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"Amani"
anno VII, n. 4, Dicembre 2007 -
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Sognando
uomini liberi
Steve Biko e Thomas Sankara: diversissimi,
ma entrambi esempi luminosi di utopisti. Assassinati per un ideale. E ancor
oggi fonte di ispirazione.
Sommario
Trent’anni
di Renato Kizito Sesana
Il
Gesù del Corano
di Gino Barsella
Quel
bisogno di ideali
di Pietro Veronese
Dubbi sul commercio equo
di
Diego Marani
News from Africa
in
Breve
Contro
l'assefuazione
Afroscopia tra dono e scambio
di Gianluca Sebastiani
Piantare alberi, crescere sogni
di
Davide Scaglione
Mia figlia
quest'estate va in Kenya
di Tony Supino
La voce di Rick
a cura di Carlotta Bianchi
Il silenzio di un ritorno
di
Agnese Galotti
Adozioni a distanza
Perché
tutti insieme
"Maryam (Maria) lo concepì e lo portò nel deserto. Seduta
sotto una palma si lamentava per la solitudine e la disperazione: “Meglio
che fossi morta”. Ma il piccolo ‘Isa (Gesù) gridò:
“Non piangere, c’è un ruscello qua vicino; scuoti
la palma, perché è piena di datteri maturi. Mangia e bevi, Dio
è la tua consolazione”. Allora Maryam portò il figlio
dalla sua gente, ma questi erano sospettosi; si meravigliarono e gioirono,
però, quando il bambino parlò dalla culla: “Sono il servo
di Dio, che mi ha dato le Scritture e mi ha fatto profeta. Mi ha benedetto
perché non fossi arrogante, ma portassi
rispetto a colei che mi ha concepito. Pace sul giorno della mia nascita, su
quello della mia morte e sul giorno in cui risorgerò”».
Questa la storia del Natale nel Corano (XIX,22-
34), e qui avviene il primo miracolo di Gesù.
Sono proprio Gesù e sua madre (e non la madre di Dio, dato che il Corano
non riconosce la divinità di Gesù) le due figure evangeliche
più conosciute nell’islam. Nel Corano il nome di Maria ricorre
34 volte e quello di suo figlio 25. Essi sono un segno per l’umanità
ma rimangono esseri mortali. Gesù è come Adamo perché
non ha padre, è concepito in maniera miracolosa,
conferma la sua missione con i miracoli. Ma non è che un grande profeta,
un servo di Dio, un musulmano perfetto, e annuncia la venuta dell’inviato
finale di Dio, il profeta Mohammed. La sua crocifissione è negata,
ed egli verrà alla fine dei tempi a ristabilire la vera fede islamica.
A Maria il Corano dedica un’intera sura (XIX). Ne descrive la nascita
(basandosi probabilmente su fonti apocrife cristiane), ne proclama la verginità
difendendola dalle calunnie degli ebrei, ne descrive l’annunciazione…
Fin dall’infanzia sarebbe stata messa nel tempio sotto la guardia di
Zaccaria (costui Giovanni sono le sole altre due figure del Nuovo Testamento
ricordate nel Corano, oltre agli apostoli,
citati in gruppo). Questa leggenda ricorre anche in molti vangeli apocrifi
– ed è entrata nella tradizione cristiana con la festa della
Presentazione di Maria, il 21 novembre – ma contraddice ogni testimonianza
storica: a Gerusalemme non ci sono mai state vergini consacrate, come nel
caso delle vestali di Roma. Il Corano parla di Maria con grande delicatezza
e rispetto, ma non la venera; sarà la pietà popolare –
sotto influenza cristiana – a ricorrere a lei per ricevere aiuto.
Nel Corano troviamo poi alcuni grandi profeti dell’Antico Testamento
messaggeri divini ed esempi da imitare. Adamo e Noè nei tempi antichi.
Abramo, un arabo di pura fede, chiamato a risvegliare la sua gente dal culto
idolatrico e a far capire l’inconsistenza degli dèi; verrà
gettato nel fuoco, ma Dio raffredderà le fiamme. Nel sacrificio del
figlio la tradizione islamica leggerà il nome di Ismaele, il padre
degli arabi, e non di Isacco; saranno Abramo e Ismaele a ricostruire la Mecca
dei pellegrinaggi, uno dei pilastri del culto islamico. La storia di Giuseppe,
figlio di Giacobbe, è nel complesso simile a quella biblica. C’è
infine Mosè, che viene considerato tra i profeti più importanti
perché ha dato la legge al popolo ebraico. Secondo il Corano furono
i profeti, da Adamo a Gesù, a trasmettere nei secoli quella specie
di religione naturale, rivelata da Dio ai primi uomini, che contiene in germe
tutto l’islam. La sottomissione a Dio – perché questo è
l’islam – ha avuto il suo sigillo in Mohammed, il più grande
dei profeti.
Gino Barsella, dgiornalista, già direttore di Nigrizia.
Sono arrivato in Zambia trent’anni fa. Dopo l’ordinazione sacerdotale
nel 1970, avevo lavorato a Nigrizia e compiuto tanti viaggi in Africa
per raccogliere materiale per la rivista. Poi era finalmente giunto il momento
di partire per restare. Nella mente di qualcuno dei miei superiori era un
allontanamento, forse una punizione, per essere stato troppo vicino ai movimenti
di liberazione nelle colonie portoghesi. La visita ai ribelli della Guinea-Bissau,
e il libro che ne era seguito (1), non erano stati accettati da tutti. Almeno
inizialmente. Poi, dopo la rivoluzione dei garofani e la caduta di Caetano
(2), quegli stessi superiori in una conferenza stampa diranno «noi comboniani
da anni ci siamo opposti al colonialismo portoghese, come testimonia il libro
di padre Kizito…». Ma di tutto questo non mi importava. Finalmente
partivo.
Il padre generale di allora, Tarcisio Agostoni, mi aveva chiesto quale fosse
la mia preferenza. Il Ghana, dove i comboniani erano presenti da poco? Il
Kenya, dove si erano rifugiati alcuni dei nostri espulsi dall’Uganda
di Amin? Il Sudafrica mi attirava ma mi intimoriva la presenza massiccia di
un gruppo di missionari anziani, quasi tutti tedeschi. Poi padre Agostoni
aggiunse: «Vorremmo anche aprire nuove missioni in Zambia, se te la
senti…». Accettai l'offerta al volo.
Così son partito dall’Italia, con sosta ad Abidjan, in Costa
d’Avorio, dove la prestigiosa rivista degli intellettuali neri Présence
Africaine aveva organizzato un colloquio sul tema “Africa e Chiesa”.
Arrivai in Zambia con l’incarico di rilevare la missione di Chadiza
dai Padri Bianchi che avevano già cominciato a risentire della crisi
di vocazioni che avrebbe coinvolto i comboniani solo qualche anno dopo, e
con nel cuore la visione di un Concilio africano che era stato ufficialmente
proposto per la prima volta ad Abidjan.
A Lusaka c’erano già le suore comboniane (si chiamavano ancora
Pie Madri della Nigrizia) che avevo visitato due anni prima. Appena arrivato
(a metà settembre del 1977), andai dai Padri Bianchi, che si erano
offerti di ospitarmi. Lì risiedeva anche padre Jean Vermeullen, che
mi avrebbe insegnato il chinyanja, la lingua locale. Il giorno dopo l’arrivo
andai a salutare le Pie Madri, nella parrocchia di New Kanyama, vasto quartiere
popolare alla periferia di Lusaka. Suor Clara, levatrice nel più grande
ospedale pubblico della Zambia, mi suggerì: «Quale miglior modo
di iniziare che assistere ad un parto?».
Avevo il diploma di infermiere generico conseguito all’ospedale di Gallarate,
dove avevo anche visto qualche parto (anche se non era previsto dal corso),
perché il dottore responsabile aveva una visione romantica del missionario
che doveva essere capace di fare di tutto. Accettai l’invito e assistetti
al parto di un maschietto, in corsia, il letto separato solo da un paio di
tendine. La mamma raggiante, subito dopo aver sentito il primo pianto, lo
volle fra le braccia. Quando, dopo un paio d’ore, tornai a quel letto,
c’era già un’altra madre in preda alle doglie; mamma e
bimbo che avevo visto nascere erano stati dimessi.
Ho pensato spesso a quel bambino. Se gli è andata bene e non è
diventato un numero nelle statistiche della mortalità dovute a malattie
infantili, malaria, tubercolosi e Aids, è un uomo di trent’anni.
Sono stati trent'anni di cambiamenti per la società e per la chiesa
africana. Questa, anche se provvidenzialmente ormai ha leader quasi tutti
africani, nel suo complesso ha un volto ancora troppo marcatamente europeo
e fatica a tenere il passo con i cambiamenti.
Il processo di appropriazione del Vangelo può solo essere lungo e faticoso.
Io, nei paesi in cui ho vissuto, ho cercato di camminare al passo dei miei
fratelli e sorelle della comunità locale, cercando di non creare ostacoli.
Per quanto riguarda la vita ecclesiale gli anni della Zambia sono stati i
più intensi. C’erano allora il fermento delle comunità
di base e l’orizzonte teologico dell'inculturazione. Circolava ancora
l’aria fresca entrata nella chiesa quando papa Giovanni XXIII si era
accorto che essa aveva bisogno di spalancare le finestre.
Mai ho avuto rimpianti. L’Africa mi ha restituito non cento, ma mille
volte quello che ho lasciato. Ho visto ripetersi il miracolo del seme che
muore e rinasce, e quello del seme piccolissimo dal quale nasce un grande
albero. Se alcune delle cose che ho fatto sono cresciute, sono grato ai miei
amici, fratelli e sorelle africani che hanno fatto fruttificare il lavoro
fatto insieme.
In Africa ho approfondito la mia comprensione del senso cristiano della vita:
i fallimenti sono più importanti dei successi. Senza insuccessi, riconosciuti
e direi quasi assaporati, la chiesa rischierebbe di diventare un'efficiente
multinazionale della carità. L’insuccesso, la Croce, ci aiuta
a vivere nella fede.
Ho imparato anche che la virtù che dà un dolce sapore a tutto,
anche ai tradimenti di coloro che si pensava fossero amici, è la bontà.
Vecchia e a volte vituperata, essa rende visibile Dio sulla terra. Dio è
buono, e noi tutti siamo attratti dalla bontà. Molte volte, in un ambiente
ostile, la possibilità di dialogo è cominciata da un gesto di
bontà che ho visto compiere.
L’Africa mi ha anche insegnato che la mia personale avventura umana
se è sola non ha senso e valore; deve dissolversi nel contesto della
comunità. Solo insieme ci possiamo muovere verso gli orizzonti di Dio.
1) Liberate il mio popolo, Emi, 1974.
2) Il 25 aprile 1974 una rivoluzione guidata da giovani ufficiali rovesciò
la dittatura di Marcelo Caetano in Portogallo.
Renato
Kizito Sesana, giornalista e padre comboniano, è socio
fondatore di Amani. È stato direttore del mensile Nigrizia,
titolare per quattro anni di una rubrica sul Sunday Nation, fondatore
di New People e ha dato vita a News from Africa, agenzia
di stampa di “africani che raccontano l’Africa”. Continua
un’intensa attività pubblicistica con varie testate italiane
e non. Vive a Nairobi, in Kenya, presso il Centro Kivuli. È inoltre
fondatore di Radio Waumini, emittente cattolica voluta dalla Conferenza episcopale
keniana. Dal 1995 si reca regolarmente tra i nuba del Sudan realizzando con
loro progetti di aiuto alle popolazioni locali..
Sono
il padre di una giovane volontaria partita quest’anno per trascorrere
un mese alla Casa di Anita, in Kenya. Sono contento e fiero della scelta di
mia figlia. La condivido e ho vissuto contemporaneamente emozioni diverse:
felicità e preoccupazione. Felicità, perché in qualche
modo son riuscito a trasmettere un valore di attenzione verso le persone in
difficoltà e l’amore per i bambini. Preoccupazione, perché
sapevo che sarebbe stata un’esperienza intensa che avrebbe messo in
discussione le sue abitudini; inoltre per la prima volta non ci saremmo visti
per un mese intero e saremmo stati a molti chilometri di distanza. (Domande
spontanee: come reagirà, cosa starà facendo, speriamo che stia
attenta, la grande povertà che i suoi occhi vedranno…).
In un mese si convive con queste preoccupazioni senza poter far nulla se non
parlarne con la propria compagna, la mamma, e sentirsi più uniti.
Ringrazio mia figlia per averci dato anche questa
possibilità: la sua distanza ci ha unito ancora di più. Crediamo
che anche suo fratello minore abbia vissuto emozioni belle: abbiamo notato
la sua contentezza nel rivedere sua sorella al rientro, ricco di abbracci
e sorrisi, ma anche di piccoli regali da far vedere agli amici.
Arriva la prima telefonata, «tutto bene», la mia tensione diminuisce;
so che è in mani sicure e in un luogo affascinante ma fino a quando
non sento la sua voce che me lo conferma rimane dentro un’agitazione
che non si riesce a mandar via.
Suoni, la sua voce, il parlarsi, la confusione, il disordine in camera, gesti
quotidiani che ti mancano, a cui molto spesso nella routine non dai valore,
anzi molte volte in quanto genitori ci danno fastidio. Dopo un mese conti
i giorni, non vedi l’ora di rivederla, di sentire e raccontare di quest’esperienza
africana.
Indescrivibili gli attimi del suo arrivo, ma quel che mi sorprende è
il suo viso raggiante, solare, comunica gioia e felicità insieme alla
stanchezza fisica. Già questo è sufficiente per sapere che è
andata bene. E riesco ad allontanare quelle preoccupazioni che mi hanno accompagnato
per un mese.
Il suo racconto continua, le numerose fotografie sono la continua conferma
che i campi estivi che Amani organizza offrono un’enorme possibilità
di crescita educativa a tantissimi ragazzi e ragazze. I piccoli o grandi sorrisi
ricchi di dolcezza che mia figlia ci ha regalato al suo rientro dall’Africa
sono qualcosa che si è attaccato al mio cuore.
I figli sono veramente un legame autentico e magico. Grazie dal profondo del
cuore a tutte quelle persone che dedicano parte del proprio tempo libero per
realizzare al meglio questo campo estivo particolarissimo, dove non solo i
ragazzi fanno un’esperienza, ma anche i genitori sperimentano un qualcosa
di nuovo e soprattutto emozioni che toccano il cuore.
Tony Supino è
il papà di Roberta, vivono a Monticello Brianza (Milano).
Finisce
l’anno 2007 e con esso il calendario che Amani ha dedicato ai grandi
leader africani. Curioso, a ripensarci, che questo continente afflitto da
mille piaghe, condannato a restare il fanalino di coda dello sviluppo, dissanguato
dalle guerre, dal malgoverno, dall’indebitamento, dalle malattie, abbia
saputo produrre nei suoi pochi decenni di libertà, così spesso
mal goduta, figure tanto eccellenti, illuminanti, esemplari.
Dicevamo delle differenze. Steve Biko era un giovane intellettuale,
un uomo disarmato ma dalle idee affilate come punte di diamante; Sankara un
uomo d’azione, ancorché intriso di forti motivazioni ideologiche:
era un parà commando,
mimetica
militare e aveva sempre il pistolone alla cintura. Non fu, e lucidamente lo
ammise, un democratico, anche se amava il popolo, andava in giro senza scorta
su una macchina scassata, predicava la povertà ai suoi ministri, suonava
la chitarra nei locali tanto per divertirsi ed era amato di vero amore dalla
gente. (Il settimanale Jeune Afrique ha pubblicato di recente i rapporti riservati
dell’ambasciata di Francia a Ouagadougou nei primi tempi della rivoluzione
di Sankara. In uno di questi, datato marzo 1984, si legge: «Nessuno
qui si azzarderebbe a contestare la legittimità della rivoluzione,
la sua ispirazione, l’integrità dei suoi dirigenti e la dedizione
alla causa pubblica dei membri del Comitato». Straordinario, non è
vero?, se pensiamo che a Parigi il ministero degli Esteri definiva i capi
di quella stessa rivoluzione «un gruppo di militari marxisti imprevedibili,
le cui decisioni sono ispirate dal dilettantismo e dall’incoerenza").
Eppure uomini così diversi, che
furono molto amati ma anche molto odiati dai loro nemici – Biko fu torturato
a morte dai suoi aguzzini bianchi, Sankara abbattuto da un complotto capeggiato
dal suo braccio destro e attuale presidente burkinabè, Blaise Compaoré
– continuano ancor oggi a essere fonte
Vorrei
raccontare tante storie di questo tempo a Nairobi. Storie splendide, di speranza,
di vita. Storie tristi, di sofferenza, di abbandono e di violenza.
Ho passato un bel mese a Ndugu Mdogo (Piccolo Fratello), l’ultima delle
case per bambini di strada aperta da Koinonia: una casa-famiglia inaugurata
un anno fa, alle pendici delle colline Ngong, appena fuori dalla confusione
cittadina, dove tre giovani coppie keniane accolgono e crescono come figli
26 ex bambini di strada.
Il progetto deve ancora essere completato con una scuola superiore che servirà
a tutti i ragazzi della zona e con una casa per gli ospiti. Eravamo sei volontari,
ci siamo sistemati dividendoci nelle tre famiglie con cui abbiamo condiviso
ogni momento della giornata: pasti, pulizie, i tanti momenti di gioco e le
attività ricreative, serate di cinema, pomeriggi di pittura, tornei,
feste di compleanno, una giornata in piscina e una gita al Parco Nazionale.
Cose semplici ma speciali. Per loro meravigliose perché erano una novità,
e perché per la prima volta alcuni italiani avevano deciso di condividerle
con loro, fermandosi alcuni giorni nella comunità e non solo passandoli
a trovare
per qualche ora.
Tutti i bambini e i ragazzi di Ndugu Mdogo, tra i 6 e i 18 anni, prima vivevano
per strada, arrangiandosi come potevano; alcuni sniffando colla per non sentire
freddo, fame e paura. È stata una sorpresa ritrovare alcuni di loro
che l’anno prima avevo incontrato per strada buttati tra mucchi di immondizia
e vederli come rifioriti, irriconoscibili.
La casa ha tanto spazio all’aperto, i bimbi giocano a fare gli acrobati
e si costruiscono altalene con pezzi di legno e ferro del cantiere. Abbiamo
piantato con loro qualche albero. Sogno di poterli vedere giocare la prossima
volta in un bel giardino con vere porte da calcio e vere “giostrine”.
Questi bambini vanno tutti alla scuola del paese insieme ad altri trecento
scolari. Un pomeriggio sono andato a prenderli e la mattina dopo ad accompagnarli.
Sveglia alle 5.30, colazione, zaini in spalla e tutti puliti nelle loro divise
verdi: ci siamo incamminati mentre albeggiava e il vento freddo ci congelava
le mani. Mezz’oretta di passeggiata in mezzo al verde e poi li ho salutati;
il giorno dopo sarei tornato in Italia. Tanti abbracci e la promessa di non
dimenticarli, come potrei? Nessuna lacrima, forse per la convinzione che non
sarebbe stata l’ultima volta a Nairobi. Mi hanno detto che pregheranno
per me e di pregare per loro e di salutare tutti in Italia, parenti, amici
e conoscenti. Bambini splendidi, sempre sorridenti, hanno però alle
spalle storie terribili: alcuni orfani, altri con genitori malati, violenti
o semplicemente troppo poveri per mantenerli. Un giorno hanno incontrato la
strada: fonte di cibo e soprusi. Strada in branco con altri bambini e ragazzi.
Strada come letto. Strada per poche settimane o per undici anni.
Poi Jack e Boni – gli educatori – si sono avvicinati a loro, li
hanno aiutati e piano piano li hanno portati a una vita in casa, in famiglia,
a scuola. Il percorso avviene utilizzando una casetta (il drop-in) che è
stata rimessa a nuovo e ampliata ai primi di settembre, all’interno
di Kibera, la più grande baraccopoli di Nairobi da cui provengono molti
dei ragazzi. La frequentano tutti i giorni come centro diurno, mangiano e
alcuni ci dormono; vengono abituati a lavarsi, fare i compiti e vivere insieme
rispettandosi. Il percorso si conclude nella casa-famiglia, o quando possibile
nella famiglia di origine, dove verranno comunque supportati per gli studi.
Abbiamo conosciuto il gruppo di ragazzini che in questo momento frequenta
il drop-in, una decina di loro si dovrebbe aggiungere nei prossimi mesi alla
comunità di Ndugu Mdogo: la famiglia cresce e la storia continua.
Questi ragazzi ora hanno la possibilità di sognare e costruirsi un
futuro. Due di essi fra poco avranno gli esami (corrispondenti alla nostra
terza media), sono davvero diligenti e molto portati, i primi della classe.
Francis, bravissimo in matematica, sogna di diventare ingegnere. Gli ho fatto
compagnia la sera
mentre faceva i compiti e ricopiava ordinatissimo tutte le lezioni fino a
notte fonda; sono convinto che ce la farà. Aveva scritto questa frase
sul quaderno: "Il Signore non guarda alla cose a cui guardano gli uomini.
Gli uomini guardano alle apparenze ma il Signore guarda al cuore".
Ho imparato tanto da questi bimbi, ma tanto ho ancora da imparare.
Vorrei tornare un giorno e vederli cresciuti come gli alberi che abbiamo piantato
insieme. Sognare e imparare ancora un po’ con loro.
Davide Scaglione, è
volontario di Amani a Milano.
Casablanca in stile Bollywood
Cinematografia indiana, non poteva trascurare un mito
della vera Hollywood: la struggente storia d’amore fra Humphrey Bogart
e Ingrid Bergman, realizzata nel 1942 dal regista Michael Curtiz con il film
Casablanca. La vicenda, ambientata nella città nordafricana durante
la seconda guerra mondiale, comprendeva proprio tutto: seduzione, musica,
gioco d’azzardo, risse, patriottismo, spionaggio.
Ora l’indiano Rajiv Nath cambierà completamente il paesaggio
e ambienterà il film nella guerra civile che da decenni insanguina
lo Sri Lanka. Si conosce il titolo – Ezham Mudra – ma non a chi
verrà assegnata la parte dei cattivi (in Casablanca erano i nazisti).
Il film americano fu candidato a otto Oscar e ne ricevette
tre, diventando però il più celebre nella storia del cinema
mondiale.
Imparando il cinese
E' il destino dei paesi deboli: imparare la lingua di quelli
più forti. L’Africa lo sa bene e così, nelle varie aree,
si parla, oltre alla lingua locale, inglese, francese, portoghese, spagnolo
e, perché no, italiano; cioè l’idioma dei colonizzatori.
Ora ne arriva un altro, il mandarino, la lingua della Cina, il gigante che
“colonizza” attraverso
il commercio. Una delegazione dell’Università di Zhejiang s’è
recata in Nigeria per creare scuole di mandarino in varie città del
paese. Lo ha già fatto in sette nazioni africane (Kenya, Zimbabwe,
Sudafrica, Egitto, Ruanda, Camerun e Isole Maurizio).
Spetta a Nairobi il “vanto” di avere avuto il primo Istituto Confucius,
nel dicembre 2005, mentre ad Harare (Zimbabwe), nell’agosto scorso,
sono stati consegnati i primi 57 diplomi di lingua e civiltà cinese.
Antenati schiavi e dna
Si mette un po’ di saliva sulla bambagia, si spedisce
il tutto a un laboratorio, si spendono alcune centinaia di dollari e dopo
un mese si ha la risposta. Il test genetico dice agli afroamericani statunitensi,
di Gran Bretagna ma anche dei Caraibi e dell’America Latina, da quale
nazione del Continente Nero provenivano i loro sfortunati avi presi come schiavi:
l’attrice Whoopi Goldberg ha scoperto radici nella Guinea-Bissau e il
regista Spike Lee nel Camerun.
Il tutto è cominciato nel 1991, quando sono stati prelevati geni su
400 resti di africani del XVIII secolo ed è stata costituita una base
di dati dna africani. Nel 2003, il laboratorio African Ancestry getta un po’
di luce sul passato degli afroamericani che tollerano qualche approssimazione:
meglio appartenere a due etnie, piuttosto che a nessuna.
Per
noi di Amani il calendario che viene pubblicato a Natale è un appuntamento
a cui teniamo molto. Siamo convinti che le immagini abbiano un potere evocativo
ed è importante scegliere la qualità di una stampa accurata,
di un grande formato, di fotografie d'autore in bianco e nero, perché
secondo noi questa qualità aiuta a osservare con dignità e rispetto
immagini che spesso ritraggono la sofferenza.
Quest'anno abbiamo scelto il tema dei migranti perché ogni giorno decine
di essi cercano di raggiungere l’Europa attraverso il nostro Paese.
Ogni anno centinaia di loro muoiono nel corso di questo tentativo. Negli anni,
sono diventati migliaia. È una strage senza
testimoni, senza denunce e molto spesso senza sepoltura, perché la
maggior parte delle vittime perisce in mare e i corpi non
vengono recuperati. Persino nel caso del maggior naufragio di migranti, quello
avvenuto la notte di Natale del 1996 al largo delle acque di Porto Palo in
Sicilia, nel quale morirono 283 persone, sebbene il relitto sia stato localizzato,
nessuno ha voluto assumersi l’onere delle operazioni di recupero. È
dunque anche una strage senza pietà.
Siamo testimoni ormai quotidiani del dramma di coloro che tentano di attraversare
il Mediterraneo in condizioni disperate, al punto che rischiamo di assuefarci
alle notizie del telegiornale che ci elencano i morti in mare. Eppure quando
a luglio (mentre la gente pensa al mare per andarci in vacanza) abbiamo
visto le immagini di uomini, naufraghi migranti, aggrappati alle reti dei
tonni per cercare di sopravvivere, ci siamo detti che queste immagini non
potevano semplicemente scorrere via. E che, se tenessimo appese ad una parete
delle nostre case – ogni giorno per un mese e ogni mese per un anno
– le fotografie del calendario Migranti, forse quelle immagini non scivolerebbero
via, ma potrebbero rimanere dentro di noi. E forse le ricorderemo.
Ci siamo affidati a Francesco Cocco perché è uno dei fotografi
che meglio ha saputo osservare le difficoltà che stanno anche a casa
nostra, unendo la capacità di approfondire i temi di cui si occupa
alla costanza di seguirli nel tempo.
Francesco Cocco
Nato a Recanati nel 1960, ha iniziato la sua attività di fotografo
nel 1989. Francesco Cocco, attratto dagli ambienti sociali marginali e dall’universo
infantile, ha iniziato viaggiando in Asia: il Bangladesh dei
bambini di strada e del lavoro minorile, il Vietnam delle frontiere riaperte,
la Cambogia delle mine antiuomo e della prostituzione minorile. Poi il Brasile
dei non vedenti e dello sfruttamento dei bambini lavoratori. E ancora il Kosovo,
dopo la guerra.
Nel frattempo Cocco ha intrapreso una ricerca personale sul mondo dell’handicap
e su quello delle cosiddette “abilità differenti”. Nel
2002 ha iniziato un lungo lavoro di documentazione circa la condizione carceraria
in Italia.
Dal 2003 è rappresentato dall’agenzia Contrasto. Suoi reportage
sono apparsi su la Repubblica, l’Espresso, Panorama, Marie Claire,
Vanity Fair.
A partire dallo stesso anno, collabora con Medici Senza Frontiere a un progetto
sull’immigrazione in Italia, di cui fa parte il recente volume Nero
(Logos editore, Modena, 2007), con testi di Gian Antonio Stella e Renata Ferri.
Migranti I migranti vengono
dal Sud e dall’Est del mondo verso l’Italia. Vengono ad accudire
i nostri anziani, a sorvegliare i nostri figli, a pulire le nostre case, a
servire alle nostre mense, a lavare i nostri piatti, a raccogliere le nostre
immondizie, a mandare avanti le nostre imprese artigianali, le colture e le
stalle, gli impianti industriali e i servizi. Portano lavoro, umiltà,
energia, un enorme desiderio di riscatto: vengono da noi per migliorarsi.
Portano anche giovinezza e forza vitale alla nostra società senescente,
disponibilità alle mansioni che da noi si rifiutano, speranza d’avvenire
che a noi si comunica: vengono da noi per salvarci.
La strage di migranti ai nostri confini è
il prezzo pagato alla nostra impreparazione, incomprensione, indifferenza
di fronte a un fenomeno umano di proporzioni epocali.
Per questo pensiamo che un calendario e un monumento dedicato ai migranti
caduti possano essere non un risarcimento, ma un riconoscimento dovuto alle
sofferenze patite anche per noi.
Dove
trovare il calendario di Amani...
Amani presenta il calendario 2008 Migranti: 12 immagini
in bianco e nero del fotografo Francesco Cocco (Contrasto) introdotte da un
Appello che Amani si impegna a sostenere e diffondere (il testo è disponibile
anche in inglese, arabo, portoghese).
Il calendario è disponibile:
presso la
sede operativa di Amani – Via Tortona 86, a Milano;
telefonando ai numeri 02.48951149 – 02.4121011;
tramite www.amaniforafrica.org o calendario@amaniforafrica.org;
formato da parete (37X45 cm.) € 10,00;
formato da scrivania € 8,00
(spese di spedizione escluse).
…e qualche lettura da abbinarvi
Fabrizio Gatti. Bilal.
Il mio viaggio da infiltrato nel mercato dei nuovi schiavi.
(Rizzoli, 2007, pagine 494, € 18,50). L'autore è
inviato speciale del settimanale l'Espresso e uno dei giornalisti che più
ha scandagliato - esponendosi sempre di persona - gli aspetti scomodi dell'immigrazione
clandestina in Italia, realizzando inchieste che hanno sollevato non pochi
imbarazzi nel governo di turno. Le frontiere italiane, i centri di permanenza
temporanea, la raccolta di pomodori in Puglia descritti da Gatti – che
ha
messo occhi, naso e orecchie là dove la televisione quasi mai arriva
- sono spesso tanto sconvolgenti quanto vere. Questo libro racconta una lunga
odissea: prima di approdare a Lampedusa, Gatti ha attraversato il Sahara sui
camion che traspor tano clandestini.
Gabriele Del Grande. Mamadou
va a morire. La strage nei clandestini nel Mediterraneo. (Infinito
edizioni, 2007, pagine 160, € 14,00). In questo libro
a metà tra reportage e pamphlet l'autore va in Marocco («Khouribga
è una città emigrata. Una macchina su due è targata Torino»),
in Senegal, nel Sahara Occidentale, a Melilla (pezzo di Spagna in Marocco),
a Tunisi, a Bamako. Ci ricorda così che i migranti provengono sempre
da qualche parte e che la migrazione clandestina è anche un'industria.
E che di frontiere si muore. Il sito internet Fortress Europe (http://fortresseurope.blogspot.com)
è curato dall'autore.
Valentina Loiero. Sale nero.
Storie clandestine. (2007, Donzelli, pagine 164, €
13,50). Cinque storie, raccontate con molti dettagli e con coinvolgimento
personale, dalla corrispondente del Tg5 dalla Sicilia, di migranti che ce
l'hanno fatta ma che hanno visto i loro compagni morire. Morire anche senza
naufragare, morire di sete e di stenti in una barca in mezzo al Mediterraneo.
Un libro «socialmente utile» secondo Laura Boldrini, portavoce
dell'Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati, che ha scritto
la prefazione.
Africa Teller - VI edizione
Gilbert Harrison Muyumbu vive a Nairobi, ha 30 anni, lavora
per una Ong e ha vinto il premio Africa Teller 2007 con un racconto intitolato
Saulo Paul, dove il protagonista
cambia vita dopo essere stato assaltato in una baraccopoli. Da sei anni Amani
affianca l'associazione culturale Energheia di Matera nell'organizzazione
del prem io.
Info: Associazione culturale Energheia – Via Lucana, 79 –
75100 Matera. Tel. 0835 330750; www.energheia.org
Premiata la satira di Biani
Mauro Biani è stato tra i vincitori del XXXV Premio
di Satira Politica di Forte dei Marmi, la località toscana dove il
Museo della Satira organizza quello che è considerato il maggiore riconoscimento
del settore. Motivazione del premio: "Satira senza sconti, senza perbenismi,
senza censure, ma sottilmente impregnata di un fine pedagogico che rifugge
al sorriso compiacente per parlare e far riflettere".
Biani pubblica le sue vignette, oltre che su Amani, su molti giornali; su
internet ha un blog molto ricco e cliccato: www.maurobiani.splinder.com.
Il vignettista, che è anche educatore professionale, è stato
premiato proprio per la satira sul web.

Panettoni e regali, ma solidali: per molti il Natale è così.
Eppure anche per il commercio equo la crisi, per lo meno di immagine, è
in agguato: oggi anche le multinazionali si dichiarano “eque”
e le organizzazioni indipendenti rischiano di trasformarsi in multinazionali,
seppure “alternative”.
In venti anni il movimento del fair trade in Italia ha
stabilito record invidiabili: da una prima fase pionieristica, nella quale
incontri carbonari e stampa di settore dovevano preoccuparsi di spiegare come
funzionasse l'importazione diretta a un prezzo "giusto" di prodotti
(su tutti il caffè, simbolo dell'intero movimento) di artigiani e contadini
nel Sud del mondo, si è arrivati a una fase dove l'aggettivo “etico”
pare essere diventato obbligatorio per qualsiasi impresa. Così il commercio
equo e solidale, dopo aver aperto nuove nicchie di mercato tra i consumatori
più attenti e sensibili, è ormai una strategia di marketing.
Per tutti. Anche per quelle multinazionali che a lungo sono state criticate
e magari boicottate per le loro pratiche, come – esempio illuminante
– la Nestlé, che nel Regno Unito vende un caffè «equo».
Il consumatore che non partecipa ai dibattiti interni
al movimento rischia di rimanere confuso: il commercio equo e solidale ha
vinto e ha convertito le multinazionali, le quali sono diventate "buone",oppure
è stato da queste traviato e si è trasformato in una di esse?
Fin dall'inizio il movimento presentava quantomeno due anime: una più
legata ai produttori e al rapporto con il territorio, che vedeva come punti
fondamentali le Botteghe del mondo (Bdm) e le centrali di importazioni; una
seconda più attenta alla grande distribuzione, che vede la sua espressione
più organizzata nei marchi che certificano i prodotti (caffè,
cacao, banane, ananas, miele, succo d'arancia, tè, ma anche palloni,
rose, cotone).
In Italia le Bdm (cioè quei negozi che vendono anche artigianato, libri
e alimentari vari; che promuovono iniziative culturali sul territorio; e da
cui sono passati migliaia di volontari) oggi sono circa cinquecento. La principale
centrale di importazione in Italia, il consorzio Ctm-Altromercato, è
diventata la seconda a livello mondiale e ha 89 dipendenti.
Nel settore della grande distribuzione il principale punto di riferimento
è Transfair, che fa parte della Federazione internazionale degli organismi
di certificazione (Flo).
Bdm e supermercati si dividono grosso modo a metà il mercato stimato
attorno ai 100 milioni di euro. Se il commercio equo e solidale si è
sviluppato in modo orizzontale e capillare grazie alla rete delle Bdm, è
stata proprio la presenza nei colossi della grande distribuzione a rendere
visibile a tutti il successo di una idea. Qualcuno però ha incominciato
a vedere troppe incongruenze tra il sostegno ai piccoli contadini di America
Latina, Africa, Asia, e le campagne pubblicitarie delle multinazionali. Qualcun
altro è andato a controllare le condizioni di vita e di lavoro dei
produttori di caffè, per scoprire che quelle dei contadini “equi”
non erano poi tanto diverse da quelle dei contadini “normali”:
un articolo del Financial Times dal Perù ha fatto scalpore tra gli
addetti ai lavori. E un mensile di riferimento come Le Monde diplomatique,
nel numero di settembre in cui analizza in modo assai critico il mercato del
cotone africano, sostiene che «il punto sembra un altro: continuare
a favorire una economia di esportazione di prodotti agricoli o puntare sulla
vendita locale». Si incomincia a parlare di reti contadine che vendono
nel proprio territorio, in Italia come in Messico, nelle Filippine come in
Uganda.
Inoltre rimane aperto un altro fronte: il commercio equo all'inizio era molto
vicino alle pratiche di consumo critico e di uno stile di vita sobrio; Francuccio
Gesualdi e il Centro nuovo modello di sviluppo ne sono stati fra gli interpreti
più coerenti. Oggi invece la priorità sembra essere quella di
vendere il più possibile, cosa che giova tanto ai produttori del Sud
quanto agli intermediari del Nord, ma che alimenta comunque il consumismo.
Anche se equo e solidale.
Diego Marani, giornalista, è collaboratore di Altreconomia
"Temo i greci anche quando portano doni",
disse Laocoonte. E subito si alzano le pernacchie dei ragazzini troiani ad
accusarlo di essere solo un vecchio brontolone. In quel caso il cavallo dei
greci a Troia si rivelò solo uno stratagemma; ma che cosa significa
davvero la parola dono?
Presso le lingue indoeuropee dell’antichità
il verbo di radice do- indicava tanto il prendere quanto il dare, a seconda
del contesto. Provate a parlarne con Marco Aime, antropologo originario di
Cuneo con tanto di giusto appeal sui giovani. Impugnando il Saggio sul
dono di Mauss vi spiegherà come, dagli aborigeni della Polinesia
fino alle nostre società contemporanee, spesso "gli scambi e i
contratti si fanno sotto la
forma di doni, in teoria volontari, in realtà obbligatoriamente fatti
e restituiti". Per ogni dono, un controdono, come sotto a un immenso
albero di Natale. Non importa che il controdono venga restituito nell’immediato.
Il favore si potrà rendere anche in futuro, pur di assicurare l’armonia
tra le persone. Qualcosa che tutti noi conosciamo: si chiama rapporto di buon
vicinato. Coinvolge pure il volontariato, l’amicizia, anche la vita
di coppia.
Dunque dietro al termine “dono” si nasconde sempre lo scambio:
vittoria dell’economico su tutto il resto? Per fortuna no. Visto che,
ricorda il linguista francese Émile Benveniste, «tutto ciò
che si riferisce a nozioni economiche è legato a rappresentazioni molto
più vaste che mettono in gioco l’insieme delle relazioni umane
o delle relazioni con la divinità". La numerosa platea accorsa
a Bologna il 14 ottobre per partecipare all'incontro di Afroscopia –
una iniziativa di Amani giunta alla sua seconda edizione – tira un
clamoroso sospiro di sollievo, mentre i relatori iniziano a sviluppare questo
tema. Se per lo scambio bisogna in qualche modo incontrarsi, due vite che
si incontrano sono ancora in grado di generare qualcosa di imprevedibile.
Così, scambiando s’impara. L’economico si macchia di spirituale,
e lo spirituale di economico. Nel bene e nel male. Chi è esperto di
cooperazione ci ricorda (mai abbastanza!) che certe politiche di aiuto possono
nascondere una forma di controllo e dominio. Chi studia il fenomeno dell’immigrazione
non può che ricordare lo slogan: “volevate braccia, sono arrivate
persone”. Sembra solo una questione di quote, contratto di lavoro alla
mano, e invece ci sono volti, storie, persone che vogliono ricongiungersi
ai propri cari, che si pongono e ci pongono questioni abitative, culturali,
identitarie. La nostra stessa identità. Intanto, più veloce
di qualsiasi politica, la vita della gente si muove, gira per le strade e
nei mercati, io stesso mi ritrovo a insegnare idraulica a una classe di studenti
dove gli italiani sono la minoranza. Il ragazzo tunisino parla a quello indiano
usando il dialetto della mia città. Ridiamo, mentre le musiche mp3
di ogni nazione fanno il giro di tutti i cellulari in un click. Questa mi
piace, questa mi fa schifo, detto con molta sincerità. Salvo poi arroccarsi
sulle proprie posizioni culturali quando si tratta di qualcosa di più
importante dell’ultima hit del momento. Le carovane si scambiano merci
e le idee si confrontano. L’importante, come suggerisce padre Kizito
alla fine della giornata bolognese, è ricordarsi sempre che prima di
tutto si hanno davanti John, Salome o Mohammed. Persone. Sarebbe troppo ingenuo
e innocente pensare a dono e scambio come a buono e cattivo. Molto di quello
che scaturirà da un incontro dipende da noi, dalla nostra voglia di
imparare.
Pensiamo come David Grossman, scrittore israeliano direttamente impegnato
per la pace in Medio Oriente: "Quando abbiamo conosciuto l’altro
dall’interno, da quel momento non possiamo più essere
completamente indifferenti a lui. Ci risulterà difficile rinnegarlo
del tutto. Fare come se fosse una non persona. Non potremo più rifuggire
dalla sua sofferenza, dalla sua ragione, dalla sua storia. E forse diventeremo
anche più indulgenti con i suoi errori".
Gianluca Sebastiani è
volontario di Amani a Piacenza.
L'adozione proposta da Amani non è individuale, cioè
di un solo bambino, ma è rivolta all'intero progetto di Kivuli, della
Casa di Anita, di Ndugu Mdogo, di Mthunzi o delle Scuole Nuba.
In questo modo nessuno di loro correrà il rischio di rimanere escluso.
Insomma "adottare" il progetto di Amani vuol dire adottare un gruppo
di bambini, garantendo loro la possibilità di mangiare, studiare e
fare scelte costruttive per il futuro, sperimentando la sicurezza e l'affetto
di un adulto. E soprattutto adottare un intero progetto vuol dire consentirci
di non limitare l’aiuto ai bambini che vivono nel centro di Kivuli,
della Casa di Anita, di Ndugu Mdogo, del Mthunzi o che frequentano le scuole
di Kerker e Kujur Shabia, ma di estenderlo anche ad altri piccoli che chiedono
aiuto, o a famiglie in difficoltà, e di spezzare così il percorso
che porta i bambini a diventare street children o, nel caso dei bambini
nuba, di garantire loro il fondamentale diritto all’educazione.
Anche un piccolo sostegno economico permette ai genitori di continuare a far
crescere i piccoli nell’ambiente più adatto, e cioè la
famiglia di origine.
In questo modo, inoltre, rispettiamo la privacy dei bambini evitando di diffondere
informazioni troppo personali sulla storia, a volte terribile, dei nostri
piccoli ospiti. Pertanto, all'atto dell'adozione, non inviamo al sostenitore
informazioni relative ad un solo bambino, ma materiale stampato o video concernente
tutti i bambini del progetto che si è scelto di sostenere.
Una caratteristica di Amani è quella di affidare ogni progetto ed ogni
iniziativa sul territorio africano solo ed esclusivamente a persone del luogo.
Per questo i responsabili dei progetti di Amani in favore dei bambini di strada
sono keniani, zambiani e nuba.
Con l'aiuto di chi sostiene il progetto delle Adozioni a distanza, annualmente
riusciamo a coprire le spese di gestione, pagando la scuola, i vestiti, gli
alimenti e le cure mediche a tutti i bambini.
info: adozioni@amaniforafrica.org
Come aiutarci
Puoi "adottare"
i progetti realizzati da Amani con una somma di 30
euro al mese (360 euro all'anno): contribuirai
al mantenimento e la cura di tutti i ragazzi accolti da Kivuli,
dalla Casa di Anita,
da Ndugu Mdogo,
dal Mthunzi
o dalle Scuole Nuba.
Per effettuare un'adozione a distanza basta versare una somma sul
c/c postale n. 37799202
intestato ad
Amani Onlus - Ong
via Gonin, 8
20147 Milano
o sul
c/c bancario n. 503010
Banca Popolare Etica
ABI 05018 - CAB 01600- CIN F
EU IBAN IT91 F050 1801 6000 0000 0503
010
Ti ricordiamo di indicare, oltre il tuo nome e
indirizzo, la causale del versamento "adozione
a distanza".
Ci consentirai così di poterti inviare il materiale informativo.
Quest’anno l’occasione per sentire il richiamo
dell’Africa è stata un’esperienza estiva a Nairobi, ospite
al Kivuli Centre con gli ex bambini di strada che finalmente hanno la possibilità
di studiare e condurre una vita “normale”. Ho visitato, accompagnata
dagli operatori del centro, anche qualcuno degli slum da cui
provengono i bambini.
Dopo essere tornata a casa, dopo quello che è stato solo un piccolo
assaggio di realtà altra, onestamente mi sono accorta che quello che
ti viene da fare, prima di tutto, è tacere.
Senti la necessità di un lungo e produttivo silenzio in cui si crei
spazio per una salutare crisi (nel senso costruttivo e trasformativo del termine)
di criteri e conoscenze che davi per scontati: necessità umane, bisogni
primari, priorità, valori. Senti che solo se accetti di tacere può
finalmente entrare in discussione
la visione del mondo che – consapevolmente o meno – ti portavi
appresso. Prima che se ne formi una nuova, più ampia e quindi un poco
più “vera”, ci vuole tempo e soprattutto tanto silenzio
e ascolto interiore.
Sentimenti ed emozioni che mi hanno attraversata
sono vari, innumerevoli e soprattutto molto intensi: da un acuto senso di
ingiustizia, rabbia, impotenza a sprazzi di entusiasmo, curiosità,
fiducia, grazie a momenti di sincera e spontanea comunicazione tra umani,
di contatto semplice ma autentico, che ti dà il senso di una naturale
e immediata comunanza. Il cuore è stato “toccato”, ma la
mente è più lenta a farsi intaccare, chiede tempo e pazienza.
Intanto senti che è necessario e inevitabile coinvolgerti, fare qualcosa,
ma non è immediato capire cosa è
bene che tu faccia. C’è da reggere la tensione tra questo non
sapere ancora, e quel non poter rimandare più, tra la paura di rimuovere
e il timore di un interventismo fine a sé stesso. Intanto, mantenere
il contatto con la realtà con cui mi sono incontrata è ciò
che sento per ora più importante.
Agnese Galotti è
un'amica e sostenitrice di Amani, di Genova.
Kivuli Center, Kivuli
Centre, un progetto educativo nato a Nairobi per sostenere i bambini di strada
di due grandi baraccopoli della capitale.
Il Centro Kivuli accoglie in forma residenziale 60 ex bambini di strada curandone
la crescita e l’educazione, copre le spese scolastiche di altri 70 bambini
ed è aperto con vari progetti animativi a tutti i bambini del quartiere.
Kivuli è diventato un punto di riferimento per i giovani e per gli
adulti, con un progetto di microcredito, laboratori artigianali di avviamento
professionale, una biblioteca, un dispensario medico, un progetto sportivo,
un laboratorio teatrale, una sartoria, un pozzo che vende acqua a prezzi calmierati,
una scuola di lingua, una scuola di computer e uno spazio sede di varie associazioni,
aperto a momenti di dibattito e confronto per i giovani del quartiere.
Casa di Anita, una casa di accoglienza
sorta a N’Gong (piccolo centro agricolo a 20 km da Nairobi), curata
da tre famiglie keniane. La Casa di Anita accoglie 60 ex bambine di strada,
alcune orfane e altre figlie di famiglie poverissime, vittime di abusi sessuali,
inserendole in una struttura familiare e protetta, permettendo una crescita
affettivamente tranquilla e sicura.
Mthunzi Centre, un progetto educativo
realizzato dalle famiglie della comunità di Koinonia di Lusaka (Zambia)
a favore dei bambini di strada. Il Centro Mthunzi, oltre ad accogliere 60
ex bambini di strada in forma residenziale curandone la crescita e l’educazione,
è un punto di riferimento per la popolazione locale, con il suo dispensario
medico e con i suoi laboratori di falegnameria e di sartoria per l’avviamento
professionale.
Riruta Health Project, un programma
di prevenzione e cura dell'Aids, in collaborazione con Caritas Italiana che
offre assistenza a domicilio a malati terminali e a pazienti sieropositivi
nelle periferie di Nairobi.
Centro Educativo Koinonia due scuole
primarie sui monti Nuba che garantiscono l’educazione primaria (l’equivalente
della formazione elementare e media in Italia) in assenza di altre strutture
scolastiche. Ognuna delle scuole ha circa 600 alunni. Il progetto include
anche una scuola magistrale per selezionare e formare giovani insegnanti nuba
(circa 50 ogni anno) in modo da riattivare la rete scolastica autogestita
dalle popolazioni della zona.
News from Africa, un’agenzia
di informazione mensile prodotta da giovani scrittori e giornalisti africani,
che raccoglie notizie e articoli di approfondimento provenienti dai paesi
dell’Africa subsahariana per poi diffonderle in tutto il mondo per via
telematica e cartacea. www.newsfromafrica.org
Africa Peace Point,
una compagnia di giovani attori che lavorano per una cultura di pace utilizzando
il teatro per la mediazione di conflitti, con performance e rappresentazioni
nei campi profughi del Kenya e nelle comunità di base.
Amani People’s Theatre, una
compagnia di giovani attori che lavorano per una cultura di pace utilizzando
il teatro per la mediazione di conflitti, con performance e rappresentazioni
nei campi profughi del Kenya e nelle comunità di base.
Geremia School, una scuola di informatica
che fornisce una formazione professionale di qualità, nell’ottica
di contribuire a colmare il digital divide Nord/Sud.
Ndugu Mdogo, (Piccolo Fratello),
un progetto dotato di tre strutture: una casa che accoglie in forma residenziale
40 ex bambini di strada; un centro diurno di prima accoglienza con un pasto
caldo, cure mediche, scuola e affetto; un istituto di formazione per educatori
professionali.
Volete
farvi un’idea di come gira il mondo, ma per davvero? Provate a studiare
tutte le questioni inerenti al cotone, dalla coltivazione alle magliette,
non solo fino al momento del vostro acquisto su una bancarella o all’ipermercato,
ma anche dopo, quando ve ne sarete disfatti perché non più alla
moda, o rimpicciolita. O semplicemente perché ve ne siete stufati.
Se siete così “umani” da donarla “ai poveri”,
ecco che la t-shirt - ma anche un altro indumento – comincerà
un nuovo viaggio e una nuova, lunga vita.
Due strumenti ci aiutano a saperne e capirne di più: il libro dell’economista,
docente alla Georgetown University, che ha strappato numerosi riconoscimenti
dedicati all’editoria “business” (ma il libro è tutt’altro
che arido), e l’efficace documentario che insegue la maglietta da calciatore
con il mitico numero 10, “abbandonata” da un bambino di Amburgo,
fino alla sua destinazione finale, sulle spalle di un suo coetaneo in Tanzania.
Com’è facile intuire, l’argomento è appassionante.
Pietra Rivoli I viaggi di un T-shirt nell’economia
globale – Apogeo – pp. 288 – euro 15,00
Raffaele Brunetti Mitumba. The Second Hand Road
– B&B Film (www.bbfilm.tv) – dvd 52
Amani, che in kiswahili vuol dire “pace”,
è un’associazione laica e una Organizzazione non governativa
riconosciuta dal Ministero degli Affari Esteri.
Amani si impegna particolarmente a favore delle popolazioni africane seguendo
queste due regole fondamentali:
1. Garantire una struttura organizzativa snella, così da contenere
i costi a carico dei donatori;
2. Privilegiare l’affidamento e la gestione di ogni progetto e di ogni
iniziativa sul territorio africano a persone qualificate del luogo. Molti
degli interventi di Amani, infatti, sono stati direttamente ispirati dalla
comunità di Koinonia (www.koinoniakenya.org).
Come contattarci
Amani Onlus – Ong (Organizzazione non lucrativa
di utilità sociale e Organizzazione non governativa)
Sede legale e amministrativa:
via Gonin, 8 – 20147 Milano – Italy
Tel. 02 4121011 – Fax 02 48302707
Sede operativa:
via Tortona, 86 – 20144 Milano – Italy
Tel. 02 48951149 – Fax 02 45495237
amani@amaniforafrica.org
www.amaniforafrica.org
Come aiutarci
Basta versare una somma sul c/c postale n. 37799202 intestato
ad Amani Onlus-Ong – via Gonin 8 – 20147 Milano,
o sul c/c bancario n. 503010 - Banca Popolare Etica
ABI 05018 - CAB 01600- CIN F - EU IBAN IT91 F050 1801 6000 0000 0503 010
Nel caso dell'adozione a distanza è necessario
versare 30 euro mensilmente almeno per un anno.
Ricordiamo inoltre di scrivere scrivere sempre la causale del versamento e
il vostro indirizzo completo.
Dona il 5x1000 ad Amani: basta la tua firma e il codice fiscale di Amani (97179120155)
Le offerte ad Amani sono
deducibili
I benefici fiscali per erogazioni a favore di Amani possono essere conseguiti
con le seguenti possibilità:
1. Deducibilità ai sensi della legge 80/2005 dell’importo delle
donazioni (solo per quelle effettuate successivamente al 16.03.2005) con un
massimo di 70.000 euro oppure del 10% del reddito imponibile fino ad un massimo
di 70.000 euro sia per le imprese che per le persone fisiche.
In alternativa:
2. Deducibilità ai sensi del DPR 917/86 a favore di ONG per donazioni
destinate a Paesi in via di Sviluppo. Deduzione nella misura massima del 2%
del reddito imponibile sia per le imprese che per le persone fisiche.
3. Detraibilità ai sensi del D.Lgs. 460/97 per erogazioni liberali
a favore di ONLUS, nella misura del 19% per un importo non superiore a euro
2.065,83 per le persone fisiche; per le imprese per un importo massimo di
euro 2.065,83 o del 2% del reddito di impresa dichiarato.
Ai fini della dichiarazione fiscale è necessario scrivere sempre ONLUS
o ONG dopo AMANI nell'intestazione e conservare:
- per i versamenti con bollettino postale: ricevuta di versamento;
- per i bonifici o assegni bancari: estratto conto della banca ed eventuali
note contabili.
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di Amani: tiene informati gli iscritti sulle nostre iniziative, diffonde i
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responsabile: Daniele Parolini
Coordinatore: Pier
Maria Mazzola
Progetto grafico e impaginazione: Ergonarte,
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Stampato presso: Grafiche Riga srl, via Repubblica
9, 23841 Annone Brianza (LC)
Registrazione presso la Cancelleria del Tribunale
Civile e Penale di Milano n. 596 in data 22.10.2001
Ho trascorso un solo mese in Africa, anzi in Zambia, o
meglio ancora dovrei dire in due punti precisi dello Zambia. Non posso certo
ritenermi, quindi, un’esperta in materia di problemi e risorse dell’Africa.
Di ritorno da un campo di volontariato con Amani, però, mi sono sentita
in dovere – come minimo – di saper rispondere ad alcune delle
tante domande che parenti e amici mi hanno rivolto, prima e dopo questa mia
esperienza, per saperne di più sull’Africa
e su quello che là andavamo a fare. La domanda più difficile,
forse, è stata e continua ad essere: "Che cosa serve là?
Che cosa si può dare, per essere d’aiuto?".
Se, prima di partire, la risposta mia e dei miei compagni di viaggio faceva
spesso (non solo!) riferimento alla lunga lista di materiale che abbiamo cercato
di raccogliere per il Mthunzi Centre, la sensazione diffusa tra noi volontari,
adesso, è quella di dover trovare anche altre risposte, più
consapevoli ed esaurienti.
Dall’esperienza in Africa ho imparato che uno dei concetti più
difficili da capire, per noi occidentali, è che l’aiuto materiale
di per sé è utile, anzi importante, ma non è poi quello
che può stare alla base della costruzione di un futuro, per un intero
continente in difficoltà. Nel mio piccolo, mi sono trovata ad ascoltare
sogni, speranze, opinioni e progetti di diverse persone, molto giovani e pure
meno giovani. Una volta rientrata a casa, ho cercato e sto cercando di raccogliere,
capire e raccontare quello che ho potuto conoscere. Le persone incontrate,
le iniziative proposte da grandi e piccoli, i progetti che ho visto realizzati
nonostante innumerevoli ostacoli, mi hanno fatto capire che, alla fine, tra
le cose più utili che si possa pensare di dare agli africani, quella
più dignitosa – davvero carente e paradossalmente facile da offrire
– sia la voce; la possibilità di farsi sentire a tutti i livelli,
in quanto singoli, in quanto comunità, in quanto uno dei più
vasti continenti del mondo! Per questo motivo ho pensato, come gesto di amicizia
e partecipazione, di condividere questo spazio con Rick Mwiinga, diciott’anni,
quattro di vita di strada alle spalle, uno dei più grandi fra i ragazzi
del Mthunzi Centre, con il quale ho avuto modo di trascorrere diversi momenti
speciali.
Le parole che seguono sono sue: la sua voce. Quella che, nel mio piccolo,
sono in grado di farvi ascoltare. Eccola.
"Queste righe sono dedicate a coloro i quali vivono ancora per strada
ed anche a tutti quelli che sentono di poter dare una mano. Possibile o impossibile
che sia, un giorno realizzerete che la vita di strada non è giusta
in alcun modo. Penserete allora che ogni cosa ha un proprio tempo. La ragione
per cui dico questo è che sono vissuto io stesso in strada per quattro
anni e quindi parlo per esperienza. Probabilmente il fatto di vivere in strada,
per quelli che ci sono stati e per quelli che ci stanno ancora, non è
dipeso né dal volere loro né da quello dei loro genitori, bensì
dalle circostanze. I bambini finiscono sulla strada per diverse ragioni.
Per esempio, vanno in strada convinti dai loro pari: l’influenza degli
amici. Vanno a vivere per strada a causa della povertà della loro famiglia.
Quando, per carenza di soldi, non possono frequentare la scuola, non hanno
altri luoghi dove andare. Anche la pandemia dell’Hiv/Aids spinge bambini
innocenti alla vita di strada e la rottura di matrimoni porta anch’essa
alla povertà. Infatti, quando un uomo sposa un’altra donna, i
bambini verranno maltrattati in termini di mancanza di cibo, vestiti, educazione
e libertà. Per evitare questo genere di abusi, i bambini preferiranno
allora la vita di strada alla propria casa. Stare in strada non è facile,
ma può sembrare cosa buona se non sai quanto sia dura, o non hai ancora
realizzato che dovrai affrontare tante difficoltà – nessun posto
dove dormire, niente cibo, niente acqua potabile, niente vestiti decenti con
i quali coprirti…
L’unico modo per superare tutte queste avversità è fumare
dagga, sniffare colla e bere birra, e questo li aiuta soltanto a
dimenticare i problemi. Loro non sanno che si stanno facendo del male. Alcuni
bambini di strada muoiono, proprio là, sulla strada, soprattutto durante
la stagione fredda, a giugno, e questo per mancanza di coperte per tenersi
al caldo; e succede anche durante la stagione delle piogge, perché
trascorrono tutta la giornata in giro e sono eternamente fradici. Incidenti
e violente botte sono anch’essi causa di morte.
Non dite mai che non hanno un posto dove andare. Questi bambini sognano ancora
di diventare i futuri leader, rispettati, un giorno, nella loro vita. Diventa
per loro doloroso quando vedono gli amici accompagnati a scuola; questo li
fa sentire peggio e trascurati. Probabilmente, a quel punto, inizieranno a
pensare di tornare a casa. Sfortunatamente, però, riuscirà loro
molto difficile abbandonare la vita di
strada perché, ormai, sono come sposati con essa. Per combattere l’incremento
del numero di bambini di strada, vogliamo proporre una soluzione. Quella di
costruire molti altri centri come il Mthunzi".
Carlotta Bianchi, è volontaria
di Amani a Milano.