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"Amani" anno VII, n. 4, Ottobre 2007
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Ma come
fanno i marinai
Partono dalla Puglia o dalla Sicilia.
Se ne vanno al largo, inverno ed estate, a pescare. A volte va bene, a volte
meno. Ogni tanto incrociano le barche dei migranti, che magari affondano.
E allora diventano pescatori di uomini.
Sommario
Un mondo di città
di Fabrizio Floris
E
invece sono lupi
di Arnoldo Mosca Mondadori
Vincenzo
non è un eroe, però…
di Antonio Spera
Popolare, polemico, politico
di
Pier Maria Mazzola
News from Africa
in
Breve
Le difficoltà di un negoziato
di Renato Kezito Sesana
Venite nelle strade!
di
Boniface Okada Buluma
Avevo dieci
anni
di Federica Paudice
Una maglietta arancione
di
Marco Colombaioni
Un sms per lo sviluppo
di
Lella Pennisi
Adozioni a distanza
Perché
tutti insieme
Siamo seduti intorno a un tavolo, a una serata di inaugurazione di un importante
spazio milanese. C’è una coppia di fronte a me e mia moglie.
Il marito: “Sapete, siamo di ritorno da Nairobi”. Colgo subito
l’occasione per parlare anche di Amani, ma il marito cambia discorso,
la butta sul politico: “Non si sta più bene, come ai tempi di
Moi”. La moglie sorride soddisfatta.
Intervengo: “Come?… Ai tempi di Moi(1)?
Ma era un criminale!”. Il marito: “E’ un discorso troppo
lungo, per capire bisognerebbe parlare molto”. Avrei molto da ridire
ma mi trattengo: vicino a me c’è un caro amico, che ha organizzato
la serata e non mi va di rovinargli il clima. La moglie: “Stiamo facendo
molto per l’Africa”, e lo dice con un sorriso così compiaciuto
che l’azzurro vitreo degli occhi si unisce a uno strano scintillio del
gioiello che porta sulla mano sinistra, la stessa mano che dopo un istante
alza e mostra a tutti noi: “Sì, faccio gioielli, sapete, gli
africani non sanno cosa siano le pietre preziose… Non sanno come lavorarle…
Se non ci fossimo noi…”.
Il marito le sorride e le sfiora la mano con una carezza. Mia moglie mi guarda
impallidendo, tento di nuovo di parlare di bambini di strada; il marito, dopo
due brevi e misurati colpi di tosse, interviene: “Quei bambini danno
fastidio ai turisti, danno fastidio a tutti”. A questo punto è
tale la rabbia mista alla tentazione di alzare le mani che mi giro verso mia
moglie e interrompo qualsiasi contatto con la zona del tavolo in cui si trova
la coppia.
Ma il marito ci chiede: “Conoscete…?” e cita il nome di
una nota organizzazione che si occupa dei progetti in Africa. “Sapete,
parte dei guadagni raccolti con i gioielli li versiamo a questa associazione”.
Vedo chiaramente il demonio, che si ferma per un istante sul nostro tavolo,
accanto alla coppia che ora si bacia in piena di orgoglio.
E mi vengono in mente in quel momento i tanti ricchi milanesi che ho incontrato
negli ultimi mesi. Ricordo quel noto editore, che aveva promesso una ragguardevole
donazione davanti a testimoni e poi è scomparso, oppure quel grande
finanziere (chi non lo conosce?) che promise “un importante contributo”
– e se ancora oggi mi incrocia per strada mi evita. Mi vengono in mente
tutti i loro sguardi, identici a quelli di questa coppia che ho di fronte,
e poi, improvvisamente, quelle meravigliose parole del Vangelo: “Si
travestono da agnelli e invece sono lupi”.
Mi volto: non ci sono più. Mi sembra di intravederli dalla grande finestra
di vetro: camminano veloci, poi sempre più in fretta. Li vedo sempre
più lontani: sembra che si siano chinati e che usino anche le mani
per correre via. Ora corrono chiaramente a quattro zampe. Con mia moglie esco
per guardare meglio. Accanto a loro ci sono ora anche gli atri lupi: c’è
l’editore, c’è il finanziere. Si annusano, si riconoscono
e procedono in gruppo. Il branco è al completo. Stiamo attenti.
(1) Daniel Arap Moi, presidente del
Kenya dal 1978 al 2002.
Arnoldo Mosca Mondadori, direttore
della collana “I libri di Arnoldo Mosca Mondadori”, Frassinelli.
Se ne discute da oltre un decennio, ma la notizia si è materializzata
il 23 maggio 2007. Nessun conto alla rovescia ha scandito l’evento;
non ci sono state dirette televisive; qualcosa di storico ci è passato
davanti senza che ce ne rendessimo conto: per la prima volta la popolazione
che vive nelle città ha superato quella insediata nelle campagne. Il
dato è stato verificato dall’Università della North Carolina
e da quella della Georgia che studiano la crescita della popolazione terrestre.
Il base alle proiezioni statistiche risulta che il 23 maggio 2007 erano insediati
nella città 3.303.992.253 abitanti contro i 3.3003.866.404 che vivono
nelle campagne. Nei primi anni del Novecento solo il 10% della popolazione
viveva in città e ancora negli anni Cinquanta era urbanizzata solo
una persona su quattro. Ciò significa miliardi di abitanti che sono
nati o che si sono spostati verso la città. Tutto è avvenuto
e continuerà ad avvenire nel Sud del mondo: secondo Habitat, l’agenzia
delle Nazioni Unite per gli insediamenti, il 95% della crescita urbana mondiale
da qui al 2050 si registrerà negli agglomerati d’Africa, d’Asia
e d’America Latina; il 38% della crescita avviene nelle baraccopoli
che già “accolgono” un miliardo di abitanti e che raddoppieranno
nel prossimo ventennio.
Le frontiera non sono sparite come si pensava con la caduta del muro di Berlino,
ma vengono continuamente ridefinite; oggi esse non si innalzano più
tra Est ed Ovest e nemmeno tra Nord e Sud, ma dentro le città, dove
si contrappongono quartieri di classe alta e sobborghi.
La città così frammentata, invece di essere il luogo dell’incontro
e dell’integrazione tra gruppi sociali diversi per livello economico,
cultura e provenienza, si sta trasformando in una sorta di arcipelago di tante
isole, che spesso si convertono in enclave, ghetti e quartieri dormitorio,
e segnano un orizzonte urbano sempre più privo di una sintesi architettonica,
politica e sociale. Da un lato, la città offre una globalità
senza frontiere – per merci, immagini e messaggi -, dall’altro
proporne una frammentazione crescente delle opportunità, per persone,
ceti e quartieri. Come osserva il sociologo Zygmunt Bauman, le città
“sono piene di uomini costantemente in cerca di qualcosa d’altro.
Sembra che corrano e invece sono fermi, in una condizione di angosciante staticità.
Credono di intercettare, di interpretare il cambiamento. Stanno bene solo
quando arrivano prima degli altri, e questo indipendentemente da quale sia
la meta”. C’è anche chi la meta la conosce, ma non ha le
opportunità per raggiungerla. Per questo nessuno si sente a casa propria,
pur non sentendosi nemmeno a casa degli altri.
Occorre quindi ripensare la città a partire dalle frontiere, per far
sì che non siano più uno sbarramento, ma un passaggio. Esse
segnalano a uno stesso tempo la presenza altrui e la possibilità di
ricongiungersi.
Le frontiere non si cancellano, dunque: vengono ridisegnate. Il nostro compito
è di “stare” su queste frontiere, di abitarle affinché
siano un punto di incontro e un momento di risposta. Come ci ricorda Italo
Calvino (Le città invisibili): “In una città
non godi delle sette o delle settanta meraviglie, ma della risposta che sa
dare a un tuo problema”. Ad esempio il problema della terra nei paesi
del sud o quello degli alloggi vuoti in quelli del nord (solo l’Italia
ha 5.324.477 abitazioni vuote!). Il mercato ha grandi capacità di produrre
e accumulare beni, ma è incapace di distribuirli: lo spazio sta diventando
solo la forma territoriale della moneta.
Il problema attuale di chi vive nelle zone rurali del Sud del mondo è
la mancanza di possibilità di scegliere. Si migra verso le aree urbane
perché forzati dai bisogni fondamentali, perché dove si sta
non c’è cibo e acqua a sufficienza. Nelle periferie, poi, si
vivrà in condizioni simili se non peggiori, perché all’impoverimento
materiale potranno associarsi altre forme di deprivazione sociale, culturale
e umana. In città, tuttavia, le opportunità quanto meno esistono,
così come una maggiore probabilità di cambiare la propria condizione;
ma sarebbe anche possibile migliorare le condizioni di vita delle zone rurali.
Per lo sviluppo delle baraccopoli e dei villaggi non c’è bisogno
di un’agenda lunga e complessa. Il rispetto di alcune priorità
può cambiare radicalmente la realtà: risolvere il problema della
terra, garantire la certezza dei diritti e sostenere gli investimenti. E da
questo si è ancora lontani.
Il vescovo sudafricano Desmond Tutu al Forum Sociale Mondiale di Nairobi ci
ha ricordato che è “certo che sappiamo di avere una terra in
cielo, ma ne vogliamo un pezzettino anche quaggiù”. La sfida
che abbiamo davanti si giocherà nelle periferie. È qui che l’umanità
si eleverà o si degraderà. L’Africa ci mostra quante frontiere
dobbiamo ancora varcare nei nostri quartieri, nelle nostre politiche e nelle
nostre economie per ricongiungerci agli altri, e a noi stessi.
Fabrizio Floris,
è ricercatore di antropologia economica. Autore di Eccessi di città.
Baraccopoli, campi profughi e città psichedeliche (Paoline, 2007).
La
prima volta che andai in Africa con i miei genitori; era l’estate del
1997 e avevo dieci anni. Mi rimase impresso il centro di Nairobi; mi piaceva
molto, anche se lo trovavo bizzarro: palazzi alti, moderni, grigi, vicino
a gente scalza, mercati, piccoli pullman tutti colorati e carichi di persone
anche sul tetto. Anche il quartiere di Riruta mi piaceva molto, c’era
un piccolo bar dove andavamo a comprare bibite e mangiavamo delle specie di
hot dog molto buoni, anche se piccanti e speziati. Era un bar piccolissimo
e modesto, però maniacalmente ordinato.
Mi ricordo anche di una chiesa dove andammo a una messa molto diversa da quelle
a cui ero abituata: mi sembrava più una festa, le donne gridavano e
cantavano, e avevano vestiti colorati. All’inizio non sono stata molto
bene. Pensavo di essere andata in vacanza ma il mare non c’era. E poi
ero molto timida, ero l’unica bimba ed ero bionda con gli occhi azzurri;
vivevo la curiosità degli altri bambini con un po’ di timore.
Dopo mi sono sbloccata, credo dopo una partita di calcio nel quartiere. C’era
tantissima gente e io mi sentivo impaurita come non mai; poi Andrew –
un educatore – mi ha preso per mano e anche Kizito si è messo
vicino a me, e io mi sono sentita finalmente tranquilla.
Tra i ragazzi ricordo Paul, che era il più grande e mi diceva sempre
che ero bellissima. Poi Joseph, a cui mio padre aveva regalato un cappello
con le orecchie di Pippo e lui lo teneva addosso tutto il giorno; mi diceva
sempre “my sister, my sister”. C’erano poi tanti
bambini piccoli che arrivavano al mattino e ripartivano la sera: urlavano,
gridavano, si rincorrevano, giocavano…
Dopo qualche settimana conoscevo tutto e tutti. Mi sembrava di vivere in una
grande famiglia dove ognuno aveva il suo ruolo, come se ognuno mettesse a
servizio di tutti una parte di sé stesso, o qualcosa che sapeva fare
bene.
È passato molto tempo. Non sono più tornata a Nairobi. Dell’Africa
non mi sono più interessata, nonostante sia cresciuta in un ambiente
familiare costantemente a contatto con la realtà di Amani. Poi qualche
mese fa a Roma mi è capitato di ascoltare un intervento di Jean-Léonard
Touadi, assessore alle politiche giovanili: l’argomento era la cooperazione.
Non saprei spiegare cosa sia accaduto ma d’un tratto ho sentito gli
schiamazzi dei bambini di Koinonia, ho visto Joseph con il suo cappello da
Pippo, ho visto il colore rosso della terra africana, ho rivisto gli occhi
di Andrew. Tutto mi è ritornato nel cuore all’improvviso. Una
delle cose che diceva Touadi è che molte organizzazioni si impegnano
più nel portare a termine il loro progetto, nel reperire fondi, e non
si soffermano a creare relazioni profonde con le popolazioni locali. Citava
lo storico Joseph Ki-Zerbo: “La mano che riceve è sempre sotto
di quella che dà”.
Se penso invece alla mia esperienza a Riruta mi vengono in mente mani intrecciate,
senza un sotto e senza un sopra, senza confini tra il dare e il ricevere.
Mi viene in mente la famiglia di Koinonia e Amani in cui le relazioni diventano
legami. Sono questi legami che hanno resistito dentro di me tutto questo tempo.
E che, dopo dieci anni, mi fanno venire la voglia di tornare.
Federica Paudice è
volontaria di Amani a Milano.
Per
tutto il tragitto da Bari a Mola di Bari ho pensato a quel disegno e a quella
frase: su una cartolina di Orgosolo, piccolo borgo della Sardegna, c’è
uno dei murales di cui si colorano le sue stradine. C’è scritto:
“Felice è il popolo che non ha bisogno di eroi”. Credo
sia una frase di Bertolt Brecht. Sotto è disegnato un vecchio dalla
barba bianca che si regge su un bastone.
Questo racconta la cronaca. Ma io mi trovavo lì non solo per sentire
con voce originale un susseguirsi di fatti compassionevoli e strappalacrime.
Ero lì per ascoltare la peggiore declinazione delle migrazioni con
i suoi attori improvvisati e sprovvisti di copione attraverso la voce narrante
di una straordinaria persona comune.
“Erano
stremati”; “Uno di 16 anni viaggiava a bordo con la madre e cinque
fratellini. Dette di matto quando si rese conto di esser rimasto solo”.
“Sembravano ringraziarti già con gli occhi. Non avevano la forza
per parlare”. Mai una volta dal suo volto così accogliente e
paterno ho scorto un benché minimo messaggio di pietà o buonismo
incondizionato. Si leggeva solo un profondo senso di comprensione e umanità.
Ciò che veramente lo alterava era ricordarsi di come fu palleggiato,
dopo il recupero in mare, tra Italia e Malta per i soccorsi. Vincenzo trova
incomprensibile la questione politico-amministrativa: “Che mi avessero
chiesto, vuoi qualcosa? Tu stai bene? Nulla. Mi dissero solo di andare a Malta”.
I connazionali prima. “Addirittura volevano facessi pure la dogana per
ripartire e perdere un altro giorno di pesca”. Imaltesi, poi.
Mi giustifica così il motivo per cui alcuni suo colleghi hanno riserve
a caricare gente. La burocrazia eccessivamente anaffettiva in cui viene lasciato
chi casualmente si ritrova protagonista in una storia così. “Questo
per vivi recuperati. Per i morti è un altro problema”. Sulla
panca mi disegna con un dito traiettorie e rotte. Indica punti sull’orizzonte.
Gli chiedo del premio appena ritirato e, per quanto volesse minimizzare la
sua impresa, gli occhi gli brillavano ricordando le strette di mano di alti
ufficiali e facendo trapelare l’orgoglio dei suo tre figli, grandi e
consapevoli dell’uomo eccezionale che chiamano padre. Non era un luogo
comune dirmi: “Non ho fatto nulla di speciale”, se la voce trovava
ulteriore forza in occhi trasparenti. L’uomo del porto lo chiama dalla
banchina. Gli ricorda che è domenica con tutti i suoi rituali e cerimoniali
della tavola. Sono le 12.30. E anche Vincenzo deve andare dalla sua famiglia.
Mentre lo guardavo e cercavo di abbozzare un sincero ringraziamento per la
sua disponibilità che non cadesse nel solito stucchevole saluto, il
capitano mi interrompe con viso sornione dicendomi: “Che voi che ti
dica? Se li trovo di nuovo li prendo di nuovo. Speriamo che non li trovo.
Se li trovo non è che mi posso girare dall’altra parte. Li devo
prendere e basta”. Una frase che non lascia adito a dubbi e incertezze.
Come il saluto che ci scambiamo sul pontile con il crepitio del legno proprio
delle cose vere. Consumate ma resistenti.
Nel 1995 mia madre morì. Vivere con la zia era difficile perché
era povera e senza lavoro. Così, anche per il fatto che mio padre era
malato di cancro e non potava lavorare, non ci volle nulla a finire sulle
strade di Nairobi.
Io e il mio gruppo siamo sopravvissuti con espedienti diversi: chiedendo la
carità, raccattando cibo al mercato in cui era dislocata la mia “base”,
ma anche – posso dirlo? – andando a rubacchiare in altri mercati:
era l’unica possibilità che avevamo.
Con altri due compagni decidemmo di spostarci a Mombasa. Ero molto giovane
ma determinato, e mi sono messo a camminare, camminare e camminare, perché
c’erano centinaia di colline fra me la mia destinazione. Arrivato a
Mombasa, andai subito alla spiaggia, perché non c’ero mai stato
prima e perché mi avevano detto che stare in spiaggia era una delle
cose migliori al mondo. Lì incontrai un assistente sociale che mi parlò
di un centro di riabilitazione. Pensai che fosse per me un’opportunità.
Così, quando l’assistente sociale tornò e mi propose di
seguirlo, accettai con fiducia.
Posso dirmi fortunato. Penso di essere stato sfortunato in passato ma di avere
avuto poi buona sorte grazie all’intervento di qualcuno. Considero ancora
sfortunati tutti i bambini di strada, ma ora provo ad essere io colui che
li renderà fortunati, così come qualcuno ha fatto con me. Voglio
essere il loro strumento di trasformazione, l’occasione di svolta. Dopo
la laurea mi dedicherò esclusivamente a questo problema; il mio obiettivo
è trovare una soluzione.
Se avessimo una soluzione già sperimentata per i bambini di strada
che ancora soffrono negli slum, finalmente potremmo guardare con più
serenità al dramma dei ragazzi di strada di cui nessuno sembra preoccuparsi:
stiamo rinviando un problema sul punto di esplodere e che poi sarà
impossibile controllare.
Se nessuno fosse intervenuto nella mia vita, io sarei ancora uno di loro.
Perciò è importante, per me, fare qualcosa per restituire ciò
che è stato donato a me.
Il gruppo a cui offro il mio servizio resta la mia sfida, che sarà
vinta solo se si troverà una soluzione. Ma non dovrebbe essere una
sfida solo mia, bensì di tutti. Finché non avremo ottenuto la
pace nelle strade, non l’avremo raggiunta nel mondo.
Perciò vorrei dare il benvenuto a tutti: venite nelle strade!
Boniface Okaba Bulumai, è
un educatore di Koinonia a Nudgu Mdogo (Piccolo Fratello)
Quote rosa e nere
Africa dei contrari. Il grande continente lo dimostra
anche nella politica relativa alle “quote rosa”. L’Africa
vanta infatti un primato mondiale in questo campo: il Ruanda con il 18,8%
di donne in parlamento ha superato i paesi nordici europei. Purtroppo, nelle
53 nazioni africane i vertici rimangono saldamente maschili. Il campo femminile
può vantare la presidenza della Liberia, quattro vicepresidenti e un
primo ministro (Mozambico); le detentrici di ministeri importanti sono ventuno.
“Ma il vero problema è un altro”, dice Wangari Maathai,
Nobel per la Pace 2004, che nel 1971 fu la prima donna a conseguire la libera
docenza nell’Africa dell’Est. “Nella povertà vige
una legge: il poco che c’è va agli uomini. Le donne devono arrangiarsi”.
Africa senza “Paperoni”
Nel 1958 la rivista americana Forbes pubblicò per la
prima volta l’elenco dei più ricchi nel mondo. La lista era formata
da 140 persone che avevano almeno un miliardo di dollari. Oggi l’elenco
contiene 946 nomi, e soprattutto, ben 153 hanno fatto la loro apparizione
fra gennaio 2006 e gennaio 2007. Com’è generosa la globalizzazione
con chi è già ricco!
Nell’elenco, guidato sempre da Bill Gates con 56 miliardi, figurano
“Paperoni” di ogni continente, salvo – naturalmente, vien
da dire – l’Africa. Se qualche simpatizzante del grande continente
ne fosse dispiaciuto, si può ricordargli che almeno un terzo dei profitti
ottenuti su suolo africano se ne va, segretamente, all’estero: è
come se non esistessero. Oppure ricordare dittatori come Mobuto o Abacha,
miliardari e criminali doc.
Ma il Kilimangiaro resiste
L’Africa sembra correre in soccorso del mondo occidentale
angosciato dal problema del riscaldamento climatico globale. Dal continente,
che spesso i paesi ricchi trattano come deposito di rifiuti, viene una notizia
relativamente confortante: i ghiacciai del Kilimangiaro, dati ormai per praticamente
estinti, resistono e rimandano la loro fine.
Sul massiccio montuoso della Tanzania, alto 5.895 metri, i ghiacciai –
o, se volete, le famose “nevi del Kilimangiaro” di popolari film
hollywoodiani – non spariranno nei prossimi anni come avevano previsto
molti ricercatori. Studiosi austriaci, dopo anni di misurazioni su temperature,
radiazioni solari, umidità, vento e precipitazioni, hanno rinviato
a dopo il 2050 il momento critico per i ghiacciai adagiati sul vulcano spento
che è la più alta cima dell’Africa.
PÈ
diretta da Marcello Flores quella che si presenta come “la prima grande
opera al mondo a fare un punto completo e aggiornato sulla cultura dei diritti
umani”. È costituita da: 2 volumi di dizionario alfabetico,
per un totale di 300 lemmi; 2 volumi di atlante; ossia 30 saggi in
cui si intrecciano il piano tematico e quello storico-geografico, con un ricco
apparato di documenti iconografici; 1 volume di documenti; 1 volume
di documenti fotografici in coedizione con Contrasto; oltre 8 ore
di video “tra cronaca e informazione, emozione e poesia”; 1 cd-rom
ipertestuale per la consultazione del dizionario e dell’atlante.
Un buon assaggio dell’opera è su: http://dirittiumani.utet.it.
Diritti Umani. Cultura dei diritti e dignità della persona nell’epoca della globalizzazione
Africa
Teller a Matera
Africa Teller, giunto alla sesta edizione, è un premio letterario rivolto
ai paesi africani, con l’intento di confrontarsi con le “altre
culture” in un percorso inverso al generale influsso di informazioni.
Sono trascorsi sei anni da quando Amani decise di unirsi all’associazione
culturale Energheia in questa avventura letteraria, e siamo
sempre più conviti che sia un modo speciale e arricchente per ascoltare
gli africani. Ogni anno, attraverso ogni singolo racconto, emergono le sfaccettature
di una realtà estremamente fluida e in evoluzione. Quest’anno
abbiamo selezionato dieci racconti di giovani keniani che offrono uno spaccato
di vita e di sensibilità africana, in particolare del paese dove Amani
e Koinonia lavorano insieme da oltre un decennio.
La premiazione si svolgerà a Matera nella seconda
metà di novembre. La giuria sarà composta da:
Alberto
Gromi, docente alla facoltà di Scienze della formazione,
Università Cattolica di Piacenza.
Kossi Komla-Ebri, scrittore
di origine togolese e specializzato a Milano in Chirurgia Generale. Oggi lavora
nel Laboratorio analisi presso l’ospedale Fatebenefratelli di Erba (Co).
Il suo ultimo libro è La sposa degli dèi (Edizioni Dell’arco
Marna).
Cristina Ali Farah,
scrittrice nata a Verona nel 1973 da padre somalo e da madre italiana. Il
suo ultimo lavoro è il romanzo Madre piccola (Edizioni Frassinelli).
Dal 1999 si occupa di educazione interculturale.
Info: Associazione culturale Energheia – Via Lucana, 79 – 75100
Matera. Tel. 0835 33750; www.energheia.org
Con i Nuba, Rai da premio
Al documentario Sudan, la scuola della speranza,
realizzato da Enzo Nucci e Claudio Rubino
per la rubrica “Primo piano” del Tg3, è stato assegnato
l’11 settembre scorso il Premio “Testimone di Pace”, promosso
dalla città di Ovada (Al) e dal Centro per la pace e la non violenza
“Rachel Corrie”. Il filmato (21 minuti), racconta le scuole nate
grazie ad Amani sui Monti Nuba, è andato in onda il 18 maggio scorso
– a mo’ di “inaugurazione” della sede Rai di Nairobi
– e, in replica, il 5 settembre.
È visionabile online: www.tg3.rai.it,
poi cliccare Primo Piano, quindi Archivio.
Amani
a Toriano per “Fa’ la cosa gisuta!”
La fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili nata a Milano
dalle menti e dalle braccia della rivista Altreconomia, del giornale
Terre di mezzo e delle edizione Terre di mezzo/Car’armata,
arriva anche a Torino. La prima edizione di “Fa la cosa giusta!”
nel capoluogo piemontese si svolgerà dal 9 all’11 novembre
nel Cortile del Maglio e negli spazi del Serming – Arsenale della pace.
Sono previsti 120 stand con progetti, servizi e prodotti di commercio equo
e solidale, agricoltura biologica e biodiversità, editoria, riuso e
riciclo, bioedilizia, ecoprodotti, artigianato e autoproduzione, finanza etica,
energie rinnovabili, risparmio energetico, turismo solidale, software libero,
cooperazione sociale, mobilità sostenibile.
Amani con i suoi volontari sarà presente
con uno stand di artigianato del Kenya e dello Zambia, pubblicazioni e materiale
informatico. L’ingresso alla fiera è gratuito.
Info: www.falacosagiusta.org;
tel. 02 83242426
Cristo
l’Africano
Renato Kizito Sesana firma la presentazione del libro di
cui aveva parlato ai lettori di Amani nel settembre 2005 (“Gesù
è come mia nonna”) e che ora è disponibile in edizione
italiana. “Non un libro per esperti – osserva padre Kizito -,
più un libro per innamorati di Gesù e dell’Africa”.
È un libro “modesto e prezioso”, aggiunge. “Modesto,
perché non pretende di parlare a nome degli africani, semplicemente
li fa parlare. Prezioso perché è il primo del suo genere, nato
da una ricerca rigorosa”.
Il “Gesù d’Africa” offre molte sfaccettature. Così
come nelle comunità mediorientali dei primi decenni del cristianesimo
Gesù di Nazaret ere agnello di Dio, figlio dell’uomo, messia,
buon pastore e samaritano… così oggi per gli africani è
guaritore, amico, capo, antenato.
Diane B. Stinton Gesù
d’Africa – Emi – pp. 414 – euro 20,00

Eccessi di città
in libreria
È arrivato nelle librerie in luglio, Eccessi
di città: baraccoli, campi profughi e periferie psichedeliche (Edizioni
Paoline, pagine 184, euro 11,00). Ecco come lo presenta l’autore,
Fabrizio Floris: “Un libro che sintetizza le esperienze di studio e
di vita negli ultimi dieci anni; gentilmente Marco Aime ha
scritto la presentazione e Enzo Nucci ha redatto la prefazione.
Si tratta di un viaggio tra le “città senza cittadini”,
attraverso territori che celano una urbanità secondaria, ma non separata.
Un percorso che si inoltra tra le “popolazioni sovrannumerarie”
degli slum di Nairobi, dei campi profughi del Kenya e delle periferie italiane.
Luoghi dove si gioca la sfida di un pianeta sempre più urbanizzato
che cerca di venir fuori come una stilla di rugiada al mattino e che se vorrete
vi guarderà in faccia”.
Floris è laureato in Economia, ha insegnato Antropologia economica
presso la Facoltà di lettere e filosofia dell’università
di Torino e Sociologia generale presso le università di Milano e Betlemme.
Per primo se n’è andato il più giovane, quasi dieci anni
fa. Il più fantasista, forse il più poeta, dei registi africani.
Djibril Diop Mambéty. Adesso è toccato al patriarca, anch’egli
senegalese: Sembène Ousmane. Era la notte tra il 9 e il 10 giugno,
aveva 84 anni e ancora un film da girare: La confraternita dei topi.
Sarebbe stato un altro dei suoi affondi – questa volta riguardante la
corruzione – nella società che ben conosceva, la sua. Lo avrebbe
fatto chirurgicamente, senza dubbio, e con ironia. Perché Sembène,
che era nato scrittore, era passato al cinema per rendere più popolare
il suo impegno civile. Contro l’oppressione, tutte le oppressioni, di
non importa quale provenienza: coloniali o neocoloniali, e soprattutto se
africane. Di classe o di religione. O di “cultura”: come in Moolaadé,
il suo film contro le mutilazioni genitali femminili uscito l’anno scorso
anche sugli schermi italiani (e in dvd per Feltrinelli).
Sembène sapeva di che parlava. Il suo primo romanzo, Le docker
noir (1956), aveva dato voce agli scaricatori di porto di Marsiglia,
città dove lui stesso era sbarcato, clandestino, dieci anni prima.
E il suo primo lungometraggio, Le noire de…, raccontava una
(tragica) storia di immigrazione al femminile.
Fu praticamente lui a tenere a battesimo il cinema africano, anche se ad altri
va l’onore della primogenitura. In ogni caso ne fu il primo, autorevole
ambasciatore a partire dal 1963. Gli bastarono 18 minuti per un cortometraggio
che, senza lasciarsi tentare dagli sperimentalismi allora in voga nel cinema
europeo, anzi prediligendo la linearità, ancora oggi cattura il pubblico.
In Borom Sarret – un carrettiere che si trova a che fare con
un religioso mussulmano, quindi con un neoborghese e poi con un agente –
c’è già “tutto ciò che maturerà con
gli anni nell’opera del regista senegalese”, annota Cinemafrica.org.
Il Boron Sarret “è simbolo dell’uomo del popolo
schiacciato dalla burocrazia e dalle forze politiche e religiose”.
La burocrazia, kafkiana come non mai, è invisibile protagonista anche
di Le mandat: un vaglia inviato da un emigrato in Francia alla sua
famiglia a Dakar, e impossibile da riscuotere. Il film, una commedia amara,
rappresentò la prima volta dell’Africa a Venezia, nell’ambito
di quella complicata edizione che fu la Mostra del’68, e meritò
al suo autore il Premio della critica internazionale. Vent’anni dopo,
Sembène porta al Lido Campo Thiaroye, un film che ricostruisce
il massacro da parte dei francesi, nel 1944, di un battaglione di militari
africani smobilitati che avevano combattuto per la Francia e ai quali Parigi
nega il soldo. Di nuovo si porta a casa un premio.
Ma il vero premio (l’ultimo in ordine di tempo è stato l’italiano
Nonino, attribuitogli a Udine il gennaio scorso) era per lui il favore del
pubblico, di quegli “eroi quotidiani” alla cui intenzione egli
concepiva le sue opere. Soprattutto le “eroine”. Da Diouana, l’ultima
colf che si uccise perché “io non sarò una schiava”,
a Collé Ardo, la travolgente pasionaria contro l’escissione,
nel cinema di Sembène le donne hanno quasi sempre un ruolo fondamentale.
L’ammirazione per loro, confessò un giorno gli veniva dall’aver
osservato il loro atteggiamento “durante gli scioperi in epoca coloniale:
erano loro i pilastri del movimento”. Lo facevano loro, lo sciopero:
dell’amore, se il marito non si univa ai compagni in agitazione. E organizzando
il picchettaggio. E poi bisognerebbe citare almeno i titoli di Emitaï,
Guelwaar, Faat-Kiné… Come ha confermato Fatou Kiné
Camara, professoressa universitaria senegalese – docente di diritto
e “soprattutto femminista africana” -, quella di Sembène
è la “donna delle tre “P”: popolare, polemica, politica”.
Esattamente come lo sono i suoi film.
Pier Maria Mazzola, è giornalista. Collaborò al lancio, nei primi anni Ottanta, della Rassegna di cinema africano a Verona.
Il nord dell’Uganda è stato devastato da una guerra civile
crudele, che ha visto bambini rapiti e forzati a combattere, ragazze rapite,
violentante e costrette a vivere come mogli dei ribelli. Il movimento che
è il primo responsabile di questa guerra è il Lord’s Resistance
Army (Lra, Esercito di resistenza del Signore); si chiama così perché
nacque nel 1987 con motivazioni religiose, già molto confuse all’inizio
che nei venti anni di guerra sono state completamente distorte e utilizzate
per imporre riti e pratiche che non hanno la benché minima e lontana
relazione con il Signore.
Dal luglio 2006 una delegazione della Lra partecipa a un tavolo di negoziati
a Juba, capitale del Sud Sudan, assieme a una delegazione del governo ugandese.
Il cui esercito – bisogna sottolinearlo – nel corso di questa
lunga guerra civile non ha mancato di praticare gravissimi abusi di diritti
umani, i quali però in genere sono stati sottaciuti, in nome della
vicinanza del governo ugandese al mondo occidentale. Le due parti, dopo appena
un mese di negoziati – che hanno visto come mediatore il vicepresidente
del Sud Sudan Riek Machar -, hanno firmato nell’agosto dello scorso
anno un accordo di cessazione delle ostilità che resta finora il risultato
più importante dei colloqui.
Sono stati molti i fattori che anno spinto i leader dello Lra ad accettare
di sedere a un tavolo, rinunciando alle azioni armate. Innanzitutto il crescente
e sempre meglio coordinato intervento militare del governo ugandese; poi le
pressioni di vari gruppi della società civile, non ultimi i leader
tradizionali e religiosi (tra i quali ha avuto, e mantiene, un ruolo preponderante
John Baptist Odama, l’arcivescovo di Gulu); infine la condanna dei quattro
principali leader dello Lra da parte della Corte penale internazionale. Altre
istituzioni locali e internazionali sono entrate successivamente a far parte
del processo di pace. Si può anche pensare, anche se ciò non
è mai stato riconosciuto dallo Lra, che i leader del movimento si siano
resi conto che la gente era ormai sfinita da questa guerra e che quindi temessero
di perdere completamente ogni sostegno.
Dopo il promettente avvio dei colloqui lo scorso anno, è però
seguito un lungo stallo. Probabilmente perché da un lato i membri della
delegazione, per lo più non militari, scelti dai leader Lra fra i membri
della diaspora acholi(1) , non si sentono sufficientemente
in contatto con la leadership. Dall’altro lato, molti di questi delegati
non hanno una specifica competenza diplomatica e – come alcuni di loro
mi hanno confidato – “non hanno nessuna fiducia né nella
controparte, né nel mediatore principale, né nelle istituzioni
che assistono la mediazione” e quindi temono di essere indotti a firmare
documenti che potrebbero rivelarsi, in un secondo momento, delle trappole.
La mancanza di fiducia nei negoziati divenne molto chiara quando, alla fine
dello scorso dicembre, la delegazione Lra se ne andò da Juba e in un
comunicato stampa di metà gennaio dichiarò che voleva fossero
cambiati sia la sede dei colloqui sia il mediatore sia il team che lo appoggiava.
Nessuno fu capace di impedire questo passo. I colloqui sono ripresi solo a
fine aprile, quando lo Lra è stato convito ad accettare lo stesso luogo
e lo stesso mediatore, in cambio di vantaggi materiali e sotto una pressione
internazionale enorme.
I
colloqui sono incominciati per merito di alcuni membri della diaspora acholi,
che dopo essere tornati in Uganda sono riusciti a organizzare alcuni incontri
con la leadership Lra. Dopo aver riallacciato i rapporti e stabilito un’intesa
basata sulla reciproca fiducia, sono riusciti a far passare l’idea che
era importante arrivare a una pace negoziata per il bene di tutti.
Il nucleo iniziale della delegazione Lra è
nato così intorno a persone che avevano un contatto continuo e positivo
con la leadership e che si sentivano autorizzate a parlare a nome delle popolazioni
marginalizzate del Nord Uganda.
Nell’iniziare questo processo la condotta della Corte penale internazionale
– al contrario di quanto viene talvolta affermato – ha avuto un
ruolo molto marginale. Solo successivamente si è trasformata in un
serio ostacolo.
Inoltre, con il passare del tempo e il costante cambiamento
di membri della delegazione dovuto al fatto che molti di loro hanno impegni
professionali che non possono permettersi di sospendere indefinitamente, la
delegazione Lra sembra avere perso il suo obiettivo iniziale: sono entrati
in gioco interessi e rivalità personali che hanno lentamente reso la
mediazione più difficile e hanno scavato un solco fra la leadership
Lra e la sua stessa delegazione, al punto che oggi non si può mai essere
sicuri che la delegazione rappresenti adeguatamente la leadership. Altri fattori
concomitanti che hanno contribuito a indebolire i colloqui sono l’impreparazione
del mediatore capo, l’inadeguatezza delle strutture e dei servizi dei
locali dove si svolgono i negoziati (i quali sono praticamente una grande
balera in riva al Nilo) e l’atmosfera di poca serietà, per non
dire di corruzione, che vi si respira. Per esempio tutti sanno che gli “alberghi”
e le strutture per i negoziati affittate a costi assolutamente esorbitanti
appartengono a persone molto vicine – e che a volte coincidono –
ad alte personalità del governo sudsudanese, eppure l’ufficio
delle Nazioni Unite che gestisce economicamente i negoziati continua imperterrito
in questa pratica.
Africa Peace Point, una ong keniana nata da Koinonia, ha accompagnato in questi
mesi la delegazione dello Lra cercando di fare capacity building
e convincendoli a riprendere i negoziati a Juba, lo scorso aprile. Non è
stata un’azione facile. Ci si è scontrati con interessi consolidati
di molte parti, perfino di associazioni e istituzioni che si sono nominati
da sole “facilitatori” e che dovrebbero essere interessate a una
rapida conclusione dei colloqui, ma che invece sembrano più che altro
attente a proteggere la propria “zona d’influenza”.
Abbiamo constatato che esiste un gran bisogno di persone competenti, credibili
e neutrali per facilitare il proseguimento dei colloqui, in modo che non solo
si arrivi a firmare una pace, ma che questa risulti sostenibile a lungo termine,
tenendo conto dei legittimi interessi di tutte le parti coinvolte.
(1) Gli acholi sono la
popolazione principale dell’Uganda settentrionale: circa 800mila persone
che vivono nei distretti di Kitgum, Gulu e Pader. Alcune comunità acholi
vivono anche in Sud Sudan, nella zona al confine con l’Uganda.
Renato Kizito Sesana, giornalista e padre comboniano, è
socio fondatore di Amani.
Quale tribunale per i crimini di guerra?
Mentre l’Esercito di resistenza del Signore (Lra)
continua a dichiararsi contrario ai mandati di cattura internazionale, il
governo di Kampala ha annunciato in luglio di voler creare un tribunale speciale
per giudicare i crimini commessi dai ribelli nei vent’anni di conflitto
in Nord Uganda. Il ministro degli interni, Ruhakana Rugunda, ha precisato
che la futura corte non processerà invece i militari accusati di violazioni
dei diritti umani, già sottoposti alla giurisdizione interna dell’esercito.
Per Martin Ojul, capodelegazione dei ribelli ai colloqui di pace di Juba,
“è una notizia deludente. La responsabilità delle violenze
riguarda entrambi”.
L'adozione proposta da Amani non è individuale, cioè
di un solo bambino, ma è rivolta all'intero progetto di Kivuli, della
Casa di Anita, di Ndugu Mdogo, di Mthunzi o delle Scuole Nuba.
In questo modo nessuno di loro correrà il rischio di rimanere escluso.
Insomma "adottare" il progetto di Amani vuol dire adottare un gruppo
di bambini, garantendo loro la possibilità di mangiare, studiare e
fare scelte costruttive per il futuro, sperimentando la sicurezza e l'affetto
di un adulto. E soprattutto adottare un intero progetto vuol dire consentirci
di non limitare l’aiuto ai bambini che vivono nel centro di Kivuli,
della Casa di Anita, di Ndugu Mdogo, del Mthunzi o che frequentano le scuole
di Kerker e Kujur Shabia, ma di estenderlo anche ad altri piccoli che chiedono
aiuto, o a famiglie in difficoltà, e di spezzare così il percorso
che porta i bambini a diventare street children o, nel caso dei bambini
nuba, di garantire loro il fondamentale diritto all’educazione.
Anche un piccolo sostegno economico permette ai genitori di continuare a far
crescere i piccoli nell’ambiente più adatto, e cioè la
famiglia di origine.
In questo modo, inoltre, rispettiamo la privacy dei bambini evitando di diffondere
informazioni troppo personali sulla storia, a volte terribile, dei nostri
piccoli ospiti. Pertanto, all'atto dell'adozione, non inviamo al sostenitore
informazioni relative ad un solo bambino, ma materiale stampato o video concernente
tutti i bambini del progetto che si è scelto di sostenere.
Una caratteristica di Amani è quella di affidare ogni progetto ed ogni
iniziativa sul territorio africano solo ed esclusivamente a persone del luogo.
Per questo i responsabili dei progetti di Amani in favore dei bambini di strada
sono keniani, zambiani e nuba.
Con l'aiuto di chi sostiene il progetto delle Adozioni a distanza, annualmente
riusciamo a coprire le spese di gestione, pagando la scuola, i vestiti, gli
alimenti e le cure mediche a tutti i bambini.
info: adozioni@amaniforafrica.org
Come aiutarci
Puoi "adottare"
i progetti realizzati da Amani con una somma di 30
euro al mese (360 euro all'anno): contribuirai
al mantenimento e la cura di tutti i ragazzi accolti da Kivuli,
dalla Casa di Anita,
da Ndugu Mdogo,
dal Mthunzi
o dalle Scuole Nuba.
Per effettuare un'adozione a distanza basta versare una somma sul
c/c postale n. 37799202
intestato ad
Amani Onlus - Ong
via Gonin, 8
20147 Milano
o sul
c/c bancario n. 503010
Banca Popolare Etica
ABI 05018 - CAB 01600- CIN F
EU IBAN IT91 F050 1801 6000 0000 0503
010
Ti ricordiamo di indicare, oltre il tuo nome e
indirizzo, la causale del versamento "adozione
a distanza".
Ci consentirai così di poterti inviare il materiale informativo.
Qual è il suo ruolo in Koinonia, e
come l’ha conosciuta?
Frequentavo Koinonia dal 2000 ma ne sono diventato membro effettivo nel 2003.
Vivevo vicino al Kivuli Centre e, finita la scuola secondaria e in attesa
dei risultati dell’esame, cominciai a passare i mei pomeriggi al centro
giovanile. Qui ebbi la possibilità di frequentare la Andrew School
of Computer anche grazie al fatto che la retta era bassa; ero molto interessato,
mi sembrava un’occasione importante per apprendere l’informatica
e sono stato uno dei primi studenti. Ero il primo della classe, anche se ero
il più piccolo.
Il giorno della consegna del diploma fui notato da un manager che mi offrì
una borsa di studio presso la sua stessa compagnia informatica. Avevo 21 anni.
Iniziai così a seguire il corso e contemporaneamente a lavorare: riparavo
i computer e curavo la manutenzione.
E
i sui pomeriggi al Kivuli?
Continuai a frequentare il Centro come volontario, insegnando alla Andrew
School per sei mesi. Finito il corso, ho ottenuto un’altra borsa di
studio per diventare programmatore, ma che avrebbe coperto solo la metà
delle spese; io non avevo i soldi necessari, così chiesi aiuto a padre
Kizito e con lui trovai la soluzione. Finita la formazione iniziai a lavorare
in aziende come programmatore. Mi chiamavano molte compagnie esterne per i
loro database. La mia carriera era in ascesa.
Con tutti questi impegni come trovava
il tempo per le attività di Koinonia?
Durante questi cinque anni di lavoro sono riuscito a seguire sempre Koinonia
e le sue attività. Ma ad un certo punto la mia visione della società,
in sintonia con quella di Koinonia, e quella dell’azienda non coincisero
più, e quando mi fu proposto il rinnovo del contratto mi sentii scoppiare
dentro.
Mi consigliai con Kizito: avevo già molte richieste come privato professionista
e pensavo di mettermi in proprio. Kizito mi sostenne e incoraggiò ad
andare avanti da solo. Koinonia mi supportò dandomi dei lavori di manutenzione
e anticipandomi una cifra per iniziare a lavorare con l’esterno. A quel
punto ero pronto a lasciare definitivamente l’azienda. Decisi di dedicarmi
al mio lavoro con lo scopo di aiutare gli altri, collaborando attivamente
al lavoro e alla mission di Koinonia.
Ci spiega perché la scuola si chiama così e come
funziona?
Geremia Bosio era una amico di Koinonia appassionato di informatica. Dopo
la sua morte prematura gli amici proposero il suo nome per la scuola. È
un modo per ricordarlo. Geremia condivideva l’idea che le tecnologie
informatiche dovessero aiutare la società dando competenze professionali
di ottima qualità ai più poveri a costi accessibili a tutti.
Il nostro motto è: “Tecnologie informatiche per lo sviluppo e
la pace”.
Offriamo corsi base e livelli più avanzati. Il top è rappresentato
dal Cisco (Advanced networking course) che permette di imparare sistemi di
rete avanzati. Per tale qualifica siamo stati supportati dall’Europa
Networking di Bergamo. Il mio collega Herbert ed io abbiamo seguito il corso
in Italia.
Tre docenti ogni giorno insegnano in tre corsi; al momento gestiamo 60 studenti
che presto diventeranno 78: vogliamo aprire un altro laboratorio.
Il motivo principale che mi ha spinto a lavorare qui è la voglia di
fare qualcosa di concreto per la società in cui vivo. Parte degli incassi
va ai progetti di Koinonia e parte all’autosostentamento. Questo per
me è il futuro di Koinonia.
Quali attività svolte invece Koinonia Technologies?
Principalmente progettiamo e vendiamo software per la telefonia cellulare,
così che le grandi aziende possono inviare comunicazioni tramite sms
ai loro clienti. Vendiamo sia il software sia il credito per inviare grosse
quantità di sms. Un altro servizio che offriamo è Sms Free:
diamo la possibilità a chi si registra sul nostro sistema di inviare
cinque sms gratis al giorno. In cambio veicoliamo messaggi pubblicitari, cosicché
le ditte interessate a farsi pubblicità possono raggiungere i clienti
che si sono precedentemente registrati al sito.
In futuro venderemo suonerie e dominii: abbiamo già il servizio di
web desig e assistenza tecnica e manutenzione. E un giorno, forse, anche un
internet provider, che darebbe anche un’opportunità di lavoro
a tanti nostri studenti. Ma come si dice dalle nostre parti, pole pole,
piano piano...
State lavorando anche al portale Peace-link Africa.
Questo è un progetto sociale che si interessa molto e che portiamo
avanti da diversi mesi. Come Peacelink Italia, così noi a
Nairobi stiamo cercando di mettere in rete tutte le ong che lavorano per la
pace e i diritti umani. Già 15 si sono unite ai nostri sforzi: a esse
offriamo la possibilità di avere il sito web gratuito.
In quale modo comunicazioni e tecnologia possono migliorare la
qualità di vita in Kenya e in particolare nelle realtà di povertà
di Nairobi?
La povertà ha diversi livelli: quello materiale ma anche quello culturale,
di informazione. Crescere significa anche conoscere: i mezzi di comunicazione
giocano un ruolo fondamentale anche per chi è privo di risorse. La
scommessa è rendere accessibile al maggior numero di persone la comunicazione
e l’informazione, accrescere le conoscenze con competenza e formazione
di qualità.
Uno dei problemi cruciali del Kenya è la disoccupazione. Se sei un
informatico ti si aprono molte possibilità di impegno. L’informatica
è la chiave del futuro. Certo non risolve tutti i problemi dell’Africa,
ma possiamo provarci partendo da noi stessi. Io ho cominciato da solo e adesso
ho con me 15 colleghi qualificati, e sempre nuovi servizi da offrire.
Lella Pennisi è
volontaria di Amani a Catania.
Kivuli Center, un
progetto educativo nato dall’iniziativa dei giovani della comunità
di Koinonia, che a Nairobi accoglie e sostiene i bambini di strada di due
grandi baraccopoli della capitale.
Il Centro Kivuli accoglie in forma residenziale 60 bambini di strada curandone
la crescita e l’educazione, copre le spese scolastiche di altri 70 bambini
ed è aperto con vari progetti animativi a tutti i bambini del quartiere.
Kivuli è diventato un punto di riferimento per i giovani e per gli
adulti, con un progetto di microcredito, laboratori artigianali di avviamento
professionale, una biblioteca, un dispensario medico, un progetto sportivo,
un laboratorio teatrale, una sartoria, un pozzo che vende acqua a prezzi calmierati,
una scuola di lingua, una scuola di computer e uno spazio sede di varie associazioni,
aperto a momenti di dibattito e confronto per i giovani del quartiere.
Casa di Anita, una casa di accoglienza
sorta a N’Gong (piccolo centro agricolo a 20 km da Nairobi), curata
da tre famiglie keniane, inaugurata nell’agosto 1999. La Casa di Anita
accoglie 60 ex bambine di strada, alcune orfane e altre figlie di famiglie
poverissime, vittime di abusi sessuali, inserendole in una struttura familiare
e protetta, permettendo una crescita affettivamente tranquilla e sicura.
Mthunzi Centre, un progetto educativo
realizzato dalle famiglie della comunità di Koinonia di Lusaka (Zambia)
a favore dei bambini di strada. Il Centro Mthunzi, oltre ad accogliere 60
bambini di strada in forma residenziale curandone la crescita e l’educazione,
è un punto di riferimento per la popolazione locale, con il suo dispensario
medico e con i suoi laboratori di falegnameria e di sartoria per l’avviamento
professionale.
Riruta Health Project, un programma
di prevenzione e cura dell'Aids, in collaborazione con Caritas Italiana che
offre assistenza a domicilio a malati terminali e a pazienti sieropositivi
nelle periferie di Nairobi.
Centro Educativo Koinonia Due scuole
primarie sui monti Nuba che garantiscono l’educazione di base (l’equivalente
della formazione elementare e media in Italia) ai bambini della zona circostante,
in assenza di altre strutture scolastiche. Attualmente ognuna delle scuole
ha circa 600 alunni. Il progetto include anche una scuola
magistrale magistrale per selezionare e formare giovani insegnanti
nuba (circa 50 ogni anno) in modo da riattivare la rete scolastica autogestita
dalle popolazioni della zona.
News from Africa, un’agenzia
di informazione mensile prodotta da giovani scrittori e giornalisti africani,
che raccoglie notizie e articoli di approfondimento provenienti dai paesi
dell’Africa subsahariana per poi diffonderle in tutto il mondo per via
telematica e cartacea. www.newsfromafrica.org
Africa Peace Point,
organizzazione laica e apolitica che si prefigge la realizzazione di iniziative
popolari per la costruzione e la diffusione di una cultura di pace nelle comunità
africane; la sede è a Nairobi, dove APP si è dotata di un centro
di documentazione e ha creato uno spazio in grado di ospitare forum, sessioni
di formazione sulla pace e incontri tra gruppi di base.
Amani People’s Theatre, una
compagnia di giovani attori che lavorano per una cultura di pace utilizzando
il teatro per la mediazione di conflitti, con performance e rappresentazioni
nei campi profughi del Kenya e nelle comunità di base.
Geremia School, una scuola di informatica
che fornisce una formazione professionale di qualità, nell’ottica
di contribuire a colmare il digital divide Nord/Sud.
Ndugu Mdogo, (Piccolo Fratello),
un progetto dotato di tre strutture: una casa che accoglie in forma residenziale
40 bambini; un centro diurno di prima accoglienza con un pasto caldo, cure
mediche, scuola e affetto; un istituto di formazione per educatori professionali.
Volete
farvi un’idea di come gira il mondo, ma per davvero? Provate a studiare
tutte le questioni inerenti al cotone, dalla coltivazione alle magliette,
non solo fino al momento del vostro acquisto su una bancarella o all’ipermercato,
ma anche dopo, quando ve ne sarete disfatti perché non più alla
moda, o rimpicciolita. O semplicemente perché ve ne siete stufati.
Se siete così “umani” da donarla “ai poveri”,
ecco che la t-shirt - ma anche un altro indumento – comincerà
un nuovo viaggio e una nuova, lunga vita.
Due strumenti ci aiutano a saperne e capirne di più: il libro dell’economista,
docente alla Georgetown University, che ha strappato numerosi riconoscimenti
dedicati all’editoria “business” (ma il libro è tutt’altro
che arido), e l’efficace documentario che insegue la maglietta da calciatore
con il mitico numero 10, “abbandonata” da un bambino di Amburgo,
fino alla sua destinazione finale, sulle spalle di un suo coetaneo in Tanzania.
Com’è facile intuire, l’argomento è appassionante.
Pietra Rivoli I viaggi di un T-shirt nell’economia
globale – Apogeo – pp. 288 – euro 15,00
Raffaele Brunetti Mitumba. The Second Hand Road
– B&B Film (www.bbfilm.tv) – dvd 52
Amani, che in kiswahili vuol dire “pace”,
è un’associazione laica e una Organizzazione non governativa
riconosciuta dal Ministero degli Affari Esteri.
Amani si impegna particolarmente a favore delle popolazioni africane seguendo
queste due regole fondamentali:
1. Garantire una struttura organizzativa snella, così da contenere
i costi a carico dei donatori;
2. Privilegiare l’affidamento e la gestione di ogni progetto e di ogni
iniziativa sul territorio africano a persone qualificate del luogo. Molti
degli interventi di Amani, infatti, sono stati direttamente ispirati dalla
comunità di Koinonia (www.koinoniakenya.org).
Come contattarci
Amani Onlus – Ong (Organizzazione non lucrativa
di utilità sociale e Organizzazione non governativa)
Sede legale e amministrativa:
via Gonin, 8 – 20147 Milano – Italy
Tel. 02 4121011 – Fax 02 48302707
Sede operativa:
via Tortona, 86 – 20144 Milano – Italy
Tel. 02 48951149 – Fax 02 45495237
amani@amaniforafrica.org
www.amaniforafrica.org
Come aiutarci
Basta versare una somma sul c/c postale n. 37799202 intestato
ad Amani Onlus-Ong – via Gonin 8 – 20147 Milano,
o sul c/c bancario n. 503010 - Banca Popolare Etica
ABI 05018 - CAB 01600- CIN F - EU IBAN IT91 F050 1801 6000 0000 0503 010
Nel caso dell'adozione a distanza è necessario
versare 30 euro mensilmente almeno per un anno.
Ricordiamo inoltre di scrivere scrivere sempre la causale del versamento e
il vostro indirizzo completo.
Dona il 5x1000 ad Amani: basta la tua firma e il codice fiscale di Amani (97179120155)
Le offerte ad Amani sono
deducibili
I benefici fiscali per erogazioni a favore di Amani possono essere conseguiti
con le seguenti possibilità:
1. Deducibilità ai sensi della legge 80/2005 dell’importo delle
donazioni (solo per quelle effettuate successivamente al 16.03.2005) con un
massimo di 70.000 euro oppure del 10% del reddito imponibile fino ad un massimo
di 70.000 euro sia per le imprese che per le persone fisiche.
In alternativa:
2. Deducibilità ai sensi del DPR 917/86 a favore di ONG per donazioni
destinate a Paesi in via di Sviluppo. Deduzione nella misura massima del 2%
del reddito imponibile sia per le imprese che per le persone fisiche.
3. Detraibilità ai sensi del D.Lgs. 460/97 per erogazioni liberali
a favore di ONLUS, nella misura del 19% per un importo non superiore a euro
2.065,83 per le persone fisiche; per le imprese per un importo massimo di
euro 2.065,83 o del 2% del reddito di impresa dichiarato.
Ai fini della dichiarazione fiscale è necessario scrivere sempre ONLUS
o ONG dopo AMANI nell'intestazione e conservare:
- per i versamenti con bollettino postale: ricevuta di versamento;
- per i bonifici o assegni bancari: estratto conto della banca ed eventuali
note contabili.
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Coordinatore: Pier
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Progetto grafico e impaginazione: Ergonarte,
Milano
Stampato presso: Grafiche Riga srl, via Repubblica
9, 23841 Annone Brianza (LC)
Registrazione presso la Cancelleria del Tribunale
Civile e Penale di Milano n. 596 in data 22.10.2001
No, non è vero che i miracoli non esistono, c’è
comunque chi persiste nel credere che la nostra vita e le nostre scelte a
volte assumono la parvenza o quantomeno il profumo del miracoloso. Io sono
fra questi. Il miracolo risiede forse nelle coincidenze che si adoperano per
architettare gli incontri.
Penso ad esempio all’incontro con alcune persone e a come sia cambiata
la mia vita. Siamo fortunati e senza grandi meriti, o siamo molto fortunati
perché davvero lo meritiamo?
Pensavo più o meno a questo mentre un giorno partivo da Milano, su
un treno con direzione Venezia. A Vicenza sono stato costretto a scendere:
treno bloccato, manifestazione sulle vie ferroviare.
A Venezia si inaugurava la 52ª Biennale d’arte. In quei giorni
era necessario un pass per l’ingresso; io non l’avevo ma non disperavo,
immaginando che non sarebbe stato complicato trovarlo.
Indossavo una maglietta arancione regalatami da un amico dopo aver partecipato
ad uno dei campi di volontariato che Amani organizza nel mese di agosto in
Kenya. Allora capita che un distinto signore mi incrocia e notando la mia
maglietta incomincia a spiegarmi chi è stata sua madre, quale il suo
impegno per i minore in Italia, a Milano e in Kenya; mi racconta un po’
la sua storia e perché successivamente a un multiplo lutto di due giovani
ragazzi – uno a Nairobi e uno a Milano – si pensò di dedicare
a quella signora, Anita, una giovane casa che da poco era diventata la culla
di ragazze e bambine con la voglia di essere, un domani, donne coraggiose
e forti. Anita Pavesi in quei giorni perdeva un figlio e questo signore un
fratello. A Nairobi moriva Andrew Awour. Così eccomi a raccontare di
nuovo e a dare testimonianza dei piccoli miracoli della vita, degli incontri
fortuiti con persone qualunque con storie profonde da raccontare, con persone
straordinarie che hanno magari poco da raccontare ma tanto da insegnare; e
poi ripenso ad alcune storie di vita buttate, calpestate, drogate, violentate,
e a volte rinate con un diverso sorriso.
Il treno riparte, il distinto signore mi regala il pass per la Biennale e
io non dimentico che la Casa di Anita è un posto stupendo perché
l’impegno e la volontà d’animo che le ragazze e le bambine
usano per migliorarsi è tangibile nell’aria, e non quantificabile.
A volte, problemi anche molto complessi possono avere una soluzione semplice.
Basta cercarla, basta trovarla, e avere un po’ di fortuna…
Marco Colombaioni, è volontario
di Amani a Milano.