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"Amani"
anno V, n. 1, marzo 2005 - scarica
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Occhio all’Africa
I media alimentano il nostro banale immaginario dell’Africa.
In che modo lo fanno?
Il cinema africano ci propone in altro sguardo
Sommario
Sudan,
la pace perplessa
di Renato Kizito Sesana
Figli
di Laura Mezzanotte
“Noi
siamo così”
di Maria Silvia Bazzoli
Specchi deformanti
di
Jean-Léonard Touadi
News from Africa
In
Breve
Chi
aiuta chi
di
Alessandro Galimberti
Staffetta contadina
di
Daniele Parolini
È
l’African Children Day, bellezza!
di
Gianluca Sebastiani
Aids, non solo soccorso
di
Maria Chiara Cremona
A casa stavo male, in strada peggio
di
Chiara Michelon
Adozioni a distanza
Perché
tutti insieme
Figli
Di Laura Mezzanotte
Due
nomi altisonanti del potere europeo degli ultimi decenni. Jean-Christophe
Mitterrand, figlio dell’ultimo re di Francia, e Mark That-cher, rampollo
scapestrato della donna che è stata la più potente d’Europa
dopo Caterina di Russia.
Sono figli beccati con le mani nella marmellata in due storie africane recenti.
Il primo è stato implicato in Francia nel cosiddetto Angolagate, storia
di armi, petrolio e corruzione nell’Angola decadente degli ultimi schizzi
di guerra. Il secondo è in mano alla giustizia sudafricana
– con tutte le comodità degli arresti domiciliari nella sua grande
farm fuori Città del Capo – perché da qualche mese è
implicato in un tentato golpe in Guinea Equatoriale. Le loro storie parlano
di affarismi, sottoboschi internazionali, legami ambigui e scadente senso
della Storia. Faccendieri, si direbbe se fossero italiani. E dunque due figli
degeneri? Che tradiscono le grandi visioni dei loro genitori? I rispettivi
padre e madre avevano, nei confronti dell’Africa, atteggiamenti solo
apparentemente opposti, in verità accomunati da perfetta coerenza con
il passato coloniale dei loro paesi. Grande paternalismo di Mitterrand, grandi
parole di sapore socialista. Ma ferreo governo degli interessi francesi nelle
ex colonie. Senza remore anche di fronte ai vari rois nègres, definiti
"amici della Francia" nonostante le loro dittature, purché
non mettessero in discussione il "cortile" francese. La Lady di
ferro invece non aveva peli sulla lingua e non aveva scrupoli nel mostrarsi
amica dell’apartheid, con una linea che guardava esclusivamente agli
interessi inglesi, di influenza e geopolitici forse ancor più che economici.
Che cos’hanno dunque imparato Mark e Jean-Christophe?
Perdonateci la perentorietà, ma probabilmente fin da piccoli hanno
capito bene una cosa: l’Africa è terra di conquista. Uscendo
dall’interpretazione psicologica, va anche detto che da sempre Jean
Chritophe è stato l’inviato di suo padre nel ministero delle
colonie, che per decenni è stato in mano alle stesse persone. Un gruppo
di potere consolidato, con fortissimi intrecci nel mondo petrolifero dove
per tanto tempo ha regnato il sanguigno corso, Charles Pasqua.
Che succederà ai due rampolli?
A Jean-Christophe, probabilmente nulla. La giustizia francese non è
riuscita ad arrivare al cuore del sistema.
Mark Thatcher una condanna, sulla carta, l’ha presa, ma di fatto è
libero cittadino. Il pasticcio del tentato golpe è stato veramente
grande. Nelle sue modalità pareva di vedere un film degli anni Cinquanta
o Sessanta. Mercenari, finanzieri libanesi e Mark a fare da garante politico.
Il governo inglese ha ammesso che qualcosina sapeva. Sta cercando di togliersi
elegantemente da una situazione politicamente molto imbarazzante.
Nessuno dei due signori in questione finirà, insomma, in galera. Visto
come va il mondo di questi tempi, ci pare difficile pensarlo.
Ci resta solo la speranza che i loro figli non abbiano imparato la lezione
dei nonni.
Laura Mezzanotte, è giornalista.
Collabora con Radio Svizzera e diverse testate. Ha viaggiato
soprattutto nell'Africa australe.
Ma
la minaccia più grande sono i drammatici avvenimenti del Darfur e quella
che sembra essere una incipiente ribellione dei beja, nell’Est, che potrebbe
diventare una sollevazione ancor meglio organizzata di quella del Darfur. Purtroppo
non si può fare a meno di pensare che alcune delle mani che hanno firmato
l’Accordo di Naivasha siano le stesse che armano le due ribellioni.È l’African Children
Day, bellezza!
di Gianluca Sebastiani
«Prendi,
ci sei quasi… Mancato! Dài, riprova… ecco! No, neanchequesta
volta».
Il Kenya si sveglia all’alba indaffarato come il tubo di scappamento
di una vecchia Lambretta. Ciascuno inizia il suo gran daffare, vendere riparare
spadellare. Piano piano però si prendono le misure alla giornata, che
già prima di pranzo scorre tranquilla come un diesel a regime e sembra
non promettere sorprese.
È allora che arriviamo noi, annunciati dalla voce metallica dell’altoparlante.
Oggi è la Giornata Africana dell’Infanzia. Alla Casa di Anita
c’è fermento già da un po’, tra cartelloni da imbastire
e ciclostilati da volantinare, slogan per tenere alto il nome e pièce
teatrali da rappresentare in itinere, su ogni tipo di terreno. Parlano
di genitori carenti o colpevoli, della vita di strada, di un numero imprecisato
di fratelli o sorelle dimenticati.
Varchiamo il cancello e ci mettiamo in marcia. Come serpentone è un
po’ scomposto: Patrick alla guida del pick-up dovrebbe stare in testa,
e noi dietro a piedi. Ma gli tagliamo la strada, gli entriamo dalla portiera,
sediamo sul cassone. Intanto qualcuno inizia a notare i cartelloni che sventolano
nell’aria, e tutte queste bambine con la maglietta bianca e la scritta
rossa Anita Home.
Assaliamo Ngong dalle spalle, diretti alla spianata del mercato. Per raggiungere
il mercato da questa direzione dobbiamo attraversare un piccolo slum della
cittadina. La gente è tutta per strada, non ci son dubbi. Qualche baracca
ha una specie di veranda, che fa ombra a uomini appisolati su qualche cassa,
intenti a scrutare la giornata. Nessuno sta dentro casa. C’è
una forza centrifuga che spinge fuori, tra la polvere, accompagnata da un
clima caotico.
Noi anziché serrare le fila ci spargiamo nel caos, mentre l’altoparlante
gracchia più forte. È un viavai di volantini che distribuiamo
per far conoscere Casa di Anita. Vedo Sharon rispondere a un uomo che le ha
detto qualcosa. Sembra anziano. Indossa una giacca trasandata e barcolla.
Sharon inizia a corrergli incontro e a dire: «Prendi!». Se lui
allunga la mano, lei ritira il foglietto. Poi glielo fa passare di nuovo sotto
il naso, gioca a confonderlo. Lui tenta anche una corsa, ma con tutta la buona
volontà resta un uomo vecchio e ubriaco, colpito sul fianco da un folletto
irriverente di 14 anni. Mi godo la scena. È la rivincita di una ragazzina
su di un mondo di adulti che ha provato a schiacciarla. Qualsiasi cosa abbia
subito Sharon da uomini del genere mentre stava per strada, non le hanno tolto
la vita e la voglia di qualche sberleffo.
Oramai si è divertita. Chiamo il malcapitato per scamparlo dalle grinfie
della ragazza. Non appena mi stringe la mano, mi investe una zaffata di alcol
sporco. Siamo quasi giunti al mercato per la nostra rappresentazione. Il vecchio
stenta a mollarmi. Povero anche lui, conciato così.
Poi ho un’idea. «Scusa, Sharon, hai un volantino?». Lo porgo
alvecchio. «Shika mzee, prendi! Ci sei quasi… mancato.
Dài, ecco… No!». Come serpenti che cambiano pelle, le bambine
arrivano al mercato a scombinarne l’ordine. È l’African
Children Day.
Gianluca Sebastiani
è un volontario che ha partecipato a uno dei campi estivi 2004 di Amani.
“Noi siamo così”
- Il cinema evolve al ritmo dell’Africa che cambia
Di Maria Silvia Bazzoli
«
Ma l’Africa dov’è?!»,
chiese uno spettatore al termine della proiezione di Three, un raffinatissimo
cortometraggio di Isaac Julien. Il regista – che è black,
british, gay, autore di film sperimentali e video-installazioni che vedono
l’utilizzo di supporti diversi e l’intreccio di varie forme artistiche,
ed è esponente di punta di una nuova generazione di artisti per i quali
le vecchie coordinate “etniche”, geografiche, culturali e cinematografiche
non funzionano più e il termine “africano” ha il sapore
di una trappola discriminante – ricordo che invitò con garbo
quel signore ad andare a cercare l’Africa negli angoli nascosti o dimenticati
dell’Europa.
Accade sovente di assistere alla delusione del pubblico italiano di fronte
all'identità sfuggente, non immediatamente connotabile, di un film
realizzato da un autore, o autrice, d’Africa. Nel nuovo millennio segnato
dalla globalizzazione, dalle migrazioni e dalle contaminazioni, non è
solo la geografia umana e sociale dell’Africa ad essere cambiata, ma
il suo stesso cinema. I vecchi confini (e quelli nuovi che taluni ambirebbero
anacronisticamente ad erigere) si rivelano inadeguati a contenere realtà
sociali e culturali molteplici, sfaccettate, in movimento. Cosicché
anche il cinema africano si è andato spogliando dell’approccio
oggettivo e ideologico dei suoi pionieri, per assumere sguardi multipli, soggettivi,
che percorrono il mondo per restituire le esperienze e gli intrecci che compongono
la trama intricata del nostro villaggio globale. Un cinema, dunque, sempre
più meticcio e contaminato, tanto nei contenuti quanto nella forma
– esplosa anch’essa in una totale commistione di generi, supporti
e formati – che mescola fiction, documentario, diario personale, cinema,
arte e teatro,pellicola e video… E proprio nell’urgenza della
mobilità e dell’agilità che questi nuovi percorsi richiedono,
va letto anche il progressivo “sconfinamento”del cinema verso
il video e le tecnologie “leggere”.
Se
il ruolo di cui si sentiva investita la prima generazione di autori africani
all'alba delle indipendenze era quello del maître d'école,
dell'intellettuale che attraverso il cinema (inteso come potenziale scuola
serale di un continente analfabeta) aveva il compito di dare volto e voce
a un popolo fino ad allora negletto, la generazione attuale rivendica la libertà
artistica a tutti i livelli. «Innanzitutto perché – come
affermava Idrissa Ouédraogo già alla fine degli anni Ottanta
– prima che africano mi sento uomo, un uomo come tutti gli altri, cittadino
del mondo». Il regista burkinabé, tra i maggiori interpreti della
nouvelle vague africana, fu tra i primi a suscitare scalpore con
dichiarazioni che non assecondavano le aspettative del pubblico e della critica
occidentali verso un cinema africano povero e artigianale, nelle cui ambientazioni,
atmosfere e tematiche di villaggio fosse possibile ritrovare "l’autenticità"
e "la tradizione" – che noi europei abbiamo perduto, alle
quali non intendiamo ritornare ma dentro le quali vorremmo condannare gli
“altri”. Oppure che spiazzavano le attese nei confronti di un
cinema prettamente politico e sociale, in linea con il dettato
dell’intellettuale africano al servizio del suo popolo.
Ad affermare il proprio diritto ad essere nel mondo, in opposizione a una
miope cultura delle “riserve” – geografiche e culturali
– si sono levate, non sempre comprese, le voci più libere del
cinema africano: «Non vedo alcuna differenza tra Friedrich Dürrenmatt
e me, l’unica distanza è
l’età», dichiarava con sottile ironia Djibril Diop Mambéty
quando gli veniva chiesto perché avesse deciso per Hyènes
di ispirarsi al testo di un drammaturgo svizzero piuttosto che a un'opera
africana.
Ouédraogo, come Mambéty, come Julien e molti altri, non ha mai
inteso negare la propria identità culturale, ma piuttosto liberarla
da facili e pericolose semplificazioni. Per questo crede che «il pubblico,
e anche quello africano, ha diritto a un buon suono, a immagini nitide, ben
illuminate, ben montate… L’Africa non si inventerà le tematiche,
esse sono preesistenti, appartengono all’essere umano… Ma non
ne parlerà allo stesso modo».
Dagli anni
Novanta ad oggi il cinema subsahariano è ulteriormente cambiato. Mambéty
se n'è andato lasciandoci altre due piccole perle di poesia e umanità
(Le franc e La petite vendeuse de Soleil). Ouédraogo,
che all'epoca della succitata dichiarazione era al suo secondo lungometraggio
(Yaaba), ha confermato la sua totale libertà creativa spaziando
dal cinema agli spot contro l'Aids, passando per il serial televisivo, dimostrando
di essere in ogni frangente un superbo e ironico creatore di immagini. Julien
prosegue il suo percorso di sperimentazione. Mentre altri giovani autori e
autrici si sono imposti all'attenzione internazionale grazie all'uso delle
tecnologie "leggere" che hanno reso possibile una maggiore democrazia
dell'immagine anche in Africa.
In Sudafrica la fine dell'apartheid ha aperto un nuovo e importante polo produttivo
nella regione australe rendendo possibile ai registi neri la realizzazione
di film oltre che di video. Nello Zimbabwe il cinema d'animazione ha dato
finalmente alla luce il suo primo lungometraggio (The Legend of the Sky
Kingdom), mentre in Burkina Faso e Senegal sono comparse le prime serie
tivù.
Quanto all'Italia, si sono moltiplicati i festival e
le rassegne dedicati al cinema africano, benché i film africani continuino
a rimanere i grandi assenti dagli schermi dei circuiti commerciali. Si è
veduto il magico Aspettando la felicità del mauritano Abderrahmane
Sissako. Il cinema di Sissako narra da sempre di arrivi, partenze e ritorni.
Di esistenze sospese tra nostalgia e desi-derio, nella ricerca di altrove
geografici, affettivi e dell’anima, dove approdare, a cui ritornare
per subi-to
ripartire, in un viaggio dove la meta non è che lo stesso viaggio.
A testimoniare che l’erranza è condizione esistenziale prima
ancora che necessità storica, sociale, culturale, e che l’identità
non è questione di confini geografici ma spazia – o si rinchiude
– fin dove vuole lo sguardo dell’anima.
Maria Silvia Bazzoli collaboratrice per
le pagine culturali di Diario, è critico cinematografico per
Cineforum, Filmcritica, Ragazzo Selvaggio, Panoramiche, e curatrice
di manifestazioni di cinema africano e meticcio..
Staffetta contadina
di Daniele Parolini
La staffetta è una delle gare più belle e spettacolari dell’atletica
leggera perché chi partecipa corre più per i compagni che per
se stesso. La staffetta di cui vogliamo parlarvi non appartiene allo sport
ma il suo traguardo è assai più nobile ed elevato. È
cominciata quando gli amici hanno visto cadere, a soli 51 anni, Geremia Bosio,
un talento dell’informatica ma soprattutto un impareggiabile educatore.
In quella tragica circostanza è scattata la staffetta che ora congiunge
Brescia con Nairobi, l’Italia dell’evoluzione tecnologica con
l’Africa emarginata.
Gianni Argenziano, Renzo Fracassi, Carlo Archetti, Luigino Bonari, Battista
Bosio e Mario Moretti hanno pensato a ciò che Geremia aveva nella mente
e nell’anima. Alle parole che rivolgeva agli allievi, sia che fosse
all’università sia che fosse a casa sua, dove era sempre pronto,
ad ogni ora del giorno, a dare consigli ed esempi pratici ai giovani. «Bisogna
studiare», diceva loro in dialetto bresciano. «Hanno bisogno di
aiuto», diceva agli amici per giustificare la sua totale, completa dedizione
agli studenti.
Gli amici di Geremia si sono passati il bastoncino della solidarietà,
della fratellanza, ed è nata una bellissima squadra. Forse è
stata fatta ricordando il viaggio di Geremia ventenne nel Burundi. Forse è
stata l’immagine di Geremia, felice nella sua 500 traboccante di ragazzi
del Mozambico, ai quali teneva dei corsi di formazione, a stabilire il traguardo
di questa struggente staffetta.
Ora il traguardo è stato raggiunto e dall’anno scorso decine
di ragazzi africani possono stare al passo dei loro coetanei europei e americani
nell’evoluzione informatica. Brescia, tenace e schiva campionessa del
volontariato, registra con naturalezza e semplicità questo nuovo piccolo-grande
progetto.
È l'abbraccio ideale fra gli ex-contadini padani trasformatisi in imprenditori
industriali e gli ex-contadini africani in cerca di un futuro migliore. «La
mia tenacia – soleva dire Geremia - viene dalla terra, dalla mia origine
contadina». E ne era fiero.
Posta
Gentile redazione di Amani,
solo da poco, purtroppo, seguo le vostre attività e ricevo il vostro
bellissimo giornale, ma posso dire che in questo poco tempo sono diventata
una vostra fan! Mi piace quello che fate e mi piace come lo dite, mi piace
Kizito e mi piacciono i ragazzi africani con cui collaborate.
Forse è sulla scia dell’entusiasmo che vi scrivo dalla provincia
di Milano per chiedervi se sia possibile, magari proprio attraverso il giornale,
far sapere a persone ben disposte come me se ci sia un modo per sentirsi ancora
più partecipi della bella realtà Amani. Ad esempio se ci sono
bisogni cui noi “fan” possiamo rispondere rendendoci utile con
idee, mezzi o tempo messo a disposizione.
So, dal mio passato in un’altra realtà associativa, che non è
facile gestire le risorse così dette “volontarie”, ma nel
caso in cui questa possibilità con Amani esista, perché non
mettere in contatto domanda e offerta?
N.B.: Con alcuni amici abbiamo deciso di organizzare delle iniziative per
raccogliere fondi per i bambini nuba, magari realizzare una vera e propria
biblioteca per loro, come suggerito da padre Kizito. Non è che siamo
a corto di idee, ma ci piacerebbe sapere se qualcun altro è già
riuscito a sensibilizzare degli studenti e delle scuole sul tema dell’educazione
sulle Montagne Nuba, e in tal caso se sia possibile scambiare con noi materiale,
suggerimenti, consigli!
e-mail firmata
Carissima "Fan",
impossibile nasconderti il piacere che ci fa sentire con quale calore delle
persone seguono il lavoro nostro e dei nostri amici africani. Ci farà
altrettanto piacere ricevere anche lettere meno entusiastiche ma che ci possano
stimolare a far meglio e a mantenere un contatto diretto con chi ci segue.
Approfittiamo della tua lettera per girare il tuo appello ai lettori, che
sono anche i nostri attivisti, quei volontari che costituiscono la vera forza
dell’associazione e hanno dimostrato in tante occasioni fantasia e intelligenza.
Vi invitiamo quindi tutti a segnalarci le esperienze di sensibilizzazione,
comunicazione, educazione e fund raising relative ai progetti di
Amani e Koinonia, che avete realizzato nel vostro ambiente o sul territorio.
Raccontate voi stessi come vi siete organizzati per andare nelle scuole, per
mettere in piedi un concerto, una mostra, una conferenza. Raccontateci che
cosa avete imparato dall’esperienza, quali cambiamenti avete dovuto
introdurre nel tempo, se vi siete costruiti degli strumenti appositi che potrebbero
essere utilizzati anche da altri volontari, se la sede e lo staff di Amani
vi sono stati di supporto e come – e quant’altro possa riuscire
utile ad altri gruppi. Il nostro periodico serve anche a questo, a ricevere
e trasmettere stimoli, a condividere idee ed esperienze.
Rispetto all’incontro tra "domanda e offerta" di energie volontarie,
per ora possiamo solo anticipare che l’associazione sta studiando quale
canale adottare per realizzare questa dinamica. Mentre, da un lato, l’associazione
è favorevole al rafforzamento delle realtà territoriali legate
ad Amani, dall’altro sta pensando alla costituzione di gruppi di lavoro
che si pongano obiettivi e funzioni specifiche, attorno alle quali coagulare
forze e risorse. Contiamo di poter parlare presto di iniziative concrete da
proporre a tutti i nostri lettori e simpatizzanti.
Aspettiamo i vostri contributi. Grazie.
La Redazione
Un museo
per intendersi
Zhor Rehihil, musulmana e militante pro palestinese, è da quattro
anni la conservatrice di un museo dedicato al giudaismo, unica istituzione
del genere esistente nel mondo arabo. Il museo ha sede in una villa di Casablanca,
strettamente sorvegliata dalla polizia, ma le parole di Zhor sembrano sciogliere
ogni tensione. «La presenza ebraica in terra araba risale alla notte
dei tempi e al cultura marocchina è, prima di tutto, arabo-musulmana,
ma comprende anche elementi berberi, africani, andalusi ed ebrei».
Zhor Rehihil ha dedicato la sua tesi in antropologia alla minoranza ebraica
marocchina: «Volevo capirli, conoscerli, scoprire se esiste una differenza
tra i nostri ebrei e quelli che da studentessa vedevo solo come massacratori
dei palestinesi» Ora la giovane studiosa insegue un grande progetto:
presto il museo dovrebbe ospitare incontri interconfessionali. Sulla strada
della pace si marcia insieme.
I
cinesi tagliano la strada alle Mercedes
La concorrenza sleale dei prodotti cinesi non provoca scompiglio solo nel
ricco Occidente, anche ipaesi africani sono stati investiti dalla marea elle
contraffazioni. Fra le vittime ci sono le "Nana Benz". Si tratta
di donne imprenditrici del Togo, del Ghana, della Costa d'Avorio e del Benin,
così chiamate perché i loro successo negli affari aveva come
status symbol un'immancabile Mercedes Benz. Sin dagli anni Sessanta le Nana
Benz erano diventate le punte della lenta ma tenace emancipazione femminile
in Africa, e dominavano il campo tessile. Per la verità le stoffe colorate
venivano fabbricate in Olanda, Inghilterra e anche Giappone, ma nei loro empori
tutto prendeva un'aria africana.
Ora i cinesi vendono a prezzi cinque volte inferiori. Sono cominciati i primi
processi per contraffazione, ma la maggioranza delle Nana Benz sulla soglia
della pensione vedono il futuro delle loro figlie, le Nanettes, molto, molto
incerto.
Lifting a Tripoli
Ai nostri giorni la cosa più importante sembra essere quella di avere
una buona immagine. Il resto non conta. Sarà per questo che Muammar
Gheddafi ha chiesto a un'agenzia statunitense di migliorare il disastroso
look che il regime libico ha negli Stati Uniti. Il contratto con la Fahmy
Hudome International di Washington gli costerà circa un milione e mezzo
di euro per un anno. Nemmeno troppo, per fare del lobbying a un uomo che sino
a poco tempo fa terminava i suoi discorsi con la frase: «Che l'America
vada al diavolo!».
Un lavoro analogo, ma stavolta per ingraziarsi Gheddafi, è stato intrapreso
da Kenneth Kaunda, l'ottantenne ex presidente dello Zambia.
Kaunda ha lasciato il suo ruolo di pensionato ed è andato in Libia
a perorare la causa dell'amico Albert Reynolds, ex primo ministro irlandese.
Reynolds ora presiede la Life Energy Technology Holdings Inc., che fa progetti
per riciclaggi di rifiuti e per esplorazioni petrolifere. Gli amici si vedono
nel "bisogno".
Erano i più
grandi del gruppo a darci la colla. Io, Lazaro, non avevo i soldi per prenderla.
Quando sniffi ti senti leggero leggero, come una piuma. E non senti fame. Se
la sniffi prima di andare a dormire ti addormenti subito, senza pensare a niente.
Sono rimasto cinque settimane per la strada. Avevo dieci anni.
Dormivo nei corridoi e davanti alle entrate dei negozi, col mio cartoncino
preso tra la spazzatura. Me lo portavo sempre in giro, per paura di non trovarne
un altro per la notte successiva. Quando faceva buio lo stendevo con cura
per terra e mi sdraiavo. Ci trovavamo con tutto il gruppo, ci si metteva in
cerchio e si accendeva il fuoco in mezzo. Si sta bene vicino al fuoco, col
caldo che combatte contro la notte fredda.
Si parla, si chiacchiera, si sniffa colla e poi si dorme. Fino al giorno dopo.
Non si deve mai dormire nello stesso posto perché c’è
il rischio della polizia. Se ti beccano ti picchiano, perché dormire
vicino ai negozi non si può. Sono luoghi privati e la polizia ha pistole
grandi per farti male.
Ogni tanto mi hanno preso e mi sono preso tante botte. Per fortuna esistono
gli amici, in strada, che ti aiutano.
Era importante essere amico di Charles perché lui conosceva bene i poliziotti. Uno di loro in particolare era suo amico e ogni tanto ci dava qualcosa da mangiare.
Fu sempre Charles a insegnarmi come ci si deve comportare in
strada e come dormire per non essere picchiati o derubati. Senza di lui sarei
stato perso. E avrei sbagliato tante volte. Quando sbagli c’è
sempre qualcuno che ti picchia.
Ad esempio da lui imparai che devi stare attento a non dormire, se hai dei
soldi dietro. Devi spenderli e non tenerteli mai addosso. Io pensavo che fosse
utile raccogliere i soldi delle elemosine e nasconderli sotto i vestiti, tenerli
per domani, per mangiare. Ma Charles mi disse che era un grande errore. Se
mentre dormivi qualche altro ragazzo di strada sapeva che avevi i soldi addosso,
ti rivestiva le caviglie con la carta e la plastica e poi ti dava fuoco. Mentre
tu saltavi dal dolore e cercavi di spegnere il fuoco, gli altri ti rubavano
i soldi. Per fortuna l’ho saputo subito e non ho mai dormito coi soldi
appresso.
Mia madre, dopo qualche settimana dal giorno della mia
fuga, si ricordò di me e venne a cercarmi in
strada.
Mi trovò seduto per terra con in mano del fil di ferro, a piegarlo
e a farlo diventare qualcos’altro. Mi piace costruire le macchine e
i camion con il fil di ferro. Io ho visto le sue gambe davanti a me, le ho
riconosciute e ho alzato gli occhi.
Lei mi disse: «Figlio, torna, torna da me». Ma io rifiutai. Da
lei me n’ero andato perché non stavo bene e so che mi avrebbe
picchiato ancora, come sempre.
Le dissi: «Mamma, non posso tornare, tu mi picchi e non mi dai mai da
mangiare».
Ma lei fece la faccia buona e disse che no, non mi avrebbe picchiato mai più,
che non mi avrebbe fatto del male: «Non succederà, te lo prometto,
perdonami».
Non le credevo. Era bugiarda. Mi avrebbe picchiato di sicuro. «Non ti
voglio più vedere, mamma, vattene, io resto qui», dissi.
Allora lei si infuriò e mi disse che se questa era la mia scelta non
sarei mai più dovuto tornare a casa. Non avrei più dovuto farmi
vedere. Mai e poi mai, per nessun motivo. Obbedii.
Ma se a casa mia stavo male anche in strada non si stava bene. E avevo sempre
paura che qualcuno mi facesse del male. Un giorno ho detto al mio amico Charles:
«Non ce la faccio più, mi sa che torno a casa». Ma Charles
sapeva che a casa stavo male e che mi picchiavano, gliel’avevo raccontato
io, allora mi propose di andare al Mthunzi Centre. «Al Mthunzi si sta
meglio, se vuoi ti accompagno lì». Mica avevo pensato, io, al
Mthunzi Centre. Ho meditato sulla proposta del mio amico. Poi ho detto sì.
Charles mi ha sempre dato dei buoni consigli. Di lui mi fidavo.
Il giorno dopo siamo partiti, con l’autobus, per arrivare a Kasupe.
Una volta arrivati al cancello io ero terrorizzato. Magari volevano picchiarmi
perché non mi conoscevano. «No, Charles, andiamo via, io torno
in strada con te». Ma Charles mi rassicurava. Ho guardato tra le sbarre
del cancello e ho visto dei ragazzi che giocavano nel cortile. Mi sono un
pochino calmato. Ho salutato Charles, che tornava a vivere in strada, e sono
entrato per il cancello. Un po’ mi tremavano le gambe. Mi hanno dato
fagioli e nshima, e ho visto tutto con occhi diversi. Mthunzi mi
sembrava un bel posto.
Mangerei sempre nshima, è buonissima. Solo che se vivi in
strada ti abitui a certe cose e non riesci a scrollartele di dosso. Ognuno,
qui al Mthunzi Centre, ha il suo piatto col suo cibo. Ci sono la nshima,
i fagioli, i kapenta, le lepu, gli impwa. Tu prendi
il tuo piatto e te lo metti davanti. Poi preghi, e quando preghi chiudi gli
occhi. Ma se chiudi gli occhi qualcuno ti ruba la nshima. Questo
credevo, appena arrivato qui. «Bisogna nasconderla sotto il tavolo oppure
mettersela dentro i polsini della maglia o della camicia», pensavo.
«Così quando apri gli occhi non hai perso neanche un grammo della
tua polenta e puoi mangiare in pace». Sono cose che impari in strada
e che non ti abbandonano. Lo vedo dai ragazzi nuovi che vengono qui. Hanno
paura che noi gli rubiamo la nshima e se la nascondono addosso. Ma
io non gliela ruberei mai, adesso! Ora chiudo gli occhi quando prego e so
che troverò il piatto uguale a quello che avevo preso.
Dopo qualche notte al Mthunzi ho pensato che i grandi volessero picchiarmi.
Non ero ancora sicuro che mi volessero bene e non mi fidavo di nessuno. Ero
il più piccolo e magari non stavo simpatico a quei ragazzi. Non so
perché ho sempre paura che qualcuno mi voglia picchiare. Il clima era
tranquillo, qui, e nessuno aveva l’aria cattiva. Ma io avevo paura lo
stesso.
Una notte ho fatto dei brutti sogni e la mattina sono corso via, fino alla
fattoria che sta lontano da qui. Ho corso, corso e corso a gambe levate. Mi
sono fermato col fiatone e ho pensato: «Ma perché scappo? Nessuno
al Mthunzi Centre mi farà male». Sono tornato indietro e da quel
giorno non me ne sono mai andato da qui.
La “Scuola di Geremia”
In
alcuni locali della Shalom House è operativo, dal febbraio 2004, lo
Shalom Information Technology Centre. È una scuola che contribuisce
a colmare il digital divide Nord/Sud proponendo ai giovani keniani
corsi di informatica, una formazione professionale di qualità. A fine
2004 erano 74 gli studenti che avevano già completato i corsi, di durata
variabile tra le due settimane e i tre mesi, che vanno dalle nozioni basilari
di computer alle certificazioni A+, I-Net+ e Network+. Senza dimenticare Linux,
il sistema alternativo ai costosi Windows e affini.
L’avvio dello Shalom IT Centre, che ha naturalmente il suo bel sito
(www.shalomit-center.co.ke),
è stato reso possibile dagli amici di Geremia Bosio, che hanno lanciato
il progetto "Geremia School".
Può
uno dei paesi più poveri al mondo spendere per organizzare un festival
di cinema? A questa domanda provocatoria di un giornalista, l'ex presidente
del Burkina Faso, Thomas Sankara, replicò che consumare le immagini degli
altri è come suicidarsi culturalmente. E, molto più tardi, alla
stessa domanda lo storico e scrittore congolese Henri Lopes esclamava, quasi
irritato, che «l'Africa ha bisogno, e subito, del suo cinema, perché
nessun popolo può vivere a lungo consumando le immagini degli altri».Il secondo filone è quello di un'Africa succursale
dell'inferno, un inferno con tanti gironi. Ciascuna consorteria “pro
Africa” si impadronisce di uno e lo spaccia per il tutto. Ogni associazione
ha la “sua” Africa: quella dei lebbrosi, dei bambini soldato,
dell'Aids, dei pozzi da scavare, delle mutilazioni genitali da combattere
(battaglia sacrosanta!), delle periferie degradate, degli street
boys, delle masse da evangelizzare. È l'Africa della messinscena
e della spettaco-larizzazione, anche dello sfruttamento della sofferenza altrui
a fini di fund raising. La fibra emotiva è di rigore. Si tratta
di suscitare la pietas del donatore senza preoccuparsi di far capire
le cause remote e attuali di tali situazioni. Qui gli africani sono passivi,
oltre che pazienti, in attesa che irrompa il deus ex machina europeo che tutto
sana, salva e risolve. E vengono poi mostrati ballanti e cantanti, grati di
fronte a tanta generosità. Quest'Africa della bontà europea
ignora la soggettività di popoli che da sempre si sono caratterizzati
per la loro capacità di resistenza e débrouillardise
(l’arte di arrangiarsi). Donne, giovani e intere comunità –
tramortiti dai meccanismi della globalizzazione neoliberista e da poteri locali
conniventi – che cercano di dare un senso alla loro esistenza, ridotta
ad una ginnastica individuale e collettiva di sopravvivenza.
Cambiare l'immagine dell'Africa significa non “essere voce” di
queste realtà, come spesso si dice, ma tendere un megafono perché
queste voci arrivino il più lontano possibile. In altrri termini, l'immagine
delle Afriche che hanno smesso di guardare il cielo degli aiuti rende giustizia
alla realtà di un continente che ha imparato ad "ottimizzare l'anarchia"
della politica e dell'economia ufficiali. Questo forse servirà poco
alle operazioni di raccolta di fondi, ma sarà più aderente al
vissuto degli africani.
C'è infine l'immagine di un'Africa ripiegata sul suo passato, ritenuto
migliore del suo presente. Un'Africa baobab, dalle radici che attingono alla
notte dei tempi. È la terra serbatoio di valori primordiali –
archetipici – dove l'uomo europeo smarrito nella giungla del post-moderno
hi-tech potrebbe ritrovare un "supplemento d'anima". È l'Africa
immutabile che deve rimanere tale, per la gioia dei candidati al mal d'Africa.
A forza di considerare quest'Africa dal sapore archeologico insopportabile
si corre il rischio di non scorgere la vitalità lussureggiante delle
Afriche flamboyant. Il flamboyant è l'albero simbolo di un'Africa
che sorride al presente e ride al futuro. Uomini, donne, giovani che senza
più il complesso coloniale si lanciano nell'avventura di modellare
il loro vissuto, attingendo contemporaneamente alla ricca tradizione e al
discernimento delle cose nuove e buone che porta la modernità degli
altri. Cambiare l'immagine dell'Africa è seguire la pista mutevole
delle evoluzioni che spiazzano e che cantano l'Africa come "pentola che
bolle".
Jean-Léonard Touadi,
originario del Congo, è giornalista (Rai, Nigrizia e altre
testate) e conferenziere.
In breve
C'era una volta...
...sui Monti Nuba. È disponibile presso la sede
di Amani un bel libro illustrato di favole. Edito a cura di Koinonia Nuba,
serve come libro di lettura per l'insegnamento dell'inglese nelle scuole nuba.
Le storie di Once Upon a Time in the Nuba Mountains sono state raccolte dagli
alunni stessi e poi tradotte in inglese standard.
Città nude
«La città nuda è una forma
apparentemente urbana, cui è stata amputata una parte di vita: spogliata
della componente economica e politica e
congelata nel tempo in un eterno presente». E Città nude.
Iconografia dei campi profughi è il titolo di un volume fresco
di stampa, incentrato sulla narrazione e l'analisi del campo di Kakuma, in
Kenya, che dal 1992 accoglie circa 80mila rifugiati, in gran parte sudanesi.
Il libro è disponibile anche presso la sede di Amani. Lo hanno curato
Camillo Boano e Fabrizio Floris per l’editore FrancoAngeli di Milano
(pagg. 128, € 12,00), con contributi di Maria Chiara Cremona, Chiara
Marchetti ed Elisa Rossignoli.
Capire i Grandi Laghi
L'Africa ex belga è, per molti versi, un vero guazzabuglio.
Il genocidio prima e la guerra, poco dopo, che ha rovesciato Mobutu –
il "re" dello Zaire – sono gli episodi più clamorosi
di una storia lunga e intricata, sulla quale non è stata ancora messa
la parola fine. Jean-Léonard Touadi si è rimboccato le maniche
per aiutarci a capire. Bisogna dire che ha trovato la via giusta: una chiara
introduzione; schede cronologiche (con cartine); un glossario che consente
di entrare in tema dalla porta che il lettore preferisce. Congo Ruanda Burundi.
Le parole per conoscere (Editori Riuniti, pagg. 135, € 9,00).
Costruire la pace in Africa
Michael Ochieng, il coordinatore di Africa Peace Point
(v. pag. 2, tra i "Progetti"), è la voce-guida di un breve
documentario prodotto da Amani per presentare il senso di App ed al-re iniziative
collegate. La marcia della pace del 18 settembre scorso – della quale
vediamo scorrere delle immagini – è stato un momento alto dell'impegno
di Africa Peace Point. La videocassetta, 12' in inglese e in italiano, è
disponibile presso la sede di Amani.
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È
una calda domenica di settembre e Francesco, venuto a conoscenza delle mie
frequentazioni africane, ha voluto incontrarmi. Dopo pochi secondi articola
l’immancabile: «Anche a me piacerebbe fare del volontariato. Come
posso fare?».
Alzi la mano chi, di ritorno dal continente nero, non si è sentito
rivolgere almeno una volta una domanda del genere. La tentazione è
quella di rispondere: «Ma tu cosa sai fare per renderti utile in Africa?
Credi che non ci siano cuochi, là, infermieri, agronomi, muratori,
ingegneri? Credi di po-ter
essere utile solo perché sei bianco?». Ma significherebbe castrare
ingiustamente lo slancio idealista del malcapitato interlocutore. Allora cerco
in qualche modo di essere propositivo. Fino a poco tempo fa le mie indicazioni
risultavano scarsamente risolutive e, soprattutto, poco convinte: «Ci
sono i gruppi missionari, i campi di lavoro, le Ong…Informati a questo
numero». Poi, a Nairobi è sorta Shalom House. Sono rimasto affascinato
dall’autenticità di questa esperienza e la ripropongo con entusiasmo
ai potenziali esploratori.
Mentre Francesco espone le sue motivazioni, penso a quanto
la nostra immagine dell’Africa sia intrisa di approssimazioni mediatiche
e luoghi comuni, cui la prosopopea terzomondista di alcuni missionari ha fornito
un fertilissimo humus. Neppure persone profonde e preparate come
Francesco ne sono immuni. Comincio a svelargli la proposta. Parto ovviamente
narrandogli dell’esperienza vissuta, delle persone incontrate. Francesco
sulle prime resta deluso: vuole il volontariato, fare qualcosa per gli altri.
Si aspetta bambini da salvare, vite umane da redimere, affamati e assetati,
bassifondi della storia, mutilati, case da erigere… La mia mente corre,
invece, agli amici di Shalom House. Alle loro facce. Alle mille iniziative
che gestiscono con competenza. Alle stanze semplici e pulite, con doccia e
bagno, che potrebbero ospitare Francesco e i suoi amici per quattro soldi…
Forse troppo comode per l’avventuriero che mi sta davanti. Eppure così
funzionali a quello che dovrebbe essere l’obiettivo fondamentale di
chi vuole conoscere l’Africa: farsela raccontare da chi ci è
nato e ci vive; immergervisi senza preconcetti, senza tempistiche imposte
da programmi o progetti da rispettare.
Ricordo il sorriso, la disponibilità e l’entusiasmo del dottor
Michael Ochieng ogni volta che presenta l’opera di cui è coordinatore.
Che cosa direbbe Mike a Francesco? Come definirebbe Shalom House? Non potrebbe
fare riferimento a categorie nostre quali: albergo, casa di accoglienza, oratorio,
circolo culturale e ricreativo, centro sociale, centro formazione, mensa comunitaria,
centro congressi, centro documentazione, organismo per il turismo solidale,
centro studi, agenzia di stampa, Ong, associazione pacifista, comunità
cristiana… Perché Shalom House è tutto questo, caro Francesco,
ed ha una vera e propria anima: Koinonia, una comunità con volti e
storie precise, di persone che si sono riunite per condividere sogni, opere,
amicizia, impegno per lo sviluppo, preghiera. L’ispirazione viene da
lontano, dalla tradizione dei primi cristiani e dalla loro voglia di incidere
sulla realtà circostante, di rispondere ai bisogni così come
si manifestano nel quotidiano.
Finalmente raccomando a Francesco di recarsi per qualche
giorno o settimana a Nairobi, dove lui e i suoi amici potranno incontrare
quella che chiamano la vera Africa. Francis, George, Bernard e gli altri sapranno
guidarli attraverso Kibera, una delle baraccopoli più grandi del mondo
– Mike la chiama ancora "casa mia". Poi al Kivuli Centre e
alla Casa di Anita. E, perché no, ai safari nei più bei parchi
del mondo, ad una gita alla Rift Valley, ai villaggi maasai. Troveranno persone
in grado di accompagnarli nello spirito del turismo responsabile. E perché
non scoprire come si producono tè e caffè o altri prodotti del
commercioequo?
Lo avverto che si imbatterà in giovani in giacca e cravatta, con fogli
e cartelle tra le mani. Sono quelli di Kards, un braccio di Koinonia che effettua
consulenze professionali in materia di economia e sviluppo. Ora stanno studiando
un progetto di microcredito. Inoltre non deve dimenticare di farsi spiegare
come opera Africa Peace Point, oppure di immergersi nella redazione di News
from Africa per rendersi conto di come le informazioni che circolano
nel Nord a proposito del Sud del mondo siano limitate e superficiali…
Mi permetto di dargli un ultimo consiglio: cerca di conoscere questi giovani
africani e la loro storia. È un modo rivoluzionario ed efficace per
“aiutare” l’Africa. Conoscere la gente, avere degli amici,
fare un pezzo di strada insieme. Tornerai con una prospettiva nuova e sarai
realmente missionario. Ma non in Africa, bensì nel tuo paese. Contribuendo
a creare davvero quella cultura tanto reclamizzata del villaggio globale.
Shalom House e Koinonia sono una commovente fucina di talenti e di idee sorte
attorno a un cristianesimo “africano” per certi versi più
autentico, per altri ancora acerbo, ma che vivifica ogni piccolo seme gettato
sulla buona terra. Che qui abbonda, grazie a Dio.
Alessandro Galimberti, pubblicista, già consulente di Caritas Italiana, è socio di Amani.
Perché tutti insieme
L'adozione proposta da Amani non è individuale, cioè
di un solo bambino, ma è rivolta all'intero progetto di Kivuli, della
Casa di Anita, di Mthunzi o delle Scuole Nuba.
In questo modo nessuno di loro correrà il rischio di rimanere escluso.
Insomma "adottare" il progetto di Amani vuol dire adottare un gruppo
di bambini, garantendo loro la possibilità di mangiare, studiare e
fare scelte costruttive per il futuro, sperimentando la sicurezza e l'affetto
di un adulto. E soprattutto adottare un intero progetto vuol dire consentirci
di non limitare l'aiuto ai bambini che vivono nel centro di Kivuli, della
Casa di Anita, del Mthunzi o che frequentano le scuole di Kerker e Kujur Shabia,
ma di estenderlo anche ad altri piccoli che chiedono aiuto, o a famiglie in
difficoltà, e di spezzare così il percorso che porta i bambini
a diventare street children o, nel caso dei bambini nuba, di garantire loro
il fondamentale diritto all'educazione. Abbiamo infatti sperimentato che a
volte anche un piccolo sostegno economico permette ai genitori di continuare
a far crescere i piccoli nell'ambiente più adatto, e cioè la
famiglia di origine.
In questo modo, inoltre, rispettiamo la privacy dei bambini evitando di diffondere
informazioni troppo personali sulla storia, a volte terribile, dei nostri
piccoli ospiti. Pertanto, all'atto dell'adozione, non inviamo al sostenitore
informazioni relative ad un solo bambino, ma materiale stampato o video concernente
tutti i bambini del progetto che si è scelto di sostenere. Vi ricordiamo
che una caratteristica di Amani è quella di affidare ogni progetto
ed ogni iniziativa sul territorio africano solo ed esclusivamente a persone
del luogo.
Per questo i responsabili dei progetti di Amani in favore dei bambini di strada
sono keniani, zambiani e nuba. Con l'aiuto di chi sostiene il progetto delle
Adozioni a distanza, annualmente riusciamo a coprire le spese di gestione,
pagando la scuola, i vestiti, gli alimenti e le cure mediche a tutti i bambini.
Come aiutarci
Puoi "adottare"
i progetti realizzati da Amani con una somma di 26
euro al mese (312 euro all'anno): contribui-rai
al mantenimento e la cura di tutti i ragazzi accolti da Kivuli,
dalla Casa di Anita,
dal Mthunzi
o dalle Scuole nuba.
Per effettuare un'adozione a distanza basta versare una somma sul
c/c postale n. 37799202
intestato ad
Amani Onlus - Ong
via Gonin 8
20147 Milano
o sul
n. 000000503010 Banca Popolare Etica ABI 05018 - CAB 01600- CIN F - EU IBAN IT91 F050 1801 6000 0000 0503 010
.
Ti ricordiamo di indicare, oltre il tuo nome e indirizzo, la causale del versamento
"adozione a distanza".
Ci consentirai così di poterti inviare il materiale informativo.
Joseph ha sette anni, due fratelli, non ha più genitori.
Il padre non l’ha mai conosciuto, la madre è morta qualche anno
fa, di Aids. Non è uno scherzo essere malati a Nairobi, se vivi in
baraccopoli e sopravvivi grazie a lavori occasionali, perché la malattia
ti debilita fino al punto in cui non ce la fai più a lavorare, e il
tuo destino è la fame. Per di più l’Aids è portatrice
di componenti culturali che riducono il malato alla segregazione, lo allontanano
dalla famiglia, ne fanno un rigettato dalla comunità. Completamente
solo, quindi, con la malattia, la sofferenza fisica e psicologica, e magari
dei figli a carico. Figli che si trasformano da bambini da curare in bambini
che curano, i cosiddetti care givers, che sono vicini alla sofferenza dei
genitori, che affrontano la morte così piccoli e soli.
Al funerale della mamma di Joseph c’erano cinque persone, oltre ai tre
figli. Nessun altro. Bernard, il più grande, piange ancora quando ci
pensa. Come se la madre non fosse stata capace di amare, come se tutto quello
che ha fatto per loro non fosse riconosciuto da nessuno, come se loro non
esistessero, vittime dell’indifferenza della baraccopoli.
Joseph è ora a Kivuli, dopo qualche mese di vita di strada che significa
fame, solitudine, ancora una volta discriminazione e mancanza d’amore.
Quante volte ha dovuto fare i conti con emozioni negative, con la sofferenza.
Eppure non si sente cattivo, non si sente un chokora (bambino di strada) da
allontanare perché pericoloso. Sente forte il legame con la madre morta,
con i fratelli. Sente di appartenere a una famiglia, ora a due – la
sua di origine e Kivuli.
Kivuli non è solo il luogo del soccorso: un letto, cibo tutti i giorni,
la possibilità di andare a scuola, un gruppo di amici, degli educatori
che si prendono cura di te, una struttura che ti accoglie. Kivuli è
anche il momento dell’accettazione del passato e della creazione di
basi per un nuovo futuro. Kivuli è anche il momento del lavoro su di
sé, dell’accettazione del trauma e di tutto il dolore dell’infanzia,
per accettarlo come parte della propria storia e andare oltre.
A Kivuli non si può ignorare la pandemia, che tocca troppi bambini,
orfani o meno. Durante la settimana dell’Aids, organizzata dallo staff
del Riruta Health Project (con sede al Kivuli Center, si prende cura di persone
affette dall’Hiv nel quartiere) in occasione della Giornata Mondiale
dell’Aids del 1° dicembre, i bambini sono stati coinvolti in attività
di prevenzione. Una giornata insieme allo staff e a un gruppo di giovani volontari
formati su tematiche relative alla prevenzione: un esercizio di pulizia del
Centro (un semplice modo per imparare la cura delle cose che ci stanno intorno)
e poi un breve momento di confronto sull’Aids, per finire con un po’
di animazione e uno snack per tutti.
La giornata, ben partecipata, è stata l’occasione per lo staff
del Riruta Health Project di toccare con mano quanto è importante creare
per i piccoli ospiti della comunità dei momenti in cui confrontarsi
sui temi che riguardano la loro vita. Si è pensato allora, insieme
agli educatori, di organizzare due volte la settimana un forum con i bambini
in cui trattare tematiche diverse: non solo Aids, ma la crescita in generale,
le relazioni, l’uso di droghe ed alcol...
Una volta al mese viene proposta una terapia di gruppo, per le varie fasce
di età, che vada più in profondità, in modo da affrontare
i disagi che i bambini provano. Viene inoltre loro proposta la possibilità
di counselling individuale, per chi si sente di aprirsi con una persona adulta
che possa capirlo, aiutarlo e guidarlo.
Maria Chiara Cremona, operatrice di Caritas Italiana, si occupa del Riruta Health Project e di altri progetti (microcredito e attività generanti reddito).
"Kivuli Street Children
Project" è progetto educativo nato dall'iniziativa dei
giovani della comunità di Koinonia che a Nairobi accoglie e sostiene
i bambini di strada di due grandi baraccopoli della capitale.
Il Centro Kivuli accoglie in forma residenziale 60 bambini di strada curandone
la crescita e l'educazione, copre le spese scolastiche di altri 70 bambini
ed è aperto con vari progetti animativi a tutti i bambini del quartiere.
Kivuli è diventato un punto di riferimento per i giovani e per gli
adulti, con un progetto di microcredito, laboratori artigianali di avviamento
professionale, una biblioteca, un dispensario medico, un progetto sportivo,
un laboratorio teatrale, una sartoria, un pozzo che vende acqua a prezzi calmierati
e uno spazio sede di varie associazioni e aperto a momenti di dibattito e
confronto per i giovani del quartiere.
"Casa di Anita"
è una casa di accoglienza sorta a N'gong (piccolo centro agricolo a
30 Km da Nairobi), curata da tre famiglie Keniane, inaugurata nell'agosto
1999.
La "Casa di Anita" accoglie 30 bambine di strada, alcune orfane
e altre figlie di famiglie poverissime, vittime di abusi sessuali, inserendole
in una struttura familiare e protetta, permettendo una crescita affettivamente
tranquilla e sicura.
"Mthunzi Center"
è un progetto educativo realizzato dalle famiglie della comunità
di Koinonia di Lusaka (Zambia) a favore dei bambini di strada.
Il Centro Mthunzi oltre ad accogliere 60 bambini di strada in forma residenziale
curandone la crescita e l'educazione, è un punto di riferimento per
la popolazione locale con il suo dispensario medico e con i suoi laboratori
di falegnameria e di avviamento professionale.
Riruta Health Project, un programma
di prevenzione e cura dell'Aids, nelle periferie di Nairobi, in collaborazione
con Caritas Italiana.
Un progetto di emergenza a favore della popolazione delle montagne Nuba e del Southern Blue Nile, provate dalla guerra e da quindici anni di isolamento, che consiste nell'invio di aiuti (sale, medicinali, attrezzi da lavoro, materiale scolastico, vestiti e sementi) per la sopravvivenza della popolazione locale e nell'accoglienza di rifugiati a Nairobi.
Due "scuole primarie"
sui monti Nuba che garantiscono l'educazione di base (l'equivalente della
formazione elementare e media in Italia) ai bambini della zona circostante,
in assenza di altre strutture scolastiche. Attualmente ognuna delle scuole
ha circa 600 alunni. Il progetto prevede anche una "scuola
magistrale" per selezionare e formare giovani insegnanti nuba
(circa 50 ogni anno) in modo da riattivare la rete scolastica autogestita
dalle popolazioni della zona.
"News from Africa", un'agenzia
di informazione mensile redatta interamente da giovani scrittori e giornalisti
africani, che raccoglie notizie e articoli di approfondimento provenienti
dai paesi dell'Africa subsahariana per poi diffonderle in tutto il mondo per
via telematica e cartacea.
"Africa Peace Point",organizzazione laica e apolitica che si prefigge la realizzazione di iniziative popolari per la costruzione e la diffusione di una cultura di pace nelle comunità africane; la sede è a Nairobi, dove APP si è dotata di un centro di documentazione e ha creato uno spazio in grado di ospitare forum, sessioni di formazione sulla pace e incontri tra gruppi di base.
"Amani People Theatre",
una compagnia di giovani attori che lavorano per una cultura di pace utilizzando
il teatro per la mediazione di conflitti, con performance e rappresentazioni
nei campi profughi del Kenya e nelle comunità di base.
Sholaye sepolto vivo
C'era
una volta un uomo chiamato Sholaye. Era enorme, e tutti nel villaggio di Moring
sui Monti Nuba lo temevano. Sholaye era un buon cacciatore e si era fatto
un nome tra la gente di Moring.
Un giorno cadde ammalato, al punto di non potere parlare né aprire
gli occhi. Quando sua moglie lo vide in quello stato, pensò che fosse
morto. Pianse e pianse finché tutti non si radunarono fuori della sua
casa. Ancor prima che Ngacham il medico arrivasse, Sholaye fu dichiarato morto
e si cominciò a preparare il funerale. Dei giovani furono mandati a
scavare la fossa e gli anziani si occuparono degli ultimi riti. Mentre portavano
Sholaye alla tomba, questi si riprese, ma non riusciva a parlare. Tentava
di far capire a gesti che non era morto, ma nessuno gli faceva caso. Giunti
al cimitero, lo calarono nella tomba e se ne andarono subito via. Sholaye
era stanco di protestare e rimase tranquillo nella tomba. Si riposò
ancora diverse ore, fino a ristabilirsi del tutto. Quando si sentì
bene, decise di uscire dal tumulo. Come è tradizione fra i nuba ghulfan,
sulla tomba era stata collocata pentola. spostò delicatamente e venne
fuori. Si sedette a riposare sull'orlo della fossa finché non fece
buio, e s'incamminò verso casa. Giuntovi, andò diritto da sua
madre. «Dove sei stato, figlio mio? – chiese la madre –
Non ti hanno seppellito oggi?». «Non sono morto, Aia», replicò
Sholaye. «Ero solo malato e mi sentivo debole. Al cimitero ho cercato
di dirlo, ma nessuno mi sentiva». «Puoi dirmi – soggiunse
allora Sholaye – chi sono stati coloro che mi hanno condotto alla sepoltura?».
La madre parlò. Sho-laye ringraziò e poi giurò: «D’ora
in poi, io vivrò nella solitudine e non darò pace a quanti mi
hanno fatto morire prima della morte».
Da buon cacciatore, prese la sua lancia e due cani e andò a vivere
in zone selvagge, da dove poteva venire a turbare l'intero villaggio. Sholaye
compariva di notte e metteva paura a chiunque si trovasse fuori casa. Per
questo la gente smise di uscire la notte e Sholaye si trasferì a Tima,
dove trascorse il resto dei suoi giorni con il popolo tima.
Questa storia è tratta da Once Upon a Time in the Nuba
Mountains (vedi pag. 8).
Chi siamo
Amani che in kiswahili vuol dire pace è una associazione laica e una
Organizzazione non governativa riconosciuta dal Ministero degli Affari Esteri.
Amani si impegna particolarmente a favore delle popolazioni africane seguendo
queste due regole fondamentali:
1. curare lo sviluppo di un numero ristretto di progetti, in modo da poter
mantenere la sua azione su base prevalentemente volontaria per contenere i
costi a carico dei donatori.
2. affidare ogni progetto ed ogni iniziativa sul territorio africano solo
ed esclusivamente a persone del luogo. A conferma di questo molti degli interventi
di Amani sono stati ispirati da un gruppo di giovani africani riuniti nella
comunità di Koinonia.
Le principali attività di Amani sono le due case di accoglienza per
i bambini e le bambine di strada di Nairobi, Kivuli e la Casa di Anita; la
difesa del popolo Nuba in Sudan, vittima di un vero e proprio genocidio e
Africanews un'agenzia di stampa redatta interamente da giovani giornalisti
e scrittori africani. Inoltre, Amani sostiene in Zambia il Mthunzi Centre,
un progetto per i bambini di strada di Lusaka, una piccola scuola in Kenya
nel poverissimo quartiere di Kibera, e una compagnia di giovani attori che
lavorano per una cultura di pace attraverso la mediazione dei conflitti: l'Amani
People Theatre.
Come contattarci
Amani Onlus - Ong (Organizzazione non lucrativa di utilità sociale
e Organizzazione non governativa)
via Gonin, 8 - 20147 Milano - Italy
Tel. 02-48951149 - 02-4121011 - Fax. 02-45495237
e-mail: amani@amaniforafrica.org
sito web: www.amaniforafrica.org
Come aiutare Kivuli, la
Casa di Anita, il Mthunzi e il popolo Nuba
Basta versare una somma sul c/c postale n. 37799202 intestato ad Amani Onlus
- Ong, via Gonin 8 - 20147 Milano o sul n. 000000503010 Banca Popolare Etica ABI 05018 - CAB 01600- CIN F - EU IBAN IT91 F050 1801 6000 0000 0503 010
. Ricordiamo inoltre di scrivere sempre la causale del versamento e il
vostro indirizzo completo.
Nel caso dell'adozione a distanza è necessario versare 26 euro mensilmente
almeno per un anno. È importante indicare in entrambi i casi la causale
del versamento.
Le offerte ad Amani sono
deducibili
I benefici fiscali per erogazioni a favore di Amani possono essere conseguiti
con due possibilità alternative:
1 Deducibilità ai sensi del DPR 917/86 a favore di ONG per donazioni
destinate a Paesi in via di sviluppo. Deduzione nella misura massima del 2%
del reddito imponibile sia per le imprese che per le persone fisiche.
2 Oneri deducibili ai sensi del DL 460/97 per erogazioni liberali a favore
di ONLUS.
Per le imprese per un importo massimo di euro 2.065,83 o del 2% del reddito
di impresa dichiarato.
Per le persone fisiche detraibile nella misura del 19% per un importo complessivo
non superiore a euro 2.065,83.
Ai fini della dichiarazione fiscale è necessario scrivere sempre ONLUS
o ONG dopo Amani nell'intestazione e conservare:
1 per i versamenti con bollettino postale: ricevuta di versamento;
2 per i bonifici o assegni bancari: estratto conto della banca ed eventuali
note contabili.
Porta il tuo cuore in Africa AMANI
Editore: Associazione Amani Onlus-Ong, via Gonin 8, 20147
Milano
Direttore responsabile: Daniele Parolini
Coordinatore: Lorenzo Chiodo Grandi
Progetto grafico: Ergonarte, Milano
Stampato presso: Lito 2000 srl, via Sabbatelli 31, 23868 Valmadrera, LC
Registrazione presso la Cancelleria del Tribunale Civile e Penale di Milano
n. 596 in data 22.10.2001