetto delle urne.
Un’altra Africa è possibile
Si tiene per la prima volta in Africa – e precisamente a Nairobi dal
20 al 25 gennaio prossimo – il Forum Sociale Mondiale, ormai alla sua
settima edizione dopo il debutto di Porto Alegre (Brasile) nel 2001.
Il desiderio è che non sia un Social Forum “in Africa”,
ma che venga in qualche modo africanizzato, per dare voce a una parte
del mondo che di solito è silente, e dove anche la società civile
è ancora piuttosto debole. Per questo, i lavori gireranno attorno alle
azioni e alle campagne che gruppi e associazioni già portano avanti.
Di qui il sottotitolo dell’edizione 2007: People’s Struggles,
People’s Alternatives (Lotte e alternative della gente). E poi
la decisione di concentrare le attività in nove grandi tematiche-contenitori,
in cui trattare temi universali ma in una prospettiva africana.
Nairobi si prepara, o almeno ci prova. Serve molto impegno perché i
keniani si accorgano che ci sarà un Social Forum, e ne colgano la novità
rispetto alle altre mille conferenze continentali o mondiali che la città
di frequente ospita. E perché i keniani, e gli africani in generale,
si sentano protagonisti, in grado di dare il loro punto di vista sul mondo.
Qualcosa si muove. Sul fronte delle chiese si è creata una piattaforma
ecumenica in preparazione al Forum. Al proprio interno, la chiesa cattolica
si è a sua volta organizzata per diverse attività durante il
Forum ma anche per sensibilizzare i keniani, in vista dell’evento, su
alcune tematiche centrali per l’Africa: nomadi e migrazioni, baraccopoli,
Aids, debito estero, pace e riconciliazione.
Maria Chiara Cremona
L'adozione proposta da Amani non è individuale, cioè
di un solo bambino, ma è rivolta all'intero progetto di Kivuli, della
Casa di Anita, di Mthunzi o delle Scuole Nuba.
In questo modo nessuno di loro correrà il rischio di rimanere escluso.
Insomma "adottare" il progetto di Amani vuol dire adottare un gruppo
di bambini, garantendo loro la possibilità di mangiare, studiare e
fare scelte costruttive per il futuro, sperimentando la sicurezza e l'affetto
di un adulto. E soprattutto adottare un intero progetto vuol dire consentirci
di non limitare l’aiuto ai bambini che vivono nel centro di Kivuli,
della Casa di Anita, del Mthunzi o che frequentano le scuole di Kerker e Kujur
Shabia, ma di estenderlo anche ad altri piccoli che chiedono aiuto, o a famiglie
in difficoltà, e di spezzare così il percorso che porta i bambini
a diventare street children o, nel caso dei bambini nuba, di garantire
loro il fondamentale diritto all’educazione. Anche un piccolo sostegno
economico permette ai genitori di continuare a far crescere i piccoli nell’ambiente
più adatto, e cioè la famiglia di origine.
In questo modo, inoltre, rispettiamo la privacy dei bambini evitando di diffondere
informazioni troppo personali sulla storia, a volte terribile, dei nostri
piccoli ospiti. Pertanto, all'atto dell'adozione, non inviamo al sostenitore
informazioni relative ad un solo bambino, ma materiale stampato o video concernente
tutti i bambini del progetto che si è scelto di sostenere.
Una caratteristica di Amani è quella di affidare ogni progetto ed ogni
iniziativa sul territorio africano solo ed esclusivamente a persone del luogo.
Per questo i responsabili dei progetti di Amani in favore dei bambini di strada
sono keniani, zambiani e nuba.
Con l'aiuto di chi sostiene il progetto delle Adozioni a distanza, annualmente
riusciamo a coprire le spese di gestione, pagando la scuola, i vestiti, gli
alimenti e le cure mediche a tutti i bambini.
info: adozioni@amaniforafrica.org
Come aiutarci
Puoi "adottare"
i progetti realizzati da Amani con una somma di 30
euro al mese (360 euro all'anno): contribuirai
al mantenimento e la cura di tutti i ragazzi accolti da Kivuli,
dalla Casa di Anita,
dal Mthunzi
o dalle Scuole nuba.
Per effettuare un'adozione a distanza basta versare una somma sul
c/c postale n. 37799202
intestato ad
Amani Onlus - Ong
via Gonin, 8
20147 Milano
o sul
c/c bancario
n. 503010
Banca Popolare Etica
CIN G - ABI 05018 - CAB 12100
EU IBAN IT93 G050 1812 1000 000 0503
010
Ti ricordiamo di indicare, oltre il tuo nome e indirizzo, la causale del versamento
"adozione a distanza".
Ci consentirai così di poterti inviare il materiale informativo.
Yoyo è Charlie Chaplin
a sei anni.
I dentoni frontali hanno appena fatto capolino tra le gengive. Sulla scena,
creata da noi tra polvere e sterpaglie, delimitata da uno scopettone e un
secchio, improvvisa delicato e spietato, tragico e melodrammatico, razionale
e istintivo al tempo stesso, rispondendo e adattando il proprio vissuto al
gioco del teatro.
L'incontro con i bambini è stato un guardarsi
negli occhi e non sapere bene cosa fare, né da una parte né
dall'altra, ma con un'urgenza di comunicazione reciproca da soddisfare in
qualche modo e il prima possibile.
Così, uno ad uno, hanno cominciato a sfilare su quell'immaginario palcoscenico,
consapevoli di recitare ma senza essere posseduti dal demone dell'attore.
Nella vita le emozioni, le azioni hanno un ritmo.
L'ansia, il dolore, la rabbia, l'attesa, tutto ha un ritmo che cambia sempre.
Yoyo e i suoi compagni hanno un ritmo interno, innato, dettato dalla logica
convincente della strada. Attraverso il teatro non danno risposte, aprono
delle domande, cui è doveroso dare voce.
Le discariche sono l’emblema più concreto di ogni ciclo economico.
Ammonticchiano tutto quanto è stato, sono lo strascico vero del consumo,
qualcosa in più dell’orma lasciata da ogni prodotto sulla crosta
terrestre. Gli slum si sviluppano come metastasi di fango e lamiera su montagne
di rimasugli inutili, sulla feccia della produzione, in cui adulti e bambini
lavorano quotidianamente per collezionare un pranzo ed una cena…
La discarica è il panorama di cui godono
le terrazze di questa gente, la bellevue africana, ciò che
i grandi occhi scuri affogati in tuorli di ombretto nero osservano, contemplano,
condividono…
La soggezione e l’inadeguatezza sono sentimenti del tutto occidentali
davanti a tale spettacolo, è l’Africa che fa rimordere la coscienza,
è un’istantanea di Yoyo sorridente con uno sfondo di lattine
e maribù che lascia allibiti e smuove una pelle d’oca dolorosa,
pallida, indelebile.
Sono le inconsapevoli vittime dell’urbanizzazione feroce, dei gusti
occidentali che affondano fendenti nei desideri, è la chimera del benessere
come diritto inalienabile, ragazzini-soldato mandati in prima linea
a piedi scalzi…
Il teatro che abbiamo giocato li ha sospinti a valorizzare i loro talenti
visionari, la naturale e necessaria propensione ad improvvisare una partita
di calcio senza pallone, la fantasia dettata dal non possedere nulla che fa
inventare qualsiasi cosa, l’aritmetica della partitura gestuale di chi
ha interiorizzato e messo sotto la propria epidermide un vissuto antitetico
al nostro: in Occidente devi lottare, se vuoi morire; negli slum, se vuoi
vivere.
Paola Albini e Fabrizia Brunati, sono collaboratrici del regista Fabio Ilacqua.
Kivuli Center, un
progetto educativo nato dall’iniziativa dei giovani della comunità
di Koinonia, che a Nairobi accoglie e sostiene i bambini di strada di due
grandi baraccopoli della capitale.
Il Centro Kivuli accoglie in forma residenziale 60 bambini di strada curandone
la crescita e l’educazione, copre le spese scolastiche di altri 70 bambini
ed è aperto con vari progetti animativi a tutti i bambini del quartiere.
Kivuli è diventato un punto di riferimento per i giovani e per gli
adulti, con un progetto di microcredito, laboratori artigianali di avviamento
professionale, una biblioteca, un dispensario medico, un progetto sportivo,
un laboratorio teatrale, una sartoria, un pozzo che vende acqua a prezzi calmierati,
una scuola di lingua, una scuola di computer e uno spazio sede di varie associazioni,
aperto a momenti di dibattito e confronto per i giovani del quartiere.
Casa di Anita, una casa di accoglienza
sorta a N’Gong (piccolo centro agricolo a 20 km da Nairobi), curata
da tre famiglie keniane, inaugurata nell’agosto 1999. La Casa di Anita
accoglie 50 ex bambine di strada, alcune orfane e altre figlie di famiglie
poverissime, vittime di abusi sessuali, inserendole in una struttura familiare
e protetta, permettendo una crescita affettivamente tranquilla e sicura.
Mthunzi Centre, un progetto educativo
realizzato dalle famiglie della comunità di Koinonia di Lusaka (Zambia)
a favore dei bambini di strada. Il Centro Mthunzi, oltre ad accogliere 60
bambini di strada in forma residenziale curandone la crescita e l’educazione,
è un punto di riferimento per la popolazione locale, con il suo dispensario
medico e con i suoi laboratori di falegnameria e di sartoria per l’avviamento
professionale.
Riruta Health Project, un programma
di prevenzione e cura dell'Aids, in collaborazione con Caritas Italiana che
offre assistenza a domicilio a malati terminali e a pazienti sieropositivi
nelle periferie di Nairobi.
Due scuole primarie
Due scuole primarie sui monti Nuba che garantiscono l’educazione di
base (l’equivalente della formazione elementare e media in Italia) ai
bambini della zona circostante, in assenza di altre strutture scolastiche.
Attualmente ognuna delle scuole ha circa 600 alunni. Il progetto
include anche una scuola magistrale
per selezionare e formare giovani insegnanti nuba (circa 50 ogni anno) in
modo da riattivare la rete scolastica autogestita dalle popolazioni della
zona.
News from Africa, un’agenzia
di informazione mensile prodotta da giovani scrittori e giornalisti africani,
che raccoglie notizie e articoli di approfondimento provenienti dai paesi
dell’Africa subsahariana per poi diffonderle in tutto il mondo per via
telematica e cartacea. www.newsfromafrica.org
Africa Peace Point,
organizzazione laica e apolitica che si prefigge la realizzazione di iniziative
popolari per la costruzione e la diffusione di una cultura di pace nelle comunità
africane; la sede è a Nairobi, dove APP si è dotata di un centro
di documentazione e ha creato uno spazio in grado di ospitare forum, sessioni
di formazione sulla pace e incontri tra gruppi di base.
Amani People’s Theatre, una
compagnia di giovani attori che lavorano per una cultura di pace utilizzando
il teatro per la mediazione di conflitti, con performance e rappresentazioni
nei campi profughi del Kenya e nelle comunità di base.
Geremia School, una scuola di informatica
che fornisce una formazione professionale di qualità, nell’ottica
di contribuire a colmare il digital divide Nord/Sud.
Ndugo Mdogo, (Piccolo Fratello),
un progetto dotato di tre strutture: un centro che accoglie in forma residenziale
40 bambini; un centro diurno di prima accoglienza con un pasto caldo, cure
mediche, scuola e affetto; un istituto di formazione per educatori professionali.
"Ogni
popolo ha i capi che si merita, si dice; nella seconda metà del XX
secolo l’Africa ne ha avuti di catastrofici, ma anche di grandi.
Se si è meritata i primi, si è però guadagnata anche
i secondi. Perché l’Africa è migliore di come noi spesso
l’immaginiamo. E se l’Africa ha avuto tra i suoi leader dei maestri,
allora vuol dire che ha forse qualcosa da insegnare".
dalla presentazione di Pietro Veronese
Il ricavato del calendario andrà a finanziare borse di studio,
per la scuola superiore e per l'università, di studenti africani in
Kenya e Zambia.
Il calendario è disponibile presso la sede
operativa di Amani in via Tortona 86 a Milano, al prezzo di € 10,00 (più
spese di spedizione). Esiste anche in versione “scrivania” (€
8,00).
Richieste: 02 48951149 - 02 4121011
amani@amaniforafrica.org
Amani, che in kiswahili vuol dire “pace”,
è un’associazione laica e una Organizzazione non governativa
riconosciuta dal Ministero degli Affari Esteri.
Amani si impegna particolarmente a favore delle popolazioni africane seguendo
queste due regole fondamentali:
1. Curare lo sviluppo di un numero ristretto di progetti, in modo da poter
mantenere la sua azione su base prevalentemente volontaria per contenere i
costi a carico dei donatori;
2. Privilegiare l’affidamento e la gestione di ogni progetto e di ogni
iniziativa sul territorio africano a persone qualificate del luogo. Molti
degli interventi di Amani, infatti, sono stati direttamente ispirati dalla
comunità di Koinonia (www.koinoniakenya.org).
Come contattarci
Amani Onlus – Ong (Organizzazione non lucrativa
di utilità sociale e Organizzazione non governativa)
Sede legale e amministrativa:
via Gonin, 8 – 20147 Milano – Italy
Tel. 02 4121011 – Fax 02 48302707
Sede operativa:
via Tortona, 86 – 20144 Milano – Italy
Tel. 02 48951149 – Fax 02 45495237
amani@amaniforafrica.org
www.amaniforafrica.org
Come aiutarci
Basta versare una somma sul c/c postale n. 37799202
intestato ad Amani Onlus-Ong – via Gonin 8 – 20147 Milano,
o sul c/c bancario n. 000000503010 Banca Popolare Etica ABI 05018 - CAB 01600- CIN F - EU IBAN IT91 F050 1801 6000 0000 0503 010
Nel caso dell'adozione a distanza è necessario versare 30 euro mensilmente
almeno per un anno.
Ricordiamo inoltre di scrivere scrivere sempre la causale del versamento e
il vostro indirizzo completo.
Le offerte ad Amani sono
deducibili
I benefici fiscali per erogazioni a favore di Amani possono essere conseguiti
con le seguenti possibilità:
1. Deducibilità ai sensi della legge 80/2005 dell’importo delle
donazioni (solo per quelle effettuate successivamente al 16.03.2005) con un
massimo di 70.000 euro oppure del 10% del reddito imponibile fino ad un massimo
di 70.000 euro sia per le imprese che per le persone fisiche. in alternativa:
2. Deducibilità ai sensi del DPR 917/86 a favore di ONG per donazioni
destinate a Paesi in via di Sviluppo. Deduzione nella misura massima del 2%
del reddito imponibile sia per le imprese che per le persone fisiche.
3. Detraibilità ai sensi del D.Lgs. 460/97 per erogazioni liberali
a favore di ONLUS, nella misura del 19% per un importo non superiore a euro
2.065,83 per le persone fisiche; per le imprese per un importo massimo di
euro 2.065,83 o del 2% del reddito di impresa dichiarato.
Ai fini della dichiarazione fiscale è necessario scrivere sempre ONLUS
o ONG dopo AMANI nell'intestazione e conservare:
- per i versamenti con bollettino postale: ricevuta di versamento;
- per i bonifici o assegni bancari: estratto conto della banca ed eventuali
note contabili.
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Amaninews è un servizio di informazione e approfondimento
di Amani: tiene informati gli iscritti sulle nostre iniziative, diffonde i
nostri comunicati stampa rende pubbliche le nostre attività.
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Associazione Amani Onlus-Ong, via Gonin 8, 20147 Milano
Direttore
responsabile: Daniele Parolini
Coordinatore: Pier
Maria Mazzola
Progetto grafico e impaginazione: Ergonarte,
Milano
Stampato presso: Grafiche Riga srl, via Repubblica
9, 23841 Annone Brianza (LC)
Registrazione presso la Cancelleria del Tribunale
Civile e Penale di Milano n. 596 in data 22.10.2001
Domenica 17 dicembre, di
fronte alle colline di Ngong, si realizza un sogno: Dunkan, Victor, Samuel,
Muli, Andru, e tutti i bambini del progetto Ndugu Mdogo (Piccolo Fratello)
entreranno nella loro nuova casa.
Li ho conosciuti insieme a Gian Marco a Pasqua, nel piccolo Drop In Centre
alle porte di Kibera: quella casa per loro rappresentava tutto. Ci avevano
fatto vedere le tre piccole stanze con gli occhi luminosi e un sorriso indimenticabile,
e noi stavamo seduti a giocare con loro, nella più grande e dignitosa
casa del mondo.
E li abbiamo seguiti in questi mesi con il pensiero, mentre loro stavano scegliendo
una nuova vita. Nessuno li ha obbligati a lasciare la strada, ma il lavoro
di Boniface, Robert, Jack e Tiberius, gli educatori,
è stato prima di tutto un lavoro di rispetto: conoscere ogni bambino
e aiutarlo a scegliere, pensare insieme le attività e la cura degli
spazi, condividere il gioco e il desiderio di ricominciare a studiare.
Nella nuova struttura, che potrà accogliere cinquanta bambini, si prenderanno
cura di loro tre famiglie, sul modello della Casa di Anita. Prima dell’inaugurazione
padre Kizito celebrerà una messa, di fronte alle colline di Ngong,
dove una leggenda dice che Dio si sia riposato dopo la creazione… forse
pensando e sognando Dunkan, Victor, Samuel, Muli, Andru, e tutti i bambini
di questo progetto.
Arnoldo Mosca Mondadori
Un
felice Natale e un 2007 di pace
Un’anziana donna (vista da Fabio
Sironi a Nairobi) sotto il peso della sua fascina di legna.
A tutti gli amici di Amani, il nostro grazie per averci aiutato, anche quest’anno,
ad alleviare la fatica di vivere di molti, in Kenya, in Zambia e sui Monti
Nuba.