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"Amani"
anno VII, n. 2, Maggio 2007 - scarica
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“Se io amo l’Africa è perché…”.
“Mia Alfa. Mia Omega”.
“Gli anziani qui sono visti come i più degni”.
“Non vorrei essere altro che africana”.
In una piccola rassegna, i perché
di chi tiene il suo cuore in Africa. Aggiungi il tuo…
Sommario
Custodi del creato
di Renato Kizito Sesana
Quando
il debito è una chance
di Fabrizio Floris
Compito
a casa
a cura di Diego Marani
Ma il vero Forum
a
cura della redazione
News from Africa
in
Breve
Il ritorno di Sharon
di Grazia Orsolato
La vita a colori
di
Marco Colombaioni
La “scelta”
di Renato Kizito Sesana
Qui si studia, si lavora, ci si cura. Si cresce
dal
Rapporto annuale del Mthunzi Centre
Antimalarico
senza brevetto
Adozioni a distanza
Perché
tutti insieme
Il 23 gennaio 2007 la viceministra degli esteri Patrizia Sentinelli
ha siglato con il ministro delle finanze del Kenya un protocollo per rendere
esecutivo un accordo di riconversione del debito estero keniano, per circa
45 milioni di euro. Le risorse liberate andranno a finanziare iniziative sociali
di lotta alla povertà rurale e urbana. Per monitorare l’utilizzo
dei fondi è stato creato un Comitato di direzione composto dalle istituzioni
dei due paesi.
“Con questo accordo il governo italiano vuole marcare un nuovo approccio
all’Africa”, ha dichiarato Sentinelli. “Perciò ho
condiviso fin dal mio insediamento le proposto di WNairobiW e siamo impegnati
a sostenere l’attuazione”.
WnairobiW è una campagna nata nel 2004 per fronteggiare un piano del
governo del Kenya che minacciava lo sgombero forzato di più di 300.000
persone dagli slum della capitale. A seguito del blocco delle demolizioni
la campagna si è rilanciata in chiave propositiva, per ottenere la
conversione del debito nel miglioramento delle condizioni di vita delle baraccopoli.
Al momento la campagna è ferma su due aspetti ritenuti fondamentali
per una risanamento delle baraccopoli:
- la proprietà della terra negli slum da riurbanizzare deve essere
riconosciuta alla comunità che li abitano (con un certificato di proprietà
comunitario);
- deve essere garantito il coinvolgimento della società civile keniana
attraverso un chiaro, formale ed efficace meccanismo di partecipazione all’intero
processo: non solo in sede di consultazione, ma anche nell’ambito decisionale.
La fermezza su questi punti si fonda sulle esperienze di risanamento urbano
in altre parti del mondo. si è visto che la concessione di una proprietà
privata individuale favorisce solo la speculazione: la popolazione degli slum
è così povera che accetta qualsiasi proposta di acquisto perché
non ha mai visto 200 euro di una volta, e avviene così che le zone
risanate ritornano in mano ai grossi proprietari nell’arco di pochi
anni.
La campagna non è alla “ricerca di soldi”, ma l’idea
è di utilizzare i soldi della conversione in chiave politica per convincere
il governo keniano a concedere il possesso della terra agli abitanti di una
baraccopoli o due. diversamente, ogni azione rischia di assumere un carattere
ambivalente: ad esempio asfaltare una strada può sembrare in sé
un’opera positiva, ma, se la proprietà della terra non è
degli abitanti, il rischio è che i proprietari aumentino gli affitti
perché la zona è migliorata, e così gli affittuari siano
costretti ad andarsene.
WNairobiW cerca di essere lievito che fermenta le istituzioni: senza romanticismi,
eroismi illusioni, ma attraverso lo sforzo quotidiano, riunioni, chilometriche
di strada, notti sui treni, porte in faccia e trattative politiche. Tutto
questo perché nella città dalle fresche acque, enkare nairobi,
ci sia vita per tutti. Non sarà facile, ma come dicono negli slum,
pamoja tunaweza: insieme si può.
Fabrizio Floris insegna Antropologia economica e Sociologica. È autore di Eccessi di città e membro del coordinamento della campagna WNairobiW.
Durante uno dei miei primi anni in Zambia,
andai a visitare un amico in una missione al confine con la Rhodesia, oggi
Zimbabwe. La Rhodesia era lacerata da una guerra di liberazione e la zona
di confine era considerata pericolosa. Lasciai l’amico nella tarda mattinata,
contando di rientrare a Lusaka in tre ore. Dopo pochi chilometri, l’attrazione
della valle dello Zambesi, sconfinata e verdissima, divenne troppo forte,
e sterzai verso sud.
Mi ritrovai in quello che non era ufficialmente un parco naturale, ma che
la guerriglia aveva mantenuto isolato. Girai per un paio d’ore, incontrando
eleganti giraffe, scimmie e gazzelle di tutti i tipi. Poi, quando mi misi
a cercare la pista per tornare a Lusaka, non riuscii più a identificare
le tracce del mio passaggio precedente. Orientarsi era facile, perché
lo Zambesi continuava a scorrere da occidente a oriente, come ha fatto per
millenni, e il sole era ben visibile, ma ogni volta che prendevo una pista
che risaliva la valle verso nord, a un certo punto diventava impraticabile…
Ero perso. Il sole scendeva. Spensi il motore e uscii, imponendomi di restare
calmo.
Perso? Il silenzio e la bellezza del posto mi fecero dimenticare tutto. Ovunque
guardassi, la natura dispiegava una ricchezza di vita che mi toccava nel profondo,
mi faceva sentire parte di una vita più grande. Ognuna delle migliaia
di creatura che mi stavano intorno aveva una vita con la quale partecipava
alla gloria del cosmo. Perso? No, mi ero ritrovato, ero in contatto con me
stesso e con la vita intorno a me, avevo ritrovato il mio posto nell’armonia
della natura. Restai incantato, colpito da uno di quei momenti di poesia che
ogni tanto fanno irruzione nella vita. Dopo parecchio tempo, mi rimisi alla
giuda, e l’auto sembrò ritrovare da sola la strada giusta.
Ancora oggi quel momento di contemplazione mi si ripresenta con forza quando
mi trovo di fronte alla bellezza di questo continente. Nei deserti del nord-est
del Kenya, nelle paludi del Sudan, nella savana zambiana, sulla costa dell’Oceano
Indiano, da solo o immerso tra persone eredi di una sapienza che permette
loro di vivere in armonia con un ambiente a volte estremamente severo, mi
sono trovato a riflettere sul dovere che abbiamo di conservare tanta ricchezza
di vita.
Per l’Africa, dove la gente dipende dalle risorse ambientali più
che in ogni altro continente, la vulnerabilità di ecosistemi come le
paludi in cui vivono i dirka del Sudan, o delle zone aride e semiaride in
cui vivono i turkana del Kenya, è la vulnerabilità stessa dei
dinka e dei turkana. Un cambiamento anche minimo, ma rapido, dell’ecosistema,
può avere conseguenze catastrofiche, perché non ci sono possibilità
di sopravvivenza alternative a quelle elaborate nel corso dei secoli.
Fino a un passato recente i tentativi di salvare la biodiversità africana
sono stati sporadici e applicati per razioni e con metodi esterni agli interessi
africani. Era sempre una faccenda di europei. Solo da pochi anni ci si è
accorti che, per essere sostenibili, questi programmi devono coinvolgere le
persone locali, non solo come manovalanza generica ma anche nei benefici che
ne possono a loro derivare. E si è cominciato a capire che la tradizione
sapeva come rispettare la biodiversità.
Come cristiani, abbiamo un’ulteriore riflessione da fare. Non possiamo
eludere il problema dello squilibrio fra risorse e popolazione. Pur senza
cadere in allarmismi malthusiani dobbiamo tener conto del fatto che se tutte
le persone oggi viventi avessero lo stile di vita dei nordamericani, avremmo
bisogno di cinque pianeti Terra. Lo squilibrio fra popolazione e risorse è
aggravato dalla corsa a un benessere che non mette limiti al consumo, e fra
le risorse la più importante non è il petrolio ma la qualità
dell’aria e dell’acqua, l’ambiente e la biodiversità.
In sintesi, il conflitto è fra poca terra e tanti uomini. Lo vediamo
ai confini dei parchi naturali del Kenya, dove la crescente popolazione umana
entra in conflitto con le necessità degli animali. I grandi migratori
come gli zebù si scontrano coni contadini che tendono ad espandere
le coltivazioni. I grandi predatori come i leoni attaccano le mandrie dei
maasai. E gli elefanti trovano comodo pascolare sui campi di arachidi…
Jared Diamond, nel suo libro, Collasso (Einaudi 2006), sostiene che
fra le cause che provocarono la scomparsa di alcune civiltà del passato
c’è lo stress cui la crescita della popolazione sottopose l’ambiente.
E che il genocidio del Ruanda ebbe fra le ragioni principali una disperata
competizione per il territorio coltivabile. È un rischio che oggi corriamo
a livello mondiale.
La chiesa è spesso accusata di aver promosso, condannato i contraccettivi,
l’esplosione demografica. In questi termini è un’accusa
semplicistica, ma dobbiamo ammettere che il rapporto tra umanità e
ambiente non è tra i problemi che hanno attratto maggiormente l’attenzione
del magistero e dei teologi. Forse è venuto il momento di approfondire
il concetto di paternità responsabile, mettendolo in relazione al creato
nella sua varietà e complessità.
Negli untimi decenni i credenti hanno risposto, con la riflessione e con l’azione,
alle minacce della fame, della guerra, delle ingiustizie. Ora la chiesa è
sfidata a dare una risposta, a formare una coscienza ed una spiritualità,
anche sul rapporto tra uomo, ambiente e biodiversità.
Renato
Kizito Sesana,giornalista e padre comboniano, è socio
fondatore di Amani. È stato direttore del mensile Nigrizia,
titolare per quattro anni di una rubrica sul Sunday Nation, fondatore
di New People e ha dato vita a News from Africa, agenzia
di stampa di “africani che raccontano l’Africa”. Continua
un’intensa attività pubblicistica con varie testate italiane
e non. Vive a Nairobi, in Kenya, presso il Centro Kivuli. È inoltre
fondatore e direttore di Radio Waumini, emittente cattolica voluta dalla Conferenza
episcopale keniana.
Dal 1995 si reca regolarmente tra i Nuba del Sudan realizzando con loro progetti
di aiuto alle popolazioni locali.
A
Nairobi i bambini di strada sono migliaia e migliaia, purtroppo non si possono
prendere tutti nelle case come la nuova struttura di Ndugu Mdogo (Piccolo
Fratello). E questa è veramente una sofferenza: dover rifiutare a qualcuno
la possibilità di essere reintegrato e di crescere come una persona,
di svilupparsi veramente come bambino che riceve l’amore cui ha diritto.
Fare una scelta è sempre drammatico. Il primo criterio di selezione
è di tipo direi… evangelico. È il “caso”.
“Ama il prossimo tuo”. E il prossimo è quello che la mia
storia mi ha messo di fianco. Quello che magari quando cammino per Kebera
è il primo che incontro o il primo che ha il coraggio di parlarmi.
C’è dunque una notevole dimensione di “caso”, in
chi mi sono ritrovato ad avere come mio prossimo.
Il secondo criterio, seppur molto vago, è il bambino che ha disperatamente
bisogno di aiuto, il bambino che non ha assolutamente nessuno. Chi una famiglia
ce l’ha, chi ha qualcuno che lo potrebbe aiutare, noi cerchiamo di convincerlo
a ritornare a casa, magari dando un piccolo aiuto ma risolvendo il suo problema
nel modo più economico possibile, senza farcene carico completamente.
Un altro criterio è quello della risposta del bambino: è disponibile
a entrare in una comunità? Per alcuni è molto difficile, scelgono
di rimanere sulla strada anche se gli si propone una casa: la strada dà
una grande illusione di libertà. Lì ognuno fa quello che vuole
e a volte ciò diventa una droga che lo tiene lontano dalla possibilità
di farsi notare.
Un ultimo criterio è quello del bambino più piccolo, il più
giovane. Se c’è da operare una scelta, è più facile
recuperare, e certamente ha più bisogno, un bambino di cinque anni
che è sulla strada, che non uno di quindici.
Noi speriamo che i ragazzini che stiamo contattando rispondano a questi criteri,
e di essere in grado di accoglierli tutti.
Renato Kizito Sesana
Perché
amo l’Africa? Ecco un tema da proporre anche sui banchi delle scuole
italiane. Sia perché in molte classi gli africani ormai non mancano,
sia perché gli italiani nati in Italia scoprirebbero che c’è
un’Africa da amare, appunto, e non solo da temere o da aiutare. “Perché
amo il mio paese?” sta scritto sulla lavagna di una scuola nelle scene
iniziali di Ezra, il film del nigeriano Newton Aduaka, che ha vinto quest’anno
il Festival di Ougadougou, Burkina Faso.
Villaggio,
dolce villaggio. “In Africa ci prendiamo cura gli uni degli altri.
Quando nasce un bambino, tutto il villaggio si rallegra, perché il
bambino appartiene all’intero villaggio e ogni abitante del villaggio
si assume la responsabilità di prendersi cura del piccolo. Allo stesso
modo, quando una persona è ammalata, l’intero villaggio è
in pena”. Nfor Emmanuel Nfor, ancora dal Camerum.
I
bambini e gli anziani. “Sono cresciuto in una società in
cui ogni bambino ha sviluppato un atteggiamento positivo verso i genitori
e gli altri membri della comunità. Le persone anziane sono viste come
le più degne perché portano la pace nelle situazioni di conflitto”.
Andrea Nicodemo, Eritrea.
Politicamente
scorretto. “Mica si piò dire “non amo l’Africa”.
Suona politicamente scorretto. Beh, se io amo l’Africa non è
certo per la competenza politica dei leader africani. Né per la loro
onestà. Né per la loro insaziabile fame di potere. Né
per la brutalità con cui trattano i cittadini. No, io amo l’Africa
per gli africani, che soffrono da troppo tempo. eppure non perdono mai la
speranza che un giorno le cose andranno meglio. Amo l’Africa perché
gli africani dimenticano molto in fretta i problemi: senza questa capacità
avrebbero trasformato il continente in un centro di malattie mentali in grande
scala”. Teferra Beyero, Etiopia.
I
miei amici artisti che vivono a Nairobi si chiamano Moses, Vincent e Lionel.
Lionel Njukuna è timido ed errabondo, sempre in cerca di gessetti e
colori ad olio, un vero pittore!
Ha sempre con sé delle tele fantastiche, pronto a venderle a noi visitatori.
I suoi quadri illustrano scene di vita quotidiana, dominati da soggetti dai
colori squillanti. Vi figurano spesso animali umanizzati, o umani animalizzati,
sorridenti e danzanti.
Un quadro di Lionel si riconosce perché spesso vi sono inserite forme
concentriche, e gli occhi hanno sempre un taglio particolare, semplice ovaliformi:
arcaici, vispi e attenti a tutto ciò che intorno succede. Vincent Omourunga
Masinde possiede duna voce profonda. È molto alto, ha gli occhi sempre
rossi. Lavora in uno shop dove vende souvenir, vede tante ragazze e, credo,
piace. Ora mi diceva che da un punto di vista artistico sta bene ed è
felice perché con questa assunzione può dipingere con più
libertà, quando vuole e quel che vuole. Se il salario non gli basta,
come faceva un tempo si rimette a dipingere per i turisti, ma fortunatamente
ora può instaurare un rapporto più libero con la pittura, fatto
fondamentale per un’artista. Nell’ultimo nostro incontro mi ha
regalato un biglietto d’auguri da lui disegnato, raffigurante tre maasai
vestiti di rosso, in salto, da dare a una ragazza che entrambi conoscevamo.
E poi, eccomi recapitare un giorno, a casa, una piccola tela. Vincent tramite
amici in comune me l’ha fatta arrivare a Milano.
Caro Moses Wanjuki, ora racconto una tua storia che ami ripetere… “C’è
un albero con un ramo che si sente il più bravo e il più bello
di tutti, perché crede di ricevere solo lui la pioggia che lo innaffia,
il sole che lo illumina e l’aria che lo rinfresca… Le sue foglie
naturalmente sono le più belle! Non immagina che l’altro ramo,
quello là, diverso, lontano – quello brutto – riceve la
sua stessa identica aria, prende lo stesso sole, è bagnato dalla stessa
pioggia e soprattutto, condivide le sue stesse ed uniche radici. “Pensavo
fossi indietro, ti immaginavo povero e perciò non capace. Ti immaginavo
sbagliato…”, confessò il ramo vanitoso quando cominciò
a pensare insieme a suo fratello”.
La pittura e l’arte parlano con il loro linguaggio: a noi l’onore
e l’onere di ascoltare, di guardare e di lasciarci trasportare.
Fortunatamente l’arte non ha barriere, ha piuttosto influenze e artisti
che si lasciano influenzare! Quello che so, è che fra gli amici che
ho avuto la fortuna di conoscere in questi anni in Kenya, c’è
molta voglia di f a re, di essere, di conoscere; c’è nelle loro
opere molta bravura, esperienza, un attento spirito di osservazione, di consapevolezza…
C’è una componente astratto-fantasiosa che fa trasferire dalle
loro opere una vitalità intensa, espressa con totale libertà,
mediante l’uso dei colori sempre vivi, accesi, irradianti, sgargianti…
e senza mai nemmeno un tocco di nero!
Marco Colombaioni,
volontario di Amani, è laureando all’Accademia di Brera
Nestlé addio
Qualcuno ha voluto opporsi e combattere la battaglia contro
l’avida Nestlé non con il boicottaggio ma con le armi della potentissima
multinazionale: la concorrenza. Con tre prodotti locali, siamo nel Burkina
Faso, e cioè miglio, soia e arachide, dei pediatri francesi hanno creato
un sostituto al latte in polvere per bebè, orgoglio della Nestlé.
Ha lo stesso valore nutritivo, secondo le norme dell’Organizzazione
mondiale della Sanità, ma ha un costo tre-quattro volte inferiore.
Attualmente è nel Mali il centro degli impianti: sono diciotto, con
oltre trecento lavoratrici. Il coordinatore è un maliano che da 14
anni segue il protetto Misola, latte in polvere africano per gli africani,
preparato dagli africani.
Zanzibar amico dell’ambiente
Il sacchetto di plastica è un protagonista della nostra
vita quotidiana ma è soprattutto una delle fonti dell’inquinamento
globale. L’Africa ne soffre più di altri continenti, dato che
lo smaltimento è più arduo per carenza di impianti. È
quindi naturale che il governo dell’isola di Zanzibar abbia vietato
produzione e importazione degli “immortali” shopper. Zanzibar
fa parte della Tanzania e il turismo è una delle sua maggiori fonti
di reddito: non può rovinare l’ambiente.
Gli imprenditori locali della plastica però hanno elevato violente
proteste lamentando danni enormi. Speriamo per tutti che il progetto italiano
di un sacchetto biodegradabile, presentato alla Ue in marzo, risolva il problema
decretando anche la fine degli shopper. Finalmente.
Intramontabile Gheddafi
Gheddafi fa sempre notizia. È indiscutibile, anche
se poi si possono discutere all’infinito le posizioni che assume. Il
colonnello libico, visto che i petrolieri del Golfo arabico hanno tutti almeno
una televisione, si è fatto la sua personale tirando fuori, per ora,
20 milioni di dollari. Ha sede al Cairo, sarà “arabo-progressista”
e si opporrà a quelle “conservatrici e islamiste”.
Il Gheddati vecchia maniera è invece riapparso ad Abuja (Nigeria) per
il summit Africa-Sud America. Aveva 200 guardie del corpo, tutte armate. È
dovuto intervenire il presidente nigeriano Olusegun Obasanjo, che dopo quattro
ore di accese discussioni gliene ha concesse otto. Muammar Gheddafi minacciava
di fare a piedi i 30 chilometri dall’aeroporto ad Abuja. Con tutte le
200 guardie, naturalmente.
Per quanto semplice e con una foliazione
minima, anche Amani per arrivare nella cassetta delle lettere deve
attraversare fasi diverse – una di queste è il confezionamento
– e passare per molte mani – in questo caso quelle dei ragazzi
della “Cooperativa Insieme”. Eccone la storia, in poche righe.
Una storia che parte nel 1979-80, quando i genitori dei ragazzi disabili che
frequentano i corsi professionali dell’associazione “La Nostra
Famiglia” di Lecco, preoccupati dell’inserimento dei loro figli
nella vita lavorativa, trovano ascolto presso il “Gruppo Amici”
e il locale Lion’s Club.
Nascerà così la Cooperativa, con dieci soci-lavoratori affiancati
da un responsabile e da un giovane dipendente; inoltre l’Avis-Aido di
Lecco assicura la presenza dei primi volontari che affiancavano i ragazzi
e i loro genitori. La necessità immediata era avere commesse di lavoro
idonee: la risposta delle ditte del lecchese è stata subito positiva.
“Insieme”, una cooperativa sociale di tipo “B”, ha
per oggetto la gestione di laboratori per la produzione e la lavorazione di
manufatti in genere. Tre sono i suoi reparti tradizionali: assemblaggio,
dove si trasformano minuterie metalliche e plastiche manualmente o con l’ausilio
di semplici macchine; legatoria-cartotecnica; copisteria.
Da qualche anno si è aggiunto un reparto dove vengono imbustate e preparata
riviste per le spedizioni postali. Tra cui, appunto, Amani.
Nella Cooperativa è di grande importanza anche l’opera dei volontari
(circa 170), che vengono coinvolti non solo nella produzione ma anche nel
rapporto relazionale con i ragazzi stessi. Si crea così un’atmosfera
che permette di lavorare e migliorare le capacità dei “nostri
ragazzi” con il giusto mix di impegno, professionalità, voglia
di imparare e allegria, che tante persone ha attirato in questi 27 anni di
vita.
Mattia Colombo
Avete
presente Terre di mezzo, il mensile che si pubblica a Milano, incentrato
sull’informazione sociale che viene venduto per strada, soprattutto
da immigrati senegalesi? Ebbene, questo “giornale di strada” è
tra i fondatori di una rete, l’International Network of Street Papers
(Insp), che sostiene circa ottanta pubblicazioni analoghe nei cinque continenti,
e che ha contribuito anche al recente lancio di The Big Issue Kenya.
A Nairobi, i venditori – che trattengono il 50% del prezzo di copertina,
che è di 100 scellini – hanno cominciato la loro attività
in occasione del WSF.
La nuova rivista è una “invenzione”, come dice Clement
Njoroge, che la dirige con Zachary Ochieng (assieme danno già vita
a New from Africa, online), di padre Kizito Sesana. È un organo
d’informazione che vuole al tempo stesso assicurare “un’attività
economica nobile a molti che non hanno lavoro. I venditori sono gente di strada
giovani disoccupati che vengono dagli slum”.
Gli argomenti sono le problematiche sociali scottanti del Kenya. Nel numero
1 si parla dei “nubiani” insediati a Kibera, come pure dei child
sex market che dilaga sulla costa attorno a Malindi, o di chi, raccoglitore
nella discarica, “ce l’ha fatta”.
“I discordi di apertura
del 7° World Social Forum si sono tenuti all’Uhuru Park. Qui l’ex
presidente dello Zambia, Kenneth Kaunda, ha fatto un significativo appello
al rispetto di tutti gli esseri umani, senza distinzione di razza, religione
e preferenza politica. Tutti rispondevano in kiswahili: “Amani…
Amani!”, che vuol dire pace”.
Così registrava Dennis Limwanya, del Mthunzi Centre,
le prime battute del Forum Sociale Mondiale tenutosi a Nairobi dal 20 al 25
gennaio, esprimendo anche, dalla sua prospettiva di africano, le “aspettative
e sfide”. “Ci sono in calendario 1.200 incontri – scriveva
Dennis mentre il Forum era in corso – su temi come il peso del debito
estero sui paesi del terzo mondo, l’Aids, la povertà, il genere,
la sicurezza, l’accesso alle tecnologie dell’informazione e i
diritti dei senzavoce. L’Africa, in particolare, è vulnerabile
alle politiche imposte dal neocolonialismo nel quadro della globalizzazione.
Su una popolazione di circa 850 milioni, solo 50 milioni nel continente sono
realmente cittadini. Gli attivisti della società civile riuniti a Nairobi
hanno l’opportunità di sfidare le politiche della globalizzazione
che sono state crudamente imposte a noi africani. Siamo stanchi di guerre,
violenza, corruzione, del problema bambini di strada – tutte miserie
causate dalle cattive politiche internazionali e dei governi locali. Auguri
al Forum Sociale Mondiale”.
Ma l’Africa, al Forum, c’era? È la domanda solo in apparenza
paradossale che si pone il professor Alberto Gromi, uno degli
amici di Amani che a Nairobi si aggirava attorno allo stadio Kasarani, epicentro
della manifestazione. “C’era di tutto (anche se quasi sempre in
posti diversi rispetto alle indicazioni del programma). Mancava l’Africa.
O meglio un pezzo di Africa c’era: i bambini del Kivuli Centre, di Ndugu
Mdogo, o le bambine di Anita’s Home, e altri che testimoniavano con
la loro presenza ciò che l’Africa sta facendo per sé.
Ma sotto i teloni che dividevano gli spazi delle gradinate delimitando le
“aule”, c’erano solo miliardi di parole. L’Africa
non c’era.
Ho visto italiani all’Uhuru Park abbracciati a grappoli di bambini di
strada (un trofeo da fotografare e da mostrare agli amici, visto che è
proibito farsi fotografare con la carabina e il piede gloriosamente calcato
sul corpo del leone appena ucciso); salvo poi meravigliarsi per il cellulare
(“da 400 euro!”) scomparso (“mi sarà caduto dalla
tasca”). L’Africa non c’era.
I masai, a soli duecento chilometri da Nairobi, ma in mezzo alla savana, non
ne sapevano nulla. Qualcuno di loro girava spaesato attorno allo stadio; le
loro donne vendevano monili… Era la sagra di paese, non il World Social
Forum.
Temi raffinatissimi affrontati da raffinatissimi oratori; parole, retorica,
auspici, sogni, il motore del Duemila, l’acqua, il cibo, l’Aids,
un altro mondo è possibile… Ma l’Africa non c’era”.
Bilancio dai toni meno sconsolati, ma sostanzialmente non dissimile, da parte
di un componente della delegazione “ufficiale” di Amani, Antonio
Spera. “L’ubriacatura è passata. E che cosa resta?
Restano le persone che sono rimaste ai margini. Quelle che avevano cose da
dire non le hanno dette. Restano i problemi. I loro affitti per case che hanno
la dignità per essere chiamate tali ma non di certo la parvenza. Restano
gli abitanti di Nairobi, e forse dell’Africa intera, che riprendono
i loro quotidiani pellegrinaggi urbani. Senza una meta di culto. Ma di necessità.
Io Forum per molti è un evento di importanza mondiale per il messaggio
che vuole trasmettere: “Un altro mondo è possibile”. E
lo penso anch’io. Ma come posso non pensare lo stesso, e già
succede, per quei luoghi che danno fisicità a questo slogan: Kivuli
Centre, Anita, Tone la Maji eil neonato Ngugu Mdogo?
In queste due settimane Kivuli ha assolto appieno alla sua funzione di rifugio.
Ha offerto una solare immagine dei nuovi bambini, circa una ventina, giunti
a colmare il vuoto di quelli che hanno terminato il percorso. Ha dato ospitalità
a tutti quegli amici di Amani che venuti a Nairobi per il grande evento hanno
evitato di cadere in contraddizione con soggiorni extralusso estranei allo
spirito e ai temi del Social Forum, oltre che ad una comprensione della vita
reale di questa città, fatta più di periferie che di un centro.
C’erano giornalisti sinceramente rapiti dall’Africa come Raffaele,
e un coerente assessore alla pace come Davide, in compagnia di Celine.
C’era chi realizzava un video per la “Campagna del Millennio”
sotto il marchio Mtv, come Gaia, Beppe e Camilla. Tutti accomunati dall’esigenza
di una prospettiva sulle “cose africane” dall’interno e
non dall’alto.
Al Kasarani, la gente ha spesso disertato i luoghi predisposti per gli incontri.
Preferiva sfidare il solo cocente, perpendicolare sui bizzarri cappelli, pur
di assistere alle dinamiche e atletiche forme di comunicazione proprie degli
africani. Balli, danze, coreografie da tutto quell’angolo d’Africa.
Con un amico osservavo sgomento la bellezza di uno spettacolo di danza etiope.
Con convinzione mi ha detto: “Sarebbe bellissimo se un messaggio di
pace e fratellanza per superare la crisi in questa regione venisse da forme
intimamente loro. Non meno nobili di una grande convegno”.
Il Forum ci regala un’immagine di avvenire per tutti i piccoli e grandi
attori del progetto di Koinonia e di Amani. Solo un progetto pensato da loro
e per loro ha permesso una presenza nutrita e partecipata alla marcia per
la pace del 20 gennaio. C’erano tutti. Ma proprio tutti. Tutti i bambini,
tutti gli educatori, tutti gli amici africani. Abbiamo per un giorno ricucito
la città da quello strappo tra la periferia, Kebera, e il centro, l’Uhuru
Park. L’abbiamo paralizzata pacificamente per 4 chilometri”. Una
marcia che idealmente continuerà, partita da qui, il 7 ottobre, diventando
una nuova Perugia-Assisi. Sotto lo slogan “Tutti i diritti umani per
tutti” e con la partecipazione, assicura la Tavola della Pace, di tanti
africani.
Bilancio dai toni meno sconsolati, ma sostanzialmente non dissimile, da parte
di un componente della delegazione “ufficiale” di Amani, Antonio
Spera. “L’ubriacatura è passata. E che cosa resta? Restano
le persone che sono rimaste ai margini. Quelle che avevano cose da dire non
le hanno dette. Restano i problemi. I loro affitti per case che hanno la dignità
per essere chiamate tali ma non di certo la parvenza. Restano gli abitanti
di Nairobi, e forse dell’Africa intera, che riprendono i loro quotidiani
pellegrinaggi urbani. Senza una meta di culto. Ma di necessità.
Io Forum per molti è un evento di importanza mondiale per il messaggio
che vuole trasmettere: “Un altro mondo è possibile”. E
lo penso anch’io. Ma come posso non pensare lo stesso, e già
succede, per quei luoghi che danno fisicità a questo slogan: Kivuli
Centre, Anita, Tone la Maji eil neonato Ngugu Mdogo?
In queste due settimane Kivuli ha assolto appieno alla sua funzione di rifugio.
Ha offerto una solare immagine dei nuovi bambini, circa una ventina, giunti
a colmare il vuoto di quelli che hanno terminato il percorso. Ha dato ospitalità
a tutti quegli amici di Amani che venuti a Nairobi per il grande evento hanno
evitato di cadere in contraddizione con soggiorni extralusso estranei allo
spirito e ai temi del Social Forum, oltre che ad una comprensione della vita
reale di questa città, fatta più di periferie che di un centro.
C’erano giornalisti sinceramente rapiti dall’Africa come Raffaele,
e un coerente assessore alla pace come Davide, in compagnia di Celine.
C’era chi realizzava un video per la “Campagna del Millennio”
sotto il marchio Mtv, come Gaia, Beppe e Camilla. Tutti accomunati dall’esigenza
di una prospettiva sulle “cose africane” dall’interno e
non dall’alto.
Al Kasarani, la gente ha spesso disertato i luoghi predisposti per gli incontri.
Preferiva sfidare il solo cocente, perpendicolare sui bizzarri cappelli, pur
di assistere alle dinamiche e atletiche forme di comunicazione proprie degli
africani. Balli, danze, coreografie da tutto quell’angolo d’Africa.
Con un amico osservavo sgomento la bellezza di uno spettacolo di danza etiope.
Con convinzione mi ha detto: “Sarebbe bellissimo se un messaggio di
pace e fratellanza per superare la crisi in questa regione venisse da forme
intimamente loro. Non meno nobili di una grande convegno”.
Il Forum ci regala un’immagine di avvenire per tutti i piccoli e grandi
attori del progetto di Koinonia e di Amani. Solo un progetto pensato da loro
e per loro ha permesso una presenza nutrita e partecipata alla marcia per
la pace del 20 gennaio. C’erano tutti. Ma proprio tutti. Tutti i bambini,
tutti gli educatori, tutti gli amici africani. Abbiamo per un giorno ricucito
la città da quello strappo tra la periferia, Kebera, e il centro, l’Uhuru
Park. L’abbiamo paralizzata pacificamente per 4 chilometri”. Una
marcia che idealmente continuerà, partita da qui, il 7 ottobre, diventando
una nuova Perugia-Assisi. Sotto lo slogan “Tutti i diritti umani per
tutti” e con la partecipazione, assicura la Tavola della Pace, di tanti
africani.
Loro ci credono. E noi?
Un altro mondo è possibile. Questo è il messaggio che girava
a Nairobi durante il Forum, a cui molte persone hanno creduto.
Io ero lì, in quanto “capitano” di No Exuse, per documentare
l’evento con Mtv (www.mtv.it/noexcuse).
Mi è stato affidato un compito dalle persone delle baraccopoli: racconta
la nostra storie, racconta nel tuo paese che la povertà esiste, e che
dobbiamo tutti collaborare e sradicare questa condizione di vita.
“Compito facile”, ho pensato. Non mi è stato chiesto di
fare grandi donazioni. Non mi è stato chiesto di dedicare la mia vita
alla causa dei poveri. Basta solo spargere la voce. Questo posso fare.
Sono tornata in Italia molto motivata. Ho fatto vedere ad amici e parenti
le mie foto, raccontando le storie di ogni persona conosciuta a Nairobi. ho
fatto vedere il documentario girato con Mtv. Ho cercato di spiegare i diversi
progetti e le statistiche che dimostrano che la povertà non è
una condizione permanente. Anzi, che basterebbe relativamente poco, se solo
ci fosse un impegno comune.
Ma questo compito è stato più difficile del previsto. In troppi
reputano la realtà come quella delle baraccopoli troppo lontane. Non
lontane dal loro interesse: credo che la maggior parte desideri sinceramente
che la povertà con tutte le sue conseguenze negative non esista più,
ma vedo nei loro sguardi una specie di rassegnazione: “Sì, ma
io che posso fare?”. Il problema sembra così grande e così
fuori dal controllo delle persone comuni, che la maggior parte sceglie di
credere che non è possibile fare nulla. Ormai i politici hanno troppi
interessi per desiderare la pace, ormai le multinazionali hanno preso il controllo
dell’economia ed è nel loro interesse che continuino ad esserci
i poveri, ormai l’uomo ha rovinato la terra…
Sarà anche vero, ma i cinici che la pensano in questo modo non hanno
visto i sorrisi del bambini di Kivuli, così diversi dallo sguardo vuoto
dei loro coetanei rimasti per strada; non hanno parlato con una donna che
vinto il Nobel per la Pace piantando alberi.
Queste persone fanno capire che a volte basta poco. Certo, il sistema che
relega i poveri in una condizione di emarginazione è complesso, ciò
non toglie che ognuno può impegnarsi un po’. Se un bambino in
più può avere sogni che vadano oltre il trovare il cibo prima
di andare a dormire; se una donna in più può sentirsi incoraggiata
ad andare avanti senza doversi prostituire; se una comunità intera
può godere di acqua potabile perché hanno protetto un piccolo
pezzo di foresta… allora qualche speranza c’è. Ma chi non
ha visto, non può capire. O forse, chi non vuole vedere non capirà
mai.
Vorrei incoraggiare chi stenta a credere che un altro mondo è possibile:
se ci crede chi vive nelle baraccopoli, circondato da miseria, come possiamo
non crederci anche noi?
Camilla Gamba
Il Parlamento dei Bambini
Nella foto: John Kimanzi, il campioncino di boxe di cui abbiamo già
parlato su questo giornale, con Caleb, un altro amico di Kivuli, durante la
sessione del Parlamento dei Ragazzi del Kenya che si è tenuta durante
il Forum Sociale. John sta leggendo il seguente appello:
1. Un altro mondo è
possibile se soltanto ci si prenderà cura dei bambini
nelle strade.
Se cioè verranno abituati a guadagnarsi i soldi con le loro abilità
e talenti, per esempio facendo palloni, lavori d’artigianato, dedicandosi
alla meccanica e allo sport.
2. Un altro mondo è
possibile anche per noi bambini se avremo cure mediche quando
siamo malati.
3. Un altro mondo è possibile
anche per i bambini se ci si prenderà cura delle loro necessità
fondamentali come l’amore, la stima e l’istruzione gratuita e
obbligatoria.
4. Un altro mondo è possibile
se i bambini vedranno i loro diritti difesi e se verrà messo il punto
finale al lavoro infantile e agli abusi sui minori.
I bambini sul litorale sono sfruttati nel peggiore dei modi dai turisti che
ne abusano sessualmente in cambio di denaro. Se
un altro mondo deve essere possibile, allora tutto questo
deve finire!
Ieri sera, dopo aver deciso con Mary e Anisia di andare a trovare Sharon a Kibera,
non mi sentivo tanto sicura e convinta di andare. Non so spiegare il perché,
ma non mi convinceva fino in fondo andare da Sharon.L'adozione proposta da Amani non è individuale, cioè
di un solo bambino, ma è rivolta all'intero progetto di Kivuli, della
Casa di Anita, di Mthunzi o delle Scuole Nuba.
In questo modo nessuno di loro correrà il rischio di rimanere escluso.
Insomma "adottare" il progetto di Amani vuol dire adottare un gruppo
di bambini, garantendo loro la possibilità di mangiare, studiare e
fare scelte costruttive per il futuro, sperimentando la sicurezza e l'affetto
di un adulto. E soprattutto adottare un intero progetto vuol dire consentirci
di non limitare l’aiuto ai bambini che vivono nel centro di Kivuli,
della Casa di Anita, del Mthunzi o che frequentano le scuole di Kerker e Kujur
Shabia, ma di estenderlo anche ad altri piccoli che chiedono aiuto, o a famiglie
in difficoltà, e di spezzare così il percorso che porta i bambini
a diventare street children o, nel caso dei bambini nuba, di garantire
loro il fondamentale diritto all’educazione.
Anche un piccolo sostegno economico permette ai genitori di continuare a far
crescere i piccoli nell’ambiente più adatto, e cioè la
famiglia di origine.
In questo modo, inoltre, rispettiamo la privacy dei bambini evitando di diffondere
informazioni troppo personali sulla storia, a volte terribile, dei nostri
piccoli ospiti. Pertanto, all'atto dell'adozione, non inviamo al sostenitore
informazioni relative ad un solo bambino, ma materiale stampato o video concernente
tutti i bambini del progetto che si è scelto di sostenere.
Una caratteristica di Amani è quella di affidare ogni progetto ed ogni
iniziativa sul territorio africano solo ed esclusivamente a persone del luogo.
Per questo i responsabili dei progetti di Amani in favore dei bambini di strada
sono keniani, zambiani e nuba.
Con l'aiuto di chi sostiene il progetto delle Adozioni a distanza, annualmente
riusciamo a coprire le spese di gestione, pagando la scuola, i vestiti, gli
alimenti e le cure mediche a tutti i bambini.
info: adozioni@amaniforafrica.org
Come aiutarci
Puoi "adottare"
i progetti realizzati da Amani con una somma di 30
euro al mese (360 euro all'anno): contribuirai
al mantenimento e la cura di tutti i ragazzi accolti da Kivuli,
dalla Casa di Anita,
dal Mthunzi
o dalle Scuole nuba.
Per effettuare un'adozione a distanza basta versare una somma sul
c/c postale n. 37799202
intestato ad
Amani Onlus - Ong
via Gonin, 8
20147 Milano
o sul
c/c bancario
n. 503010
Banca Popolare Etica
CIN G - ABI 05018 - CAB 12100
EU IBAN IT93 G050 1812 1000 000 0503
010
Ti ricordiamo di indicare, oltre il tuo nome e indirizzo, la causale del versamento
"adozione a distanza".
Ci consentirai così di poterti inviare il materiale informativo.
Era da poco uscito il precedente numero di
Amani, con la copertina dedicata alle “malattie invisibili”, quando
l’Iniziativa sui farmaci per le malattie dimenticate (Dndi)
– fondazione per la quale lavora l’autrice dell’articolo
pubblicato dal nostro giornale, Nicoletta Dentico – annunciava che era
pronto un nuovo antimalarico. L’Asaq, così si chiama (ma anche
Coarsucam), è il risultato della collaborazione della stessa Dndi,
emanazione dei Medici senza frontiere, con la multinazionale di orine francese
Sanofi-Aventis, quarto gruppo farmaceutico mondiale, che mai prima d’ora
aveva intrapreso iniziative simili.
Preparato dalla posologia semplice e dal costo irrisorio (meno di un dollaro
per un trattamento sintomatico completo; la metà, se si tratta di dosi
per un bambino), l’Asaq è stato reso possibile da una ricerca
non basata sul profitto: non è stato, infatti, brevettato. L’uovo
di colombo, dal punto di vista dell’efficacia del farmaco, è
la combinazione di due principi: l’artemisina – raccomandata dall’Organizzazione
mondiale della sanità (Oms), a preferenza del chinino, ma ancora poco
diffusa anche per i prezzi praticati – con l’amodiaquina.
Una parola va spesa anche sull’originale joint-venture che Dndi, creata
nel 2003, rappresenta: con Medici senza frontiere si sono coalizzate cinque
istituzioni, una europea – il prestidioso Institut Pasteur di Parigi
– e le altre dell’America Latina (Fundação Oswaldo
Cruz, Rio de Janeiro), Asia (Indian Council for Medical Research e Ministero
della Salute della Malaysia), Africa (Kenya Medical Research Institute). A
esse si aggiunge il “Programma speciale sulle malattie tropicali”
di Undp/Banca Mondiale/Oms. Quando la globalizzazione fa bene alla salute.
Si attende la commercializzazione del nuovo antimalarico – già
definito, e non a torto, “rivoluzionario” – probabilmente
nel corso del 2007. L’Asaq è intanto già stato sperimentato
con successo in una ventina di paesi africani. Sarà l’attesa
terapia per una malattia oggi tipicamente, anche se non esclusivamente, africana:
il paludismo si porta via tremila bambini al giorno, quasi sempre sotto i
5 anni.
Kivuli Center, un
progetto educativo nato dall’iniziativa dei giovani della comunità
di Koinonia, che a Nairobi accoglie e sostiene i bambini di strada di due
grandi baraccopoli della capitale.
Il Centro Kivuli accoglie in forma residenziale 60 bambini di strada curandone
la crescita e l’educazione, copre le spese scolastiche di altri 70 bambini
ed è aperto con vari progetti animativi a tutti i bambini del quartiere.
Kivuli è diventato un punto di riferimento per i giovani e per gli
adulti, con un progetto di microcredito, laboratori artigianali di avviamento
professionale, una biblioteca, un dispensario medico, un progetto sportivo,
un laboratorio teatrale, una sartoria, un pozzo che vende acqua a prezzi calmierati,
una scuola di lingua, una scuola di computer e uno spazio sede di varie associazioni,
aperto a momenti di dibattito e confronto per i giovani del quartiere.
Casa di Anita, una casa di accoglienza
sorta a N’Gong (piccolo centro agricolo a 20 km da Nairobi), curata
da tre famiglie keniane, inaugurata nell’agosto 1999. La Casa di Anita
accoglie 50 ex bambine di strada, alcune orfane e altre figlie di famiglie
poverissime, vittime di abusi sessuali, inserendole in una struttura familiare
e protetta, permettendo una crescita affettivamente tranquilla e sicura.
Mthunzi Centre, un progetto educativo
realizzato dalle famiglie della comunità di Koinonia di Lusaka (Zambia)
a favore dei bambini di strada. Il Centro Mthunzi, oltre ad accogliere 60
bambini di strada in forma residenziale curandone la crescita e l’educazione,
è un punto di riferimento per la popolazione locale, con il suo dispensario
medico e con i suoi laboratori di falegnameria e di sartoria per l’avviamento
professionale.
Riruta Health Project, un programma
di prevenzione e cura dell'Aids, in collaborazione con Caritas Italiana che
offre assistenza a domicilio a malati terminali e a pazienti sieropositivi
nelle periferie di Nairobi.
Due scuole primarie Due scuole
primarie sui monti Nuba che garantiscono l’educazione di base (l’equivalente
della formazione elementare e media in Italia) ai bambini della zona circostante,
in assenza di altre strutture scolastiche. Attualmente ognuna delle scuole
ha circa 600 alunni. Il progetto include anche una scuola
magistrale magistrale per selezionare e formare giovani insegnanti
nuba (circa 50 ogni anno) in modo da riattivare la rete scolastica autogestita
dalle popolazioni della zona.
News from Africa, un’agenzia
di informazione mensile prodotta da giovani scrittori e giornalisti africani,
che raccoglie notizie e articoli di approfondimento provenienti dai paesi
dell’Africa subsahariana per poi diffonderle in tutto il mondo per via
telematica e cartacea. www.newsfromafrica.org
Africa Peace Point,
organizzazione laica e apolitica che si prefigge la realizzazione di iniziative
popolari per la costruzione e la diffusione di una cultura di pace nelle comunità
africane; la sede è a Nairobi, dove APP si è dotata di un centro
di documentazione e ha creato uno spazio in grado di ospitare forum, sessioni
di formazione sulla pace e incontri tra gruppi di base.
Amani People’s Theatre, una
compagnia di giovani attori che lavorano per una cultura di pace utilizzando
il teatro per la mediazione di conflitti, con performance e rappresentazioni
nei campi profughi del Kenya e nelle comunità di base.
Geremia School, , una scuola di
informatica che fornisce una formazione professionale di qualità, nell’ottica
di contribuire a colmare il digital divide Nord/Sud.
Ndugo Mdogo, (Piccolo Fratello),
un progetto dotato di tre strutture: un centro che accoglie in forma residenziale
40 bambini; un centro diurno di prima accoglienza con un pasto caldo, cure
mediche, scuola e affetto; un istituto di formazione per educatori professionali.
Un
libro…
Baraccopoli, cioè Korogocho. Campi profughi: per
esempio Kakuma, sempre in Kenya. Periferie psichedeliche, ovvero la Torino
che nasce la sera per morire la mattina, “quando scompaiono gli indesiderabili”.
Tre tipologie di “città in eccesso” che l’autore
indaga, senza prolissità, con occhio di sociologo e sguardo fratello.
Fabrizio Floris Eccessi di città
Paulines Publication Africa – pp. 79 – euro 7,00
Disponibile presso la sede di Amani
una
rivista…
Tutto sommato non mancano, in Italia, i periodi sull’Africa,
e una nuova testata deve cercarsi una sua caratterizzazione. Afro l’ha
trovata rifuggendo l’attualità cronachistica e proponendosi sotto
forma di libro dalla grafica attenta. Grande importanza alle foto, sempre
a tutta pagina (anche doppia) e d’autore; gli articoli sono naturalmente
all’altezza, con il fiore all’occhiello, nel numero 1, di Adam
Hochschild, l’autore di Gli spettri del Congo. La rivista (www.afromagazine.it),
diretta da Annalisa Vandelli, è edita dall’associazione Africharambee,
che si occupa della quesione acqua a Ithanga, in Kenya.
Afro
pp. 100 – semestrale – abbonamento: euro 18,00
Amani, che in kiswahili vuol dire “pace”,
è un’associazione laica e una Organizzazione non governativa
riconosciuta dal Ministero degli Affari Esteri.
Amani si impegna particolarmente a favore delle popolazioni africane seguendo
queste due regole fondamentali:
1. Curare lo sviluppo di un numero ristretto di progetti, in modo da poter
mantenere la sua azione su base prevalentemente volontaria per contenere i
costi a carico dei donatori;
2. Privilegiare l’affidamento e la gestione di ogni progetto e di ogni
iniziativa sul territorio africano a persone qualificate del luogo. Molti
degli interventi di Amani, infatti, sono stati direttamente ispirati dalla
comunità di Koinonia (www.koinoniakenya.org).
Come contattarci
Amani Onlus – Ong (Organizzazione non lucrativa
di utilità sociale e Organizzazione non governativa)
Sede legale e amministrativa:
via Gonin, 8 – 20147 Milano – Italy
Tel. 02 4121011 – Fax 02 48302707
Sede operativa:
via Tortona, 86 – 20144 Milano – Italy
Tel. 02 48951149 – Fax 02 45495237
amani@amaniforafrica.org
www.amaniforafrica.org
Come aiutarci
Basta versare una somma sul c/c postale n. 37799202
intestato ad Amani Onlus-Ong – via Gonin 8 – 20147 Milano,
o sul c/c bancario n. 000000503010 Banca Popolare Etica ABI 05018 - CAB 01600- CIN F - EU IBAN IT91 F050 1801 6000 0000 0503 010
Nel caso dell'adozione a distanza è necessario versare 30 euro mensilmente
almeno per un anno.
Ricordiamo inoltre di scrivere scrivere sempre la causale del versamento e
il vostro indirizzo completo.
Le offerte ad Amani sono
deducibili
I benefici fiscali per erogazioni a favore di Amani possono essere conseguiti
con le seguenti possibilità:
1. Deducibilità ai sensi della legge 80/2005 dell’importo delle
donazioni (solo per quelle effettuate successivamente al 16.03.2005) con un
massimo di 70.000 euro oppure del 10% del reddito imponibile fino ad un massimo
di 70.000 euro sia per le imprese che per le persone fisiche. in alternativa:
2. Deducibilità ai sensi del DPR 917/86 a favore di ONG per donazioni
destinate a Paesi in via di Sviluppo. Deduzione nella misura massima del 2%
del reddito imponibile sia per le imprese che per le persone fisiche.
3. Detraibilità ai sensi del D.Lgs. 460/97 per erogazioni liberali
a favore di ONLUS, nella misura del 19% per un importo non superiore a euro
2.065,83 per le persone fisiche; per le imprese per un importo massimo di
euro 2.065,83 o del 2% del reddito di impresa dichiarato.
Ai fini della dichiarazione fiscale è necessario scrivere sempre ONLUS
o ONG dopo AMANI nell'intestazione e conservare:
- per i versamenti con bollettino postale: ricevuta di versamento;
- per i bonifici o assegni bancari: estratto conto della banca ed eventuali
note contabili.
Iscriviti ad Amaninews
Amaninews è un servizio di informazione e approfondimento
di Amani: tiene informati gli iscritti sulle nostre iniziative, diffonde i
nostri comunicati stampa rende pubbliche le nostre attività.
Per iscriverti ad Amaninews invia un messaggio a:
amaninews-subscribe@yahoogroups.com
Porta il tuo cuore in Africa AMANI
Editore:
Associazione Amani Onlus-Ong, via Gonin 8, 20147 Milano
Direttore
responsabile: Daniele Parolini
Coordinatore: Pier
Maria Mazzola
Progetto grafico e impaginazione: Ergonarte,
Milano
Stampato presso: Grafiche Riga srl, via Repubblica
9, 23841 Annone Brianza (LC)
Registrazione presso la Cancelleria del Tribunale
Civile e Penale di Milano n. 596 in data 22.10.2001
Dal momento che la scuola può ospitare un maggior numero di allievi,
abbiamo deciso di coinvolgere le chiese nei dintorni del Mthunzi Centre per
darci supporto, chiedendo ai parroci di incoraggiare sia gli uomini che le
donne delle loro comunità ad approfittare del servizio che il Centro
offre.
Tra le attività portate avanti dalla sartoria c’è
la realizzazione delle uniformi scolastiche per i bambini del Mthunzi, ma,
vista la buona riuscita di questo lavoro, ci aspettiamo a breve delle richieste
anche dalle scuole esterne.
Contiamo su aumento delle iscrizioni nei prossimi mesi, così che il
nostro futuro consista in un effettivo progresso.
Al momento la nostra scuola di falegnameria accoglie 12 studenti,
tra i quali una ragazza, che frequentano con regolarità le lezioni.
Il corso è iniziato con la parte teorica: conoscenza degli strumenti
e degli attrezzi. Subito dopo abbiamo intrapreso un approccio alle situazioni
che più comunemente si riscontrano nel lavoro di falegnameria.
C’è grande partecipazione fa parte dei giovani, che sembrano
davvero ansiosi di imparare. All’inizio dell’anno abbiamo continuato
con attività più pratiche, in modo di acquisire maggiore conoscenza
dei materiali e maggior dimestichezza con gli strumenti del mestiere.
Per quanto riguarda gli attrezzi, al momento avremo bisogno di sostituirne
alcuni, come scalpelli, seghe e traforo, poiché quelli che abbiamo
sono pochi e ormai usurati.
Il corso prevede anche una serie di attività extrascolastiche che gli
allievi devono seguire perché si responsabilizzino a apprendere a vivere
in comunità: a fine febbraio hanno iniziato a partecipare alle attività
sportive che si svolgono ogni giovedì, e hanno incominciato un’attività
di tipo sociale, che al venerdì prevede la pulizia di un’area
del Centro o di una zona circostante.
La clinica di Koinonia sta continuando a prestare cure e
servizi di prevenzione alla comunità circostante, assicurando ai pazienti
un adeguato trattamento a seconda della diagnosi, somministrando ai bambini
più piccoli le vaccinazioni di base e organizzando presso il consultorio
dei colloqui di informazione con le madri.
Dal 30 dicembre 2006 al 30 gennaio 2007 la clinica ha curato 294 pazienti
(tra cui 51 studenti del Mthunzi, un allievo di carpenteria e 35 bambini sotto
i cinque anni).
La malattia più diffusa è la malaria; seguono patologie dell’apparato
respiratorio. Tredici donne hanno frequentato la clinica prima del parto,
mentre altre 191 hanno monitorato la crescita dei figli, e grazie ai colloqui
periodici sono state informate dei sintomi e della prevenzione al colera.
I risultati sono ottimi, ma la clinica fatica a portare avanti l’attività
di cura e consultorio, a causa dell’esiguo numero dello staff locale.