|
|

| <<BACK |
"Amani" anno II, n. 2, settembre 2002
Sommario
Lettera
di Padre Kizito agli amici
di Padre Renato Kizito Sesana
A
casa di Anita
di Pietro Veronese
Unestate
al Mthunzi Centre
di Chiara Michelon
Lettera di Padre Kizito agli
amici
di Padre Kizito
Carissimi,
Il nostro errore più grande è di pensare - talvolta di pretendere
- che Dio ci aiuti a capire e magari a padroneggiare il nostro mondo. Niente
di più sbagliato. Il nostro Dio ha ragioni che non sono le nostre.
Anzi ci sfida con la diversità, limprevisto, linspiegabile.
Le prove e le carezze..
A Koinonia stiamo facendo questa esperienza. A fine aprile abbiamo perso Jane.
Pochi giorni fa, il 7 agosto, abbiamo perso Fred. Aveva 29 anni, ha lasciato
la moglie Fiona e due figli, Dennis e Lavender, e un grande vuoto a Koinonia
dove faceva lamministratore. Amministratore giusto e fedele, Fred era
un ragazzone che ispirava tanta bontà quanta forza. Bastava averlo
vicino per sentirsi sicuri. Era laccompagnatore preferito dai nostri
amici quando andavano a visitare Kibera, il più grande slum africano,
dove lui era cresciuto. Lo scorso anno era venuto Italia, e in diocesi di
Milano lo avevano scelto fra una trentina di giovani africani per farlo parlare
in duomo durante la celebrazione della giornata missionaria mondiale. Ricordava
quellepisodio con un sorriso: forse avrei dovuto diventare un
padre, un padre per tutti, invece di fare il padre solo di Dennis e Lavender.
Fred allinizio dellanno aveva avuto una grave meningite, da cui
non si era più ripreso bene. In marzo, mentre guidava una delle nostre
vecchie auto, si era rotto lo sterzo ed aveva avuto un incidente, niente di
grave ma pieno di contusioni. Poi aveva fatto un controllo medico generale
dove avevano trovato una vecchissima tubercolosi. Non ho capito come queste
cose si siano combinate in un crollo improvviso che lo ha portato alla morte
in tre giorni, mentre io ero in Zambia per seguire il lavoro che anche là
stiamo facendo coi bambini di strada.
Oltre alle prove riceviamo le carezze. Le bambine di Anita e i due ragazzini
nuba che stanno con loro sono stati battezzati, Paolino è stato cresimato.
Altri bambini di Kivuli sono stati battezzati. Alcuni giovani che frequentano
Kivuli e che appartengono a diverse denominazioni protestanti si sono organizzati
per fare un cammino di iniziazione alla fede nella chiesa cattolica. Ci danno
la soddisfazione di vederli crescere bene, come persone che imparano ad amare
Dio e il prossimo.
Chiamati ad essere pronti
Ai nostri bambini insegnamo che la nostra vocazione di cristiani non è
diventare nè scienziati, nè filosofi, nè importanti e
nè famosi, ma di vivere come seguaci di quel Gesù che faceva
una proposta: se vuoi prendi la tua croce e seguimi. Se vuoi.
Senza nessuna garanzia tantomeno promesse.
Vorremmo che noi e loro, i nostri ragazzi, fossimo capaci di avvicinarci a
tutti in punta di piedi, ascoltare ognuno con rispetto, con com-passione per
la sua umanità calpestata e violata, senza giudicarla, e dire al momento
opportuno se vuoi
io ho trovato una Persona che possiamo seguire
insieme...
Vorremmo aiutare i nostri bambini a crescere capaci di dialogare con tutti.
Il Vangelo mi afferma che il dialogo è lunica strada percorribile
per superare i conflitti nelle relazioni personali e sociali. Dialogo però
non vuol dire che io rinuncio alla mia fede, al mio guardare a Cristo come
allunico maestro. Vuol dire che io mi metto in sincera ricerca, perchè
nè la chiesa, tantomeno io, abbiamo capito tutte le implicazioni di
quello che Gesù ci ha detto. Anzi, abbiamo appena incominciato a diventare
cristiani. Ci sono altri che mi possono aiutare a capire meglio il Vangelo.
Magari lanziano musulmano che sta tranquillamente seduto fuori dalla
sua capanna aggrappata ad un pendio dei monti Nuba, assorto in contemplazione
della grande valle, è capace di intuire meglio di me cosa vuole il
Maestro. Gli altri sono essenziali perchè il piccolo gregge capisca
e viva meglio il proprio tentare di essere cristiani.
E questa umanità africana, emarginata e disprezzata, questa gente che
secondo tutti i parametri del modello di sviluppo occidentale non avrebbe
neanche la possibilità di esistere, è uno dei segni più
efficaci che un mondo diverso, più umano, è possibile. E
in segno vivo e palpitante della presenza dellAltro.
Gli africani ci insegnano che dobbiamo guardare più in là. Più
in là del Mercato, delle democrazie, delle grandi istituzioni, delle
statistiche, delle scienze, della nostra idea di sviluppo. Dobbiamo renderci
conto che forse, sì, loccidente domina il mondo con la sua potenza,
ma si è chiuso in un Mondo Piccolo. Piccolo perché è
una minoranza di persone, ma anche perchè è meschino di ideali
e di cuore. Il Mondo Grande è più in là e ci aspetta
per dialogare sui grandi temi della giustizia, della pace e dei diritti umani.
Vorremmo che i nostri ragazzi di Koinonia, di Kivuli, di Anita, di Mthunzi,
dei Nuba e di tutti le piccole realtà seminali in cui siamo presenti,
diventassero capaci di essere una presenza cristiana là dove prevalgono
le intolleranze, le linee di frattura e i conflitti. Armati solo della volontà
di dialogare con tutti, con chiunque. Sempre attenti alle sfide di tutto quanto
è altro da noi. Umili di fronte a quello che è inspiegabile,
ci ridimensiona e ci costringe a riflettere.
Ciao a tutti,
Padre Kizito
A casa di Anita
di Pietro Veronese
Pietro Veronese ha scritto questo articolo dopo essere stato ospite alla Casa di Anita per qualche giorno durante il mese di gennaio. Questo articolo è stato integralmente pubblicato sul settimanale "D la Repubblica delle donne" del 13 luglio 2002: la pubblicazione su "Amani" è stata possibile grazie allesplicito permesso dellautore (n.d.r.).
Nelle metropoli africane spesso
la famiglia non cè più: spazzati via dallAids i
genitori, ai figli resta solo la strada. Sulle colline vicino a Nairobi cè
chi ridà un futuro alle bambine cresciute negli slums.
Caro Padre Kizito,
Cè un posto in Africa, un posto diverso da tutti gli altri, al
quale io vorrei sempre ritornare. Un posto dove senti che puoi essere facilmente
perdonato, se soltanto ti presenti a cuore aperto. Perdonato per quel poco
di buono che avresti potuto fare e non hai fatto, per il tempo perduto e le
occasioni sprecate, per le responsabilità sfuggite e le disponibilità
negate. Ma lì, basta entrare e qualcuno ti prenderà per mano.
Avevo lungamente sentito parlare della Casa di Anita dai miei amici dellassociazione
Amani, ungruppo divolontari che ha sede a Milano ma adesioni un po dappertutto
in Italia e che finanzia e segue progetti umanitari in Kenya e sui monti Nuba
del Sudan. A Nairobi, la capitale del Kenya, in particolare, Amani ha una
casa per i bambini di strada, dove questi ragazzini senza famiglia né
dimora trovano accoglienza, cibo, riparo e la possibilità di andare
a scuola fino alla fine delle secondarie. E ormai risaputo che il fenomeno
dei bambini senza famiglia sta esplodendo in tutta lAfrica nera, dovuto
in primo luogo allecatombe della generazione dei padri a causa dellAids.
Non è azzardato affermare che nelle metropoli africane la famiglia
la quale ancor più che da noi era la cellula fondatrice della
vita associata non esiste più. Un numero crescente di nuclei
famigliari, che aumenta di migliaia e migliaia ogni giorno, è ora composto
di nonni e nipoti, con la generazione di mezzo inghiottita dalla malattia
e dalla tomba. Anziani e bambini, il più delle volte, non riescono
a provvedere al fabbisogno del gruppo, a guadagnare quel che basta per mangiare.
E il nucleo si scioglie, ognuno per sé a lottare per sopravvivere.
Il diffondersi, da noi, delle adozioni a distanza risponde dunque a una tragedia
collettiva le cui dimensioni stanno rapidamente travolgendo ogni argine. Iniziative
come la casa dei bambini di Amani, che si chiama Kivuli e si trova a Riruta,
un quartiere periferico di Nairobi, sono gocce nel mare del bisogno, che tengono
accesa una luce di speranza e indicano una via concreta allo slancio di solidarietà.
Quando
già lesperienza di Kivuli era avviata con successo da alcuni
anni, è parso soltanto naturale a quelli di Amani mettere in piedi
una iniziativa analoga, però destinata alle bambine. La cosa era però
più semplice a pensarsi che a farsi. Restituire alla vita bambine di
cinque o sei o sette anni, traumatizzate dalla strada, spesso dallabbandono
o dalla violenza familiare, cresciute in bande randage nella miseria degli
sterminati slums di Nairobi, richiedeva un luogo e un modo speciale. Non bastava
una casa, ci voleva una famiglia. Nacque così lidea della Casa
di Anita: trovare giovani coppie disposte a fare da genitori non soltanto
ai propri figli naturali, ma anche a un certo numero di bambine - saranno
otto per ogni coppia - selezionate in un centro di prima accoglienza.
Il nome Anita viene da Anita Pavesi, mitica funzionaria del Tribunale dei
Minori di Milano, protagonista di mille battaglie dalla parte dei bambini.
Trovato il nome, fu trovato anche il luogo. Un terreno ai piedi delle colline
Ngong, una manciata di chilometri fuori Nairobi. Chi ha letto Karen Blixen
ricorderà la sua evocazione di questo luogo dellanima, il dolce
incresparsi del paesaggio in un susseguirsi di alti e grandi dossi verdeggianti.
Sono, secondo la leggenda, le nocche della mano di Dio, che qui sappoggiò
quando ebbe terminato la Creazione. E un posto di campagna, sempre ventilato
e fresco anche nella stagione più secca, una zona di orti e campi di
granoturco e famiglie di contadini o di pendolari.
Mancavano solo i genitori adottivi quando si fecero avanti per primi Michael
e Jane, presto seguiti da unaltra coppia, Patrick e Leonida, e più
tardi da una terza, Timothy e Jennifer. Le prime bambine arrivarono nel 99,
le ultime lanno seguente. Sono in tutto 24. Nel terreno cè
eventualmente posto per una quarta casetta: unaltra coppia, altre otto
bambine.
Arrivai per la prima volta a Anita House alla fine di gennaio di questanno,
con lidea di trarne un reportage che solo adesso scrivo. Mi accolse
Jane Wamunga, la moglie di Michael Ochieng, la prima mamma della
Casa di Anita. Come ogni altro visitatore prima di me, fui colpito dalla sua
straordinaria bellezza e dalla sua quieta grazia. Jane era una donna meravigliosa,
per il suo aspetto e per la vita che si era scelta. Devo scrivere di lei allimperfetto
perché nel tempo trascorso tra le mie successive visite e la pubblicazione
di questo articolo, nello scorso mese di aprile, Jane Wamunga ebbe un improvviso
malore e morì poche ore dopo il ricovero in ospedale, lasciando per
sempre Mike, la sua figlia naturale Michelle e le otto figlie che aveva accolto.
Seduta nella sala dove le bambine si riuniscono a studiare, Jane mi spiegò
come aveva preso insieme a Mike la decisione di lanciarsi nellavventura
di Anita House. A quellepoca lei aveva appena 25 anni ed era incinta
di Michelle. Sia lei che Mike rinunciarono al loro posto di lavoro
un posto di lavoro non è una cosa ovvia, a Nairobi e si trasferirono
a Ngong. Mi parlò a lungo dei suoi iniziali timori, che rivelavano
la sua africanità: "E difficile alla mia età avere
una famiglia così grande". (Il problema non era il numero, era
il rapporto tra letà e il numero: a quarantanni, magari,
avere otto figli sarebbe stata una cosa normale). Mi fece fare il giro della
proprietà, mostrandomi le tre casette, le stanze con i letti a castello,
i bagni, le sale da pranzo, il pozzo, il lavatoio, il campo di mais.
Il
taccuino si riempiva di appunti. Era un sabato mattina, non cera scuola:vedevo
le bambine giocare efare il bucato, le sentivo vociare, le guardavo e me ne
stavo a distanza. Allora, mentre eravamo sulla soglia di casa, Jane Wamunga
si rivolse a una delle sue figlie che se ne stava in disparte, seduta su un
gradino e con lo sguardo a terra (seppi poi che quel giorno non si sentiva
bene): "Sharon, accompagna lospite a vedere lorto".
Sharon si alzò e mi prese per mano. Mi portò a vedere lorto,
mi mostrò le carote, le patate e le cipolle, il sukuma wiki che è
una verdura amarognola che non manca mai sulla mensa dei kenyani. Mi insegnò
come si riconosce che una cipolla è matura anche se se ne sta sottoterra,
ma soprattutto si attardò sui pomodori, perché i pomodori erano
sua responsabilità. Mi spiegò infatti che ogni bambina accudiva
e curava un particolare riquadro dellorto, una particolare verdura.
Fece tutto con dolcezza e pazienza, parlando a bassa voce e talora ripetendo
e sempre tenendomi per mano, guidandomi da un angolo allaltro dellorto
e senza tralasciare alcun dettaglio, come se questo visitor avesse bisogno
di essere guidato passo passo se uno voleva sperare che capisse qualcosa.
Seppi poi da Jane che Sharon, una bambina che adesso ha undici anni, ha vissuto
dai quattro ai sette anni della sua vita per le strade di uno famoso slum
di Nairobi, dormendo per terra e mangiando quello che trovava nei mucchi dimmondizia
o che le tendeva la pubblica carità. Fu poi trovata dagli assistenti
sociali di Rescue Dada, il centro di prima accoglienza che indica alle famiglie
di Anita House i casi individuali più bisognosi. Sharon giurava di
avere una madre e una casa ma tutte le indicazioni che dette agli assistenti
sociali non portarono da nessuna parte: non si trovò mai il luogo,
né la persona.
Durante una delle mie visite successive andai a trovare le bambine a fine
pomeriggio, mentre studiavano. Allora Sharon mi fece sedere al tavolino, mise
da parte i suoi libri, prese un fumetto in lingua kiswahili e cominciò
a farmi leggere, correggendo qui e là la mia incerta dizione. Giunta
lora di cena dovemmo interrompere e le bambine discussero animatamente
il mio rendimento. Sharon sentenziò che avevo una pronuncia degna di
un vero africano.
| Il progetto: La Casa di Anita è una casa di accoglienza per minori situata a Ngong (piccolo centro agricolo a 30 Km da Nairobi) e curata da tre famiglie keniane. La Casa di Anita accoglie 24 bambine di strada (di età compresa tra i 4 e i 13 anni), alcune orfane e altre provenienti da famiglie poverissime, spesso vittime di abusi sessuali, e 3 bambini Nuba, inserendoli in una struttura familiare e protetta e permettendo loro una crescita affettivamente tranquilla e sicura. La Casa di Anita nasce in memoria di Anita Pavesi, giudice onorario del Tribunale dei minori di Milano, scomparsa nel 1998 dopo oltre ventanni di straordinario e umanissimo impiego a favore di persone e famiglie in grande difficoltà. |
Unestate al Mthunzi Centre
di Chiara Michelon
Chiara è unamica di Padova scesa a Lusaka a luglio, ospite di Koinonia, nellambito delliniziativa Campi di lavoro organizzata da Amani (n.d.r.).
27 luglio 2002. Aeroporto di Lusaka. Zambia. Le solite grandi
braccia affettuose pronte ad accoglierci con una calda stretta africana. Quell'abbraccio
e quel sorriso con cui ti senti a casa anche se nessuno ti conosce ancora.
Un gruppo di 14 italiani, tutti già con almeno un'esperienza in Africa
alle spalle, pronti a vivere un'estate al fianco di quegli amici così
vicini, ma sempre troppo lontani durante l'anno.
Il Mthunzi Centre sta a una mezz'ora di macchina da Lusaka, strada rigorosamente
sterrata e polverosa. Dal centro si vedono un mare di campi, coltivati e non,
una fattoria, una cooperativa che produce marmellate e confetture di pomodori.
Niente di più. La vista si perde nel verde attorno, negli alberi, nel
rosso della terra, nella polvere che il vento solleva. Le distanze sono profonde
e il Mthunzi si staglia un po' come un lieto paesino a sé stante. Nato
come comunità attorno a padre Kizito, è rimasto tale nello spirito
di condivisione e di amicizia fraterna: "we share, we care, we love"
è il suo motto. E niente è effettivamente più vero.
La vita a Kasupe, questo il nome del quartiere di Lusaka in cui vivono le
famiglie di Koinonia, inizia insieme e finisce insieme. Non è stato
affatto difficile penetrare questo modus vivendi ed entrare a far parte delle
attività della comunità: Oscar, John Lesa, Beppe, Joseph, Raphael
e gli altri ci hanno inseriti da subito in ogni tipo di lavoro "in comune".
La mattina si sceglieva tra i vari "lavoro nei campi" con Ephraim,
"cura delle piante" all'interno ed all'esterno del caseggiato, "lavoro
nella porcilaia e nel pollaio" con David, "turno in cucina"
assieme alle meravigliose Edina, Gertrud, Beatrice e Charity, le cuoche del
Mthunzi, "servizio in clinica" (rigorosamente per il dottor capo
banda Mauro Palazzi!) e infine "opere di pulizia e manutenzione",
quali scavare buche per i rifiuti o per le nuove case in costruzione, riattivare
la pompa per l'acqua o erigere muri per le nuove abitazioni. La mattina, insomma,
un lavoro manuale assieme agli zambiani della comunità che di solito
lo svolgono giorno per giorno. I momenti di lavoro (non troppo duri, ammettiamolo!),
hanno acquistato una ricchezza speciale dalla conversazione con i nuovi amici:
se si annaffiavano le piante non si taceva di certo ed ogni occasione era
buona per conoscersi meglio. Il pranzo nel salone con tutti i membri di Koinonia
era un miscuglio di cibi italo - zambiani: e se per noi italiani la pasta
è di rigore, guai togliere a uno zambiano la "nschima", la
polenta bianca simile all' ugali keniano!
Durante la permanenza di padre Kizito, due ore pomeridiane si dedicavano alla
formazione con una sua lezione introduttiva su argomenti vari che permettessero
poi la discussione e un'interazione più profonda tra cultura zambiana
e quella italiana, dopo esserci divisi in piccoli gruppi per facilitare la
comunicazione. Con gli ex bambini di strada accolti al centro, ben 53, si
giocava e si parlava solo nel tardo pomeriggio, per un occasionale ritardo
del periodo vacanziero dovuto alle elezioni in città: i ragazzi che
tornavano per ultimi da scuola (tre erano i turni delle lezioni) si avvistavano
non prima delle 17. Tranne nei giorni di festa, duranti i quali ci è
stato possibile avere più tempo da vivere per loro e con loro. Comunque
più dei giochi hanno lasciato il segno i momenti quotidiani della giornata
assieme ad essi, lavando i panni e facendoci insegnare cos'è il perfetto
bucato a mano come si faceva una volta (bella figura, per noi abituati
alla lavatrice!) oppure costruendo macchinine con il filo di ferro oppure
banjo e aquiloni. All'ora di cena i membri della comunità tornavano
dalle loro famiglie (alcune subito fuori dal cancello, altre ben più
lontane) e in pochi stavano con noi e ridere e chiacchierare delle nostre
vite, delle usanze e delle abitudini dei diversi paesi. Dalle 20 alle 21,
ora del sonno per i più piccoli, spazio alle esibizioni dei bambini
che recitavano i loro "drama", suonavano gli "ngoma" e
ballavano con noi nel buio della sera, con i denti bianchissimi aperti in
grandi sorrisi ed i sederi sculettanti. Ed anche noi alle 21 eravamo davvero
stanchi: a letto quindi nelle due camerate che ci ospitavano di lì
a poco, dopo aver curiosato dalla finestra i bambini che si coricavano sghignazzando
di noi nelle grandi stanze sugli stuoini, uno addosso all'altro.
Una notte di riposo. E all'alba i rumori della comunità che si sveglia
alle 5.30.
Un altro giorno. Pieno. Vivo. Un giorno col sole ed il vento e sempre nuove
cose da imparare, da ascoltare, da vivere, da condividere.
Come sempre l'Africa lascia un solco: questo è più profondo,
più maturo. Condividere tutto, ogni lavoro, ogni istante, ogni parola
forse al momento fa emozionare di meno, ma poi lascia un segno più
umano e indimenticabile. Un segno che scorre più a fondo e che di certo
non scivolerà mai.
| Il progetto: Il Mthunzi Centre, è progetto educativo realizzato dalle famiglie della comunità di Koinonia di Lusaka (Zambia) a favore dei bambini di strada. Il Centro Mthunzi oltre ad accogliere 53 bambini di strada in forma residenziale curandone la crescita e leducazione, è un punto di riferimento per la popolazione locale con il suo dispensario medico e con i suoi laboratori di falegnameria di avviamento professionale. |
Un fiore per un fiore
di Amalia e Tina
Amalia e Tina sono due amiche di Milano che hanno ideato questa iniziativa e la gestiranno insieme allo staff di Amani (n.d.r.).
Coltivare
un fiore pregiato, la peonia, per salvare un bene prezioso, la vita.
Sharon si alzò, mi prese per mano. Mi portò a vedere lorto,
mi mostrò le carote, le patate, le cipolle. Ma soprattutto si attardò
sui pomodori, perché i pomodori erano sua responsabilità. Mi
spiegò infatti che ogni bambina accudiva e curava un particolare riquadro
dellorto, una particolare verdura...: così Pietro Veronese
nel suo toccante servizio sulla Casa di Anita apparso su D la Repubblica
della Donne del 13 luglio 2002.
Fin lì avevamo letto larticolo tutto dun fiato, ma lì
ci fermammo: - ecco un altro anello di quella catena che lega la Casa di Anita
a noi: alliniziativa un fiore per un fiore -, ci dicemmo.
Infatti da alcuni mesi con un gruppo di amiche e con lo staff di Amani, stiamo
preparando liniziativa un fiore per un fiore, i cui proventi
saranno destinati alle bambine della Casa di Anita.
Lidea è semplice: chi di noi possiede un giardino o un terrazzo
riserva un riquadro di terra o un grosso vaso per coltivare, come Sharon i
suoi pomidoro, anche un solo rizoma (radice) di peonia.
I fiori verranno poi offerti nella Festa della Peonia che organizzeremo
in primavera e a partire dal 2003 e i proventi saranno destinati a Sharon
e alle sua amiche.
Poiché la peonia erbacea, pianta perenne, produce fiori solo dal secondo
anno, per poter essere pronti nel maggio prossimo dobbiamo coinvolgere amici
di Amani che già coltivano peonie nel loro giardino. A coloro che intendono
aderire alliniziativa iniziando la coltivazione delle peonie, già
dal prossimo febbraio potremo distribuire i primi rizomi.
Lidea sembra ricalcare eventi già esistenti (giornata dellazalea,
delle ortensie, ecc.), ma in quelle occasioni le piante vengono semplicemente
acquistate allingrosso dallorganizzazione e distribuite contro
offerte. Chi aderisce alla nostra iniziativa offre invece un impegno costante
per coltivare le peonie, fino a portarle a fioritura e ad offrirle nella Giornata
della Peonia. Il continuo ricordo dellobiettivo delle nostre fatiche
darà un maggiore senso ai nostri giardini ed ogni nostro fiore sarà
un concreto simbolo di vita.
E con questo intento che stiamo allacciando rapporti con privati, scuole,
gruppi e varie realtà associative.
Chiediamo quindi a tutti gli amici di Amani e della Casa di Anita che fossero
interessati a questa iniziativa di contattarci presso la sede di Amani, saremo
lieti di aiutarvi nella coltivazione di questi bellissimi fiori.
Per avere maggiori informazioni su questa iniziativa contattare la sede di Amani ai tel. 02 48951149 / 02 4121011 e alle.mail amani@amaniforafrica.org
Sito web di Amani: avvisiamo tutti gli amici che Amani ha cambiato il proprio dominio in rete. E possibile trovare il sito web di Amani allindirizzo www.amaniforafrica.org. Per ancora un po di tempo, per evitare possibili problemi e confusione, il vecchio indirizzo www.peacelink/amani.html sarà ancora valido insieme a quello nuovo sopra citato. E cambiato anche lindirizzo e.mail: il nuovo è amani@amaniforafrica.org. Sarà ancora attivo ancora per un po di tempo, come per il sito web, il vecchio indirizzo amani@iol.it.
Amaninews: è
attiva per via mail un servizio chiamato "Amaninews", che permette
agli iscritti di essere aggiornati sulle iniziative di Amani, ricevere i comunicati
stampa della stessa associazione e avere, tramite mail, una copia di questo
giornale. L'iscrizione a questo servizio è gratuita e molto semplice
basta mandare un messaggio mail a: amaninews-subscribe@yahoogroups.com
Pensiamo che questo sia un ottimo strumento per essere sempre più coinvolti
nella vita della nostra Associazione e per mantenere vivi i contatti tra di
noi.
Africanews: è
possibile ricevere la versione italiana e quella inglese di Africanews gratuitamente
in internet mandando un messaggio mail a: africanews1-subscribe@yahoogroups.com.
Per ricevere la versione in inglese bisogna mandare un messaggio mail a africanews2-subscribe@yahoogroups.com.
Se si desidera riceverlo in copia cartacea per posta bisogna mandare una richiesta
allindirizzo mail africanews@iol.it
o presso la sede di Amani con lindirizzo e, a discrezione, un contributo
per le spese postali.
Gruppo adozioni: per domande, informazioni, idee e tutto ciò che riguarda le adozioni a distanza è possibile contattare direttamente Alessandro, Francesca, Angela, Benedetta e Tiziana, il gruppo di volontari di Amani che si occupa di questa iniziativa allindirizzo e.mail amani.adozioni@iol.it oppure consultare il sito web www.amaniforafrica.org cliccando su Adozioni a distanza.
Le offerte ad Amani sono deducibili: i benefici fiscali per erogazioni a favore di Amani possono essere conseguiti con due possibilità alternative:
1. deducibilità ai sensi del DPR 917/86 a favore
di ONG per donazioni destinate a Paesi in via di sviluppo. Deduzione nella
misura massima del 2% del reddito imponibile sia per le imprese che per le
persone fisiche.
2. oneri deducibili ai sensi del DL 460/97 per erogazioni liberali a favore
di ONLUS.
Per le imprese per un importo massimo di euro 2.065,83 o del 2% del reddito
di impresa dichiarato.
Per le persone fisiche detraibile nella misura del 19% per un importo complessivo
non superiore a euro 2.065,83.
Ai fini della dichiarazione fiscale è necessario conservare:
per i versamenti con bollettino postale: ricevuta
di versamento;
per i bonifici o assegni bancari: estratto
conto della banca ed eventuali note contabili.
Ricordiamo inoltre di segnare sempre la causale
del versamento e lindirizzo completo del donatore.