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Sommario
L’Africa non esiste
di Renato Kizito
Sesana
Lontano
da Adua
di Daniele Parolini
Cassonetti
di
Pier Maria Mazzola
Indagine su un continente
al di sotto di ogni sospetto
di
Giacomo dAmelio
News from Africa
In
Breve
Prudente esagerazione
di
don Gino Rigoldi
Un, due,
tre
di
Anna Maria Faccone
Un'Angela
tra noi
di
Mary Wabwire
Il
suo nome è Ronnie
di
Boniface Okada Buluma
Adozioni
a distanza
Perché
tutti insieme
C’è
una ricorrenza quest’anno che non si sa bene se è meglio dimenticare
o tener viva nella memoria per la lezione che ci tramanda: è la sconfitta
di Adua.
Centodieci anni fa, esattamente il 1° marzo 1896, l’Italia pagava
duramente la sua voglia di diventare una potenza coloniale e ad Adua, località
al confine fra l’Etiopia e l’Eritrea, subiva quella che viene
definita la più pesante sconfitta di un esercito europeo contro un
avversario africano. Il bilancio finale dello scontro, di una sola giornata,
fu di 5.000 caduti italiani e 2.000 fra le truppe indigene, ed oltre 6.000
fra gli abissini di Menelik.
Da notare che Adua era stata preceduta da altri due sanguinosi episodi in
cui il contingente italiano venne annientato: a Dogali e all’Amba Alagi.
Non per niente in Italia aveva cominciato a serpeggiare tra i politici l’idea
di abbandonare l’avventura africana che stava dissanguando i bilanci
dello stato senza contropartite.
Questo il clima alla vigilia di Adua, dove la presunzione, l’orgoglio,
il disprezzo razzistico di alcuni generali provocarono una nuova tragedia.
Angelo Del Boca nel suo Italiani, brava gente? ricorda la frase tracotante
del generale Dabormida, pronunciata in piemontese: "Buttiamo quattro
granate ed è fatta". Se non fosse per la gravità della
tragedia che spezzò migliaia di giovani vite, che scosse l’Italia,
provocò violenti disordini e la caduta del governo, si potrebbe pensare
alla parodia di una battaglia. Equivoci sulla denominazione dei luoghi, errori
di guide, mancata concomitanza di movimenti, fecero sì che le quattro
colonne (15.000 uomini in totale), comandate rispettivamente dai generali
Ellena, Dabormida, Arimondi e Albertone, finissero in quattro posizioni lontane
e separate, non poterono darsi reciprocamente aiuto e vennero travolte dagli
abissini (diverse decine di migliaia).
Sempre Del Boca ricorda che "con Adua finiva la prima esperienza italiana
nel Corno d’Africa. Non pote essere più disastrosa e umiliante.
Eppure non sarebbe servita da lezione".
Anzi, quarant’anni dopo, Mussolini, che sin dai primi anni del suo governo
pensava di vendicare lo "smacco di Adua", invade l’Etiopia,
unico stato africano a non aver mai conosciuto dominio straniero.
Per conquistarsi l’Impero, il suo "posto al sole", fatto di
territori snobbati da altre nazioni europee, l’Italia subì le
sanzioni della Società delle Nazioni (l’attuale Onu), ma anche
una condanna morale per aver fatto uso di gas tossici e bombe all’iprite,
proibite dalla Convenzione di Ginevra.
Come si vede, avremmo motivi sufficienti per dimenticare volentieri sia la
sconfitta del 1896 che la vittoria del 1936. Non possiamo certo esultare come
fanno il 1° marzo di ogni anno gli etiopici per l’anniversario di
Adua, divenuto grande festa nazionale. In definitiva è meglio ricordare
e vedere, 110 anni dopo Adua e 70 anni dopo l’Impero, quanti passi in
avanti abbiamo compiuto. Verso la (vera) civiltà.
Daniele
Parolini, è stato per 28 anni giornalista del Corriere
della Sera nella redazione sportiva, in quella scientifica ed infine nelle
cronache italiane. Dal primo all’ultimo numero è stato direttore
di Africanews e per molti anni collaboratore di Nigrizia. Per
gli appassionati di sport va ricordato che ha disputato 130 partite con la maglia
della U.S. Cremonese.
Il problema
fondamentale di noi europei quando ci avviciniamo all’Africa, è che
abbiamo già troppe risposte, sappiamo già troppe cose, abbiamo già
troppi pregiudizi.
Poco tempo fa, in Zambia, conversavo con alcune persone
generose, di quelle che vengono con lo spirito di aiutare; ma a due-tre giorni
dal loro arrivo si erano permesse di dare subito dei giudizi, e giudizi trancianti,
definitivi, sulla realtà che avevano appena intravisto.
È questo
il nostro problema maggiore nel relazionarci con gli altri. E l’Africa è,
nella cultura moderna europea, l’Altro per eccellenza, la cosa più
diversa da noi che possiamo immaginare. Dobbiamo quindi cominciare con il distruggere
le idee fatte, per accostarci agli altri con più umiltà, con più
voglia di imparare – e di condividere: una relazione è un rapporto
in cui ciascuno ha qualcosa da dare e qualcosa da imparare.
L’economista
Serge Latouche (l’autore di L’altra Africa) chiama questo
processo "decolonizzare l’immaginario". Si tratta di partire da
presupposti diversi da quelli che usiamo abitualmente.
Il punto di partenza
per accostarci con onestà all’Africa, è dunque ripartire dalle
persone. Perché l’Africa non esiste! Amare l’Africa è
facile, ma proprio perché… non esiste. Così come la cultura
africana: non esiste. Esistono invece delle persone immerse in una data cultura,
in una circostanza particolare, che stanno vivendo un preciso momento storico.
Se io voglio capire l’Africa, devo dunque cominciare dalle persone. Non
posso accostarmi al continente con il punto di vista esclusivamente dello studioso.
Il mio percorso personale è stato proprio di questo tipo: non un interesse
all’Africa presa come oggetto di studio, di ricerca, per motivi accademici,
ma perché in seminario avevo amici che venivano dall’Africa. Oggi
non mi interesso al Darfur perché il Darfur è un problema che mi
attrae, ma perché ho trovato in Sudan un darfuriano cui hanno tentato di
tagliare la gola, cui hanno ucciso tutta la famiglia, e ho stabilito un rapporto
personale con lui. È così che incontro l’Africa.
Incontro
l’Africa perché a Nairobi dei bambini di strada vengono a bussare
alle nostre porte per chiedere aiuto; perché abbiamo tre bambini del Sudan
che sono stati schiavi… Incontrando le persone, uno cerca allora di capire
i problemi, di capire perché esistano certe situazioni. Capire l’Africa
partendo dalle persone, dagli incontri, risponde anche alla visione della cultura
africana, che attribuisce sempre una grande priorità alle relazioni interpersonali.
Un amico pittore è venuto a passare due settimane a Nairobi. Una persona
di grande cultura, che per il suo lavoro aveva molto viaggiato. Per la prima volta
si è trovato a incontrare l’Africa. Lo abbiamo messo in una minuscola
casa per bambini di strada all’interno di Kibera, lo slum più grande
dell’Africa a sud dell’Equatore. I primi due o tre giorni ha avuto
una violenta crisi di rigetto; poi, si è lasciato travolgere e ha imparato
a vedere Kibera attraverso gli occhi dei bambini, che in quella bidonville sono
nati e cresciuti. È stata una rivelazione. “Mi si è aperto
un altro mondo – ha detto –. Mi sono accorto che “l’altro
mondo” di cui si parla e si dice che “è possibile”, esiste
già. E io che vi ero passato di fianco mille volte… senza mai riconoscerlo”.
Quando c’è il canale privilegiato delle persone, che ti fanno incontrare
una cultura, ti fanno incontrare un altro modo di guardare alla realtà,
i nostri occhi si aprono, e riusciamo a capire di più ciò che abbiamo
davanti. La mia esperienza mi dice anche che incontrare gli altri è un
cammino lungo, un cammino faticoso, in cui ci vuole tanta pazienza, sul quale
non ci si avventura con superficialità. Altrimenti si resta delusi e si
creano delusioni. Quando si parla di Africa si parla anche di sviluppo. Quelli
dello sviluppo sono problemi che hanno bisogno di tempo per essere un po’
capiti – e dico un po’ perché non esistono risposte definitive
alle domande che ci poniamo. Abbiamo bisogno di tempo e di pazienza.
Ricordo
quando, negli anni Settanta, già si parlava di sviluppo, con una visione
certamente molto diversa da come ne parliamo oggi, probabilmente più semplicista.
Eravamo in tanti giovani – in quegli anni c’era Mani Tese capace di
mobilitarne a migliaia – e pensavamo che si potesse risolvere il problema
del “sottosviluppo”, come si diceva allora, in cinque o dieci anni.
Di anni ne sono passati trenta, quasi quaranta, e il problema non è risolto.
Questo è il tipo di pazienza che serve quando ci si mette nel cammino dell’incontro
con gli altri. Ci vuole interesse, ci vuole curiosità, ci vuole rispetto,
ci vuole speranza, ed essere aperti a credere che ci si può muovere insieme
verso un mondo più solidale, più giusto per tutti. Il mio incoraggiamento
a continuare su questa strada vuol essere comunque molto realista, non voglio
vendere illusioni: noi non riusciremo a cambiare i nostri rapporti con l’Africa,
con gli altri, né riusciremo a creare un mondo più solidale nel
giro di pochi anni – forse un po’ più solidale, sì,
ma non del tutto. Ma non possiamo rinunciare a impegnarci perché questo
avvenga.
Renato Kizito Sesana,
giornalista e padre comboniano, è socio fondatore di Amani. È stato
direttore del mensile Nigrizia, titolare per 4 anni di una rubrica sul
Sunday Nation, fondatore di New People e ha dato vita a News
from Africa, agenzia di stampa di “africani che raccontano l’Africa”.
Continua un’intensa attività pubblicistica con varie testate italiane
e non. Vive a Nairobi, in Kenya, presso il Centro di Kivuli. È inoltre
fondatore e direttore di Radio Waumini, emittente cattolica voluta dalla Conferenza
episcopale keniana.
Dal 1995 si reca regolarmente tra i nuba del Sudan realizzando
con loro progetti di aiuto alle popolazioni locali.
1,
2, 3
stella! Uno dei giochi fatti con le bambine e le ragazze questo
pomeriggio. 1, 2, 3
gli anni trascorsi da quando sono stata accolta
ad Anita, la prima volta. 1, 2, 3
i nuvolosi che annunciano un acquazzone
mentre i cani, i vitelli e le galline riempiono l'aria con i loro versi seguendo
il ritmo dei muratori che battono con i martelli sul tetto di lamiera delle
nuove costruzioni. 1, 2, 3 e la piccola Lucy, aiutata dall'altalena, si solleva
verso il cielo mentre le altre bambine stanno provando lo schema per una partita
di calcio che pole pole arriverà e, a quel punto, loro saranno pronte
a disputare un grande match.
Pole,
pole - piano piano - perché qui il tempo ha tutta un'altra dimensione,
non corre ma trascorre, seguendo il passo delle giraffe che nell'apparente immobilità
e con straordinaria eleganza percorrono grandi distanze un po' come fanno anche
le relazioni, che allungano e trattengono ogni attimo riempiendolo dell'essere
dell'altro che ci è di fronte e che ci obbliga a guardarlo in viso perché
tante volte, per rispondere, alza semplicemente le sopracciglia.
E che dire
delle sopracciglia di Mary, che si illuminano come i suoi occhi mentre mi mostra
i nuovi edifici: "Qui la casa per le ragazze grandi; qui le aule per la biblioteca
e la scuola di informatica, di sartoria, di maglieria; qui la nuova stalla per
le mucche; qui la casa per tutte le persone che vorranno venire a trovarci; qui
".
I sogni che continuano ad attraversare la sua mente, ma anche le menti delle ragazze
più grandi che sono appena tornate a casa per le vacanze e per condividere
con le più piccole il racconto della scuola superiore, delle aspirazioni
per il futuro, della nuova vita che si sta aprendo davanti a loro e che le porterà
a diventare dottoresse, giornaliste, educatrici
Narrazioni, che possono
diventare favole da mimare che le bambine adorano; curiosità da colmare
per scoprire l'Italia e il mondo; bisbigli per i grandi misteri di un'adolescenza
che sta germogliando; memoria di un passato che non potrà essere dimenticato
ma che apre alla serenità di un nuovo avvenire. Come è successo
alle bambine che sono tornate a casa, dalla loro famiglia naturale, alla piccola
Ester (ricordo il suo sguardo impaurito quando è arrivata per la prima
volta da Rescue Dada).
Come succederà a Soi: siamo arrivate quasi insieme,
ma la sua permanenza alla Casa di Anita sarà più lunga della mia.
È difficile descrivere la magia che avvolge questo posto, adagiato sulle
colline di Ngong. Forse il modo più semplice è partire col raccontare
della piccola Anita che ha la stessa età della casa in cui vive e che sicuramente
oltre al nome ne ha preso anche lo spirito, come è accaduto anche alle
bambole di pezza che avevamo portato tre anni fa come attività da fare,
e che in questi giorni sto nuovamente facendo con le bambine mentre le ragazze
si preparano alla festa facendosi le treccine.
Anita si fa chiamare, e viene
chiamata dalle altre, Shosho. Lei ci scherza, ma non sa di raccontare grandi
cose. Dice di essere una grande madre che accoglie i suoi figli perché
lei è arrivata prima di tutti. Dice anche che è rimasta orfana e
sola, e in effetti il mondo ha chiuso le porte alla sua ricchezza e alla sua infinita
saggezza generatrice di vita. Anita accudisce il suo coniglio giocando divertita
quando questo gli mordicchia il dito, perché la saggezza non le ha tolto
la voglia di giocare e di scombinare il mondo con nuovi disegni. Anita cammina
fiera, ma abbassa lo sguardo per aspettare chi è rimasto indietro e saluta
chi le viene di fronte.
Anita corre per farsi abbracciare dalle sue sorelle,
perché non si vergogna di dimostrare la sua gioia nel rivederle dopo tanto
tempo e sa che presto verrà alzata verso il cielo in un grande abbraccio.
Anita
sta crescendo, ha grandi progetti per il futuro, farà grandi cose, ma soprattutto
sarà una donna grande, in grado di crescere i suoi figli e di condividere
con gli altri la sua umanità.
Anna
Maria Faccone è volontaria di Amani.
Potremmo considerarla la risposta a Io, venditore di elefanti. Nel
1990 un “vu’ cumprà” di nome Pap Khouma narrava le
sue peripezie di «una vita per forza fra Dakar, Parigi e Milano».
Fu un successo (il libro, curato da Oreste Pivetta, continua ad essere riedito,
attualmente da Baldini Castaldi Dalai), praticamente il calcio d’avvio
della “letteratura migrante” in Italia. Pap Khouma, per inciso,
divenuto nel frattempo cittadino italiano, è lo stesso che a fine maggio
è stato la vittima designata di quattro controllori del tram in un
increscioso episodio (ma è un eufemismo) a Milano.
Il dottor Trevisi – romano, classe 1969, da quattro anni nel suo attuale
posto – ha l’aria di un giovane adulto dinamico, maturo e senza
peli sulla lingua. Le reazioni che il suo scritto ha suscitato nel suo entourage?
Premesso che non ha mai fatto mistero di come la pensa, ci assicura che i
commenti negativi non sono andati oltre qualche battuta; numerosi, invece,
quelli positivi, anche da parte di dirigenti, del tipo "finalmente qualcuno
ha avuto il coraggio…". E, nel riferirli, Trevisi cerca una parola
diversa da “coraggio”, "perché alla fin fine non è
stata questa grande rivoluzione. Però…".
un
disperato, con le collane attorno alle braccia, i calzoncini che danzano,
i miei lunghi piedi che perdono presto i sandali". Quella volta, uno
dei due “caramba” – "alto, per essere un italiano"
– riuscì ad afferrarlo. Ma Trevisi non cerca di passare per un
poliziotto alternativo. "A me piace il mio lavoro. Subito dopo i miei
genitori amo la Polizia di Stato. È ovvio che la polizia come altre
strutture può fare degli errori, ma credo molto nella polizia, cerco
quindi di mettere il massimo dell’umanità possibile nel lavoro
che faccio".
Andare
a Kivuli è stato per me vivere la sensazione tonificante di incontrare
un'associazione che fa cose concrete, che ragiona di religione, di filosofie
e di politiche ma intanto accoglie trecento bambine e bambini, ed offre loro
percorsi di crescita buoni e adatti.
I "grandi capi" che ho visto sono due
noti e pericolosi idealisti e però mi è parso di capire che l'organizzazione
delle comunità è largamente in mano e nella responsabilità
di keniani, donne e uomini con il sorriso e la serietà di un impegno contento
e deciso.
È scontato affermare che occuparsi di quei trecento bambini
è bello e tenero ma è anche un'impresa impegnativa che ha bisogno
di durare per molti anni, perché a Kivuli come negli altri centri è
nata una grande famiglia che deve far crescere le sue figlie ed i suoi figli fino
a quando saranno grandi, e poi tante figlie e figli ancora di nuovo.
A confrontare
le baraccopoli o i bambini di strada storditi dalla colla si riesce a capire in
maniera plastica e concreta il salto di qualità nella vita di questi piccoli.
Quando si parla di futuro, Kizito sorride prudente, Gian Marco è il
solito esagerato nei progetti e nei sogni, solo che poi i sogni io li ho visti
con i miei occhi e sono case e laboratori, attività concrete abitate da
bambini, giovani, adulti impegnati - e sono stato molto contento.
Del resto,
quando si cammina nelle baraccopoli di Nairobi, quando si vede la quantità
di bambini e i tanti poveri abbandonati, la prudenza sembra più una mancanza
che non una virtù.
Io credo che questa è un'impresa che merita,
e anche una fortuna per tutti quelli che ci lavorano e per tutte le amiche e gli
amici che vi entreranno, perché è una fortuna poter aiutare i giovani
a crescere ed a trovare un futuro bello e buono. Come si sa, fare il bene fa stare
bene.
Don
Gino Rigoldi cappellano del carcere minorile di Milano, è
il fondatore di Comunità Nuova.
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Emancipazione
in fumo
Come animali cacciati dai pascoli abituali, le multinazionali
del tabacco cercano nuovi territori di caccia. Il ricco Occidente le sta mettendo
ai margini della legalità con divieti sempre più pressanti, e i
venditori di fumo si rivolgono verso nuovi obiettivi, i mercati del Terzo mondo.
Puntano soprattutto sulle donne dei paesi musulmani, dato che, per esempio in
Marocco, dove fumano 35 persone su 100, ben 34 sono uomini e una sola è
donna. E allora, via alla pubblicità dell'inganno: "La sigaretta libera
la donna, l'aiuta a emanciparsi, la rende più attraente".
Le studentesse
marocchine che fumano in strada pensano di dimostrare che sono più indipendenti.
Non sanno che quarant'anni fa lo stesso giochetto fu fatto alle donne europee,
che ora possono vantare una "parità" con gli uomini: le stesse
probabilità di avere un tumore ai polmoni o alla gola.
Se
Dio sta in cielo
L'uomo trova mille modi
per adorare e venerare il suo Dio ma quello preferito è dedicargli opere
colossali. Si ha il sospetto che queste opere siano goffi tentativi dell'uomo
per avvicinarsi alla grandezza divina. L'ultimo caso riguarda i musulmani. Il
progetto per la Grande Moschea di Algeri prevede un minareto alto più di
250 metri - inutile dire che diventerà l'edificio religioso più
alto del mondo. Avrà una sala-preghiera da 40mila posti e persino un hotel
incorporato.
Per la par condicio, bisogna ricordare quando il cristiano Houphouët-Boigny,
presidente della Costa d'Avorio, fece costruire nella sua città natale
di Yamoussoukro una faraonica copia della basilica di San Pietro. Il Vaticano
non poté opporsi, ma veder sprecare centinaia di miliardi gettò
nello sconforto molti missionari operanti in terra d'Africa.
Film
in bianco e neri
Godiamoceli come spettatori
questi film sudafricani che hanno fatto razzia di premi tra la primavera 2005
e quella 2006; e inoltre si può pensare che saranno un grande stimolo per
la crescita di registi e sceneggiatori veramente africani e di pelle nera. Già,
perché Il suo nome è Tsotsi, Oscar per il miglior film straniero,
e U-Carmen eKhayelitsha, Orso d'oro a Berlino, sono stati realizzati da
bianchi con la stupenda interpretazione di attori neri. D'altra parte, in Sudafrica
la popolazione nera, 80% del totale, rappresenta solo il 15% degli spettatori,
e la rete di distribuzione cinematografica riguarda soprattutto le aree abitate
da bianchi, dove sono preferiti i film di stile hollywoodiano.
Qualcosa però
sta davvero cambiando, proprio grazie a film come Il suo nome è Tsotsi,
U-Carmen eKhayelitsha e Drum del regista nero Zola Maseko, vincitore del Fespaco
2005: è stato infatti aumentato il contributo governativo per i video e
il cinema. Buon lavoro, Sudafrica!
Qualche
anno fa ho conosciuto un bambino di strada che si chiamava Ronnie. Aveva dodici
anni. L'ho visto nascosto nella siepe di un giardino pubblico, dopo che era riuscito
a rubare una collanina d'oro dal collo di una turista. Tremava dalla paura, perché
era appena sfuggito alla folla che se lo avesse preso lo avrebbe ucciso a forza
di botte. Per calmarsi si mise a sniffare la colla che sempre si portava appresso.
La colla non è una droga molto piacevole, ma intontisce, non fa sentire
la fame o la paura.
Ronnie era finito sulla strada dopo avere seppellito la
sua mamma. Se l'era preso in casa una zia, ma non aveva soldi neanche per dargli
da mangiare, tanto meno per mandarlo a scuola.
"Chokora! Spazzatura!
Sparisci dalla mia vista prima che ti uccida", gli urla un passante. "Sparisci
tu, o ti mando a fare un giro all'inferno in questo stesso istante!", replica
Joseph intervenuto in difesa di Ronnie.
La violenza, con le parole e coi fatti,
è sempre presente in strada.
Joseph è il capobanda, il più
grande e il più forte, mandato in strada dai suoi genitori a elemosinare
qualche
soldo per sfamare la numerosa famiglia. Non è mai più tornato a
casa.
Con lui c'è David, orfano, vittima dell'aids che ha sterminato
i suoi, e c'è anche Richard, nato sulla strada. Anche la sua mamma è
scomparsa.
I quattro condividono tutto quello che riescono a rubacchiare e
si promettono supporto e difesa reciproca.
Di
giorno, i membri della banda partivano insieme, con tutti i sensi allerta
per captare qualsiasi cosa potesse interessarli. Con il passare del tempo,
Ronnie diventa un professionista della strada, ha imparato ad approfittare
di tutte
le opportunità. Può raccogliere materiale di scarto tra limmondizia,
rubare e spaventare la gente finché non gli diano qualche moneta, lavare
le auto.
Le notti di Ronnie non si possono raccontare. Perché le notti
in strada sono piene di incubi dentro altri incubi, e il buio è pieno di
fantasmi e predatori. La polizia, il freddo o la pioggia, gli insetti, la fame,
la rabbia tormentano per tutta la notte i bambini che dormono in strada.
Il
fuoco fatto con un po di carta o di plastica riscalda solo la pelle, non
riesce mai a riscaldare il cuore di un bambino che ha bisogno di essere protetto
e amato.
Un giorno, Ronnie e Richard non ce la fanno più e decidono
di andare insieme a Mombasa, sulla costa, dove hanno sentito dire che ci sono
tanti turisti, il clima è più caldo e la vita più facile.
Ma
Mombasa è peggio di Nairobi. Incontrano sulla strada perfino una bambina
di nemmeno dieci anni, che è stata violentata e si prostituisce ai turisti.
Ronnie e Richard non sopportano ciò che vedono e tornano a Nairobi. Riprendono
la vita di sempre.
Per loro fortuna, dopo qualche tempo incontrano Peter. Peter
è buono, li va a trovare spesso, li aiuta a risolvere i loro problemi.
Tra le altre doti che ha, Peter ha quella di essere un
buon ascoltatore dei
loro incubi passati, delle loro avventure presenti e dei loro sogni futuri. Poi
propone loro di entrare a Kivuli, un centro di riabilitazione gestito dalla comunità
Koinonia e sostenuto da Amani.
Non è facile rinunciare ai modi della
vita di strada. Non è facile dire no alla libertà della
strada, alle sue avventure, al fuoco, alla colla e ai sogni.
Ma alla fine ci
riescono.
Amici, Ronnie ero io. Anzi, sono io. Ronnie era il mio nome di
strada. Adesso sono tornato a chiamarmi con il mio nome vero, Boniface Buluma,
ma Ronnie resterà per sempre dentro di me.
Ho imparato dalla mia esperienza
che non si può uscire dalla vita di strada da soli. Ci vogliono gli altri.
Noi abbiamo sempre bisogno degli altri. Per me uscire dalla vita di strada vedo
che è stato un po come uscire dalla fogna quando ci si cade dentro.
Mi è successo tante volte lungo le strade di Nairobi! Devi puntare i piedi,
mettercela tutta, ma hai bisogno anche di due mani amiche che si tendano e ti
sollevino. Per me queste sono state le mani di Peter e quelle di Koinonia e di
padre Kizito. Forse cera anche la mano di Dio.
Senza di loro sarei ancora
sulla strada.
Questo è il passato, ma oggi sto impegnandomi a studiare
perché voglio fare qualche cosa per i bambini che sono ancora sulla strada.
Noi siamo solo spettatori sulle strade della vita? No. In un modo o nellaltro
tutti partecipiamo alle ingiustizie che ci sono nel mondo e che condannano tanti
bambini a vivere sulla
strada.
Amici, impegniamoci insieme a cambiare questo
mondo sbagliato. Ci vogliono idee, dobbiamo studiare
insieme delle soluzioni intelligenti. Ma soprattutto ci vuole tanto tanto amore.
Quando guardo questo mondo penso che o impariamo ad amarci tutti, o moriremo tutti.
Camminiamo
insieme sulla strada, ci sono tanti amici con cui condividere i nostri sogni,
ci sono tanti bambini che vogliono crescere. Che ogni notte piangono e si disperano
perché hanno paura e si sentono soli, ma sono disposti a impegnarsi insieme
perché tutte le strade del mondo risuonino solo di canti di libertà
e diritti per tutti, di risate gioiose, di danze e del suono dei tamburi.
Boniface Okada Buluma è Coordinatore del progetto Ndugu Mdogo ("Piccolo Fratello").
Qualità,
non quantità, questo è emerso dall'intensa giornata di incontro
e condivisione Afroscopia. Sono le 9:30 di una tiepida domenica di
maggio e la gente continua ad arrivare nell'Aula di Santa Lucia. Le loro facce
ancora mezzo assonnate si distinguono facilmente dai visi determinati e sorridenti
dei volontari.
Viene distribuito il programma della giornata, abbinato a un'affascinante
cartina geografica raffigurante l'Africa al centro di una cornice fatta di volti
importanti. Volti di chi in quel continente è nato, di chi ne ha portato
la storia, i colori ed i profumi in giro per il mondo.
Gian Marco Elia
in qualità di presidente di Amani porge il benvenuto e apre le danze. Sarà
una giornata lunga ed impegnativa, sia per chi l'Africa vuole iniziare a conoscerla
sia per chi dall'Africa ha imparato, vi è nato o la studia, la ama, e oggi
ne vuole parlare, ha bisogno di parlarne. Il nostro è tutto un decidere
per gli altri, ci fa notare Marco Aime (docente di Antropologia Culturale
presso l'Università di Genova). "L'Africa viene spesso presentata
come il continente delle etnie. I conflitti che spesso ne caratterizzano la storia
attuale vengono letti in chiave tribale. Una lettura che finisce per dare al concetto
di etnia una valenza politica e sostanziale, rigida e inamovibile. In parte, quelle
che oggi chiamiamo etnie e che spesso si presentano come gruppi d'azione politica
o militare, sono diventate tali grazie al processo di divisione e classificazione
messo in atto in epoca coloniale dagli amministratori europei. Si tratta di un
processo consueto nel pensiero occidentale, abituato a pensare per categorie ben
definite, per creare le quali è necessario dividere e separare forme di
vita e pensiero.
Il problema si pone in modo più drammatico quando
il "separatore" è più forte dei "separati",
quando un governo divide gli ebrei dal resto della popolazione, o quando un'amministrazione
coloniale separa gruppi territoriali - che talvolta differiscono tra di loro per
sfumature minime - e li trasforma in realtà separate cui applicare politiche
diverse e talvolta contrapposte. Accade quindi che i separati assumano, per difesa
o per imposizione, le categorie loro applicate da chi li ha separati, e che subiscano,
da parte dei loro dominatori, le politiche connesse a tali categorie.
È
questo il quadro in cui dobbiamo collocare oggi molti dei conflitti africani.
Finché continueremo a leggerli in chiave etnica, non faremo che riproporre
un vecchio schema di pensiero di stampo coloniale".
La chiarezza espositiva
e la coinvolgente figura del professor Aime hanno reso l'argomento introduttivo
particolarmente interessante. Si inizia qui a comprendere cosa si intenda per
qualità. Distinzione tra ciò che può essere l'idea di un
luogo, maturata ed ereditata dal contesto in cui viviamo, e quella che invece
è la realtà di quel luogo. La realtà di un popolo, la realtà
di un argomento marchiato dal sostantivo "sviluppo".
"Ovunque
si trovi un africano, là è la sua religione
là è
il suo pensiero. La porta con sé nei campi, dove semina o raccoglie i prodotti
della terra; essa lo accompagna ad una festa o ad una cerimonia funebre; se studia,
è con lui durante gli esami a scuola o all'università; se è
un politico, lo accompagna in parlamento
La religione accompagna l'individuo
fin da molto tempo prima della sua nascita e molto tempo dopo la sua morte fisica
(John Mbiti)".
La religione, l'essere africano ieri e oggi. Fratel
Kipoy Pombo (docente di Antropologia Filosofica e Religioni tradizionali africane
presso la Pontificia Università Urbaniana, e di Antropologia Culturale
e Sociologica al Teresianum di Roma), uno che l'Africa l'ha nelle vene così
come sulla pelle, avvolge con la sua ironia e la sua esperienza il pubblico in
sala. Il messaggio è chiaro e lineare, allo stesso modo delle citazioni
e i riferimenti sfruttati: "Tentare di capire l'Africa e l'africano senza
l'apporto delle religioni tradizionali sarebbe come aprire un grande armadio svuotato
del suo contenuto più prezioso (Amadou Hampâté Bâ)".
Pausa
pranzo. Amani con la sua attenzione ai particolari offre un buono sconto da utilizzare
in un accogliente bar dei paraggi. Le facce sono soddisfatte. L'intervallo di
metà mattina - non solo caffè - e lo spazio riservato agli interventi
del pubblico hanno acceso il dibattito e la condivisione. Si respira voglia di
ripartire.
L'apertura pomeridiana è affidata a Giovanni Carbone
(docente di Scienza Politica presso l'Università degli studi di Milano).
"La diversità etnica, che in Occidente è percepita in maniera
netta quanto superficiale come una caratteristica propria ed esclusiva delle società
pre-moderne come quelle africane, è tutt'altro che una ragione di inevitabile
conflitto, anzi, nella gran parte dei casi essa permette o addirittura facilita
la convivenza pacifica, non lo scoppio della violenza". Parliamo delle
guerre in Africa, il tema più "pesante" della giornata.
Qualità
è anche conoscenza specifica delle dinamiche territoriali, attraverso analisi
che non concedono troppo spazio a divagazioni. Carbone presenta con precisione
quasi matematica un elenco di "modelli" di conflitto.
"L'immagine del continente africano è spesso associata a quella
dei conflitti armati in modo tanto automatico quanto
semplicistico.
Capire meglio i conflitti del continente è un passo imprescindibile
per riflettere su un futuro diverso". Ultimo relatore prima dell'intervento
conclusivo di padre Renato Kizito Sesana (riportato in forma di editoriale
su questo numero di Amani) è Jean-Léonard Touadi (giornalista
e conferenziere nonché docente nelle Università degli Studi
di Milano e Bologna). "L'Africa rifiuta forse lo sviluppo?" è
la domanda che ricorre tra gli africanisti da più di un decennio. Ma
lo sviluppo cos'è? Soprattutto "in un momento storico in cui le
società dell'opulenza, alle prese con i limiti ecologici, valoriali
dello sviluppo, stanno cercando orizzonti collettivi attenti alla qualità,
alla relazione, alla sostenibilità ambientale e culturale. La ricerca
caotica e disperata degli africani per un'economia diversa diventa ricerca
universale dell'essere-bene, che non passa per il benessere inteso come accumulo
quantitativo di cose".
Qui, la qualità
dell'intervento sta nella mancanza di presunzione del "sapere come",
coniugata alla voglia di conoscere, di interagire, di condividere con rispetto.
La storia degli "aiuti allo sviluppo" è invece permeata da
una occidentale imposizione di modelli da seguire. Una modernità che vuole
diventare globale propone un'idea di sviluppo che ci faccia sentire a casa nostra
in tutte le parti del mondo; lo standard sul quale tarare i compiti dello sviluppo
deve essere quello delle organizzazioni mondiali più avanzate e dello stile
di vita più veloce. In breve, il modello delle nazioni industriali più
"sviluppate". Oggi aiutare significa aiutare a fuggire, dare la possibilità
(almeno a parole) di sciogliersi dai legami della propria cultura d'origine e
adeguarsi al caos totalmente organizzato della cultura unica mondiale.
In questo
panorama che avanza ormai da mezzo secolo si inserisce la realtà di Amani,
la sua "qualità". La cura del particolare, l'attenzione a fare
ciò che si può per farlo al meglio.
Portare a chi si trova in
situazioni di difficoltà un aiuto vuol dire cercare assieme una strada,
condividere ciò che si conosce con la consapevolezza che il futuro si costruisce
con le proprie forze, partendo dalla propria cultura, passando per il confronto
con il differente e arrivando a muoversi con le proprie gambe, con le proprie
mani. Non c'è velocità, ma un tempo dato dalla specificità
di ogni singolo popolo.
Occuparsi dunque anche del dettaglio, a cominciare
dai piccoli gesti che rendono grandi le cose. Questo è il pensiero che
mi è nato ascoltando le parole di padre Kizito. Giornate come questa sono
importanti per tentare di capire meglio un continente, per portare il proprio
bagaglio di esperienza ed aprirlo al confronto con la voglia di arricchire ed
arricchirsi. La strada intrapresa da Amani con Afroscopia è affascinante.
La tranquillità che si respirava nell'accogliente Aula di Santa Lucia,
i molti e precisi riferimenti bibliografici, l'elevato spessore dell'argomento
e dei relatori hanno dato un carattere unico all'evento, senza privarlo della
ripetibilità. Dovrebbe anzi diventare un appuntamento fisso, e venire ancor
più pubblicizzato (qui si torna al tema della qualità) come ottima
occasione di approccio al tema "Sviluppo ed Africa".
Concludo con
un pensiero, di autore anonimo, proposto alla mia attenzione da Giulia Fiorini,
una studentessa di medicina, volontaria Amani, che andrà in agosto allo
Mthunzi Centre: "Quando ero giovane e libero, la mia fantasia non aveva limiti,
sognavo di cambiare il mondo. Diventando più grande e più saggio,
scoprii che il mondo non sarebbe cambiato, per cui limitai un po' lo sguardo e
decisi di cambiare il mio paese. Ma anche questo sembrava inamovibile.
Al
crepuscolo della vita, in un ultimo disperato tentativo, mi proposi di cambiare
solo la mia famiglia, le persone più vicine a me. Ma ahimè non vollero
saperne. Ed ora che sono legato al mio letto di morte, ho capito: se solo avessi
cambiato per primo me stesso, forse con l'esempio avrei cambiato la mia famiglia;
con il loro incoraggiamento avrei cambiato il mio paese e chissà, avrei
potuto, forse, cambiare il mondo".
Giacomo
d'Amelio, volontario Amani, è studente di Sviluppo e Cooperazione
Internazionale presso l'Alma Mater Studiorum di Bologna.
In questo "Speciale" trovate qualche
eco di Afroscopia (Indagine su un continente al di sotto di ogni sospetto), la
giornata di formazione che si è svolta il 14 maggio a Bologna nella magnifica
Aula Absidale di Santa Lucia, con l'attenta e attiva partecipazione di circa 180
persone - molti i giovani.
Promossa da Amani - grazie all'impegno dei volontari
bolognesi - in collaborazione con il Centro Studi G. Donati, curata da Fabrizio
Floris con Pier Maria Mazzola, e avvalendosi del patrocinio dell'Università
Alma Mater Studiorum, la giornata ha avuto per protagonisti i seguenti temi e
relatori: Culture, etnie, identità - Africa "autentica", Africa
"moderna" (Marco Aime); Religioni a confronto nell'Africa contemporanea
e loro peso nella cultura e nello sviluppo (fratel Kipoy Pombo); Le guerre
in Africa: troppe, tribali, insensate
Oppure no? (Giovanni Carbone);
Cause della povertà in Africa: endogene? Esterne?
Qual è
il posto del continente in un mondo globalizzato? (Jean-Léonard Touadi);
Andare in Africa, come e perché (padre Renato Kizito Sesana). Un
congruo tempo è stato riservato agli interventi del pubblico. I canti dal
mondo del coro multietnico Mikrocosmos (www.mikrokosmos-cm.it)
hanno degnamente coronato la giornata.
L'adozione proposta da Amani non è individuale, cioè
di un solo bambino, ma è rivolta all'intero progetto di Kivuli, della
Casa di Anita, di Mthunzi o delle Scuole Nuba.
In questo modo nessuno di loro correrà il rischio di rimanere escluso.
Insomma "adottare" il progetto di Amani vuol dire adottare un gruppo
di bambini, garantendo loro la possibilità di mangiare, studiare e
fare scelte costruttive per il futuro, sperimentando la sicurezza e l'affetto
di un adulto. E soprattutto adottare un intero progetto vuol dire consentirci
di non limitare l’aiuto ai bambini che vivono nel centro di Kivuli,
della Casa di Anita, del Mthunzi o che frequentano le scuole di Kerker e Kujur
Shabia, ma di estenderlo anche ad altri piccoli che chiedono aiuto, o a famiglie
in difficoltà, e di spezzare così il percorso che porta i bambini
a diventare street children o, nel caso dei bambini nuba, di garantire
loro il fondamentale diritto all’educazione. Anche un piccolo sostegno
economico permette ai genitori di continuare a far crescere i piccoli nell’ambiente
più adatto, e cioè la famiglia di origine.
In questo modo, inoltre, rispettiamo la privacy dei bambini evitando di diffondere
informazioni troppo personali sulla storia, a volte terribile, dei nostri
piccoli ospiti. Pertanto, all'atto dell'adozione, non inviamo al sostenitore
informazioni relative ad un solo bambino, ma materiale stampato o video concernente
tutti i bambini del progetto che si è scelto di sostenere.
Una caratteristica di Amani è quella di affidare ogni progetto ed ogni
iniziativa sul territorio africano solo ed esclusivamente a persone del luogo.
Per questo i responsabili dei progetti di Amani in favore dei bambini di strada
sono keniani, zambiani e nuba.
Con l'aiuto di chi sostiene il progetto delle Adozioni a distanza, annualmente
riusciamo a coprire le spese di gestione, pagando la scuola, i vestiti, gli
alimenti e le cure mediche a tutti i bambini.
info: adozioni@amaniforafrica.org
Come aiutarci
Puoi "adottare"
i progetti realizzati da Amani con una somma di 26
euro al mese (312 euro all'anno): contribuirai
al mantenimento e la cura di tutti i ragazzi accolti da Kivuli,
dalla Casa di Anita,
dal Mthunzi
o dalle Scuole nuba.
Per effettuare un'adozione a distanza basta versare una somma sul
c/c postale n. 37799202
intestato ad
Amani Onlus - Ong
via Gonin, 8
20147 Milano
o sul
c/c bancario
n. 503010
Banca Popolare Etica
CIN G - ABI 05018 - CAB 12100
EU IBAN IT93 G050 1812 1000 000 0503
010
Ti ricordiamo di indicare, oltre il tuo nome e indirizzo, la causale del versamento
"adozione a distanza".
Ci consentirai così di poterti inviare il materiale informativo.
La
vita qui scorre come sempre, con le ragazze che vanno a scuola tutti i giorni
e il resto della famiglia che si dedica alle attività quotidiane. Stiamo
tutti bene e vi mandiamo i nostri saluti.
Ma abbiamo un piccolo aggiornamento
da darvi. Sabato 6 maggio, verso le 6 di mattina, qualcuno in casa ha sentito
piangere un bambino fuori del cancello. Pioveva a dirotto. Qualcuno aveva abbandonato
un bambino! Anzi una bambina, che doveva avere sì e no un anno. Era in
condizioni pietose. Fradicia, denutrita (era molto magra) e, peggio di tutto,
quando abbiamo esaminato il suo corpo vi abbiamo scoperto dei segni orrendi di
ferite in via di guarigione.
Allora abbiamo capito che la madre, o chiunque
fosse stato con la piccola, aveva cercato di ucciderla!
Abbiamo preso la bambina
e
era così affamata che
Se aveste visto come si è comportata
non appena ha visto il cibo! Anche il cuore più duro si sarebbe sciolto
alla vista di come la bimba, quel mattino presto, piangeva e mangiava. E fino
ad oggi conserva un appetito formidabile.
Siamo andate a segnalare l'accaduto
al commissariato di polizia, dove non abbiamo ottenuto alcun aiuto. Ci hanno detto
che visto che Anita è una casa per bambini, avremmo potuto tranquillamente
risolvere il caso tenendoci la piccola. Le abbiamo cercato una casa adatta a lei,
perché era troppo piccola e aveva bisogno di cure speciali, ma non abbiamo
avuto la sorte di trovare nessun posto.
Abbiamo così dovuto darle un
nome: l'abbiamo chiamata Angela. È una bimba molto dolce e tutti alla Casa
di Anita sono molto affettuosi con lei.
Le ragazze la stanno viziando, perché
fanno sempre a gara per tenerla in braccio
Adesso Angela ha cominciato a
orientarsi in casa e ad abituarsi all'ambiente e a tutta la famiglia. Ancora non
abbiamo idea del perché la madre o chi per lei l'abbia lasciata all'entrata
della Casa di Anita.
Da come si stanno mettendo le cose, Angela ormai può
rimanere. Aspettiamo con impazienza di vederla crescere e diventare, in futuro,
una donna adulta e responsabile.
Mary
Wabwire è responsabile della Casa di Anita.
Kivuli Center,
un progetto educativo nato dall’iniziativa dei giovani della comunità
di Koinonia, che a Nairobi accoglie e sostiene i bambini di strada di due grandi
baraccopoli della capitale.
Il Centro Kivuli accoglie in forma residenziale
60 bambini di strada curandone la crescita e l’educazione, copre le spese
scolastiche di altri 70 bambini ed è aperto con vari progetti animativi
a tutti i bambini del quartiere.
Kivuli è diventato un punto di riferimento
per i giovani e per gli adulti, con un progetto di microcredito, laboratori artigianali
di avviamento professionale, una biblioteca, un dispensario medico, un progetto
sportivo, un laboratorio teatrale, una sartoria, un pozzo che vende acqua a prezzi
calmierati, una scuola di lingua, una scuola di computer e uno spazio sede di
varie associazioni, aperto a momenti di dibattito e confronto per i giovani del
quartiere.
Casa di Anita,
una casa di accoglienza sorta a N’Gong (piccolo centro agricolo a 30 km
da Nairobi), curata da tre famiglie keniane, inaugurata nell’agosto 1999.
La Casa di Anita accoglie 30 bambine di strada, alcune orfane e altre figlie di
famiglie poverissime, vittime di abusi sessuali, inserendole in una struttura
familiare e protetta, permettendo una crescita affettivamente tranquilla e sicura.
Mthunzi
Centre, un progetto educativo realizzato dalle famiglie della comunità
di Koinonia di Lusaka (Zambia) a favore dei bambini di strada. Il Centro Mthunzi,
oltre ad accogliere 60 bambini di strada in forma residenziale curandone la crescita
e l’educazione, è un punto di riferimento per la popolazione locale,
con il suo dispensario medico e con i suoi laboratori di falegnameria e di avviamento
professionale.
Riruta Health
Project, un programma di prevenzione e cura dell'Aids, nelle periferie
di Nairobi, in collaborazione con Caritas Italiana.
Due scuole primarie sui monti Nuba che garantiscono l’educazione di base (l’equivalente della formazione elementare e media in Italia) ai bambini della zona circostante, in assenza di altre strutture scolastiche. Attualmente ognuna delle scuole ha circa 600 alunni. Il progetto include anche una scuola magistrale per selezionare e formare giovani insegnanti nuba (circa 50 ogni anno) in modo da riattivare la rete scolastica autogestita dalle popolazioni della zona.
News from Africa, un’agenzia di informazione mensile prodotta interamente da giovani scrittori e giornalisti africani, che raccoglie notizie e articoli di approfondimento provenienti dai paesi dell’Africa subsahariana per poi diffonderle in tutto il mondo per via telematica e cartacea.
Africa
Peace Point, organizzazione laica e apolitica che si prefigge la realizzazione
di iniziative popolari per la costruzione e la diffusione di una cultura di pace
nelle comunità africane; la sede è a Nairobi, dove APP si è
dotata di un centro di documentazione e ha creato uno spazio in grado di ospitare
forum, sessioni di formazione sulla pace e incontri tra gruppi di base.
Amani People’s Theatre,
una compagnia di giovani attori che lavorano per una cultura di pace utilizzando
il teatro per la mediazione di conflitti, con performance e rappresentazioni nei
campi profughi del Kenya e nelle comunità di base.
Geremia
School, una scuola di informatica che fornisce una formazione professionale
di qualità, nell’ottica di contribuire a colmare il digital divide
Nord/Sud.
Ndugo Mdogo,
(Piccolo Fratello), un progetto dotato di tre strutture: un centro che accoglie
in forma residenziale 40 bambini; un centro diurno di prima accoglienza con un
pasto caldo, cure mediche, scuola e affetto; un istituto di formazione per educatori
di strada.
Sono
usciti tre volumi, poco prima o poco dopo Afroscopia, di autori che
con l'evento di Bologna qualcosa hanno avuto a che fare.
L'Africa
in pista. Storia, economia e società
(Sei, pagg. 83, €10,00) raccoglie e riordina, con scrittura scorrevole
e molte informazioni, alcuni dei principali temi su cui Jean-Léonard
Touadi - assessore
del Comune di Roma di fresca nomina (per l'Università
e le Politiche giovanili) - è spesso invitato a parlare negli ultimi anni
in giro per l'Italia. Scorriamo i titoli dei capitoli: Ricchezza e povertà
nel contesto globale; L'Africa, gli africani e la storia tra determinismo e responsabilità;
I binari morti dello sviluppo in Africa; Disonorare lo sviluppo; Cooperazione
e Africa. Significativa la ripresa, a mo' di prefazione, di un testo del compianto
scrittore e musicista camerunese Francis Bebey, dal titolo "Io
credo nell'Africa".
Con
Gli specchi di Gulliver. In difesa del relativismo (Bollati Boringhieri,
pagg. 98, € 12,00) Marco Aime continua il discorso iniziato due anni
fa con Eccessi di culture (Einaudi). Non vi tratta specificamente di cose africane,
ma continua a smascherare le continue risacche del razzismo, che si ripresenta
oggi anche sotto le spoglie della cultura e, ultimamente, della lotta al relativismo.
Chi sono gli eroi e le eroine, quali le date e gli episodi che racchiudono simbolicamente
la storia di tutto un continente come quello che è la culla dell'umanità?
Giorni
d'Africa. Personaggi - Eventi - Ricorrenze (Emi, pagg. 125, €
15,00; disponibile presso la sede di Amani) è un libro-calendario compilato
da Pier Maria Mazzola, che aiuta a familiarizzarsi con la storia dell'Africa (e
della sua diaspora), in modo da sentirla parte a pieno titolo della Storia dell'Umanità.
Il
sogno di conoscere la cultura keniana, di interagire con essa, di comprendere
la realtà africana e non l'immagine stereotipata di questo continente
Amani, che in
kiswahili vuol dire “pace”, è un’associazione laica e
una Organizzazione non governativa riconosciuta dal Ministero degli Affari Esteri.
Amani si impegna particolarmente a favore delle popolazioni africane seguendo
queste due regole fondamentali:
1. Curare lo sviluppo di un numero ristretto
di progetti, in modo da poter mantenere la sua azione su base prevalentemente
volontaria per contenere i costi a carico dei donatori.
2. Affidare ogni
progetto ed ogni iniziativa sul territorio africano solo ed esclusivamente a persone
del luogo. A conferma di questo, molti degli interventi di Amani sono stati ispirati
da un gruppo di giovani africani riuniti nella comunità di Koinonia.
Come contattarci
Amani
Onlus - Ong (Organizzazione non lucrativa di utilità sociale e Organizzazione
non governativa)
via Gonin, 8 - 20147 Milano - Italy
Tel. 02 48951149
- 02 4121011 - Fax 02 45495237
amani@amaniforafrica.org
www.amaniforafrica.org
Come
aiutarci
Basta versare una somma sul c/c postale
n. 37799202 intestato ad Amani Onlus- Ong - via Gonin 8 - 20147 Milano, o sul
c/c bancario n. 000000503010 Banca Popolare Etica ABI 05018 - CAB 01600- CIN F - EU IBAN IT91 F050 1801 6000 0000 0503 010
.
Ricordiamo inoltre di scrivere sempre la
causale del versamento e il vostro indirizzo completo.
Nel caso dell'adozione
a distanza è necessario versare 26 euro mensilmente almeno per un anno.
È importante indicare in entrambi i casi la causale del versamento.
Le
offerte ad Amani sono deducibili
I benefici fiscali per erogazioni
a favore di Amani possono essere conseguiti con due possibilità alternative:
1. Deducibilità ai sensi del DPR 917/86 a favore di ONG per donazioni destinate
a Paesi in via di sviluppo. Deduzione nella misura massima del 2% del reddito
imponibile sia per le imprese che per le persone fisiche.
2. Oneri deducibili
ai sensi del DL 460/97 per erogazioni liberali a favore di ONLUS.
Per le imprese,
per un importo massimo di euro 2.065,83 o del 2% del reddito di impresa dichiarato.
Per le persone fisiche, detraibile nella misura del 19% per un importo complessivo
non superiore a euro 2.065,83.
Ai fini della dichiarazione fiscale è
necessario scrivere sempre ONLUS o ONG dopo Amani nell’intestazione e conservare:
1. per i versamenti con bollettino postale: ricevuta di versamento;
2. per
i bonifici o assegni bancari: estratto conto della banca ed eventuali note contabili.
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Civile e Penale di Milano n. 596 in data 22.10.2001