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"Amani"
anno VII, n. 3, Luglio 2007 - scarica
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Orchi senza frontiere
Da anni rimbalza sui media
il fenomeno del turismo sessuale, con ragazzine e minori tra le sue prede
favorite.
La novità è che solo da poco si alza il velo su mete meno celebri.
Come la costa keniana, battuta dagli italiani
Sommario
Mogadiscio, il gatto e la volpe
di Diego Marani
Morbillo,
buone notizie. A metà.
di Anna Pozzi
È
il pacchetto, bellezza
di Fred Oluoch
Passi verso l’Africa?
di
Anna Ghezzi
News from Africa
in
Breve
“A egregie cose…
di Pier Maria Mazzola
Tra le nocche della mano di Dio
di
Anna Ghezzi
Da Barbiana
a Chikondano
di Renato Kizito Sesana
Watoto wetu
di
Francesca Conti
Karibu Kenya
di
Simona Minieri
Adozioni a distanza
Perché
tutti insieme
Chissà perché, quando si tratta di Africa le buone notizie sono
sempre buone solo a metà. Come quella relativa alla lotta contro il
morbillo. Una lotta che, secondo il direttore generale dell’Organizzazione
mondiale della sanità (Oms), Margaret Chan, ha raggiunto e superato
le aspettative. Si è passati dagli 873.000 decessi del 1999 ai 345.000
del 2005, ovvero il 60% in meno. Addirittura, in Africa le morti sono diminuite
del 75%.
Allora dove sta la parte non buona della notizia? Sta nel fatto che, ancora
oggi, una malattia facilmente prevenibile e curabile continua a falciare 300mila
bambini africani l’anno. Tanti, anzi troppi.
Troppi perché da tempo la si può prevenire con un vaccino che
costa meno di un dollaro. E che esiste da più di quarant’anni,
ma che solo nel 2001, grazie a un programma promosso dalla Croce Rossa americana
– in collaborazione con il Centro americano per il controllo e la prevenzione
della malattie, la Fondazione delle Nazioni Unite, l’Unicef e l’Oms
– è stato distribuito in maniera massiccia e capillare, specialmente
nei paesi in via di sviluppo e in Africa.
In queste parti del mondo, infatti, la malattia si porta via moltissimi bambini
e causa complicazioni gravi come polmoniti, cecità, lesioni celebrali…
Fortemente contagiosa, colpisce tutti i bambini non vaccinati, uccidendone
il 10 per cento. Chi ha un po’ frequentato l’Africa, specialmente
le zone rurali, quasi certamente si è imbattuto nel triste spettacolo
di piccoli tumuli di terra fresca: le tombe allineate delle giovanissime vittime
delle ricorrenti epidemie di morbillo. “Quando abbiamo lanciato il programma
– spiega la Chan – la meta era ambiziosa: ridurre della metà
i decessi entro il 2005. L’obbiettivo è stato non solo raggiunto,
ma superato! Ora aspiriamo a ridurre del 90 per cento la mortalità
entro il 2010”.
Secondo l’Oms, in questo lasso di tempo sono stati evitati ben 2,3 milioni
di decessi. Viene da chiedersi allora perché non sia stato fatto prima.
Le ragioni, molto complesse, riguardano il morbillo ma anche altre “malattie
dimenticate” (dalla malaria alla tubercolosi, alla malattia del sonno).
E riguardano gli interessi dietro al business della salute, le politiche irresponsabili
dei governi locali, l’impotenza o il disinteresse della comunità
internazionale, le sperequazioni tra Nord e Sud del mondo e quella forbice
che si allarga sempre più tra i pochi, pochissimi ricchi, e la moltitudine
di chi fatica a sopravvivere.
“I poveri non possono più aspettare!”, ammoniscono alcuni
cardinali e vescovi di Africa, America Latina, Usa e alcuni paesi europei.
La delegazione, di cui facevano parte, tra gli altri, monsignor Laurent Monsengwo
della Rd Congo e il cardinal Oscar Maradiaga dell’Honduras, si è
rivolta direttamente ai potenti del mondo, riuniti dal 6 all’8 giugno
in Germania per il vertice del G8.
Insieme a numerose organizzazioni aderenti alla campagna “Prima che
sia troppo tardi”, lanciata a 40 anni dall’enciclica Populorum
progressio, hanno sottolineato una verità che è sotto gli
occhi di tutti: “La povertà aumenta anziché diminuire,
e ha bisogno di gesti concreti”. Gesti di solidarietà, di giustizia.
Prima che sia troppo tardi, appunto. Quasi come per il morbillo…
Anna Pozzi, redattrice di Mondo
e Missione, è autrice di Made in Africa (Monti, 2000)
e curatrice di Shikò (Sperling & Kupfer, 2006).
È stata l’Etiopia ad avere
invaso la Somalia, a gennaio, grazie all’aiuto degli Stati Uniti, o
sono stati questi a stabilire una nuova base nel Corno d’Africa grazie
ad Addis Abeba? O forse entrambi gli alleati hanno un proprio tornaconto?
Il guadagno per l’Etiopia è il più evidente. Ufficialmente
si tratta di un sostegno militare al governo di transizione somalo, il quale
ha potere nemmeno sull’intera Mogadiscio ma è riconosciuto all’estero
appunto come il “governo”. È guidato da Abdullah Yusuf
Ahmed, ex signore della guerra che in precedenza aveva conquistato potere
e autonomia nella regione centrale del Puntland, sempre con l’appoggio
di Addis Abeba. Dopo aver scacciato le Corti islamiche, con l’invio
dei soldati (almeno 10mila, senza contare gli attesi rinforzi – non
sono pochi, basti pensare che il Afghanistan gli Usa ne hanno 19mila, e l’insieme
delle forze Nato circa 40mila) Addis Abeba ha però ottenuto ben altri
obbiettivi: ha raggiunto lo sbocco al mare, ha ingabbiato il problema dell’Ogadèn
– regione per la quale Etiopia e Somalia hanno già combattuto
trent’anni fa – ed ha accerchiato il nemico storico, l’Eritrea.
E gli Usa, che cosa ci guadagnano? Il governo etiopico ha ammesso di aver
tenuto prigionieri 41 “sospetti terroristi” di 17 nazionalità
(tra cui statunitense, canadese e svedese) catturati in Somalia e in Kenya.
La giustificazione? “Guerra al terrorismo internazionale”, che
ormai va bene per qualsiasi cosa. Dunque gli Usa ci guadagnano un’altra
Guantanamo, ma non più a Cuba, visto che ormai è diventata fonte
di imbarazzo perfino per il presidente George W. Bush. L’Etiopia ha
dovuto ammettere l’esistenza delle basi dopo una denuncia di Human Rights
Watch. Un investigatore di un’organizzazione per il diritti civili ha
riferito di aver individuato almeno tre prigioni segrete che vengono usate
dagli Stati Uniti: una ad Addis Abeba, un’altra in una base aerea a
una cinquantina di chilometri dalla capitale e una terza nel deserto lungo
il confine con la Somalia.
Inoltre gli Usa il 9 aprile hanno implicitamente ammesso di aver chiuso un
occhio su una vendita di armi nordcoreane all’Etiopia, a gennaio, violando
le sanzioni imposte dall’Onu a Pyongyang. Era stato il New York
Times a indicare che Washington avrebbe autorizzato l’Etiopia a
rifornirsi segretamente di armi dalla Corea del Nord, proprio mentre Addis
Abeba sosteneva militarmente il governo somalo contro le Corti islamiche.
La Corea del Nord per Washington è uno “stato canaglia”;
però se vende armi all’alleato Etiopia si può chiudere
un occhio. O anche tutti e due, come quando la flotta americana evita di bloccare
navi sospette nel Golfo di Aden. Un po’ come quando gli Usa vendevano
armi all’Iran e con quei soldi finanziavano i contras in Nicaragua.
Questo è finora quanto è venuto alla luce e riportato dalle
agenzie internazionali. Esistono altre clausole, più o meno segrete,
dell’accordo tra Washington e Addis Abeba?
All’inizio di aprile la sottosegretaria americana con delega speciale
per l’Africa, Jendayi Frazer, si è recata in visita ufficiale
in Somalia. La prima personalità da tanti anni. Il Pentagono ancora
ricorda la disastrosa operazione umanitaria e militare per “riportare
la speranza” a Mogadiscio nei primi anni Novanta. E la Frazer, guarda
caso, non è andata nella capitale ma a Baidoa, ufficialmente in quanto
ospita il parlamento. In realtà la città è anche lo snodo
della presenza etiope in Somalia.
Nel frattempo Hussein Aidid, in teoria vicepresidente della Somalia, di fatto
quasi esule in Eritrea, dice: “Le truppe etiopiche devono abbandonare
il territorio somalo per lasciare che i somali decidano da sé il loro
destino”. In Eritrea si trova anche il numero due delle Corti islamiche,
Sharif Sheikh Ahmed. Le milizie delle Corti (che secondo gli Usa sarebbero
un’organizzazione di estremisti in qualche modo collegata con la idra
Al Qaida) sono state cacciate da Mogadiscio con l’appoggio decisivo
dell’esercito etiopico. Tutto si potrà dire dell’Eritrea,
meno che sia un governo di mussulmani estremisti. Il sostegno agli oppositori
di Yusuf è solo un modo per contrastare l’influenza di Addis
Abeba.
Inoltre anche l’Uganda ha circa 1.200 soldati in Somalia, nell’ambito
di una missione di pace internazionale approvata dall’Unione Africana.
Il presidente eritreo Isaias Afewerki ne ha chiesto il ritiro, così
come quello di “ogni altra forza straniera”. Si grida a Kampala
per fare intendere Addis Abeba. E se tanto l’Uganda quanto l’Etiopia
sono sostenute dagli Usa, tanto meglio: Asmara sembra voler così dimostrare
che non ha paura di sfidare tutti, e se questo significa isolamento internazionale,
ben venga.
Il groviglio diplomatico e militare sembra confermare due aspetti: che quello
somalo rimane uno scenario estremamente complesso, e che il Corno d’Africa
è un problema regionale. Mentre due domande rimangono senza risposta:
che cosa fa l’Italia, impegnata in missioni di pace in Libano, in Afghanistan,
nei Balcani, per paesi che sono state sue ex colonie? E chi si occuperà
dei 350mila che dall’inizio dell’anno stanno fuggendo da Mogadiscio?
(E’ diventata la più grave crisi di profughi al mondo).
Diego Marani, giornalista professionista,
è autore di una tesi sull’Amministrazione fiduciaria italiana
della Somalia (1950-60).
We
belong to each other, ovvero “noi ci apparteniamo l’un all’altro”.
E se ci apparteniamo, allora siamo responsabili gli uni degli altri! È
questo il motto dei nostri amici zambiani di Koinonia che si occupano quotidianamente
del Mthunzi Centre e di tutti i progetti ad esso associati. Mi piace associare
questa frase a quanto don Lorenzo Milani riporta nella sua famosa lettere
ai giudici di oltre quarant’anni fa: “Dovevo ben insegnare come
ognuno deve sentirsi responsabile di tutto. Su una parete della nostra scuola
c’è scritto grande “I care”.
Conobbi i ragazzi nel Mthunzi durante il campo del 2004 e rimasi impressionato
dalle loro molteplici qualità: stupendo il loro gruppo di danze tradizionali
e il loro spettacolo sul tema dell’Hiv/Aids; grande curiosità
e desiderio di apprendere nuove nozioni quali l’uso del Pc o il suonare
la chitarra; attenzione estrema per le storie narrate da noi italiani; capacità
di stupirsi e di stupire propria dei bambini e adolescenti di tutto il mondo;
spirito di condivisione e di vita comunitaria…
Tre anni sono passati da quel momento e fortunatamente ho avuto l’opportunità
di tornare al Mthunzi e incontrare di nuovo gli sguardi di Owen, Rick, Rickon,
Jackson, Gerald, Peter, Lazaro, Protazio, Charles, e di tutti gli altri ragazzi,
e di fare con loro lunghe chiacchierate nella luce calda del sole che tramonta
sul campetto di calcio.
Quelli che erano poco più che ragazzi oggi sono uomini fatti. I più
grandi, del resto, non frequentano più la scuola di Tubalange ma ormai
passano gran parte dell’anno nelle scuole superiori, le cosiddette High
Schools o Boarding Schools, e tornano nei fine settimana o nei periodo
di vacanza. Hanno bisogni e aspettative che vanno oltre quelli dei compagni
più piccoli che ancora passano le giornate giocando spensierati al
Mthunzi: gli educatori del centro, Joseph, Raphael e Felix, sono i primi a
confermarti che i “loro ragazzi” ormai sono degli uomini, e che
loro ce la stanno mettendo tutta per continuare a farli crescere nel migliore
dei modi possibile.
E te ne rendi conto ascoltandoli e osservandoli: non solo ti descrivono i
loro sogni e progetti di vita, ma poi sanno raccontarti della situazione dell’Aids
nei compound di Lusaka e del perché esiste ancora lo stigma nei confronti
delle persone sieropositive, e li vedi argomentare e dibattere con estrema
serietà all’interno del gruppo del Mthunzi che si occupa dei
diritti umani, con l’impegno a diffondere la presa di coscienza tra
i coetanei; li scopri a parlare di fronte agli alunni di una scuola primaria
comunitaria del nord del paese, tenendo “lezioni” di responsabilità
con il piglio dei docenti universitari, e poi ti dicono che vogliono impegnarsi
perché anche i tanti bambini di Chikondano, il piccolo villaggio molto
povero che si trova nei pressi del Centro, possano ricevere parte della gioia
e del calore che si respirano durante il campo estivo!
I ragazzi del Mthunzi, ormai, sono cresciuti, e sembrano aver fatto proprio
il motto di Koinonia, imparando il senso della responsabilità e della
comunità piena con tutti quelli con cui si intreccia parte della loro
vita, che è proprio il fulcro dell’I care di don Milani!
Cresce il Mthunzi, crescono i ragazzi, e crescono l’impegno e le ambizioni
di tutta Koinonia, e ti rendi conto che il nuovo mondo non è solo possibile,
ma è già presente laddove si punta tutto sulla relazione e sull’incontro
dell’altro, per camminare insieme con pazienza e con rispetto, senza
dimenticare la giusta dose di lentezza necessaria!
Guido Sangiovanni è
un volontario di Amani di Vanzago (Mi).
Esiste
tutta una catena di turisti – soprattutto fra i 45 e i 65 anni –
che si reca in Kenya a caccia di situazioni che possano ravvivare la loro
vita sessuale.
di
operai del sesso è grande, in rapporto alle dimensioni della città.
Ma si domanda: “Una volta che noi ci mettiamo sul mercato come paese
libero, in che modo potremmo imporre restrizioni alla libertà dei turisti?
Com’è possibile differenziare i turisti veri da quelli che cercano
solo sesso? E come si può distinguere una ragazza che cerca un compagno
per la vita, sia esso turista o meno, da una prostituta?”.Primati italiani
- Il nostro paese è al primo posto in Europa per
domanda di sesso all’estero con minori. Sono circa 80mila i maschi italiani
che ogni anno si recano in paesi stranieri – prima meta, il Brasile
– con questa finalità. Il Triveneto è la regione più
“attiva”.
- Nel marzo scorso è stato condannato un veronese (14 anni di reclusione
e 65mila euro di multa) per reati sessuali all’estero, particolarmente
in Thailandia. È la prima volta che giunge a termine un procedimento
penale in attuazione della legge n. 269 del 1998 – reputata all’avanguardia
nel mondo – sulla punibilità di tali delitti anche se commessi…
in trasferta.
E’
l’odore acre di bruciato che soffia in faccia appena scendi dall’aereo,
la prima impressione d’Africa.
Un viavai di gente illuminata dalle lanterne degli shop ai bordi delle strade,
che si fanno più scure e sconnesse mentre si abbandona il centro degli
uffici, del turismo, dei medici, politici e avvocati, per andare verso gli
slum.
Slum, una parola dal suono secco come uno schiaffo. Ed è proprio così
che ti senti quando ci sei in mezzo, e sai che potrai, alla fine dell’esperienza,
tornare nella tua casetta in Italia, con un letto tutto per te e magari anche
un piccolo giardino.
Sono un pugno allo stomaco queste baraccopoli che non esistono su nessuna
cartina: più della metà della popolazione di Nairobi vive ammassata
in baracche di lamiera e terra di cui non possiede nulla, su cui non ha alcune
diritto, per cui paga affitti disonesti.
Ma non dimenticano cosa vuol dire ospitalità, condivisione: ti offrono
una tazza di chai (tè) nella loro “casa”.
E troverai all’angolo di una stradina un uomo che ti augura ogni bene
dal suo altare di povertà. I bambini corrono incontro ai bianchi cinguettando
howaiu! (come stai?), chiedendo un dolce, una biro – perché
la scuola è aperta a tutti ma servono fogli, divise e penne –
e di fronte al rifiuto tendono la mano. “Chi sei, da dove vieni, perché
sei qui”. Loro sono Jane, Moses, Kevin e mille altri, e ti chiedi dove
saranno l’anno prossimo, se ci saranno ancora.
Quali opportunità potranno avere questi bambini, immersi in un mondo
che sembra non volerli o non poterli aiutare. Tanta gente, per fortuna, dedica
tutta la vita agli oltre sessantamila bambini di strada, alle vedove e alle
mogli-madri di una marito scappato o perso nell’alcool di qualche bar.
La mia casa africana è Anita’s Home; la mia famiglia, le 59 bambine
e ragazzine che lì vivono con le loro nuove mamme, i papà, le
aunties – le “zie” – e i figli biologici
delle coppie che hanno deciso di accoglierle e crescerle in questa strana
e dolcissima famiglia allargata africana.
Tre case, qualche campo, sukuma wiki e polenta per tutti. Sono in
un luogo di paradiso, le Ngong Hills, che sembrano davvero le “nocche
della mano di Dio”. Ma non si tratta solo di mandarle a scuola, o di
dar loro cibo e un tetto. Qui si parla di famiglia, di dare loro tutto l’amore
di cui hanno bisogno per rimarginare le ferite, le bastonate, le violenze,
la fame. Si tratta di rendere loro giustizia nell’unico modo possibile,
aiutandole a crescere serene. Restituendo loro la fiducia nel mondo dei grandi.
Anna Ghezzi, volontario
di Amani, è laureando all’Accademia di Brera
Cani “da pace”
L’idea suscita senza dubbio perplessità ed
imbarazzo, ma se ne parla già ufficialmente: al posto dei Caschi blu
dell’Onu nelle missioni di pace, potrebbero essere utilizzate milizie
private, cioè mercenari, o “cani da guerra”, come si diceva
una volta. Questi professionisti delle armi verrebbero anche a costare meno,
dal 10 al 20 per cento, delle truppe che le nazioni prestano all’Onu.
Sono già largamente impiegati in Iraq, da molte Ong in diverse parti
del mondo e dall’industria petrolifera. La loro immagine, però,
specialmente in Africa, non suscita buoni ricordi, legata com’è
ai colpi di stato e affini. Sarà anche per questo che Kofi Annan aveva
pensato, anni fa, di inviare in Ruanda i sudafricani di Excutive Outcome ma
poi aveva rinunciato dicendo: “Il mondo non è ancora pronto a
privatizzare la pace”. Lo sarà fra poco?
Ratti sminatori
Le mine antiuomo, di cui l’Italia fu una delle principali
produttrici, continuano a provocare morti e mutilazioni in molti paesi. In
Mozambico, teatro alla fine del secolo scorso di una guerra civile, è
uno di questi. Lo sminamento dei terreni è costoso e naturalmente pieno
di rischi. Una Ong belga ha avuto la brillante idea di utilizzare topi giganti,
un chilo e mezzo di peso e lunghi circa 70 centimetri, come sminatori. Dopo
una “formazione” di 6 mesi, i topi, provenienti dalla Tanzania,
sono in grado di annusare e scoprire le micidiali mine: ad ogni scoperta ricevono
un frutto come premio, specialmente banane. I topi sono legati da un collare
a una lunga asta sorretta da due uomini e “ispezionano” il terreno
col loro fiuto: gli incidenti sul lavoro sono rarissimi.
Falchi da esposizione
Il primato della fantasia usata per sfruttare le situazioni
estreme dovrebbe appartenere alla genialità dei napoletani. Una vedova
somala, con sei figli, si è però messa in lizza per emularli.
A Mogadiscio, purtroppo ancora teatro di scontri fra etiopici, accorsi in
aiuto del governo ufficiale, e Corti islamiche, Hawa Elmi, 66 anni, ha recuperato
parti dell’elicottero Usa abbattuto nei tragici combattimenti del 3
ottobre 1993. I fatti, che provocarono il ritiro degli americani, sono stati
immortalati dal film Black Hawk Down (“Falco nero abbattuto”).
Hawa da oltre dieci anni espone nel suo cortiletto alcuni resti dell’elicottero:
agli stranieri, non troppo numerosi, fa pagare 3 dollari; i connazionali se
la cavano con 75 centesimi. Purtroppo ormai tutta la martoriata Mogadiscio
è un cimelio.
PÈ
diretta da Marcello Flores quella che si presenta come “la prima grande
opera al mondo a fare un punto completo e aggiornato sulla cultura dei diritti
umani”. È costituita da: 2 volumi di dizionario alfabetico,
per un totale di 300 lemmi; 2 volumi di atlante; ossia 30 saggi in
cui si intrecciano il piano tematico e quello storico-geografico, con un ricco
apparato di documenti iconografici; 1 volume di documenti; 1 volume
di documenti fotografici in coedizione con Contrasto; oltre 8 ore
di video “tra cronaca e informazione, emozione e poesia”; 1 cd-rom
ipertestuale per la consultazione del dizionario e dell’atlante.
Un buon assaggio dell’opera è su: http://dirittiumani.utet.it.
Diritti Umani. Cultura dei diritti e dignità della persona nell’epoca della globalizzazione
Ndoto:
sogno. È il nome, in kiswahili, del Gioco
per la pace a Korogocho, una sorta di gioco dell’oca
ideato da alcuni insegnanti della scuola Saint John di uno degli slum di Nairobi.
Il tabellone, che rappresenta la mappa di Korogocho, è opera del pittore
Moses Kabiru Mwashi. A seconda della casella in cui si va a finire, ci sarà
da pescare una carta “cattiva” (tipo “Bevi chang’aa
– indietro di due caselle”) o “buona”: “Hai
venduto una delle tue tovaglie ricamate” – Avanti di due caselle”.
Perché – fanno notare gli autori – “in baraccopoli
non tutto è negativo”.
Il gioco è stato fatto conoscere in Italia nei mesi scordi anche da
People United for a New Korogocho, un gruppo di giovani artisti di
strada della baraccopoli, che sono stati in tournée dal 20 aprile al
4 giugno.
Richiesta a:
Associazione Tam
Tam per Korogocho
tel. 0464 423206 – tamtamperkorogocho@virgilio.it
…
e contro l’Aids
E’ invece online
(www.unicef.org/voy/explore/aids/explore_1360.html),
ma scaricabile sul proprio computer, in versione inglese o swahili, What would
you do? Si tratta di un gioco che ha lo scopo di indurre i giovani a comportamenti
sessualmente corretti in ordine a prevenire la diffusione dell’Aids.
L’Africa è solo
un continente di fame, guerre e Aids? E come sono, oggi, gli africani? “Passi
verso l’Africa?” è stato un piccolo viaggio per incontrare
l’Africa che non si vede in tivù. Tre conferenze nell’Aula
Magna dell’Università di Pavia, ogni martedì dal 13 al
27 marzo, con protagonisti italiani e africani che hanno raccontato il loro
particolare sguardo sul continente nero e i suoi abitanti. Cercando di andare
oltre il solito bagaglio di pregiudizi che ciascuno si porta dietro, sotto
forma di luoghi comuni. Sono stati tre appuntamenti alla scoperta di un’Africa
vissuta od osservata, amata o abbandonata.
“Passi verso l’Africa?”, organizzato dal gruppo di volontari
Lombardia di Amani, ci ha permesso di approfondire tematiche che ci stanno
a cuore e, cosa non meno importante, di far conoscere Amani fuori dall’ambito
dei “soliti noti”. Tutto è partito dall’entusiasmo
suscitato da Afroscopia, svoltasi a Bologna nel maggio 2006. Perché
non fare qualcosa anche noi? E allora sono iniziate le riunioni e i contatti
con i relatori dei nostri desideri: Pietro Veronese, Anna Pozzi, Marco Aime,
Per Maria Mazzola come moderatore e Kossi Komla-Ebri, Pap Khouma, Mambu Bamapi:
gli africani. Grazie al gruppo Kos di Pavia – nel quale militano anche
le volontarie pavesi più instancabili – Amani è riuscita
a farsi finanziare dalla Commissione Acersat, responsabile delle attività
ricreative dell’ateneo. Abbiamo tappezzato la città di volantini
e manifesti, partoriti dalla fantasia dell’artista milanese Marco Colombaioni.
È andata bene, e l’Aula Magna – per l’occasione colorata
dai quadri di Lionel Njukuna – si è riempita tutte e tre le serate.
I volontari, conoscenti e amici di Amani, se pure numerosi, non costituivano
sicuramente la maggioranza dei presenti seduti sulle scomodissime panche.
È stato particolarmente stimolante avere tra il pubblico degli studenti
africani: un buon banco di prova per sostenere e discutere le proprie convinzioni.
Si è partiti con “L’Africa degli occhi di un reporter”,
raccontata da Pietro Veronese e Anna Pozzi. Veronese è stato inviato
speciale di Repubblica per vent’anni in tutte le zone calde
del pianeta. Ma la sua specialità è l’Africa subsahariana,
dove continua a viaggiare e dove ha seguito tutti gli eventi di maggior rilievo
a partire dalla metà degli anni ’80. Anna Pozzi è giornalista
di Mondo e Missione; ha contribuito al rilancio di uno storico giornale
camerunese e continua ad incontrare e scrivere l’Africa senza stancarsi.
Guardando alle cose belle senza chiudere gli occhi di fronte ai problemi reali
del continente: interessantissimo il suo intervento sulla censura e sulla
libertà di stampa ancora zoppicante in Camerun.
Il 20 marzo abbiamo invece incontrato la travolgente simpatia di Kossi Komla-Ebri,
medico e scrittore, e di Pap Khouma, scrittore, giornalista e libraio, che
hanno raccontato di “Esperienze di integrazione africana in Italia”.
Kossi ha moglie lombarda, due figli adolescenti e si definisce un fritto misto
di culture: africana, francofona, italiana, brianzola: “Così
la vita è più varia”, ha osservato. “Non si può
passare la vita a mangiare cuscus o casoeûla. Ogni tanto bisogna variare”.
Battute a parte, il dottor Komla-Ebri conosce fin troppo bene la situazione
di chi, come lui, ha dovuto affrontare resistenze prima di integrarsi in una
società non sempre benevola con lo straniero, ma ha saputo affrontare
tutto con una buona dose di umorismo (leggere Imbarazzismi per credere) e
grazie al camice medico che lo ha “sbiancato” agli occhi dei concittadini.
Ultimo incontro, “La nuova Africa”, di cui ha parlato l’antropologo
Marco Aime con Mambu Bamapi: un continente in continuo movimento, le cui tradizioni
dialogano con gli stimoli esterni, un’Africa in cui i riti si modernizzano
andando contro l’opinione sottilmente razzista per cui “in Africa
è tutto immutabile da secoli”, con il risultato di negare agli
africani la capacità di fare storia.
Anna Ghezzi, è
volontaria di Amani di Sannazzaro de’ Burgondi (Pv).
… il forte animo accendono/ l’urne
de’ forti”, cantava Ugo Foscolo. Tutto,
lo straniero potrà rapire, tutto, “tranne la memoria”.
A un intero continente espropriato della sua storia,
Amani – lo ricorderete – ha dedicato
il calendario dell’anno in corso. Un piccolo segno di “riparazione”,
e non solo: un riconoscimento che quelle figure
del Novecento sono maestri non solo per gli africani
ma per noi stessi, europei del XXI secolo.
Mentre segnaliamo che si terrà a ottobre – in occasione del decimo
anno di vita della campagna “Chiama l’Africa” e del ventesimo
anniversario dell’assassinio del presidente del Burkina Faso, Thomas
Sankara – un convegno dedicato ai protagonisti della storia africana
(aggiornamenti su www.chiamafrica.it),
terminiamo qui la succinta presentazione dei leader proposti nel calendario
(iniziata su Amani di febbraio).
Luglio. Il Ghana ha festeggiato lo scorso marzo, con grande pompa (eccessiva,
secondo molti), i 50 anni di indipendenza. La ex Costa d’Oro è
stata la prima colonia dell’Africa subsahariana ad accedere alla sovranità
politica, sotto la guida di Kwame Nkrumah,
uomo dall’anima nettamente panafricana. “L’indipendenza
del Ghana – amava dire – non avrebbe senso, slegata dalla liberazione
totale dell’Africa”. Africa Must Unite è il titolo
di un suo celebre libro. Battezzò il suo paese con il nome di un antico
impero africano e convocò nella capitale Accra i leader dei movimenti
di liberazione dei paesi africani ancora in lotta per l’indipendenza.
L’esercizio del potere, però, finì per deludere molti,
e nel 1966 Nkrumah venne rovesciato da un colpo di stato. Gli ascoltatori
africani di Bbc lo hanno comunque proclamato, nel 2000, “uomo del millennio”.
Agosto.
Leader di “Coscienza nera” e dell’Organizzazione degli studenti
sudafricani (Saso), Steve Biko venne
ucciso in carcere, sotto tortura, esattamente trent’anni fa, il 12 settembre.
È uno dei martiri più amati, specialmente dai giovani, della
causa antiapartheid. Memorabile la canzone di Peter Gabriel a lui dedicata.
Da vedere: Grido di libertà di Richard Attenborough (1987),
con Denzel Washington nei panni di Biko.
Settembre.
Cheikh Anta Diop, senegalese,
è “padre dell’Africa” da un punto di vista culturale.
Scienziato (fondò il primo laboratorio in Africa per le datazioni al
carbonio 14, ma fu anche linguista), il campo che lo rese celebre è
l’egittologia. Sfidando i pregiudizi del tempo, dimostrò la radicale
africanità della civiltà egizia. Da leggere: Cheikh Anta
Diop e l’Africa nella storia del mondo di Pathé Diange (l’Harmattan
Italia, 2002).
Ottobre.
Non ha il rilievo continentale degli altri volti del calendario, ma Yousif
Kuwa, leader politico-militare (ma poco militaresco) dei nuba
del Sudan, rappresenta il meglio di tutte le lotte africane per il diritto
di vivere – fisicamente e culturalmente – intraprese, in epoche
diverse, in tante zone del continente. Da leggere: Io sono nuba di
Renato Kizito Sesana (Sperling & Kupfer, 2004).
Novembre.
Anche i territori africani portoghesi, liberatisi per ultimi dalla dominazione
coloniale, e solo a prezzo di sangue, hanno avuto i loro eroi. Amílcar
Cabral, padre dell’indipendenza della Guinea-Bissau
e di Capo Verde, fu al tempo stesso uomo d’azione e di pensiero, considerato
uno dei più lucidi intellettuali africani. Agronomo, molto vicino al
popolo, seppe innescare un effettivo movimento di coscientizzazione nelle
“zone libere” della Guinea portoghese. Una delle frasi che di
lui si ricordano è: “Se ci sono rivendicazioni da fare o problemi
da risolvere, discutiamone; niente violenza”. La lotta armata fu per
lui l’estremo ricorso di fronte all’indisponibilità di
Lisbona al dialogo. Cabral venne ucciso prima dell’indipendenza, vittima
di lotte di potere in seno al partito da lui stesso fondato, probabilmente
manipolate da Lisbona e dallo stesso presidente della Guinea–Conakry,
Sékou Touré, paese nel quale Cabral si era rifugiato. Da leggere:
Chi ha fatto assassinare Amílcar Cabral? di José Pedro
Castanheira (L’Harmattan Italia, 1998).
Dicembre.
Presentare il Nobel per la pace 1993, l’eroe africano che più
di ogni altro è conosciuto e rispettato nel mondo, e fa da trait d’union
tra la generazione dei leader storici e l’Africa del XXI secolo, non
è affar da poco. Supplisce la sua chiara fama, e i numerosi articoli
e libri scritti su di lui.
Da leggere: Lungo cammino verso la libertà (Feltrinelli, 2004),
l’autobiografia uscita la prima volta nel 1994, quando Nelson
Mandela divenne il primo presidente nero della “nazione
arcobaleno”. Ricordiamo la sua prigionia durata 27 anni – di recente
rievocata dal film di Bille August Il colore della libertà
-, che “Madiba” non accetto mai di abbreviare, in cambio del silenzio
o di un qualsiasi compromesso. Come ha detto di lui Graça Machel, ex
first lady mozambicana e sua attuale moglie: “La responsabilità
storica che Mandela è stato chiamato ad assumersi è quella degli
oppressi che liberano i propri oppressori. Perché l’oppresso
apre le porte della propria dignità, offre dignità a chi gliel’ha
tolta”.
Pier Maria Mazzola, giornalista, è autore di Giorni
d’Africa. Personaggi, eventi, ricorrenze (Emi, 2006).
L'adozione proposta da Amani non è individuale, cioè
di un solo bambino, ma è rivolta all'intero progetto di Kivuli, della
Casa di Anita, di Ndugu Mdogo, di Mthunzi o delle Scuole Nuba.
In questo modo nessuno di loro correrà il rischio di rimanere escluso.
Insomma "adottare" il progetto di Amani vuol dire adottare un gruppo
di bambini, garantendo loro la possibilità di mangiare, studiare e
fare scelte costruttive per il futuro, sperimentando la sicurezza e l'affetto
di un adulto. E soprattutto adottare un intero progetto vuol dire consentirci
di non limitare l’aiuto ai bambini che vivono nel centro di Kivuli,
della Casa di Anita, di Ndugu Mdogo, del Mthunzi o che frequentano le scuole
di Kerker e Kujur Shabia, ma di estenderlo anche ad altri piccoli che chiedono
aiuto, o a famiglie in difficoltà, e di spezzare così il percorso
che porta i bambini a diventare street children o, nel caso dei bambini
nuba, di garantire loro il fondamentale diritto all’educazione.
Anche un piccolo sostegno economico permette ai genitori di continuare a far
crescere i piccoli nell’ambiente più adatto, e cioè la
famiglia di origine.
In questo modo, inoltre, rispettiamo la privacy dei bambini evitando di diffondere
informazioni troppo personali sulla storia, a volte terribile, dei nostri
piccoli ospiti. Pertanto, all'atto dell'adozione, non inviamo al sostenitore
informazioni relative ad un solo bambino, ma materiale stampato o video concernente
tutti i bambini del progetto che si è scelto di sostenere.
Una caratteristica di Amani è quella di affidare ogni progetto ed ogni
iniziativa sul territorio africano solo ed esclusivamente a persone del luogo.
Per questo i responsabili dei progetti di Amani in favore dei bambini di strada
sono keniani, zambiani e nuba.
Con l'aiuto di chi sostiene il progetto delle Adozioni a distanza, annualmente
riusciamo a coprire le spese di gestione, pagando la scuola, i vestiti, gli
alimenti e le cure mediche a tutti i bambini.
info: adozioni@amaniforafrica.org
Come aiutarci
Puoi "adottare"
i progetti realizzati da Amani con una somma di 30
euro al mese (360 euro all'anno): contribuirai
al mantenimento e la cura di tutti i ragazzi accolti da Kivuli,
dalla Casa di Anita,
da Ndugu Mdogo,
dal Mthunzi
o dalle Scuole Nuba.
Per effettuare un'adozione a distanza basta versare una somma sul
c/c postale n. 37799202
intestato ad
Amani Onlus - Ong
via Gonin, 8
20147 Milano
o sul
c/c bancario n. 503010
Banca Popolare Etica
ABI 05018 - CAB 01600- CIN F
EU IBAN IT91 F050 1801 6000 0000 0503
010
Ti ricordiamo di indicare, oltre il tuo nome e
indirizzo, la causale del versamento "adozione
a distanza".
Ci consentirai così di poterti inviare il materiale informativo.
Mi regalarono un quaderno in carta riciclata, sulla copertina
verde c’era scritto il mio nome e nella prima pagina Karibu Kenya,
che in kiswahili vuol dire proprio: “Benvenuto in Kenya!”. Quel
regalo è già parte del mio viaggio. Sono seguiti incontri e
corsi di formazione insieme a ragazzi e ragazze di tutta Italia. Il gruppo
di volontari di cui facevo parte nel mese di agosto si sarebbe occupato di
svolgere diverse attività con le bambine. Tutto ciò mi ha permesso
poco alla volta di avvicinarmi alla conoscenza di Nairobi, della gente che
vi abita e della sua cultura.
Sono arrivata una sera d’agosto. Non era
tardi, ma era già buio. Nairobi è una metropoli dell’Africa
subsahariana, e come le grandi città occidentali è ricca di
palazzi alti, altissimi, strade larghe e trafficate, ma è particolarmente
buia soprattutto nelle zone di periferia. Il mio gruppo doveva raggiungere
il Kivuli
Centre
che si trova all’interno di una piccola baraccopoli chiamata Riruta
Satellite. Più ci addentravamo, più l’atmosfera cambiava.
Non più il buio assoluto, ma di tanto in tanto dei fuochi accesi e
delle persone intorno che ascoltavano musica reggae.
L’indomani, ci fu la nostra prima riunione: per parlare dei programmi
da svolgere e per incontrare alcuni degli educatori e degli assistenti sociali
keniani di Kivuli Centre e di Anita’s Home. Poi abbiamo iniziato a conoscere
dei ragazzini, man mano che tornavano da scuola. Uno dei primi è stato
Collins, avrà avuto 12 anni. Ma è difficile attribuire loro
un’età: chi dimostra meno anni a causa della malnutrizione subita
nel corso della loro vita in strada, chi invece ne dimostra di più,
forse perché ha sviluppato tecniche di difesa diverse.
Collins si è comportato con me da perfetto cicerone, mostrandomi l’area
ragazzi, con il dormitorio, il refettorio e il cortile interno; mi ha fatto
vedere il luogo in cui le loro “mamme” cucinano oppure dove allevano
i conigli, e mi ha mostrato anche la zona del Centro dove ci sono i laboratori
per l’intaglio del legno.
Il pomeriggio è stato irreale. I bambini ci hanno invitato nel cortile
dove avevano organizzato uno speciale benvenuto per noi: piccoli spettacolini,
un’allegra marcia, una canzone che cantavano e ballavano mentre altri
suonavano le percussioni tipiche. Dopo le loro esibizioni, ci siamo scatenati
tutti, grandi e piccini, in giochi, balli, canzoni e scherzi. Dopo cinque
ore ci ha calmati solo la pioggia, sottile e leggera. Dopo cena eravamo tutti
in palestra per l’inizio ufficiale del campo di incontro. I più
grandicelli hanno indossato la divisa in base al ruolo nello spettacolo di
benvenuto, i ragazzini che marciavano erano vestiti da scout, i ballerini
avevano pantaloni e magliettine maculate, altri si esibivano nel karate e
indossavano quindi la classica divisa di questo sport. Altri ancora hanno
sfoggiato le loro doti di acrobati e giocolieri.
La prima serata è terminata con tantissimi
“sogni d’oro”. Sì, perché abbiamo accompagnato
i bambini nel dormitorio e loro in perfetto italiano ci davano la buonanotte.
Il giorno seguente avevamo programmi diversi. Abbiamo fatto un giro per Riruta
e abbiamo preso l’autobus per il centro. Nairobi è molto grande,
tutto è grande, dalle strade ai palazzi; la gente va e viene, parla,
corre, saluta e sorride. È gente calda, dolce, aperta…
Finalmente ho raggiunto con il mio gruppo la Casa di Anita, sulle colline
di Ngong circa 20 chilometri dalla città, ed è stata la volta
di un altro benvenuto. “Anita” è una comunità di
tre famiglie, ciascuna costituita da una coppia e circa 15 figlie, dai 5 ai
17 anni. La struttura è caratterizzata da tre case, un grande giardino
centrale in comune dove ci sono anche dei giochi, e un orto e un pollaio.
Siano stati accolti da tutte le bambine, che ci hanno invitato a visitare
tutte le case e ad assaggiare i prelibati maandazi cucinati proprio
da loro. La mattinata è volata, tra presentazioni e conoscenze. Quella
sarebbe stata la nostra casa per quattro settimane. La nostra famiglia. Una
famiglia che ci avrebbe trattato come suoi figli e fratelli, con la quale
avremmo condiviso dalla colazione alla cena, dal bucato all’organizzazione
delle giornate. E con cui avremmo giocato, ballato, dipinto i nostri corpi
e gonfiato tantissimi palloncini, insieme alla quale avremmo riso e talvolta
ci saremmo commossi, lasciandoci andare a un sano pianto. Una famiglia che
avremmo amato e che ci avrebbe amato tanto.
Dopo la messa con padre Kizito, il primo pranzo alla Casa di Anita. Un vero
momento di festa, con pentole enormi che contenevano ugali, sukuma
wiki, verza, carne, chapati… Eravamo tantissimi: bambini
e ragazzi di Kivuli, bambine e ragazze di Anita, madri e padri, assistenti
sociali ed educatori, e noi, 25 italiani che per quell’agosto avevamo
rinunciato a mare e discoteche per trascorre giornate intense e divertenti.
In questo mese abbiamo conosciuto tante persone
e realtà, abbiamo conosciuto modi diversi di concepire la vita e la
quotidianità, e di intendere la famiglia, l’amicizia, l’amore…
Nel pomeriggio anche le ragazze più grandi ci hanno dato il benvenuto
dedicandoci dei piccoli spettacoli. Negli occhi delle ragazze si leggeva molta
timidezza, ma anche molto entusiasmo. Un nuovo campo stava per iniziare e
loro sapevano cosa le aspettava. Sapevano già che sarebbe stato un
mese speciale, in cui ognuno avrebbe imparato qualcosa dagli altri. È
iniziata così la mia esperienza in Kenya, un’esperienza particolare,
e non sempre facile, ma che consiglierei a chiunque abbai voglia di aprire
il suo cuore all’Africa.
Simona Minieri è
una volontaria di Amani di Caserta
Kivuli Center, un
progetto educativo nato dall’iniziativa dei giovani della comunità
di Koinonia, che a Nairobi accoglie e sostiene i bambini di strada di due
grandi baraccopoli della capitale.
Il Centro Kivuli accoglie in forma residenziale 60 bambini di strada curandone
la crescita e l’educazione, copre le spese scolastiche di altri 70 bambini
ed è aperto con vari progetti animativi a tutti i bambini del quartiere.
Kivuli è diventato un punto di riferimento per i giovani e per gli
adulti, con un progetto di microcredito, laboratori artigianali di avviamento
professionale, una biblioteca, un dispensario medico, un progetto sportivo,
un laboratorio teatrale, una sartoria, un pozzo che vende acqua a prezzi calmierati,
una scuola di lingua, una scuola di computer e uno spazio sede di varie associazioni,
aperto a momenti di dibattito e confronto per i giovani del quartiere.
Casa di Anita, una casa di accoglienza
sorta a N’Gong (piccolo centro agricolo a 20 km da Nairobi), curata
da tre famiglie keniane, inaugurata nell’agosto 1999. La Casa di Anita
accoglie 60 ex bambine di strada, alcune orfane e altre figlie di famiglie
poverissime, vittime di abusi sessuali, inserendole in una struttura familiare
e protetta, permettendo una crescita affettivamente tranquilla e sicura.
Mthunzi Centre, un progetto educativo
realizzato dalle famiglie della comunità di Koinonia di Lusaka (Zambia)
a favore dei bambini di strada. Il Centro Mthunzi, oltre ad accogliere 60
bambini di strada in forma residenziale curandone la crescita e l’educazione,
è un punto di riferimento per la popolazione locale, con il suo dispensario
medico e con i suoi laboratori di falegnameria e di sartoria per l’avviamento
professionale.
Riruta Health Project, un programma
di prevenzione e cura dell'Aids, in collaborazione con Caritas Italiana che
offre assistenza a domicilio a malati terminali e a pazienti sieropositivi
nelle periferie di Nairobi.
Centro Educativo Koinonia Due scuole
primarie sui monti Nuba che garantiscono l’educazione di base (l’equivalente
della formazione elementare e media in Italia) ai bambini della zona circostante,
in assenza di altre strutture scolastiche. Attualmente ognuna delle scuole
ha circa 600 alunni. Il progetto include anche una scuola
magistrale magistrale per selezionare e formare giovani insegnanti
nuba (circa 50 ogni anno) in modo da riattivare la rete scolastica autogestita
dalle popolazioni della zona.
News from Africa, un’agenzia
di informazione mensile prodotta da giovani scrittori e giornalisti africani,
che raccoglie notizie e articoli di approfondimento provenienti dai paesi
dell’Africa subsahariana per poi diffonderle in tutto il mondo per via
telematica e cartacea. www.newsfromafrica.org
Africa Peace Point,
organizzazione laica e apolitica che si prefigge la realizzazione di iniziative
popolari per la costruzione e la diffusione di una cultura di pace nelle comunità
africane; la sede è a Nairobi, dove APP si è dotata di un centro
di documentazione e ha creato uno spazio in grado di ospitare forum, sessioni
di formazione sulla pace e incontri tra gruppi di base.
Amani People’s Theatre, una
compagnia di giovani attori che lavorano per una cultura di pace utilizzando
il teatro per la mediazione di conflitti, con performance e rappresentazioni
nei campi profughi del Kenya e nelle comunità di base.
Geremia School, , una scuola di
informatica che fornisce una formazione professionale di qualità, nell’ottica
di contribuire a colmare il digital divide Nord/Sud.
Ndugu Mdogo, (Piccolo Fratello),
un progetto dotato di tre strutture: un centro che accoglie in forma residenziale
40 bambini; un centro diurno di prima accoglienza con un pasto caldo, cure
mediche, scuola e affetto; un istituto di formazione per educatori professionali.
Volete
farvi un’idea di come gira il mondo, ma per davvero? Provate a studiare
tutte le questioni inerenti al cotone, dalla coltivazione alle magliette,
non solo fino al momento del vostro acquisto su una bancarella o all’ipermercato,
ma anche dopo, quando ve ne sarete disfatti perché non più alla
moda, o rimpicciolita. O semplicemente perché ve ne siete stufati.
Se siete così “umani” da donarla “ai poveri”,
ecco che la t-shirt - ma anche un altro indumento – comincerà
un nuovo viaggio e una nuova, lunga vita.
Due strumenti ci aiutano a saperne e capirne di più: il libro dell’economista,
docente alla Georgetown University, che ha strappato numerosi riconoscimenti
dedicati all’editoria “business” (ma il libro è tutt’altro
che arido), e l’efficace documentario che insegue la maglietta da calciatore
con il mitico numero 10, “abbandonata” da un bambino di Amburgo,
fino alla sua destinazione finale, sulle spalle di un suo coetaneo in Tanzania.
Com’è facile intuire, l’argomento è appassionante.
Pietra Rivoli I viaggi di un T-shirt nell’economia
globale – Apogeo – pp. 288 – euro 15,00
Raffaele Brunetti Mitumba. The Second Hand Road
– B&B Film (www.bbfilm.tv) – dvd 52
Amani, che in kiswahili vuol dire “pace”,
è un’associazione laica e una Organizzazione non governativa
riconosciuta dal Ministero degli Affari Esteri.
Amani si impegna particolarmente a favore delle popolazioni africane seguendo
queste due regole fondamentali:
1. Curare lo sviluppo di un numero ristretto di progetti, in modo da poter
mantenere la sua azione su base prevalentemente volontaria per contenere i
costi a carico dei donatori;
2. Privilegiare l’affidamento e la gestione di ogni progetto e di ogni
iniziativa sul territorio africano a persone qualificate del luogo. Molti
degli interventi di Amani, infatti, sono stati direttamente ispirati dalla
comunità di Koinonia (www.koinoniakenya.org).
Come contattarci
Amani Onlus – Ong (Organizzazione non lucrativa
di utilità sociale e Organizzazione non governativa)
Sede legale e amministrativa:
via Gonin, 8 – 20147 Milano – Italy
Tel. 02 4121011 – Fax 02 48302707
Sede operativa:
via Tortona, 86 – 20144 Milano – Italy
Tel. 02 48951149 – Fax 02 45495237
amani@amaniforafrica.org
www.amaniforafrica.org
Come aiutarci
Basta versare una somma sul c/c postale n. 37799202
intestato ad Amani Onlus-Ong – via Gonin 8 – 20147 Milano, o sul
c/c bancario n. 000000503010 Banca Popolare Etica ABI 05018 - CAB 01600- CIN
F - EU IBAN IT91 F050 1801 6000 0000 0503 010
Nel caso dell'adozione a distanza è necessario
versare 30 euro mensilmente almeno per un anno.
Ricordiamo inoltre di scrivere scrivere sempre la causale del versamento e
il vostro indirizzo completo.
Le offerte ad Amani sono
deducibili
I benefici fiscali per erogazioni a favore di Amani possono essere conseguiti
con le seguenti possibilità:
1. Deducibilità ai sensi della legge 80/2005 dell’importo delle
donazioni (solo per quelle effettuate successivamente al 16.03.2005) con un
massimo di 70.000 euro oppure del 10% del reddito imponibile fino ad un massimo
di 70.000 euro sia per le imprese che per le persone fisiche. in alternativa:
2. Deducibilità ai sensi del DPR 917/86 a favore di ONG per donazioni
destinate a Paesi in via di Sviluppo. Deduzione nella misura massima del 2%
del reddito imponibile sia per le imprese che per le persone fisiche.
3. Detraibilità ai sensi del D.Lgs. 460/97 per erogazioni liberali
a favore di ONLUS, nella misura del 19% per un importo non superiore a euro
2.065,83 per le persone fisiche; per le imprese per un importo massimo di
euro 2.065,83 o del 2% del reddito di impresa dichiarato.
Ai fini della dichiarazione fiscale è necessario scrivere sempre ONLUS
o ONG dopo AMANI nell'intestazione e conservare:
- per i versamenti con bollettino postale: ricevuta di versamento;
- per i bonifici o assegni bancari: estratto conto della banca ed eventuali
note contabili.
Iscriviti ad Amaninews
Amaninews è un servizio di informazione e approfondimento
di Amani: tiene informati gli iscritti sulle nostre iniziative, diffonde i
nostri comunicati stampa rende pubbliche le nostre attività.
Per iscriverti ad Amaninews invia un messaggio a:
amaninews-subscribe@yahoogroups.com
Porta il tuo cuore in Africa AMANI
Editore:
Associazione Amani Onlus-Ong, via Gonin 8, 20147 Milano
Direttore
responsabile: Daniele Parolini
Coordinatore: Pier
Maria Mazzola
Progetto grafico e impaginazione: Ergonarte,
Milano
Stampato presso: Grafiche Riga srl, via Repubblica
9, 23841 Annone Brianza (LC)
Registrazione presso la Cancelleria del Tribunale
Civile e Penale di Milano n. 596 in data 22.10.2001
L’autunno scorso ho partecipato a un progetto di
“African Culture” coordinato da Karibu Afrika e Africa Peace Point
nel centro di accoglienza “Ndugu Mdogo” (Piccolo Fratello) di
Kibera. È stata un’esperienza bellissima che mi ha visto prendere
parte, assieme alla mia compagna di viaggio Federica, a tutte le attività
che quotidianamente venivano organizzate dagli educatori Robert e Boniface.
Dall’educazione informale all’organizzazione dei giochi di gruppo,
preparazione del pranzo e chiacchierate con i ragazzi, il tutto immerso in
un clima di amicizia, colore ed entusiasmo.
Abbiamo potuto constatare che il calcio e la musica si sono rivelati tra i
più efficaci strumenti d’aggregazione. Abbiamo allora coinvolto
i ragazzi nella stesura di una canzone che fosse “la loro” canzone:
un armonica contenitore delle loro emozioni e pensieri.
E così che nasce Watoto wetu (I nostri bambini), una melodia
allegra e orecchiabile e un testo che include sia momenti di gioia spensieratezza
sia, anche, stati d’animo di paura e sconforto, da affrontare con tenacia,
fede e speranza.
Ritornate in Italia, i nostri piccoli amici ci hanno fatto il più bel
regalo di Natale: la sera della vigilia è andato in onda sulla rete
nazionale un dossier sugli slum di Nairobi durante il quale loro canticchiavano
proprio… Watoto wetu!
Ho registrato la canzone, chi fosse interessato anche solo ad ascoltarla online
mi può inviare una mail:biodinamica1@tiscali.it.
Lo scopo è quello di raccogliere fondi attraverso la vendita e l’utilizzo
del singolo, e dalla retribuzione dei diritti d’autore, da devolvere
poi al centro “Piccolo Fratello”. Nella speranza di tornare a
breve a Nairobi, e di completare la registrazione direttamente con le voci
dei bimbi.
Francesca Conti, è un’amica
e sostenitrice di Amani di Padova