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"Amani" anno VII, n. 1, Febbraio 2007
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Malati invisibilizioni
Cinquant’anni fa Sabin mise
a punto il vaccino contro la poliomielite: non volle brevettarlo. Altri tempi.
Oggi malattia del sonno, filaria linfatica, cecità fluviale…
sono patologie da poveri, poco interessanti per il mercato farmaceutico.
Ma una campagna internazionale suona la sveglia
Sommario
Milingo, o del risveglio della chiesa
di Renato Kizito Sesana
2010,
miracolo africano
di Daniele Parolini
Salute
Salata
di Nicoletta Dentico
I magnifici 7
di
Pier Maria Mazzola
News from Africa
in
Breve
Africa Peace Point per il Nord
Uganda
la redazione
La nostra nuova, dolcissima sorellina
di
Doris Anyembe
Piccoli
Consiglieri di pace
di Paola Liberali
17 dicembre 2006
di
Arnoldo Mosca Mondadori
Rachael ha imparato a pescare
di
Mauro Palazzi
Adozioni a distanza
Perché
tutti insieme
Il gioco del calcio, ormai diventato show-business, cioè spettacolo
e affari a braccetto, è anche la cartina di tornasole della nostra
società in ebollizione, più che in evoluzione. L'ultimo episodio
indicativo è accaduto in Olanda. Nell'incontro fra l'Ajax di Amsterdam
e lo Sparta di Rotterdam, il bianco e biondiccio, forse con gli occhi azzurri,
Wesley Sneijder, ha apostrofato un rivale troppo rude ma altrettanto bianco
e biondo, con una frase che forse diventerà storica: “Sporco
bianco con la rogna”. Lasciamo stare i dettagli dell'episodio e cioè
che Sneijder, espulso subito dall'arbitro, rifiutava di lasciare il campo
sostenendo che la sua non era una frase razzista. Probabilmente si riferiva
al fatto che sinora sui campi di calcio, oltre ai beceri cori degli ancor
più beceri tifosi, si era sentito soprattutto “sporco negro”
e più raramente, ma solo per penuria di soggetti adeguati, “sporco
ebreo” o “sporco arabo”.
Questo festival della "sportività" ci proietta al Mondiale
del 2010 che si terrà per la prima volta in terra africana, la "culla
dell'umanità" ma anche la patria dei giocatori più bersagliati
dai razzisti degli stadi. A Johannesburg, la città sudafricana che
ospiterà l'incontro di apertura e la finale, per ora hanno altri problemi.
Il conto alla rovescia è già
cominciato da un pezzo ma i conti finanziari non tornano. Dai 250 milioni
di euro previsti come costo totale, due anni fa, si è arrivati a superare
il miliardo e 200 milioni.
Inoltre si sono accorti di avere a che fare con un'altra pesante eredità
della defunta apartheid (la segregazione razziale in vigore sino al 1990).
Gli stadi migliori sano infatti quelli del rugby e del cricket, cioè
gli sport dei bianchi (meno del 10% su 45 milioni di abitanti). Il football,
lo sport più diffuso anche tra i neri (79% della popolazione, con il
50% dei disoccupati) dispone invece di infrastrutture assai carenti. La scelta
è stata logica: invece di ammodernare gli stadi degli sport praticati
soprattutto da bianchi, si costruiranno nuovi impianti per il calcio, alla
faccia di quel commentatore inglese che tempo fa sentenziò: “Il
rugby è uno sport per teppisti giocato da gentiluomini, mentre il calcio
è uno sport per gentiluomini giocato da teppisti”.
Stadi nuovi, dunque (se si qualificheranno), per i "Bafana Bafana"
(che vuol dire “ragazzi”) del Sudafrica, per le "Aquile di
Cartagine" della Tunisia, le "Stelle Nere" del Ghana, le "Aquile
Verdi" della Nigeria o i "Leoni Indomabili" del Camerun e tutti
gli altri rappresentanti dell'euforico, festoso, spontaneo calcio africano
in cerca di riscatto dopo il Mondiale tedesco vinto dagli Azzurri.
Non chiediamo al Sudafrica di preparare un grande Mondiale, chiediamo però
un altro miracolo. Il primo l'ha compiuto dopo la feroce repressione bianca
durata decenni. Il Sudafrica è riuscito infatti a voltare pagina senza
spargimenti di sangue, senza vendette, ritorsioni o rappresaglie. Ha trasformato
prigioni e camere di tortura in corti di giustizia, in luoghi di memoria e
di speranza offrendo all'umanità uno dei doni più belli, la
tolleranza: base, col perdono, della Commissione Verità e Riconciliazione.
Sono attesi 400mila tifosi per il 2010 e il piccolo miracolo che chiediamo
alla terra di Mandela riguarda proprio loro, o buona parte di loro: i razzisti
e gli sciovinisti. Ma crediamo sarà dura, molto dura.
Daniele Parolini,
è stato per 28 anni giornalista del Corriere della Sera nella
redazione sportiva, in quella scientifica e infine nelle cronache italiane.
Dal primo all’ultimo numero è stato direttore di Africanews
e per molti anni collaboratore di Nigrizia. Per gli appassionati
di sport va ricordato che ha disputato 130 partite con la maglia della U.S.
Cremonese.
“Milingo? Si dice che stia per
tornare a Lusaka, e i vescovi zambiani hanno pubblicato una nota chiedendo
ai fedeli cattolici di non andare ai suoi incontri”, mi dice Felix,
l’amico zambiano che è venuto a prendermi all’aeroporto
di Lusaka. Poi aggiunge: “Comunque non credo che ce ne fosse bisogno.
L’aspettativa è molto montata dai media locali, ma non mi pare
che proprio siano molti quelli interessati a seguirlo nel caso volesse fondare
una sua chiesa”. Nei giorni successivi ho sentito tante altre persone
su questo argomento, e mi pare che la sommaria analisi di Felix rifletta comunque
abbastanza bene l’opinione più comune.
Tutti sono anche d’accordo nel dire che il Reverendo Moon, che ha preso
Milingo sotto la sua protezione sin dal tempo del matrimonio a New York nel
2001, abbia mobilitato molte risorse per fare di questa visita un successo.
Da settimane alcune decine di inviati di Moon battono a tappeto Lusaka e l’Eastern
Province, di dove Milingo è originario, contattando comunità
di base e gruppi carismatici che in passato facevano capo all’ex arcivescovo,
cercando di convincerli a invitarlo nelle loro comunità. Vescovi, preti
e missionari hanno scelto di tenere un tono pacato, ma fermo. Padre Dario
Balula, missionario comboniano e parroco a Lilanda, periferia di Lusaka, dice:
“Ben venga il signor Emmanuel Milingo. È un amico. In casa mia
ricevo cristiani, indù e musulmani. Perché non dovrei ricevere
Milingo? Deve solo essere molto chiaro che non apparteniamo più alla
stessa chiesa. I nostri fedeli hanno diritto di essere chiaramente informati.
Poi potranno fare le loro scelte”.
Mi dice un altro missionario che non vuole essere nominato, per oltre vent’anni
insegnante in seminari africani: “Il problema non è Milingo.
Il problema è che un personaggio così patetico faccia notizia,
appropriandosi di una causa che richiederebbe ben altri difensori. Milingo
ha un bisogno patologico di essere al centro dell’attenzione, e sta
riuscendo a ridurre questo problema ad uno show personale, come ha fatto con
le guarigioni. La chiesa africana è in una fase di stanca. Trent’anni
fa la chiesa nell’Africa dell’Est era impegnata ad avviare le
piccole comunità cristiane e per qualche anno ci fu un grande fermento.
Oggi quell’esperimento pastorale è largamente fallito, ma sulle
ragioni del fallimento non c’è stata riflessione, e non si sta
tentando altro. Si continua con la routine. Troppi preti sono diventati piccoli
funzionari, senza grandi idea li, e troppi preti mediocri sono stati chiamati
ad esercitare l’episcopato. Non c’è da sorprendersi se
in questo contesto un tipo come Milingo possa essere scambiato per un profeta”.
Il nodo di una presenza più incisiva della chiesa nella società
sarà affrontato durante l’annunciato secondo Sinodo Africano,
che avrà come tema generale La Chiesa in Africa a servizio della
Riconciliazione, della Giustizia e della Pace. Il concreto impegno sociale
è una delle aree in cui la chiesa africana è più viva
e ricca di iniziative. Opere come scuole, ospedali, programmi per le vittime
dell’Aids e per gli emarginati, ma anche programmi di educazione civica,
difesa dei diritti umani, promozione di giustizia e pace e riconciliazione,
sono numerose e attive fino ai villaggi più remoti, dove spesso le
istituzioni governative non arrivano. La chiesa ha accumulato un’esperienza
straordinaria che però finora non ha dimostrato di incidere molto sul
cambiamento sociale, probabilmente per mancanza di riflessione e di coordinamento.
“Le statistiche ci dicono – ricorda un teologo africano –
che ogni anno il numero dei cattolici cresce a ritmi vertiginosi, che ci sono
sempre più diocesi e più vescovi, più parrocchie e più
preti, sempre più programmi di impegno sociale… Ma l’impressione
è di una crescita solo numerica. Sul versante dell’inculturazione,
della riflessione teologica, dell’approfondimento delle azioni pastorali
e missionarie, pare non succeda niente.
Continuiamo a fare ciò che si è sempre fatto. Sembra che la
chiesa sia in uno stato di… dormizione. È una battuta, ma hai
presente quelle belle icone orientali della Dormizione di Maria, con Maria
immersa nel sonno e gli apostoli radunati intorno a lei, i volti apprensivi,
quasi si stiano domandando: “Si sveglierà o no?”…
A me sembra spesso di vivere momenti così”. Anche l’autore
di questa innocente battuta non vuole essere identificato. Questa “paura
di esporsi” anche per cose così semplici non è un bel
segno per la salute della chiesa africana.
Personalmente credo che l’icona più adeguata per rappresentare
questa chiesa sia quella di Maria che guarda il figlio crescere, vede le sue
azioni e conserva tutto nel suo cuore.
L’apparente mancanza di azione non ci deve far credere che Gesù
e il Suo Spirito non stiano lavorando in silenzio; i frutti li vedremo in
futuro.
L’impegno per i poveri e gli emarginati che viene prodigato ogni giorno
in Africa da migliaia e migliaia di cristiani in tanti differenti tipi di
servizio non potrà mancare di segnare la vita della chiesa africana
che sta crescendo.
Renato
Kizito Sesana,giornalista e padre comboniano, è socio
fondatore di Amani. È stato direttore del mensile Nigrizia,
titolare per quattro anni di una rubrica sul Sunday Nation, fondatore
di New People e ha dato vita a News from Africa, agenzia
di stampa di “africani che raccontano l’Africa”. Continua
un’intensa attività pubblicistica con varie testate italiane
e non. Vive a Nairobi, in Kenya, presso il Centro Kivuli. È inoltre
fondatore e direttore di Radio Waumini, emittente cattolica voluta dalla Conferenza
episcopale keniana.
Dal 1995 si reca regolarmente tra i Nuba del Sudan realizzando con loro progetti
di aiuto alle popolazioni locali.
Quante volte mi è
stato detto: “Il viaggio non finisce quando torni dall’Africa…”.
È così, torni carico di emozioni e di linfa vitale che non puoi
tenere per te: la racconti, la descrivi, la fai immaginare a chi non l’ha
vissuta. Così sono sempre felice quando ho la possibilità di
raccontare ad altri la mia esperienza, soprattutto se sono ragazzi o bambini.
Ho avuto l’occasione di farlo a una riunione del Consiglio Comunale
dei Ragazzi, organizzato dal Comune di Lacchiarella in provincia di Milano,
insieme alle scuole elementari e medie del paese. È un’iniziativa
importante: i ragazzi che vi partecipano si riuniscono, discutono e propongono
idee, in una sorta di Consiglio Comunale allargato, al quale partecipa anche
il sindaco.
Il progetto che i ragazzi hanno deciso di intraprendere durante lo scorso
anno scolastico si chiama “Poesie per la pace”. Ognuno ha scritto
una poesia sulla pace: quella che loro stessi possono realizzare nella quotidianità,
e la pace nel mondo, difficile da realizzare ma necessaria da sognare. Poesie
per la pace oggi è un vero e proprio libricino, realizzato dalle scuole
insieme al Comune, che è stato distribuito dai ragazzi. Loro stessi
hanno deciso che parte del ricavato sarebbe stato devoluto ad Amani.
Sono stata invitata a partecipare alla consegna dei fondi raccolti e mi sono
trovata davanti a una quindicina di bambini e ragazzi entusiasti, che mi hanno
prima ascoltata con attenzione nei miei racconti sui bambini di Kivuli e le
bimbe della Casa di Anita. Poi, con una curiosità e una trasparenza
che solo i bambini riescono ancora ad avere, mi hanno letteralmente sommersa
di domande. “I bambini di Nairobi vanno a scuola?”. “Ma
perché non vivono a casa con i loro genitori?”. “Dove dormono
se devono stare in strada? Non hanno freddo?”. “Che lavoro fanno
i loro genitori?”.
Tutte domande legittime, cui è difficile rispondere pur sapendo cosa
dire, perché raccolti in cerchio in una grande aula di una scuola italiana,
quel mondo e quei bambini sembrano lontanissimi.
Ma poi mi rendo conto che sono in un cerchio, che tutti parlano e dicono la
loro, e mi catapulto a due anni fa, quando mi trovavo insieme ai bambini di
Kivuli, ai volontari italiani e agli educatori locali, a giocare, parlare,
confrontarsi. E mi sembra che in questa stessa disposizione, in questo momento,
in questo continente, e con questi bambini entusiasti di conoscere quei loro
coetanei che vedono al massimo solo alla televisione, si sia creato un bel
ponte. I ragazzi del Consiglio Comunale, oltre ad aver raccolto fondi importanti
che andranno a finanziare la scuola e l’educazione dei piccoli ospiti
del Kivuli Centre, hanno scritto poesie di pace, e chissà che non riescano
veramente a mettere in pratica nella loro quotidianità quella pace
tanto desiderata che inizia anche così, con uno scambio di pensieri
tra bimbi solo geograficamente lontani.
di Paola Liberali, di
Certosa di Pavia, è volontaria di Amani.
Poesie di pace
Se vuoi la pace
Se vuoi la pace
Dichiara guerra alla guerra
Al tuo egoismo
Che vuole tutto per sé
E non ti fa vedere
Il bisogno del tuo fratello.
Combatti ogni desiderio di dominio
Che vuole farti comandare
Nel gioco, a scuola, a casa, dappertutto.
Se vuoi la pace
Cerca che tutti intorno a te abbiano il necessario,
abbiano la possibilità di parlare,
siano liberi.
Come vuoi essere libero tu
di parlare, di lavorare,
di pregare, di amare, di vivere.
La pace comincia da te.
(5ª C)
Esattamente
due anni fa prendeva avvio la campagna per la ricerca a favore delle malattie
dimenticate, lanciata da un appello internazionale promosso da Drugs for Neglected
Diseases Initiative (Dndi) insieme a organizzazioni come Oxfam e Medici Senza
Frontiere, centri di ricerca sanitaria come l’Institut Pasteur e il
Kenyan Medical Research Institute, e firmato da venti premi Nobel.
Il primo incontro del Gruppo si è tenuto a Ginevra nel dicembre scorso,
con la partecipazione di oltre 90 governi (sui 193 stati membri dell’Oms),
tra spinte in avanti del Sud del mondo e resistenze organizzate di governi
del Nord. Con un atteggiamento sostanzialmente attendista dell’Oms,
non sempre pronta a difendere con la necessaria determinazione la salute dei
cittadini contro gli interessi di parte di pochi stati. Eppure, con tutte
le debolezze del nuovo processo, per la prima volta i governi si sono svegliati.
Non è vero, come spesso si vocifera, che il settore pubblico non sia
in grado di sviluppare nuovi vaccini o terapie, e che le competenze scientifiche
risiedano solo nelle grandi aziende. Il progetto sul genoma umano finanziato
dal settore pubblico attraverso l’impegno di diversi governi è
un modello in questo senso. Anche per la scelta di scienza aperta (open
source) perseguita.
Dorkas
Gaiti (Angel) è la bambina in assoluto più dolce della Casa
di Anita. Da quando è stata trovata e accolta qui, ne siamo state tutte
felici. È amata da tutte. Quando fu ritrovata (Amani ha raccontato
la vicenda lo scorso luglio, NdR) le sue condizioni di salute erano
davvero pessime, e non era in grado di fare proprio nulla: non camminava,
non parlava, non sorrideva mai. Era molto ammalata, ma appena ricevute le
prime cure nella nostra Casa di Anita, la sua salute ha cominciato a migliorare.
È diventata un po’ alla volta anche “la cocca” dei
guardiani della casa. Ognuna di noi era davvero stupita di come Angel fosse
riuscita a farsi benvolere e coccolare da loro, che la trattavano come fosse
una sorellina.
Dopo pochi mesi, Angel sapeva fare cose che prima non faceva: riconoscere
le persone, giocare con le bambine più piccole. E sorrideva spesso.
Quando era più piccola, tutte le ragazze della Casa volevano prenderla
in braccio e spesso litigavamo per questo!
L’amavamo tutti ed era bellissimo vedere che non era più da sola.
Anche se non era ancora guarita del tutto, Angel faceva già delle attività
energiche e divertenti che mai avreste immaginato, come ballare, correre,
ridere, dire piccole frasi… Davvero una sorella dolcissima.
Il mio augurio è che Angel cresca sana, possa andare a scuola e lavorare
per diventare una persona responsabile e onesta. Che sia benedetto chi ha
fatto in modo che in lei ci siano tanto amore, simpatia, gentilezza, sensibilità.
Che Dio benedica il lavoro delle sue mani e del cuore.
Doris
Anyembe, è una piccola ospite della Casa di Anita.
Divorzi rosa
Niente di nuovo sotto il sole. L'evoluzione della donna,
da una situazione sottomessa alla legittima parità con l'uomo, porta
nella società musulmana gli stessi fenomeni registrati in quella cristiana.
In Tunisia, ad esempio, il 50% delle domande di divorzio depositate nel 2005
appartengono alle donne, nel 1960 superavano di poco il 5%. Secondo gli esperti
le ragioni principali di questa "mobilitazione" femminile sono dovute
al progressivo ingresso nel mondo del lavoro che assicura loro un'indipendenza
finanziaria: il 40% delle donne che esercita un'attività professionale
sono infatti divorziate.
Metà delle domande di divorzio hanno origine nella violenza coniugale
o nella differenza sociale e d'istruzione; il 23% nella sterilità di
un coniuge, il 15% nell'adulterio o incompatibilità sessuale e il 13%
nei problemi finanziari.
Energia sott’acqua
C'è da mangiarsi il fegato dalla rabbia. Ecco il caso.
La Repubblica Democratica del Congo possiede un potenziale idroelettrico che
potrebbe inondare l'Africa di energia. Si parla di 100mila megawatt (MW),
il 13% della capacità mondiale. Quanto ne produce? Circa 1200, di cui
700 alla diga di Inga che ha in funzione soltanto 6 delle sue 14 turbine.
Una recente riunione a Johannesburg ha progettato nuovi impianti per un totale
di 17000 MW, con un costo di oltre 9 miliardi di dollari. Per il momento però
solo la Banca Mondiale intende sbloccare la sua quota, circa mezzo miliardo,
gli altri investitori esigono garanzie sui loro fondi e cioè che non
scompaiano come ai tempi del poco compianto Mobutu. Riuscirà il giovane
Kabila, rieletto presidente nelle recenti elezioni, a creare fiducia negli
stranieri e un po’ di benessere per il suo paese?
La corruzione ha le gambe corte
Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Il proverbio
può adattarsi al caso di un'impresa inglese che aveva citato il governo
del Kenya chiedendo un risarcimento di 500 milioni di dollari.
La ditta aveva firmato un contratto per condurre il duty-free negli aeroporti
di Nairobi e Mombasa ma il governo keniano aveva poi annullato tutto. Un tribunale
speciale, organismo della Banca Mondiale creato nel 1960 per dirimere i conflitti
fra investitori privati e governi, ha dato ragione al Kenya per il semplice,
anche se torbido, motivo che la World Duty Free Ltd aveva sbaragliato la concorrenza
versando una "mancia" di 2 milioni di dollari all'allora presidente
del Kenya, Daniel arap Moi, noto per la sua avidità. Molti ora sperano,
per il bene dell'Africa, che la sentenza faccia giurisprudenza e freni la
corruzione.
Mike
Davis
Il pianeta degli slum
Feltrinelli – pp. 215
€ 15,00
Un’inchiesta sui come e i perché della slumizzazione del mondo,
soprattutto il “terzo”. Ricca di dati ma che si legge come un
romanzo. In un pianeta in cui, per la prima volta nella storia, la maggior
parte della popolazione è ormai urbanizzata, l’Africa –
ben simboleggiata da Nairobi – conosce “la situazione più
estrema”. Qui “gli slum stanno crescendo a una velocità
doppia della deflagrazione delle città del continente”. Con una
citazione (dell’indiana Gita Verma) che non si dimentica: “La
causa prima dello slumming urbano sembra essere non la povertà umana
ma la ricchezza urbana”…
…ma che mondo è?
a
cura di Roberto De Romanis
Ma che mondo è questo?
Manifestolibri – pp. 184
€ 16,50
Sedici interviste “sulle emergenze di inizio millennio” raccolte
dal Circolo Culturale Primomaggio di Bastia Umbra: “Il no alla guerra
e al neoliberismo debbono trovare un loro pronunciamento e una loro articolazione
anche a livello locale”, spiega Luigino Ciotti, animatore del Circolo.
Contributi, tra gli altri, di Jean-Léonard Touadi, padre Kizito Sesana
e padre Alex Zanotelli, Giuliana Sgrena e Riccardo Petrella.
Cari amici, grazie per la passione e la costanza che
continuate a dimostrare con l'impegno di un'adozione a distanza.
Dall'anno 2007 la quota passerà a 30 euro mensili (360 annuali): un
piccolo sacrificio che vi chiediamo dopo oltre dieci anni, necessario per
continuare a costruire un domani migliore per le bambine e i bambini di strada.
Desideriamo poter vi ringraziare tutti e comunicare con voi, quindi vi chiediamo
di comunicarci sempre il vostro indirizzo, postale e e-mail, così potrete
anche ricevere il periodico Amani, che vi aggiornerà sull'andamento
dei progetti.
info: adozioni@amaniforafrica.org
Era
lui uno dei due o tre nomi più ambiti da Amani per la presentazione
del Calendario 2007. Il più grande storiografo africano in assoluto,
ex aequo con Cheikh Anta Diop, era la persona giusta per scrivere
qualche riga intorno ai “maestri” del Novecento africano. Sarebbe
così figurato lui stesso come tredicesimo mwalimu.
Ci avevano però comunicato che “il professore”, com’era
conosciuto nel suo Burkina Faso natale, ottantaquattrenne, era “stanco”.
Di lì a poco Joseph Ki-Zerbo rinunciò infatti
al suo seggio di deputato del Pdp/Ps – il terzo partito da lui fondato
nella sua carriera politica, perché per lui “fare storia”
non significava vivere con la testa girata indietro – e, il 4 dicembre,
lasciava vedova Jacqueline Coulibaly, la donna della sua vita non solo per
l’affetto e il sacramento che a lei l’univa, ma anche per l’attiva
condivisione e partecipazione alle stesse battaglie.
Figlio del primo cristiano dell’Alto Volta (allora il Burkina non si
chiamava ancora così), Ki-Zerbo fin dai banchi di scuola si rese conto
che qualcosa non quadrava quando, interrogato, doveva ripetere che “i
nostri antenati sono i Galli”. Fu il primo africano abilitato, dopo
la laurea alla Sorbona, all’insegnamento superiore della storia, e dedicò
la sua vita intellettuale a riscrivere la storia del suo continente dalla
parte degli africani, con una metodologia capace di mettere in valore delle
fonti che non fossero unicamente quelle degli archivi coloniali. Autore di
una fondamentale Storia dell’Africa nera (Einaudi, 1977), Ki-Zerbo
è stato anche una figura chiave del comitato scientifico della monumentale
Storia generale dell’Africa dell’Unesco. La storia si
intreccia con la cultura. Per questo il professore si dedicò all’approfondimento
di temi quali i diritti umani – al cui riguardo esiste nell’Africa
tradizionale una coscienza viva, benché espressa in modi e accentuazioni
diverse da quelle consegnate nella Dichiarazione universale dei diritti
dell’uomo -; la condizione della donna – con luci e ombre
a seconda dei luoghi e delle epoche –; lo sviluppo endogeno (“dormire
sulla stuoia altrui è come dormire per terra”).
“Se ci corichiamo, siamo morti”, era il suo motto, posto in epigrafe
al suo libro-intervista con René Holenstein, A quando l’Africa
(Emi, 2005). Joseph Ki-Zerbo: ecco un uomo che è morto, ma non si è
coricato.
Gennaio.
“Un vecchio che muore è una biblioteca che brucia”. Il
proverbio d’Africa più gettonato è in realtà un
adagio di Amadou Hampâté Bâ, poliedrico
uomo di cultura nato a Bandiagara, nel Mali, e soprattutto ponte vivo tra
la letteratura orale e la letteratura scritta. Era anche un devoto musulmano
persuaso dell’intrinseca bontà e necessità del dialogo
a tutto campo, religioni comprese.
Fu in forze all’Unesco per tutti gli anni Sessanta, ma il suo impegno
per la valorizzazione dell’oralità non cessò che con la
sua morte, nel 1991. Aveva 90 anni. Numerose le sue opere tradotte in italiano,
tra le quali i due volumi autobiografici Amkoullel, il bambino fulbe e
Signorsì, Comandante! (Ibis, 2000 e 2006), e anche Gesù
visto da un musulmano (Bollati Boringhieri, 2000).
Febbraio.
Potevano esserci anche Miriam Makeba o Ellen Johnson-Sirleaf, oppure Graça
Machel o Gertrude Mongella… È comunque vero che non è
molto ampia la rosa di nomi femminili di grande risonanza sulla ribalta della
storia africana del XX secolo. Non poteva in ogni caso mancare almeno il Nobel
per la pace 2004, la keniana Wangari Muta Maathai. Biologa
di formazione, ha fondato, esattamente trent’anni fa, il Green Belt
Movement, costituito in gran parte da donne. È la pioniera del movimento
ecologista africano – la forma di lotta che l’ha resa celebre
è quella di piantare alberi – ma si è anche esposta in
prima persona nell’opposizione al regime di Daniel arap Moi.
Oggi è viceministro dell’ambiente. Il suo motto continua ad essere:
“Non dobbiamo stancarci, non dobbiamo cedere, dobbiamo perseverare”.
È appena uscita, per Sperling & Kupfer, la sua autobiografia: Solo
il vento mi piegherà.
Marzo.
“Quando a Chinguetti o a Timbuctù una biblioteca brucia o si
disperde, è la memoria di mille vecchi che scompare”. Così,
simmetricamente, glossava la celebre massima di Amadou Hampâté
Bâ Léopold Sédar Senghor. Andatosene
ultranovantenne nel 2001, Senghor è il vate della negritudine, non
intesa come arroccamento nella propria identità, riscoperta in senso
positivo, ma come l’abito con cui recarsi al planetario “appuntamento
del dare e del ricevere”.
Ben radicato nella sua africanità e al tempo stesso profondo conoscitore
della classicità, Senghor è stato il primo membro africano (1983)
dell’Accademia di Francia. Era già stato il primo presidente
del Senegal, e il primo in Africa a ritirarsi spontaneamente dalla sua carica.
In italiano possiamo leggere Canti d’ombra e altre poesie (Passigli,
2000).
Aprile.
La morte di Patrice Émery Lumumba, nel gennaio del
1961, sulla quale solo da pochi anni si è fatta piena luce, fu il culmine
di una cospirazione, nel contesto della guerra fredda, tra Cia, servizi belgi
e personaggi congolesi. Tra questi ultimi, Mobutu Sese Seko.
Per soli sei mesi il giovane Lumumba rimase primo ministro di un paese immenso,
ma la sua personalità, la sua proiezione internazionale, il precipitare
degli eventi, la sua fine atroce (dissolto nell’acido), anche i suoi
ritratti fotografici, ne hanno fatto uno dei miti inossidabili dell’anticolonialismo
per l’intero Terzo mondo, come si diceva allora, e non solo per il suo
continente.
“Noi abbiamo conosciuto le ironie, gli insulti, le sferzate, e dovevamo
soffrire da mattina a sera perché eravamo negri. Chi dimenticherà
che al negro si dava del tu, non come a un amico ma perché il dare
del lei era riservato ai bianchi?”, ribadì Lumumba mentre si
stava proclamando l’indipendenza. Alessandro Aruffo ha scritto Lumumba
e il panafricanismo (Massari, 1991).
Maggio.
In pochi lo sanno, ma il mwalimu (insegnante) Julius Kambarage Nyerere,
che guidò il Tanganica all’indipendenza e seppe poi unificarlo
con Zanzibar dando vita alla Tanzania, è oggetto di una causa di beatificazione.
La sua fede cattolica non gli impedì però – anzi in essa
trovava le sue motivazioni profonde – di difendere a testa alta l’indipendenza
del suo paese, anche di fronte ai diktat delle istituzioni finanziarie internazionali.
La sua celebre Dichiarazione di Arusha lanciò nel 1967 l’esperienza
del socialismo africano, radicata nella cultura africana e giocata nello spazio
del non allineamento.
Gli obiettivi non furono tutti raggiunti, ma furono dati dei notevoli passi
avanti, specie nel campo dell’istruzione e nella coscienza dell’unità
nazionale. Personalmente Nyerere (deceduto nel 1999) ha sempre mantenuto un
tenore di vita di estrema sobrietà.
“Vorrei accendere una candela e metterla in cima al monte Kilimanjaro
affinché illumini al di là delle nostre frontiere, dando speranza
a quanti sono disperati, portando amore dove c’è odio e dignità
dove prima c’era solo umiliazione”.
Giugno.
Il capitano Thomas Sankara non fa parte della generazione
dei “padri dell’Africa” – assunse il potere nel 1983
– ma rimane una delle figure politiche più amate, in patria come
nel resto del continente, e oltre. Inaugurò una rivoluzione per certi
versi simile a quella di Nyerere, puntando sulla dignità del suo popolo
e sulle pur scarse risorse nazionali ordinate a uno sviluppo endogeno. E pretese,
da sé stesso come da tutti i dirigenti, uno stile quasi spartano. Mutò
il nome del suo paese da Alto Volta in Burkina Faso: “la terra delle
persone integre”.
Una delle battaglie che lo resero celebre fu contro il debito estero: “Non
possiamo pagare, perché sono gli altri che hanno nei nostri confronti
un debito che le più grandi ricchezze non potrebbero mai pagare, cioè
il debito di sangue”. La sua rivoluzione non andò esente da errori
(ne è sintomo l’esilio di Joseph Ki-Zerbo). Sankara venne assassinato
dopo quattro anni; i sospetti gravano sull’attuale presidente, suo amico
fraterno.
Da leggere: L’Africa di Thomas Sankara di Carlo Batà
(Achab, 2003).
Pier
Maria Mazzola, giornalista, è autore di Giorni
d’Africa. Personaggi,eventi, ricorrenze (Emi, 2006).
L'adozione proposta da Amani non è individuale, cioè
di un solo bambino, ma è rivolta all'intero progetto di Kivuli, della
Casa di Anita, di Mthunzi o delle Scuole Nuba.
In questo modo nessuno di loro correrà il rischio di rimanere escluso.
Insomma "adottare" il progetto di Amani vuol dire adottare un gruppo
di bambini, garantendo loro la possibilità di mangiare, studiare e
fare scelte costruttive per il futuro, sperimentando la sicurezza e l'affetto
di un adulto. E soprattutto adottare un intero progetto vuol dire consentirci
di non limitare l’aiuto ai bambini che vivono nel centro di Kivuli,
della Casa di Anita, del Mthunzi o che frequentano le scuole di Kerker e Kujur
Shabia, ma di estenderlo anche ad altri piccoli che chiedono aiuto, o a famiglie
in difficoltà, e di spezzare così il percorso che porta i bambini
a diventare street children o, nel caso dei bambini nuba, di garantire
loro il fondamentale diritto all’educazione.
Anche un piccolo sostegno economico permette ai genitori di continuare a far
crescere i piccoli nell’ambiente più adatto, e cioè la
famiglia di origine.
In questo modo, inoltre, rispettiamo la privacy dei bambini evitando di diffondere
informazioni troppo personali sulla storia, a volte terribile, dei nostri
piccoli ospiti. Pertanto, all'atto dell'adozione, non inviamo al sostenitore
informazioni relative ad un solo bambino, ma materiale stampato o video concernente
tutti i bambini del progetto che si è scelto di sostenere.
Una caratteristica di Amani è quella di affidare ogni progetto ed ogni
iniziativa sul territorio africano solo ed esclusivamente a persone del luogo.
Per questo i responsabili dei progetti di Amani in favore dei bambini di strada
sono keniani, zambiani e nuba.
Con l'aiuto di chi sostiene il progetto delle Adozioni a distanza, annualmente
riusciamo a coprire le spese di gestione, pagando la scuola, i vestiti, gli
alimenti e le cure mediche a tutti i bambini.
info: adozioni@amaniforafrica.org
Come aiutarci
Puoi "adottare"
i progetti realizzati da Amani con una somma di 30
euro al mese (360 euro all'anno): contribuirai
al mantenimento e la cura di tutti i ragazzi accolti da Kivuli,
dalla Casa di Anita,
dal Mthunzi
o dalle Scuole nuba.
Per effettuare un'adozione a distanza basta versare una somma sul
c/c postale n. 37799202
intestato ad
Amani Onlus - Ong
via Gonin, 8
20147 Milano
o sul
c/c bancario
n. 503010
Banca Popolare Etica
CIN G - ABI 05018 - CAB 12100
EU IBAN IT93 G050 1812 1000 000 0503
010
Ti ricordiamo di indicare, oltre il tuo nome e indirizzo, la causale del versamento
"adozione a distanza".
Ci consentirai così di poterti inviare il materiale informativo.
Chikondano è sorto
su un terreno occupato abusivamente da circa 500 famiglie poverissime, che
sopravvivono in capanne costruite con fango essiccato e tetto di paglia. Non
esistono fogne, l’acqua potabile da qualche anno è assicurata
da un unico pozzo con pompa manuale, non ci sono scuole o asili, ma cinque
taverne e una “discoteca” dove i pochi uomini rimasti cercano
di dimenticare la loro condizione ubriacandosi con il chibuku, la birra locale,
e dove le donne trovano il modo di guadagnare qualcosa per sfamare i tanti
figli.
Dove ti volti vedi bambini, cosa naturale in un paese dove la vita media non
arriva a 40 anni e metà della popolazione ha meno di quattordici anni,
ma qui sembrano ancora di più, molti di loro portano addosso i segni
della malnutrizione e delle malattie non curate.
Ogni anno accompagno i volontari di Amani, che vengono al Mthunzi Centre,
a visitare Chikondano. Il villaggio dista una ventina di minuti a piedi, e
per chi si occupa di aiutare i bambini di strada è importante vedere
da dove molti di loro provengono e quali condizioni li spingono ad andare
in strada.
Camminare tra queste capanne è sempre un’esperienza forte, che
stringe lo stomaco, ma può aprire la mente.
Chi è stato lì non dimentica facilmente certe immagini di povertà,
di rassegnazione e di dolore, ma è anche un’occasione per capire
meglio e cercare dei segnali di speranza.
Lo scorso agosto, mentre camminavamo circondati dal solito sciame di bambini,
siamo passati vicino ad una capanna fuori della quale stava una giovane donna
con due bambini piccoli. Ci è venuta incontro con un grande sorriso
e ha ringraziato per il supporto che le abbiamo dato. Si chiama Rachael ed
è una delle trenta donne che partecipano al “progetto agricolo
per le mamme”. Questo progetto, che Amani sostiene da tre anni, è
nato da un’idea di Oscar, capo della comunità di Koinonia e bravo
agricoltore, durante un incontro con le donne del villaggio che chiedevano
una mano.
La terra su cui sorge il Mthunzi Centre è di 100 acri, poco più
di 40 ettari, e dispone di abbondante acqua per l’irrigazione. Si è
pensato di proporre alle donne del villaggio di coltivarne un acro a testa
per ricavare mais e ortaggi; in questo modo si cerca di evitare che altri
bambini siano spinti dalla fame sulla strada o che le loro mamme debbano prostituirsi.
Fin da subito abbiamo creduto creduto in questa idea e, attraverso Koinonia,
abbiamo sostenuto 30 donne, residenti nei villaggi vicini al Mthunzi, finanziando
l’acquisto di fertilizzanti e sementi con circa 80 euro a testa.
Rachael è una di loro, vive a Chikondano con la madre anziana e cinque
figli piccoli. Quando le ho chiesto come era andato il raccolto, ci ha fatto
entrare nella sua capanna e ci ha mostrato i sacchi di farina che aveva prodotto
con le sue mani.
Le ho chiesto quanti erano e per quanto tempo le sarebbero bastati.
Ha risposto, con un pizzico di orgoglio, che i sacchi erano 23, e ciascuno
forniva alla sua famiglia polenta per 15 giorni: una riserva di cibo, in totale,
per 11 mesi e mezzo.
Pensare che sono bastati pochi euro a dare cibo e dignità a questa
donna e alla sua famiglia, mi ha riempito di soddisfazione e mi ha ricordato
il celebre detto cinese: “Se vuoi aiutare una persona che ha fame, non
darle del pesce, insegnale a pescare”.
Rachael ha “imparato a pescare” e noi abbiamo avuto la conferma
di quanto sia importante organizzare progetti, anche piccoli come questo,
fatti non solo “per” ma anche “con” le comunità
locali, ascoltando i loro bisogni e valorizzando le abilità e le competenze
delle persone.
Per la prossima stagione il numero delle donne che hanno chiesto di partecipare
al progetto è salito a 50. Inutile dire che, anche grazie a Rachael,
abbiamo deciso di continuare a sostenerle.
Mauro Palazzi, medico,
è vicepresidente di Amani.
Kivuli Center, un
progetto educativo nato dall’iniziativa dei giovani della comunità
di Koinonia, che a Nairobi accoglie e sostiene i bambini di strada di due
grandi baraccopoli della capitale.
Il Centro Kivuli accoglie in forma residenziale 60 bambini di strada curandone
la crescita e l’educazione, copre le spese scolastiche di altri 70 bambini
ed è aperto con vari progetti animativi a tutti i bambini del quartiere.
Kivuli è diventato un punto di riferimento per i giovani e per gli
adulti, con un progetto di microcredito, laboratori artigianali di avviamento
professionale, una biblioteca, un dispensario medico, un progetto sportivo,
un laboratorio teatrale, una sartoria, un pozzo che vende acqua a prezzi calmierati,
una scuola di lingua, una scuola di computer e uno spazio sede di varie associazioni,
aperto a momenti di dibattito e confronto per i giovani del quartiere.
Casa di Anita, una casa di accoglienza
sorta a N’Gong (piccolo centro agricolo a 20 km da Nairobi), curata
da tre famiglie keniane, inaugurata nell’agosto 1999. La Casa di Anita
accoglie 50 ex bambine di strada, alcune orfane e altre figlie di famiglie
poverissime, vittime di abusi sessuali, inserendole in una struttura familiare
e protetta, permettendo una crescita affettivamente tranquilla e sicura.
Mthunzi Centre, un progetto educativo
realizzato dalle famiglie della comunità di Koinonia di Lusaka (Zambia)
a favore dei bambini di strada. Il Centro Mthunzi, oltre ad accogliere 60
bambini di strada in forma residenziale curandone la crescita e l’educazione,
è un punto di riferimento per la popolazione locale, con il suo dispensario
medico e con i suoi laboratori di falegnameria e di sartoria per l’avviamento
professionale.
Riruta Health Project, un programma
di prevenzione e cura dell'Aids, in collaborazione con Caritas Italiana che
offre assistenza a domicilio a malati terminali e a pazienti sieropositivi
nelle periferie di Nairobi.
Due scuole primarie Due scuole
primarie sui monti Nuba che garantiscono l’educazione di base (l’equivalente
della formazione elementare e media in Italia) ai bambini della zona circostante,
in assenza di altre strutture scolastiche. Attualmente ognuna delle scuole
ha circa 600 alunni. Il progetto include anche una scuola
magistrale magistrale per selezionare e formare giovani insegnanti
nuba (circa 50 ogni anno) in modo da riattivare la rete scolastica autogestita
dalle popolazioni della zona.
News from Africa, un’agenzia
di informazione mensile prodotta da giovani scrittori e giornalisti africani,
che raccoglie notizie e articoli di approfondimento provenienti dai paesi
dell’Africa subsahariana per poi diffonderle in tutto il mondo per via
telematica e cartacea. www.newsfromafrica.org
Africa Peace Point,
organizzazione laica e apolitica che si prefigge la realizzazione di iniziative
popolari per la costruzione e la diffusione di una cultura di pace nelle comunità
africane; la sede è a Nairobi, dove APP si è dotata di un centro
di documentazione e ha creato uno spazio in grado di ospitare forum, sessioni
di formazione sulla pace e incontri tra gruppi di base.
Amani People’s Theatre, una
compagnia di giovani attori che lavorano per una cultura di pace utilizzando
il teatro per la mediazione di conflitti, con performance e rappresentazioni
nei campi profughi del Kenya e nelle comunità di base.
Geremia School, , una scuola di
informatica che fornisce una formazione professionale di qualità, nell’ottica
di contribuire a colmare il digital divide Nord/Sud.
Ndugo Mdogo, (Piccolo Fratello),
un progetto dotato di tre strutture: un centro che accoglie in forma residenziale
40 bambini; un centro diurno di prima accoglienza con un pasto caldo, cure
mediche, scuola e affetto; un istituto di formazione per educatori professionali.
Amani sarà presente anche quest’anno, con
un suo stand, alla FIERA DEL CONSUMO CRITICO E DEGLI STILI DI VITA
SOSTENIBILI, organizzata da Terre di mezzo e Altreconomia.
Il 13 aprile (dalle 15:00 alle 23:00), il 14
(9:00-23:00) e domenica 15 (10:00-18:00) nei padiglioni di
FieraMilanoCity (piazzale Carlo Magno 1 – MM Amendola).
Ricco programma di convegni, incontri, intrattenimento; ristorazione biologica
e solidale.
Consultare http://falacosagiusta.org.
Vi aspettiamo numerosi.
Amani, che in kiswahili vuol dire “pace”,
è un’associazione laica e una Organizzazione non governativa
riconosciuta dal Ministero degli Affari Esteri.
Amani si impegna particolarmente a favore delle popolazioni africane seguendo
queste due regole fondamentali:
1. Curare lo sviluppo di un numero ristretto di progetti, in modo da poter
mantenere la sua azione su base prevalentemente volontaria per contenere i
costi a carico dei donatori;
2. Privilegiare l’affidamento e la gestione di ogni progetto e di ogni
iniziativa sul territorio africano a persone qualificate del luogo. Molti
degli interventi di Amani, infatti, sono stati direttamente ispirati dalla
comunità di Koinonia (www.koinoniakenya.org).
Come contattarci
Amani Onlus – Ong (Organizzazione non lucrativa
di utilità sociale e Organizzazione non governativa)
Sede legale e amministrativa:
via Gonin, 8 – 20147 Milano – Italy
Tel. 02 4121011 – Fax 02 48302707
Sede operativa:
via Tortona, 86 – 20144 Milano – Italy
Tel. 02 48951149 – Fax 02 45495237
amani@amaniforafrica.org
www.amaniforafrica.org
Come aiutarci
Basta versare una somma sul c/c postale n. 37799202
intestato ad Amani Onlus-Ong – via Gonin 8 – 20147 Milano,
o sul c/c bancario n. 000000503010 Banca Popolare Etica ABI 05018 - CAB 01600- CIN F - EU IBAN IT91 F050 1801 6000 0000 0503 010
Nel caso dell'adozione a distanza è necessario versare 30 euro mensilmente
almeno per un anno.
Ricordiamo inoltre di scrivere scrivere sempre la causale del versamento e
il vostro indirizzo completo.
Le offerte ad Amani sono
deducibili
I benefici fiscali per erogazioni a favore di Amani possono essere conseguiti
con le seguenti possibilità:
1. Deducibilità ai sensi della legge 80/2005 dell’importo delle
donazioni (solo per quelle effettuate successivamente al 16.03.2005) con un
massimo di 70.000 euro oppure del 10% del reddito imponibile fino ad un massimo
di 70.000 euro sia per le imprese che per le persone fisiche. in alternativa:
2. Deducibilità ai sensi del DPR 917/86 a favore di ONG per donazioni
destinate a Paesi in via di Sviluppo. Deduzione nella misura massima del 2%
del reddito imponibile sia per le imprese che per le persone fisiche.
3. Detraibilità ai sensi del D.Lgs. 460/97 per erogazioni liberali
a favore di ONLUS, nella misura del 19% per un importo non superiore a euro
2.065,83 per le persone fisiche; per le imprese per un importo massimo di
euro 2.065,83 o del 2% del reddito di impresa dichiarato.
Ai fini della dichiarazione fiscale è necessario scrivere sempre ONLUS
o ONG dopo AMANI nell'intestazione e conservare:
- per i versamenti con bollettino postale: ricevuta di versamento;
- per i bonifici o assegni bancari: estratto conto della banca ed eventuali
note contabili.
Iscriviti ad Amaninews
Amaninews è un servizio di informazione e approfondimento
di Amani: tiene informati gli iscritti sulle nostre iniziative, diffonde i
nostri comunicati stampa rende pubbliche le nostre attività.
Per iscriverti ad Amaninews invia un messaggio a:
amaninews-subscribe@yahoogroups.com
Porta il tuo cuore in Africa AMANI
Editore:
Associazione Amani Onlus-Ong, via Gonin 8, 20147 Milano
Direttore
responsabile: Daniele Parolini
Coordinatore: Pier
Maria Mazzola
Progetto grafico e impaginazione: Ergonarte,
Milano
Stampato presso: Grafiche Riga srl, via Repubblica
9, 23841 Annone Brianza (LC)
Registrazione presso la Cancelleria del Tribunale
Civile e Penale di Milano n. 596 in data 22.10.2001
I bambini seguono Boniface sulla strada che
porta a Ndugu Mdogo, (“Piccolo Fratello” in kiswahili). Come un
pifferaio magico li accompagna, dopo averli incontrati sulle strade di Nairobi,
tra i rifiuti del Kenyatta Market, dopo averli invitati a mangiare con lui
per la prima volta e averli convinti con la sua presenza quotidiana e la sua
dolcezza che poteva esistere un mondo di adulti in cui credere. È passato
più di un anno dal loro primo incontro. Boniface li conosce uno per
uno, ma è sempre vicino al bambino che parla meno: come un cacciatore
cerca le ragioni del suo silenzio. Ogni bambino sa che Boniface lo ascolterà.
Sono dietro di lui, oggi, verso Ndugu Mdogo.
Sono sicuri mentre
camminano. Nessuno li ha obbligati a lasciare la strada. Arrivano fieri sulla
porta della nuova casa e interrompono per un istante il loro continuo movimento.
Basta uno sguardo di Boniface e si mettono in fila, naturalmente, mentre padre
Kizito li accoglie, davanti all’entrata principale, e regala a ciascuno
una maglietta con la scritta Ndugu Mdogo. We belong to each other.
“Apparteniamo l’uno all’altro”.
E poi tutti ancora dietro a Boniface, su per le scale, saltando, incrociando
l’abbraccio di Gian Marco e di altri amici. Di corsa, per vedere tutta
la casa in un battibaleno.
Si separano, si riuniscono, come un branco di pesci marini colorati che inseguono
le correnti. Questi movimenti sono la cosa più bella, in un giorno
in cui c’è anche tutto il resto: il sole, la campagna, le colline
di Ngong, i sorrisi degli amici.
Ma più di tutto la magia di questi bambini, che da più di un
anno, grazie al lavoro di Boniface, Jack, Robert, Tiberius, Benson –
gli altri educatori – hanno ricominciato a studiare, a mangiare, a parlare.
Ci sono anche quattro bambini più grandi che vengono dal Kenyatta Market:
hanno ancora i segni della strada, lo sguardo fisso della colla, ma anche
loro si uniscono al movimento magico degli altri, come se avessero capito
la musica e l’avessero scelta. I bambini sono tutti nella casa e l’hanno
occupata naturalmente. Padre Kizito con una semplicità infinita li
divide in tre gruppi e li affida alle tre famiglie che li accoglieranno insieme
ai propri figli.
Non litigano per la scelta della famiglia, della stanza o del letto: i bambini
di Ndugu Mdogo non chiedono niente.
Cercano soltanto, appena possono, di riunirsi tutti insieme, e di riprendere
a ridere, a rincorrersi, a cadere e a rialzarsi.
Così mi accorgo che sto assistendo a qualcosa di più di un’inaugurazione
di una nuova casa. Mi accorgo in un istante che sto ascoltando una musica
che viene da lontano e aspettava di arrivare fin qui. E allora li inseguo
anch’io, mi butto nel loro movimento e comprendo cose che non avevo
mai capito, quasi impossibili da raccontare. E capisco fino in fondo la ragione
del lavoro di padre Kizito, di Amani, di tutte le persone coinvolte nei diversi
progetti. Prendo al volo il piccolo Dunkan che si arrampica sulle mie spalle,
mentre Dunkan più grande mi sussurra nell’orecchio qualcosa che
non capisco, ma è una frase meravigliosa. La sua voce piena di dolcezza
si unisce alla notte che sta arrivando. La musica piano piano diventa più
lenta, Boniface saluta i bambini che ora si preparano per la cena.
Si cucina un pollo buonissimo che i bambini mi offrono subito, ancora prima
di assaggiarlo. Guardare questa casa di sera, piena di vita, con le luci accese,
è una delle felicità più grandi che abbia mai provato.
Fabio Ilacqua e Roberto Pelitti stanno filmando i bambini che dormiranno qui
per la prima volta.
Entriamo in una delle stanze e troviamo Yo-yo, il più piccolo di tutti,
che non ha mai dormito in un letto. Sorridendo ci guarda e ci dice: “Stanotte
dormirò come un bambino”.
Arnoldo Mosca Mondadori,
è conduttore del programma “Piccolo Fratello” su Mediolanum
Channel (Sky 803).