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Amani Newsletter Dicembre 1999
Mombasa, 8 Dicembre 1999
Cari Amici,
volevo farvi giungere questa nota per Natale, non so se ciò sarà
possibile. Dallíultima lettera che vi ho scritto non sono mai stato
in un posto per più di una settimana intera. Qualche giorno fa, quando
ho incominciato a scrivervi, mi sono ammalato di malaria e per qualche giorno
non ho potuto fare nulla.
Il mare di Mombasa
Ma eccomi qua. Dallíaltro ieri sono a Mombasa, nella casa dei comboniani,
con cinque dei nostri ragazzi di Kivuli, quelli che settimana scorsa hanno
completato un ciclo di studi, cioè hanno finito líottava classe
elementare o la scuola professionale. Hanno quindi dai 14 ai 18 anni. Abbiamo
offerto loro questo "viaggio premio" e se líesperienza sarà
positiva vorremmo ripeterla ogni anno. La casa è isolata, una ventina
di metri a picco su un mare straordinario. Questi ragazzini, cresciuti nellíaffollamento,
nella sporcizia e nella miseria di uno slum di Nairobi, sono stati rapiti
dalla bellezza e dallíimmensità del mare. Sono sempre in acqua,
stanno imparando velocemente a nuotare e vanno a caccia di granchi. Poi in
casa si prestano a fare i servizi necessari, dal lavare i piatti a cucinare.
È un lusso? Forse, ma se avessi la possibilità ogni anno di
far provare questa esperienza al gruppo che finisce gli studi a Kivuli lo
farei senza esitazione. Questa casa non eí sempre disponibile. Giustamente,
i missionari in vacanza o in ritiro hanno la priorità. Per noi sarebbe
bello trovare chi ci offre una settimana di ospitalità ai primi di
dicembre, quando chiudono le scuole.
La Campagna Sudan e il
Forum di Milano
Lo scorso settembre ero a Milano per il Forum sul Sudan che ha visto la partecipazione
di qualificatissimi rappresentanti della società civile sudanese. È
stato il momento culmine di anni di lavoro della Campagna Italiana per i diritti
umani in Sudan. Finora chi voleva aiutare il Sudan a trovare una soluzione
negoziata ai suoi problemi, cercava di riunire intorno ad un tavolo il governo
e i ribelli. Il Forum di Milano ha superato questa logica e ha riunito i rappresentanti
della società civile del Nord e del Sud. È stato un ascoltare
chi finora era stato messo da parte, eí un passo che daí grandi
speranze. Adesso tutte le associazioni che partecipano alla Campagna, in particolare
Amani che eí stata più volte elogiata dai vari rappresentanti,
hanno la responsabilità di mantenere vivo questo nuovo spirito.
Il mio sogno per il Giubileo
"Beati coloro che osano sognare, perché, sono i soli che vedranno
i loro sogni realizzarsi", diceva dom Helder Camara, compianto vescovo
di Recife, in Brasile.
Noi abbiamo un sogno per il Giubileo. Ed è un sogno africano. Come
tutti i sogni è nato per caso, quasi inconsciamente. Allíinizio
dello scorso anno, messo alle strette dalle domande di un giornalista, ho
pensato a quello che il Papa ha detto, indicendo il Giubileo: "andate
verso i poveri, cercate nel loro volto il volto del Cristo sofferente".
Ispirato da queste parole, ma anche dalla mia esperienza in Africa, in mezzo
ai più poveri, ho risposto quasi istintivamente: "Il nostro Giubileo
sarà un Giubileo africano, sarà un andare verso i poveri di
questa terra". A poco a poco, il pensiero ha preso forma, il sogno ha
acquisito i contorni più compiuti di uníidea: celebrare il Giubileo,
andando verso una delle popolazioni più povere e perseguitate che conosco,
la gente del Sudan. E celebrare insieme il Natale del 2000 in una delle zone
più povere e dimenticate di questo dimenticato Paese, fra le vittime
della guerra, dellíingiustizia e della nostra indifferenza. Questa
volta non vorrei andarci con giornalisti e fotografi, ma con un gruppo di
amici e di cristiani, con uno spirito di fraternità e di condivisione.
Lasciamo che siano i poveri a predicare a noi il significato di questo Giubileo,
ad annunciarci il Vangelo. Andiamo ad ascoltarli e a lasciarci cambiare da
loro. Ma che senso può avere questo pellegrinaggio nel cuore di uníAfrica
martoriata e dimenticata, lontano dai santuari e dalle mete classiche del
Giubileo? Questo nostro recarci in Sudan non vuole essere un pellegrinaggio
"alternativo" a Roma. Non vuole essere uníiniziativa forzatamente
controcorrente o provocatoria. Del resto, non mi importa molto se qualcuno
a Roma ha trasformato il Giubileo in un affare: il Giubileo non perde valore
perché chi ha il cuore meschino ne vede solo líaspetto economico.
Non possiamo lasciarci condizionare da loro, diventeremmo vittime noi stessi
della logica del profitto. Manteniamo un cuore più grande e occhi capaci
di vedere la realtà più vera ed essenziale delle cose. È
lo spirito con cui vorremmo vivere il nostro Giubileo in Sudan, insieme a
un gruppo di persone capaci di intuire la presenza forte e particolare di
Cristo là dove cíè chi soffre. Dare la precedenza ai
poveri vuol dire condividere la scelta di Dio per gli ultimi.
Il Sudan non è evidentemente solo una meta geografica, terra di guerra, di fame, di malattie e di ingiustizie, luogo privilegiato della presenza del Cristo crocifisso, è anche una meta del cuore e della fede. Il camminare verso questa gente non può essere un semplice andare da un luogo allíaltro. Deve essere anche un cammino interiore di conversione e di penitenza, di fede e di speranza. È un auspicio, per questo Paese e per queste popolazioni, affinché sia concesso anche a loro di veder realizzato uno degli aspetti più autentici della tradizione giubilare ebraico-cristiana: il ritorno alla terra. Ritorno alla terra che in Sudan significa innanzitutto ritorno alla pace, significa che milioni di persone rifugiate e sfollate potranno tornare alle loro case dopo decenni di guerra e di esodo, significa un ritorno a una vita normale e a un futuro migliore. In altri termini, per chi parteciperà venendo dal ricco Nord sarà un pellegrinaggio verso i luoghi santi della sofferenza e della povertà. Per chi ci accoglierà sul posto sarà un Giubileo di speranze e di riscatto, un riappropriarsi della propria terra e cultura. Per tutti sarà un ritrovarsi intorno alla nostra comune umanità, riscoprendoci fratelli e sorelle. Líidea è stata ripresa anche da alcune riviste nazionali, e nel corso dellíanno sono stato sollecitato da diversi amici: "Noi siamo pronti - mi dicevano - che cosa facciamo?" Ho pensato dunque che era giunto il tempo di trasformare líidea in progetto. Ne ho parlato coi fratelli di Koinonia e con Amani, e infine ho deciso di assumermi personalmente tutta la responsabilità organizzativa. Ecco qualche indicazione pratica. Coloro che prenderanno parte al pellegrinaggio dovrebbero trovarsi a Nairobi entro la sera di martedì 21 dicembre del 2000. Saremo di ritorno dal Sudan entro la sera di lunedì 27 dicembre. A Nairobi i partecipanti saranno ospiti di Kivuli. Mi assumo la responsabilità di decidere la località del pellegrinaggio, tenendo presente che, nellíattuale situazione di guerra, sarebbe imprudente, e anche impossibile, annunciarla. Terrò i contatti con la comunità locale che ci accoglierà. E se nel frattempo le parti in lotta arriveranno a porre fine al conflitto, sarà ancora più significativo trascorrere insieme ai Sudanesi il primo Natale di pace dopo tanti anni di guerra. I partecipanti dovrebbero essere espressione di parrocchie, movimenti, associazioni, o gruppi. Da questi gruppi sono scelti, inviati e sostenuti, e questi gruppi li riceveranno al ritorno, con la disponibilità ad ascoltarli, a condividere idealmente questo Giubileo dei poveri e con i poveri. Costerà molto? Direi di no, per ogni persona basterà raddoppiare il costo del biglietto aereo di andata e ritorno per Nairobi, niente di più. Se i gruppi volessero inviare i frutti della loro condivisione saranno liberi di farlo, ma la consegna sarà fatta con estrema attenzione e rispetto per chi li riceve. Pensateci. Se un gruppo ritiene di voler inviare dei rappresentanti si può mettere direttamente in contatto con me. Valuterò la fattibilità della cosa, considerando anche il numero dei partecipanti, entro la fine del prossimo mese di agosto.
Gli amici di Pax Christi organizzeranno un pellegrinaggio simile
in agosto, in una zona del Sudan forse un poí più tranquilla
di quella che ho in mente io. Kivuli ospiterà anche in questo caso
i pellegrini, e Amani collaborerà allíiniziativa.
Personalmente porterò in Sudan anche i fratelli di Koinonia che sono
già con Dio e che hanno lavorato per la giustizia e la pace in Africa.
Clement che voleva andarci come volontario, Lawrence che sacrificava piccole
cifre del suo salario di maestro e me le dava per portare "qualcosa da
mangiare" ai Sudanesi, Andrea, che era venuto con me pochi mesi prima
di morire e che avrebbe fortemente voluto impegnarsi per i Nuba. Anzi, a pensarci
bene, mi lascerò portare da loro. Io sono il frutto del loro senso
di giustizia. Aspetto reazioni a questa proposta. Fatevi sentire.
Nuba
Ai primi di novembre sono andato ancora a trovare i miei amici Nuba. La pressione
militare del governo di Khartoum continua, più forte che mai. Líunica
pista di atterraggio disponibile era non lontana da una montagna chiamata
Lado, in un angolo della regione che non avevo mai visitato. I cristiani sono
accorsi numerosi. Ho scoperto con soddisfazione che fra i catechisti più
attivi ci sono i giovani che hanno frequentato il corso di catechetica che
ho tenuto nel dicembre del 1995, a Teberi, situata a oltre 100 km di distanza
da Lado.
Ho ritrovato líemozione dei primi viaggi tra i Nuba: qui avevano visto per líultima volta i padri che venivano da Kadugli nel 1983. Ho celebrato una messa in una chiesetta che eí come un nido díaquila fra le rocce, che domina la grande pianura sottostante. Uníaltra messa con centinaia di persone, cristiani di tutte le denominazioni e non-cristiani inclusi, in una macchia di grandi alberi di mango che non lasciavano penetrare la luce del sole. Ho incontrato bambini che alla mia vista fuggivano impauriti perché non avevano mai visto un bianco...
Siamo passati a sette o otto chilometri dalla guarnigione governativa di Buram, e i catechisti mi hanno fatto visitare una missione protestante, ormai completamente distrutta. Con me cíerano solo Giovanni, di Kivuli, e una giornalista tanto brava quanto discreta, Anna Pozzi. Come al solito durante queste visite non eí importante quello che dici, o i giudizi che ti formi in testa, ciò che conta eí ascoltare la gente, il rapporto con loro. A Lado e dintorni ci sono molti protestanti, perché la loro missione eí stata attiva dal 1924 al 1983. Alla messa cíerano sempre più protestanti che cattolici... Laí ci si accorge come le differenze dottrinali impallidiscono di fronte alla solidarietà creata dalla persecuzione. Izikia, il leader dei protestanti, avrà 40 anni, ed eí gravemente handicappato in seguito a una polio avuta da bambino. Mi ha raccontato che quando nel 1983 lui e altri leaders dei protestanti sono stati imprigionati e torturati a Kadugli, eí stato il comboniano padre Giovanni Fenzi a intervenire a loro difesa e a ottenerne la scarcerazione. Padre Fenzi eí ricordato da molti con grande affetto. I più giovani, che non ricordano di averlo mai visto, magari ti dicono con orgoglio: "Mia mamma mi ha detto che a battezzarmi eí stato padre Fenzi!". Dallíalto di una montagna un anziano cattolico mi ha detto, indicando il fondovalle: "Vedi quei grandi alberi ai margine di quel campo di sorgo? Lì cíera una chiesetta, e lì veniva padre Francesco Cazzaniga da Kadugli a visitarci regolarmente. La comunità cresceva in fretta, perché padre Francesco sapeva darci il gusto del Vangelo e aveva rispetto per noi e per le nostre tradizioni. Ma dopo líinizio del movimento di liberazione del Sud, líesercito credeva di vedere i ribelli ovunque. In realtà qui noi non sapevamo neanche che ci fosse una ribellione. Ma cíè stata una repressione brutale, soprattutto dopo che i padri sono stati espulsi. La chiesetta fu bruciata, i muri anneriti vennero abbattuti. Non ne resta quasi traccia. Ma noi resistiamo, qui, sulle montagne. Quando vedi padre Francesco digli che abbiamo mantenuto la fede". Con Amani e Koinonia stiamo cercando di organizzare una scuola per i bambini di questa zona. Da quando la missione protestante eí stata distrutta nessuno più ha avuto la possibilità di organizzare una scuola regolare.
Nilo Azzurro
Dal 16 al 23 novembre, ho risposto allíinvito del Governatore Malik
Aggar e sono andato a visitare la regione che i Sudanesi chiamano Southern
Blu Nile (Nilo Azzurro del Sud). È una regione che confina con líEtiopia,
laí dove appunto il Nilo Azzurro entra in Sudan. Sul Nilo Azzurro è
situata la diga di Damazin, che produce líelettricità per Khartoum,
tutta la zona intorno a Damazin eí in mano al governo. Ma una vasta
area, almeno 150.000 km quadrati, eí controllata da Malik, che oltre
ad essere un noto comandante dello SPLA, eí anche il governatore civile.
Malik qualche mese fa, a Nairobi, mi ha chiesto di andare nella sua zona con
alcuni giornalisti per far conoscere i problemi di questíarea. Con
líorganizzazione di Amani la cosa eí stata possibile. Abbiamo
portato un gruppo di giornalisti di livello internazionale, oltre a dom Tonio
DellíOlio, segretario nazionale di Pax Christi, e referente per la
Campagna Italiana per i diritti umani in Sudan.
Il Nilo Azzurro ha notevoli affinità con la zona dei Monti Nuba, non solo perché montagnosa, comprende infatti gli ultimi contrafforti dellíaltopiano etiopico. Come i Nuba appartengono, almeno secondo i confini ereditati dal colonialismo, al Sudan del Nord. Come i Nuba sono esclusi da ogni aiuto internazionale, anche se il lungo confine con líEtiopia nel loro caso attenua líisolamento. Come i Nuba sono marginalizzati anche allíinterno dello SPLA. Come i Nuba sono in maggioranza musulmani. Come i Nuba hanno avuto una presenza missionaria cattolica solo di recente e che ha incontrato grandi difficoltà. Probabilmente avrete già sentito parlare del Nilo Azzurro dai giornalisti che ci hanno accompagnato. Spendo solo due parole per raccontarvi delle comunità cristiane incontrate a Kurmuk e Yabus, le località più importanti che abbiamo visitato. Vivono nella solita straziante povertà. A Kurmuk sono cattolici immigrati da altre località, e nessuno si ricordava di aver mai visto un missionario da quelle parti. A Yabus invece ci sono più cristiani locali, e si ricordavano che molti anni fa, ogni tanto, un missionario cattolico arrivava in moto a Maban, a circa 80 km di distanza. Si trattava di padre Josè (spagnolo, mio compagno di studi e di messa) e di padre Antonio (attualmente vescovo e Amministratore Apostolico di El Obeid). Da allora, probabilmente era il 1982, non avevano avuto più nessun contatto coi padri. A Yabus alcuni cattolici hanno fatto battezzare i loro figli in una chiesa locale, avendo perso ogni speranza di ristabilire i contatti con i padri. Li abbiamo incoraggiati, ho chiesto loro di scrivere una lettera al loro vescovo (dipendono da Khartoum, che eí a diverse centinaia di chilometri di distanza), ho promesso di fare il possibile per mantenere i contatti e presentare il loro caso a chi di dovere. Vorrebbero un padre che stesse con loro. Chiedono troppo?
Non ho avuto il tempo di visitare il campo di sfollati di Beletuma, a circa 20 km di distanza, dove mi hanno detto che ci sono 20.000 persone. È un posto che non appare sulle carte geografiche, neanche sulle carte della solidarietà. Un altro angolo di mondo dimenticato. A Kurmuk invece abbiamo potuto parlare con i prigionieri di guerra. Una pena. Ragazzi del Nord e del Sud, con in comune storie di miseria che ad un certo punto hanno scelto di fare il militare perchè era il solo modo di avere almeno un pasto al giorno, o sono stati rastrellati nelle strade di Khartoum, addestrati per due mesi e poi mandati in prima linea. Alcuni dicevano di avere 18 o 19 anni. Due hanno detto di essere diciassettenni. E sono stati fatti prigionieri quasi due anni fa...
La presenza di Tonio eí stata importante. Come referente della Campagna ha una grande competenza sul Sudan, ed aveva già incontrato molti rappresentanti sudanesi, ma era la prima volta che veniva a vedere coi suoi occhi la situazione. Ciò renderà il suo impegno ancora più incisivo. È stato anche bello che sia venuto in Sudan con Amani.
Giulio e la Casa di Anita
Stavolta rischio di scrivervi quasi solo del Sudan. Non voglio dimenticare
di dirvi che la Casa di Anita eí ormai al completo, con 16 bellissime
e felicissime ex-bambine di strada che in gennaio cominceranno a frequentare
la scuola elementare statale a Ngong. Jane e Mike, Lea e Patrick sono le mamme
e i papà di tutte. Mike, che era padre di una sola bambina fino a pochi
mesi fa, dice che "cíè voluta qualche settimana per abituarsi
al fatto che la sera tornando dal lavoro trovo non più una, ma nove
figlie, tutte che ricercano la mia attenzione, il mio affetto, mi vogliono
raccontare le loro storie. Ma adesso la vita eí più ricca".
È un miracolo se pensiamo che un anno fa dove sorge la Casa di Anita
non cíera niente. Purtroppo la persona che più si è impegnata
a realizzare la Casa se níè andata. Giulio Bianchi, vicepresidente
di Amani dalla fondazione, conosciutissimo ingegnere di Milano per il suo
impegno in tante cause per la promozione della società civile, eí
stato presente al Forum sul Sudan, raggiante per il riconoscimento che Amani
ha avuto da diversi partecipanti. La sera conclusiva ha ospitato tutti i relatori
del Forum a casa sua. Poi il 24 settembre, dopo la messa per il primo anniversario
della memoria di Anita, ancora una volta ha voluto che tanti amici si ritrovassero
a casa sua. Due giorni dopo, alla Rocca di Assisi, mentre si concludeva la
marcia della Pace, ricevevo una telefonata di Gian Marco che mi diceva che
poco prima, in casa di amici, Giulio si era accasciato ed era spirato in pochi
minuti. Una persona che aveva il culto dellíamicizia e dei rapporti
umani, e che per Amani era un punto di riferimento insostituibile.
Contastorie
Líultima volta vi ho accennato alla presenza a Kivuli di Giovanni e
Nadia. Al momento sono rientrati in Italia perché Nadia aspetta un
bambino, ed aveva promesso ai suoi che lo avrebbe fatto nascere a casa. Hanno
condiviso con noi quattro mesi intensissimi, prestandosi a fare tutti i servizi
necessari, ed hanno intenzione di tornare per restare più a lungo.
Giovanni eí venuto con me sui Monti Nuba. Da casa mi hanno fatto sapere
che "Bimbo permettendo, siamo disponibili ad incontrare persone, gruppi,
ecc. con cui condividere la nostra esperienza, ma soprattutto per raccontare
dei bambini di Kivuli e dei Nuba". Non credo che possano viaggiare molto
lontano da Lecco, ma sono sicuro che vale la pena di invitarli, vi sapranno
dare una visione delle cose diversa dalla mia, probabilmente più viva
e partecipata, perché sono venuti qui con occhi aperti e nuovi.
Contattateli al tel. 0341.493558.
Ancora in Italia
La scorsa settimana mi hanno richiesto di partecipare a "Arena 2000",
una celebrazione del Giubileo organizzata da Beati i Costruttori di Pace,
i centri missionari diocesani e le caritas diocesane del nord-est per il 2
gennaio prossimo vicino a Treviso. Non ho mai preso parte a celebrazioni di
questo tipo e mi sento un poí sprovveduto. Dopo essermi consigliato
con gli amici che erano appena tornati dal Nilo Azzurro, ho deciso di accettare.
È uníoccasione troppo importante per parlare dei Nuba e dellíAfrica.
Sarà una visita lampo, arriverò alla Malpensa la mattina del
2 e ripartirò dalla Malpensa la mattina del 4. Se sentite che sono
stato in Italia non biasimatemi perché non sono venuto a visitarvi...
Buon Natale
Questa lettera non finisce più, e non ho ancora incominciato a parlarvi
della radio. È uníaltra storia lunga, ve la racconterò
la prossima volta. Dando una veloce rilettura a quanto ho scritto mi eí
balzato agli occhi quanto abbiamo potuto fare insieme dopo il riconoscimento
legale di Amani. Molte delle cose fatte (e, mi viene in mente adesso, non
ho neanche detto che la seconda fase del progetto Nuba realizzata dallíAmbasciata
Italiana di Nairobi ma che non sarebbe stata possibile se non ci fosse state
la pressione politica della Campagna Italiana per il Sudan di cui Amani eí
parte viva) sono il risultato di quella decisione di darsi una personalità
giuridica più precisa.
Per il momento non mi resta che augurarvi Buon Natale. Lasciamo che altri se la prendano contro il Giubileo, líEuro che crolla, i programmi televisivi scadenti, il tempo che cambia, líApocalisse che non arriva, il mondo che non va più come una volta. Ritorniamo alle cose importanti, alla nostra famiglia, ai nostri figli, ai bambini, ai rifugiati, al prossimo, particolarmente a quello fisicamente vicino, che ha bisogno di noi. Diamo loro tempo, spazio, amore. Se ci fosse nel nostro quartiere una coppia di Palestinesi in cerca di un posto riparato per il bimbo che portano in braccio, apriamo loro la porta.
padre Kizito
Forse non tutti sanno che...
Le offerte ad Amani sono deducibili
Il DPR 917/86 stabilisce che i contributi, le offerte e le donazioni erogati
sia da persone fisiche sia da persone giuridiche a determinate organizzazioni
idonee come Amani Onlus sono deducibili fino al 2% del reddito dichiarato.
L'entrata in vigore della legge sulla Onlus (Organizzazione non lucrativa
di utilità sociale), pur facendo salva la precedente norma specifica
per le ONG (Organizzazioni Non Governative), introduce nuove regole sulla
deducibilità dando l'opportunità di detrarre un importo pari
al 19%, fino ad un massimo di 4 milioni. Praticamente basta inserire nella
dichiarazione dei redditi l'importo della donazione ad Amani Onlus senza allegare
nessuna ricevuta. E' necessario effetuare il versamento tramite c/c postale
o bonifico bancario, conservando la ricevuta.
Occhi per l'Africa
A giugno la EMI in collaborazione con Amani ha pubblicato il nuovo libro di
padre Kizito intitolato "Occhi per l'Africa". E' una raccolta di
suoi scritti e lettere dal 1988 ad oggi. Chi desidera ricevere una o più
copie, ci può contattare ai numeri indicati qui sotto e noi provvederemo,
senza costi ulteriori, alla spedizione direttamente a casa vostra. Il prezzo
di copertina è di lire 20.000
Calendario Amani 2000
Per il terzo anno consecutivo, Amani, Contrasto e Francesco Zizola hanno lavorato
insieme per la realizzazione del tradizionale calendario. L'idea che nasce
dal progetto di Francesco Zizola denominato "Eredi del 2000", è
di presentare la condizione in cui i bambini in zone diverse del mondo sono
costretti a vivere alle soglie del terzo millennio. Il calendario è
già disponibile presso la sede di Amani al prezzo di lire 30.000 (spese
di spedizione comprese). Inviatiamo chi volesse sostenerci in questa e altre
iniziative a contattarci per organizzare insieme incontri di informazione
e dibattito con la possibilità di distribuire libri,calendari, magliette
e batik a sostegno dei progetti. In particolare il ricavato della vendita
del calendario Eredi del Duemila servirà a finanziare la Casa di Anita.
Da dicembre è in libreria
"Crimini di guerra
Quello che tutti dovrebbero sapere", a cura di Roy Gutman e David Rieff.
Un manuale importante per entrare nel merito dei crimini di guerra, è
diviso in voci sintetiche accompagnate da immagini di noti fotografi. E' stato
realizzato da un'equipe internazionale di autorevoli giornalisti ed esperti
legali e militari. La versione italiana è stata realizzata da una collaborazione
tra l'agenzia Contrasto e la rivista Internazionale, col sostegno di Amani.
Il prezzo di copertina è L.38.000 per gli amici di Amani è offerto
a L.27.000.
Segnalateci le variazioni di
indirizzo
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invitiamo,per aiutarci a raggiungervi meglio e senza sprechi, a segnalarci
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