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"Amani"
anno IV, n. 2, settembre 2004 -
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il file
Sudan
la pace delusa
Sommario
"Amani"
sui Monti Nuba
di Padre Renato Kizito Sesana
La
lista infame
di Daniele Parolini
Pace
dubbiosa. I punti di un accordo già scritto ma che non si arriva a
firmare
di Diego Marani
Ragioni di guerra
di
Diego Marani
C'era
una volta l'Hotel Africa
di
Benedetta Scatafassi
News from
Africa
In
Breve
Cpta, la legge fuorilegge
di
Nicoletta Dentico
Cap Anamur, ricordi?
di
Nicoletta Dentico
Nel Satellite, senza video
di
Ignazio Oliva
La rivincita è nello stadio della vita
di
Ignazio Oliva
Appunti
Da
Kivuli, dalla casa di Anita, da Mthunzi
Non c'è futuro senza scuola
di
Kenneth Kanyanga
Adozioni a distanza
Perché
tutti insieme
Io
sono un nuba
Libro di Padre Renato Kizito Sesana
La lista infame
Di Daniele Parolini
Povero
Sudan, non fa in tempo a veder chiudersi finalmente la guerra fra Nord e Sud,
che esplode la catastrofe del Darfur dove le vittime sono oltre trentamila
e i profughi sfiorano il milione. Da una parte ci sono due formazioni di ribelli,
dall'altra il governo di Khartoum che vuole ristabilire l'ordine con i "cavalieri
del diavolo", detti janjawid. Queste milizie arabe a cavallo hanno
ucciso, distrutto, violentato. Una pulizia etnica sulla popolazione locale.
L'opinione internazionale fortunatamente è insorta; sfortunatamente
però sono spuntate dispute giuridiche tipo: "È genocidio?
O no?". L'accertamento di un genocidio imporrebbe all'Onu un intervento
militare immediato.
Genocidio o no, sempre di catastrofe umanitaria, di massiccia violazione dei
diritti umani si tratta. Il secolo appena trascorso è zeppo di eventi
analoghi, atti criminali premeditati e sistematicamente organizzati.
Eccone un elenco cronologico (senz'altro incompleto):
1915-16 Massacro di un milione e mezzo
di armeni da parte dei turchi.
1932-33 Milioni di contadini ucraini
perseguitati e lasciati morire di fame da Stalin.
1937-38 Annientamento della popolazione
di Nanchino (Cina) da parte degli occupanti giapponesi.
1941-45 Sterminio di sei milioni di
ebrei da parte dei nazisti. Fra le vittime, anche zingari e omosessuali.
1947-48 Milioni di vittime, indù
e musulmane, dopo l'indipendenza dell'India.
1950-60 Milioni di vittime in Cina
per la rivoluzione culturale di Mao.
1965 Eliminati centinaia di migliaia
di comunisti in Indonesia.
1975-78 I khmer rossi decimano la popolazione
cambogiana.
Dal 1975 L'esercito indonesiano e altre
milizie decimano la popolazione di Timor Est.
1994 Massacrati in Ruanda da 500 a
800mila tutsi e hutu moderati.
In questo orrendo elenco non figura l'eliminazione di milioni di congolesi
da parte di re Leopoldo II del Belgio perché lo sterminio è
cominciato a fine Ottocento.
Comprendiamo ma non condividiamo l'affermazione degli ebrei che ritengono
debba assegnarsi solo al loro Olocausto il termine di genocidio. Tutti, tutti
questi eventi coprono d'infamia l'umanità intera; anche perché
tutti sono stati organizzati da governi ufficiali e se ne sono resi colpevoli
paesi appartenenti a culture diverse. Come fare perché tali fatti non
accadano più? Come dice il giornalista e scrittore polacco Ryszard
Kapuscinski, la sola difesa esiste nel senso morale degli individui e della
società. O, più semplicemente, rispettando
il comandamento "Ama il tuo prossimo come te stesso".
Daniele Parolini, 67 anni, cremonese e
milanese d'adozione, è stato per 28 anni giornalista del Corriere della
Sera nella redazione sportiva, in quella scientifica ed infine nelle cronache
italiane. Dal primo all'ultimo numero è stato direttore di Africanews
e per molti anni collaboratore del mensile dei missionari comboniani Nigrizia.
Per tutti gli appassionati di sport va ricordato che Daniele Parolini ha disputato
130 partite con la maglia della U.S. Cremonese Calcio.
La
guerra civile del Sudan è entrata in una nuova fase, quella della pace
non firmata, o della pace firmata e non praticata. Da mesi, anzi da quasi un
anno, continuano a dirci che la firma dell'accordo di pace tra il governo di
Khartoum e i ribelli del Sud rappresentati dall'Spla sta per essere firmata.
Lo scorso maggio si è fatto gran rumore intorno alla firma del "protocollo
d'intesa" che stabilisce i principi generali dell'accordo dettagliato che
avrebbe dovuto essere firmato entro la fine di agosto. Ma la fine di agosto
è passata e la firma non è ancora stata fatta.Cap Anamur, ricordi?
di Nicoletta Dentico
Trentasette africani ricacciati nel Mediterraneo per
ventidue giorni a bordo della nave umanitaria tedesca Cap Anamur. Sotto il
sole e in mezzo al mare, in acque rigorosamente internazionali che nessuno
vuole rivendicare, sono trascorse tre estenuanti settimane in un tempo sospeso
nell'incertezza dell'approdo, in un andirivienidi giornalisti e operatori
umanitari, prima che alla Cap Anamur fosse dato il permesso, il 13 luglio,
di attraccare umanitariamente sulle coste della Sicilia.
Non ci sono stati riguardi per il personale di bordo: il capitano della nave
e il responsabile dell'omonima associazione umanitaria tedesca, invitati a
scendere a terra, sono stati arrestati. Pesante l'ipotesi di reato: favoreggiamento
dell'immigrazione clandestina. I 37 profughi, che senza esito avevano tutti
avanzato la richiesta di asilo in Germania, una volta in Italia sono stati
sballottati tra un centro di permanenza temporanea ad Agrigento e un centro
di accoglienza a Caltanissetta, per poi finire a Ponte Galeria a Roma, sottoposti
a un processo di identificazione senza esclusione di colpi, ispirato alla
logica contabile del contrasto agli sbarchi piuttosto che alla comprensione
delle singole storie di fuga.
Con una tempistica farsesca, nell'impotenza dei rispettivi legali e delle
associazioni mobilitate contro la frettolosa liquidazione delle richieste
dei naufraghi della Cap Anamur, la loro avventura si è consumata tra
le disponibilità di accoglienza degli enti locali e il pugno di ferro
del ministro dell'interno Pisanu, dopo qualche tentativo di resistenza e un
rimpatrio forzato collettivo, in barba alla pronuncia della Consulta che con
una sentenza del 15 luglio scorso ha dichiarato illegittima questa forma coattiva
di espulsione, prevista dalla legge Bossi-Fini. Ha lasciato sbigottiti la
procedura con cui è stata determinata la presunta nazionalità
ghaneana dei profughi; persino l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per
i Rifugiati (Acnur) ha vinto la consueta prudenza per assumere una dura posizione.
Quale che sia la loro vera origine, i profughi ormai sono stati rispediti
tutti in Ghana. Intanto, con due anni di ritardo, si approvano i decreti attuativi
della legge Bossi-Fini. E il disegno di legge sul diritto d'asilo, avallato
all'unanimità in Commissione, attende di essere discusso in aula alla
Camera.
Una storia feroce, in quel mare di nessuno dove è naufragato ancora
una volta, per dirla con le parole dell'Osservatore Romano, il senso di civiltà
e di umanità. Era avvenuto due anni prima al largo delle coste australiane
con i 600 disperati in fuga dall'Afghanistan, a bordo della nave Tampa, e
speravamo che la vergogna di quella vicenda (per la quale il premier conservatore
Howard riuscì a rimontare i sondaggi elettorali, fino a vincere le
elezioni) non avesse a ripetersi: invece ha fatto scuola.
Il caso della Cap Anamur racconta il disagio politico, sociale e organizzativo
che l'accoglienza dei profughi comporta, e anche la grossolana incomprensione
del fenomeno migratorio. Svela inoltre l'inadeguatezza delle norme adottate
sul piano europeo, come la Convenzione di Dublino, che affidano la gestione
degli sbarchi esclusivamente alla nazione interessata. Infine, evoca con forza
la necessità di guardare ad una nuova politica di gestione dell'immigrazione,
che sappia superare la pura logica di contenimento e di repressione della
clandestinità, per permettere al mondo civilizzato di affrontare senza
paure la sfida dell'accoglienza.
Nicoletta Dentico giornalista,
coordina il Gruppo di lavoro sui Cpta, incaricato della redazione di un libro
bianco per un gruppo di senatori. Presiede la Campagna per la messa al bando
delle mine e l'Osservatorio italiano sulla salute globale. È stata
direttore della sezione italiana di Medici senza
frontiere.
Pace dubbiosa.
I punti di un accordo già scritto ma che non si arriva a firmare.
Di Diego Marani
Attesa,
rimandata, insanguinata. La pace in Sudan, dopo oltre vent'anni di guerra
civile e più di due milioni di morti, non è ancora arrivata.
Gli accordi firmati il 26 maggio a Naivasha (Kenya) sono un passo decisivo
verso una pace duratura o un semplice prolungamento di quella fragile tregua
che dura da un paio d'anni? Nei colloqui iniziati nel 2003 e proseguiti nel
2004, John Garang, leader storico dell'Spla, e Omar el- Beshir, presidente
del Sudan, hanno trovato il modo di spartirsi il potere politico e quello
economico. I documenti spiegano che dopo un periodo di definizione tecnica
(6 mesi) dovrebbe iniziare una lunga transizione di 6 anni, in cui Beshir
rimarrà presidente del Sudan e Garang vicepresidente. Nord e Sud godranno
di ampie autonomie all'interno di uno stato unico con due sistemi bancari,
due amministrazioni locali, due governi locali. Capitale rimarrà Khartoum,
dove la legislazione islamica (sharia) non potrà essere applicata
ai non musulmani. Una commissione nazionale gestirà la delicatissima
questione della proprietà delle terrepiù fertili. Nell'amministrazione
civile nazionale almeno il 20% (25% dopo 5 anni) dei posti di lavoro e di
responsabilità medio-alta dovranno essere assegnati a gente del Sud.
Lingue ufficiali, arabo e inglese. Le rendite petrolifere dovranno essere
suddivise a metà tra Nord e Sud (dopo aver lasciato il 2% del valore
totale alle regioni produttrici). Il Sudan esporta greggio dal 1999: un oleodotto
congiunge i pozzi a sud di Bentiu con Port Sudan sul Mar Rosso, la produzione
si aggira sui 250.000 barili/giorno, con possibilità di forti crescite.
I contratti di sfruttamento del petrolio non potranno essere rinegoziati,
a tutela degli investimenti stranieri nel paese. Il 26 maggio si è
raggiunto anche l'accordo sulla gestione dei territori contesi di Abyei, Nilo
Azzurro Meridionale e Monti Nuba. Assicurare "l'unità del paese"
e contemporaneamente rispettare e garantire "la diversità dei
popoli sudanesi" sembra essere il compito più gravoso.
Tutte queste però sono solo parole scritte sulla carta. Bisogna come
minimo aspettare la firma definitiva. I dubbi sono tanti fin d'ora: potrà
funzionare una pace basata sostanzialmente su un accordo di spartizione del
potere tra due uomini, Beshir e Garang, accusati ripetutamente di metodi dittatoriali
dai loro stessi alleati? La recente storia sudanese ci ha abituati ai più
repentini e sconcertanti cambiamenti di alleanze; non è pessimismo
prevedere nuove fronde all'interno sia dell'Spla sia del partito di governo,
il Congresso nazionale (Nc). Gli esclusi dalla pace, al Nord come al Sud,
si accontenteranno di accaparrarsi le briciole o cederanno alla tentazione
di scorciatoie violente?
Queste prove tecniche di pace sono state fortemente volute dagli Stati Uniti
(come sembrano lontani i tempi in cui Washington bombardava Khartoum - 1998
- accusandola di produrre armi chimiche e fomentare il terrorismo, e ancor
più lontani i primi anni Novanta, quando Osama bin Laden a Khartoum
era un influente uomo d'affari
). Anche la Lega Araba, dopo aver sostenuto
a lungo un'iniziativa diplomatica di Libia ed Egitto, sembra ora dare più
ascolto alle pressioni internazionali.
Nel frattempo in Darfur (ma non solo lì) si continua a morire. Ai confini
con il Ciad l'ennesimo conflitto non risolto tra centro e periferia si è
trasformato in guerra civile e nella più grave emergenza umanitaria
al mondo. Può apparire un amaro paradosso questo regolare ritorno di
carestie e malattie che costituiscono l'"emergenza umanitaria" (basti
ricordare l'estate del 1998). Se un'emergenza è ciclica, èda
considerarsi ancora tale? Il Sudan rimane in ogni caso un esempio, in Africa
e nel mondo, della commistione tra "emergenza" umanitaria, guerra
civile, congiunture internazionali.
Nel febbraio 2003 iniziava la rivolta armata contro il governo centrale da
parte dell'Esercito di liberazione del Sudan (Sla) e del Movimento per la
giustizia e l'uguaglianza (Jem). Si calcola che in 18 mesi tra 700mila e un
milione di civili siano stati costretti ad abbandonare case e villaggi (la
popolazione complessiva del Darfur è stimata tra i 6 e i 7 milioni);
tra questi, circa 100mila hanno attraversato il confine per rifugiarsi in
Ciad.
Tra
giugno e luglio hanno visitato il Darfur: Alpha Oumar Konaré, presidente
della Commissionedell'Unione africana; Kofi Annan, segretario generale dell'Onu;
Colin Powell, segretario di stato americano. È difficile non vedere
un collegamento tra il rinvio della firma della pace con il Sud (è
stata aggiornata a ottobre ma è probabile che slitti ancora) e la crisi
del Darfur. Nel frattempo si moltiplicano le iniziative diplomatiche africane,
l'ultima in Nigeria, senza risultati positivi. In luglio a Londra è
uscito un rapporto che è una durissima accusa contro il governo di
Khartoum; il titolo non lascia dubbi: Genocidio. Alcuni degli autori sono
stati invitati in passato in Italia dalla Campagna per la pace e il rispetto
dei diritti umani in Sudan. Julie Flint, giornalista che sul Sudan si rifiuta
sia di scrivere quel che non ha veduto e sentito sia di non scrivere quanto
ha visto e udito (non ce ne sono molti come lei), parla di almeno 30mila morti
in Darfur, villaggi bruciati, elicotteri che mitragliano i civili, donne violentate,
aerei Antonov che bombardano le piccole città. Yoanes Ajawin analizza
la differenza fra la tattica della "retorica della pace" di Khartoum
tramite la diplomazia, e la sua strategia di terra bruciata nel Sud attraverso
l'esercito. Ajawin documenta l'"impunità" del governo, che
ancora nei primi mesi del 2004, ben dopo l'inizio della tregua con l'Spla,
ha attaccato e distrutto villaggi shilluk nel Sud, uccidendo centinaia di
civili, per "fomentare scontri etnici tra shilluk e nuer". Vorremmo
sbagliarci, ma la pace fra sudanesi sembra ancora lontana.
Diego Marani è giornalista. Si
è recato sui Monti Nuba, con i voli di Amani, nel 1999; ha curato l'edizione
del cd-rom Sudan: un popolo senza diritti prodotto dalla Campagna Sudan.
Cpta, la legge fuorilegge
di Nicoletta Dentico
Dobbiamo
temere le migrazioni? Quale logica conduce la politica a cavalcare ed alimentare
il senso di minaccia e di rifiuto dell'opinione pubblica? Entrare nel nostro
mondo è permesso alle merci più becere e inutili: perché
la libera circolazione è invece vietata ad esseri umani che tentano
di approdare a una speranza di vita migliore? E quale prezzo sta pagando la
nostra società, in nome di questa sindrome della sicurezza? Quale deficit
di diritto e di democrazia stiamo inconsapevolmente avallando?
I naufraghi della Cap Anamur trascinati dall'ostinazione di un rifiuto, queste
domande ce le hanno poste tutte, con i loro sguardi impotenti e sospesi. Ma
sono decine di migliaia, ogni anno, le storie di immigrazione che rimbalzano
gli stessi interrogativi come sassi contro le pareti ruvide della nostra indifferenza
dai molti luoghi che sempre più numerosi popolano le periferie delle
città, simboli spaziali del muro invisibile dietro cui si nasconde
l'umanità degli immigrati. Alcuni di questi sono veri e propri "nonluoghi",
territori designati alla penombra più ostinata, sconosciuti all'opinione
pubblica, recinti di appiglio giuridico incerto. Li abbiamo costruiti con
muri altissimi e ben visibili intorno agli extracomunitari detenuti senza
causa di reato, li gestiamo con managerialità equivoca, e in ogni caso
sono ormai organici al business dell'immigrazione: i Centri di permanenza
temporanea ed assistenza (Cpta).
Istituiti in Italia nel 1998 con la legge Turco-Napolitano, quindi in pieno
governo di centrosinistra, i Cpta sono solo uno dei capitoli più controversi
ed eloquenti della deriva nella gestione del fenomeno migratorio. Sono stati
previsti per gli immigrati trovati in condizioni irregolari sul territorio
italiano, e motivati dalla necessità di procedere ad accertamenti supplementari
sull'identità degli stranieri. Non sono prigioni, ma quasi. Non sono
centri di accoglienza, ma quasi.
I Cpta hanno inaugurato un inquietante precedente: la possibilità di
limitare la libertà dell'individuo anche nel caso in cui non sussistano
reati penali commessi. In pratica, si è venuto a creare un diritto
separato per i cittadini extracomunitari, in base al quale un cittadino immigrato
può essere soggetto a custodia e privazione della libertà personale
anche nel caso - puramente amministrativo - di non possedere un permesso di
soggiorno. I Centri di permanenza temporanea sono divenuti a tutti gli effetti
luoghi di detenzione militarizzati, una terra di nessuno all'interno della
quale i reclusi vagano da un muro all'altro per sessanta lunghissimi giorni.
Gabbie. Gabbie per uomini e donne giudicati colpevoli di aver varcato i confini
per vedere come si sta in Europa, rei di non essere stati regolarizzati dai
rispettivi datori di lavoro e di lavorare in nero, responsabili di aver perso
la loro occupazione e di non averne trovata un'altra.
Tutto finisce là dentro. La dignità, gli slogan, i mille dibattiti,
forse anche i diritti e i doveri assommati in una "carta" che ne
doveva in qualche modo umanizzare la quotidianità. I 60 giorni che
la Bossi-Fini prevede per il soggiorno dei trattenuti nei Cpta (raddoppiando
i termini della normativa precedente) centellinano in una ritualità
di alienanti attese quella provvisorietà dove tutto sembra permesso
poiché temporaneo. Anche perché i Cpta raccolgono i senza nome,
gli invisibili, persone pronte a sopravvivere con qualunque mezzo, gente che
si è fatta anni di galera assieme a uomini e donne dall'anima immacolata,
schiavi delle raccolte stagionali di frutta e verdura e sfruttati ai distributori
notturni di benzina, ragazze conficcate nella tratta stupro dopo stupro, ed
esseri umani in fuga dalla fame, dalle epidemie, dalla morte violenta che
ha già corroso gran parte della loro famiglia. Clandestini.
Un agghiacciante riserbo oscura le informazioni su questi centri, la cui mappa
risulta peraltro a geometria variabile: neesistono 11 in Italia - Torino,
Milano, Modena, Bologna, Roma, Restinco (Br), San Foca (Le), Lamezia Terme
(Cz), Trapani, Caltanissetta, Agrigento - oltre ai centri ibridi che funzionano
come centri di identificazione dei richiedenti asilo, secondo la legge Bossi-Fini,
ma che hanno caratteristiche pressoché identiche. Molte prefetture
negano i dati sul numero dei reclusi, la loro provenienza, le modalità
del rilascio, e rimandano al ministero dell'interno che in genere rilascia
dati molto frammentati e disomogenei - lo dice un rapporto della Corte dei
Conti - e con estrema difficoltà. Non è consentito accedere
a questi centri se non ai parlamentari. E ai rappresentanti dell'Acnur, che
poco o nulla sfruttano questa possibilità. Gli enti gestori, ormai
definitivamente cooptati alla logica detentivo-punitiva di questa fetta di
umanità, in combutta con le forze di polizia non fanno entrare giornalisti,
e da qualche tempo neppure i funzionari degli enti locali che ospitano questi
luoghi della scomparsa.
Medici senza frontiere, la prima organizzazione indipendente a poter entrare
nei Cpta per un'indagine completa su questi centri, ha denunciato in un rapporto
dello scorso gennaio, con toni fattuali ma inequivocabili, le violazioni dei
diritti umani e le inadempienze rilevate. Accusata di slealtà dal governo,
da allora si è vista chiudere i battenti di Lampedusa - dove aveva
operato esternamente dal luglio 2003 - e preclusa ogni visita ulteriore ai
Cpta.
Non è reato l'immigrazione clandestina, e questa altro non è
se non l'adattamento dell'immigrazione regolare alla progressiva chiusura
delle frontiere, ovvero al disegno di delocalizzare la questione in paesi
a democrazia ridotta, dunque più compatibili con una gestione deterrente
del problema. Eppure le pratiche amministrative illegittime si moltiplicano
sotto i nostri occhi, e insieme un'applicazione sempre più rigida ed
arbitraria delle leggi, come è avvenuto anche nel caso Cap Anamur.Si
autorizzano le espulsioni prima ancora dell'udienza di convalida davanti al
giudice, si moltiplicano i trattenimenti per le stesse persone che vanno e
vengono dai Cpta, con i fogli di via che non si contano più, impossibilitati
a uscire dal circuito della clandestinità. Peggiorano le condizioni
di salute salute dei migranti nei centri, e incrementano a vista d'occhio
gli atti autolesivi, estremo indicatore di una spirale della rabbia e della
violenza. No, queste strutture non funzionano, come dimostrano anche i pochi
dati del ministero dell'interno. E per quello che sono diventate con la Bossi-Fini,
bisogna chiuderle. Il danno fatto finora per migliaia di persone è
enorme, ma pensare di risolvere la questione con slogan di principio non porta
lontano. Occorre lavorare a soluzioni alternative che rispettino i migranti
come soggetti di diritto e tutelino la loro dignità di persone. Questa
è una sfida per l'Italia, ed è in questa ottica che si è
attivato da un anno un gruppo di lavoro misto sui Cpta, composto da parlamentari
e membri autorevoli della società civile. Tuttavia la questione non
può essere affrontata solo sul piano nazionale. Spetta all'Europa ripensare
le scelte e le politiche comuni sull'immigrazione.
Nicoletta Dentico
giornalista, coordina il Gruppo di lavoro sui Cpta, incaricato della redazione
di un libro bianco per un gruppo di senatori. Presiede la Campagna per la
messa al bando delle mine e l'Osservatorio italiano sulla salute globale.
È stata direttore della sezione italiana di Medici senza
frontiere.
La rivincita è nello stadio della vita
di Ignazio Oliva
Kivuli, sulla Kabiria Road. Cerco subito il responsabile del laboratorio teatrale,
è il mio lavoro e forse là posso dare una mano, piccola ma posso
farlo. Padre Kizito mi invita a pranzo, vuole conoscermi.
- Perché sei qui? E io, balbettando:
- Sa, padre, il documentario prima, le Ong poi, lavoro in teatro
- No, Ignazio: perché sei qui? Perché? Mi ha azzittito.
Gli ho parlato del mio bisogno, della mia urgenza che
forse si chiama semplicemente voglia di crescere, di mettersi in gioco col
mondo e con se stessi, di cercare nuovi sensi nella vita, di non accomodarsi
sulle sicurezze acquisite.
Padre
Kizito mi propone di fare un piccolo documentario sull'Amani Yassets, la squadra
di calcio cresciuta nella sua comunità con il supporto di Amani. I
giocatori si preparavano per un tour italiano; la formazione, ragazzi tra
i 18 e i 25 anni, avrebbe incontrato alcune piccole realtà calcistiche
italiane. Lo scopo per me era chiaro: mostrare le condizioni sportive e di
vita di una squadra della serie B keniana, sensibilizzare il pubblico occidentale
a una realtà lontana. Far capire ai calciatori italiani quanto fortunati
fossero, provocarli, mostrargli il rettangolo dove si allena lo Yassets, fangoso,
con erba alta qua e là ed animali intorno che seguono l'allenamento.
Non hanno spogliatoi, poche scarpe, divise differenti di squadre europee -
fiore all'occhiello di ogni calciatore, usate anche fuori dal campo, sfoggiate
con orgoglio, sogno. Il calcio a Nairobi non paga, non è business.
I ragazzi dello Yassets cercano lavoro dalla mattina presto, qualsiasi lavoro,
spesso non lo trovano; alcuni si sono inventati di costruire palloni con il
simbolo della squadra per rivenderli, tramite Amani, in Italia; altri dipingono
batik o lavorano come carpentieri.
Tutti aspettano freneticamente le 16 per l'allenamento e provare con tutte
le forze a diventare dei professionisti.
Il grande giorno è arrivato, l'Amani Yassets Football Club atterra
a Roma in un torrido giugno. Affronterà una serie di amichevoli, nell'ordine
Torino, ChievoVerona, Rovereto e primavera del Genoa, più un paio di
partitelle d'allenamento con squadre minori.
Non è solo un viaggio sportivo, è il viaggio della vita, della
speranza, il viaggio da raccontare. È l'occasione di mettersi in mostra
agli occhi dei talent scout italiani, con la lucida speranza di essere presi
a giocare nel campionato più bello e ricco del mondo. Può sembrare
ingenuo, ma l'aspettativa è reale. Anch'io ho sognato di giocare nel
Genoa, la mia squadra del cuore, anche i ragazzi delle periferie di Napoli
o Palermo sognano la stessa cosa. Prima della partenza avevamo comunque cercato
di ridimensionare le aspettative, perché era improbabile l'ingaggio
anche di un solo giocatore, caricando quindi di significati altri il senso
del viaggio. Ma erano parole al vento, fino al momento in cui si sono confrontati
con i professionisti italiani. Hanno perso tutte le partite, anche con le
squadre minori, ma con onore, segnando anche un goal al Chievo. È stato
difficile per loro, ma ciò che mi ha colpito di più è
stata la frase di Kenya, portiere degli Yassets: "Qui giocano tutti benissimo,
anche i più giovani. Vorrà dire che dovremo allenarci di più
quando torniamo a Nairobi". Sta qui la straordinaria forza di questa
gente, la speranza di migliorare, di crescere. L'altro incontro importante
per i giovani dello Yassets - approssimativa sigla che sta per "Giovani
di Riruta Satellite" - è stato quello con l'opulenza, la ricchezza
del nostro mondo. Prevedibile l'impatto, non la loro reazione. "Qui tutti
hanno l'acqua, la luce, il gas", mi diceva Jampa, centrocampista. Io
non sapevo che dirgli ma intanto il suo sguardo era rapito dall'incanto di
Venezia: "Che città romantica!
". Non un briciolo di
rancore, né di rabbia.
Il tour ha toccato città simbolo come Roma, Venezia, Milano, Torino,
Genova. Qui li ho accompagnati al Marassi per l'ultima di campionato, Genoa-Napoli.
Le vibrazioni di un intero stadio li hanno inevitabilmente contagiati. Mi
chiedevano di tradurre i cori di una tifoseria che non smetteva di cantare,
studiavano gli schemi tattici, volevano sapere, con eccitazione mista ad orgoglio,
chi fossero i giocatori di colore in campo, la loro provenienza, età,
la durata del loro ingaggio. Sognando di essere giù in campo con loro,
e con loro materializzare la rivincita di un quartiere, di uno stato. Forse
di un intero continente.
Ignazio Oliva è
attore di teatro e di cinema. È anche autore di documentari, tra cui
Amani Yassets Football Club.
"Nero
è bello". Anzi lo era
Di chi sia la colpa non si sa, ma le treccine sulla testa delle africane
stanno scomparendo.
La causa è uguale a quella di chi si sbianca la pelle (vedi Michael
Jackson): assomigliare alle occidentali. In cima alla classifica di chi rinnega
la tradizione sono le donne di città e chi vive fuori dal continente
nero. Capelli lisci stirati, dunque. Il cinema africano se ne inquietava già
negli anni Settanta (F.V.V.A. di Moustapha Alassane, Niger).
Non importa se i capelli soffrono e si rischia la calvizie. Ci pensano le
case produttrici dei cosmetici, delle tinture e, naturalmente, delle lozioni
per i capelli estenuati. In Francia i prodotti "etnocosmetici" hanno
dai 4 ai 6 milioni di clienti e incassano qualcosa come 100 miliardi delle
vecchie lire. In Africa la foggia delle capigliature ha profondi significati
sociali. E ora? Tutti omologati anche nel continente nero?
Dove
la polio è più "religiosa" del vaccino
Le religioni spesso aiutano l'essere umano ad
affrontare le difficoltà della vita. In molti altri casi
lo annullano, lo uccidono, come insegna l'infinita
storia delle guerre di religione. Ma c'è un modo ancor più stupido
per far prevalere insensati principi sul diritto alla vita che ha ogni uomo.
L'esempio ci viene della Nigeria, dove in alcuni stati musulmani del Nord
le autorità religiose proibiscono che i bambini vengano vaccinati contro
la poliomielite secondo un piano programmato
dall'Onu. Il risultato è catastrofico. La Nigeria infatti
registra il 45% dei casi di poliomielite esistenti nel mondo e l'87% dei casi
africani. Il governo federale ha cercato di intervenire ma la resistenza delle
autorità religiose, specie nello stato di Kano, è stata durissima.
Entusiasmanti vittorie della Coppa d'Africa
La faccia buona del calcio (c'è anche quella negativa)
si è mostrata in Ruanda. La squadra nazionale che quest'anno ha ottenuto
risultati mai raggiunti prima, era costituita dallo stesso numero di hutu
e di tutsi. A dieci anni dall'atroce genocidio, hanno giocato con la stessa
maglia chi ha avuto la famiglia sterminata e chi ha il padre ancora in prigione
perché autore di quei delitti. "Ora siamo solo ruandesi",
hanno detto
i giocatori della nazionale. Dalla riconciliazione all'emancipazione. Stavolta
il calcio ha avuto effetti benefici in Tunisia. Felici per la conquista della
Coppa delle Nazioni d'Africa, i dirigenti tunisini hanno deciso di istituire
il primo campionato femminile. Un altro passetto in avanti verso un risultato
in pareggio: fra uomini e donne.
Riruta Health Project è un programma biennale
di cura e prevenzione dell'Aids in collaborazione con Caritas Italiana. Viene
messo a disposizione dei sieropositivi, dei malati di Aids e altre malattie
infettive, un servizio di assistenza medica, sociale e di counselling. La
prevenzione si rivolge soprattutto ai più giovani e coinvolge gli ex
bambini di strada di Kivuli e di Anita, gli alunni della zona e i giovani
che frequentano il Kivuli. Un nuovo e importante impegno per Amani, in coerenza
con lo sforzo profuso da anni nei confronti dell'infanzia di strada, troppo
spesso orfana proprio a causa dell'Aids.
Dalla Casa di Anita
Dei tre bambini nuba che erano stati accolti alla Casa
di Anita, oggi a N'Gong, è rimasto solo Yohannes; Paolino e Farid,
ormai adolescenti, sono stati trasferiti alla Koinonia mother house, dove
abitano gli studenti sudanesi che abbiamo accolto in Kenya grazie ad un programma
di borse di studio.
Abbiamo acquistato un terreno con edifici diroccati confinante
con il grande campo di mais e gli orti della Casa di Anita, nei nostri sogni
c'è anche il progetto di ristrutturare l'edificio principale e adibirlo
a scuola di informatica e computer e un laboratorio di tessitura e sartoria.
La scuola dovrebbe accogliere le ragazze più grandi della Casa di Anita
e quelle dei villaggi circostanti. Prevediamo l'apertura entro il prossimo
anno.
Da Mthunzi
Bweupe Malaika, 10 anni, sordomuto dalla nascita, è
stato infine ammesso alla scuola specializzata di St. Mulumba a Choma. Il
bambino, sveglio e spiritoso, ha frequentato la primaria con difficoltà,
anche se ben integrato con i compagni, coi quali comunicava attraverso un
suo linguaggio non verbale. Bweupe, cui è rimasta solo una sorellina,
ritornerà al Mthunzi Centre per le vacanze scolastiche.
Scuole
Nuba
Non c'è futuro senza scuola
di Kenneth Kanyanga
Monti Nuba sono stati emarginati per decenni nella lotta fra
Nord e Sud. Risultato: non sono letteralmente esistite scuole durante la guerra,
fino al giorno in cui le autorità regionali del Movimento di liberazione
non hanno deciso di tradurre nei fatti l'idea di scuolette locali, dove assicurare
un minimo di istruzione.
Nel 1998, Koinonia ha iniziato ad offrire corsi di inglese di base nella contea
di Rashad. Da allora, nessun'altra organizzazione è intervenuta tra
i nuba per tutti gli anni in cui la regione è stata teatro di guerra.
Lo sforzo di Koinonia è stato riconosciuto dalle autorità, che
hanno chiesto alla comunità il suo aiuto per far funzionare meglio
qualche scuola. Dopo il cessate il fuoco del 2002 si provò a fare,
di alcune delle "scuole del bosco" esistenti, delle scuole pilota.
Mettere a disposizione maestri ben formati, materiale didattico e cancelleria
era vitale per gettare le basi di un insegnamento più solido.
Koinonia ha inviato il materiale necessario e sostenuto economicamente, a
partire dal 2001, un gruppo di insegnanti espatriati. Hanno così preso
il via le attività didattiche in tre stabilimenti scolastici, uno dei
quali è un istituto "magistrale" che prende nome dal compianto
leader della gente nuba, Yousif Kuwa. Le autorità regionali sono state
molto collaborative ed hanno messo a disposizione risorse umane e materiali
in loco.
L'istituto
ha anche organizzato corsi di inglese e di gestione per allievi selezionati
dalle autorità civili, i quali sono poi entrati nell'apparato amministrativo
locale come funzionari.
L'atteso accordo di pace aprirà nuove prospettive. Le esigenze evolveranno
e sarà importante dare priorità allo sviluppo, cosicché
i nuba si avvicinino alla meta dell'autosostentamento. L'approccio d'emergenza
era finora necessario, ma con l'avvento della pace occorrerà dare nuove
risposte a bisogni nuovi.
Occorre costruire scuole in muratura, per poterle attrezzare con energia solare,
biblioteca, apparecchiature per la segreteria
Alunni e studenti hanno
sinora appreso in condizioni davvero dure; con la pace si aspettano ora anche
un ambiente di studio migliore.
I nuba, come in passato tutte le culture africane, non sono troppo entusiasti
di mandare a scuola le loro figlie: occorre risvegliare le coscienze, e la
scuola è il luogo da cui cominciare questa azione. A motivo dell'influenza
araba e di tutta una tradizione, i diritti delle bambine spesso non sono tenuti
in debita considerazione. Il tasso di matrimoni precoci e di gravidanze in
età adolescenziale, con il conseguente abbandono scolastico, è
elevato. La donna di conseguenza finisce per trovarsi sempre tagliata fuori.
Koinonia ha introdotto, per favorire le bambine, la strategia di azzerare
le tasse scolastiche di un figlio maschio se la sua famiglia manda a scuola
anche le sue sorelline. Qualcosa in questo modo si è ottenuto, ma c'è
ancora molto da fare per un equo accesso allo studio.
Se c'è qualcosa di cui i nuba hanno bisogno, è l'istruzione,
che li potrà aprire definitivamente al resto del mondo e rendere capaci
di interagire con esso in vista del loro effettivo sviluppo. Una formazione
moderna li metterà nelle condizioni di formulare le loro proprie politiche
e di autogovernarsi con efficienza.
Già un buon numero di nuba profughi è sulla via del ritorno.
Vengono dal Nord del Sudan come da altre regioni dell'Africa dell'est, principalmente
Kenya e Uganda. Ritrovano una terra desolata ed hanno subito bisogno di cibo
e di un tetto poiché molti arrivano per via aerea, l'unica possibile,
senza essersi potuti portare dietro granché. L'incremento del numero
di scolari è un bel segno del rimpatrio di molti rifugiati, ma ciò
comporta un sovraccarico per le scuole.
La situazione generale è resa più difficile dalla mancanza di
risposte sanitarie adeguate ai bisogni. Il dispensario più vicino spesso
dista almeno due ore di marcia. E durante la stagione delle piogge le valli
diventano pantanose, impedendo ai pochi veicoli esistenti di circolare. Per
di più, l'esodo di chi rientra da terre lontane espone i Monti Nuba
a un nuovo rischio, la diffusione dell'aids. Va intrapresa, a partire dalle
scuole, tutta un'opera di coscientizzazione.
Dalle aule, l'educazione sanitaria dovrà estendersi all'insieme della
popolazione.
L'istruzione è insomma per i nuba, in questo momento storico, uno strumento
a tutti gli effetti assolutamente vitale. I maestri sono in gran parte ancora
degli espatriati o dei sudsudanesi, e quelli locali hanno una preparazione
minima. Il modo migliore di aiutare i nuba è di moltiplicare tra loro
gli insegnanti, facilitandone le possibilità di formazione nella loro
terra.
Kenneth Kanyanga,
keniano, è amministratore dei progetti di Koinonia sulle Montagne Nuba.
La
guerra civile ha cause molteplici e complesse: l'autonomia reclamata dal Sud
nei confronti di ungoverno centrale che ha imposto con la forza l'arabizzazione
e l'islamizzazione dell'intero Sudan; la lotta per la spartizione delle risorse
economiche (terre fertili, acqua, petrolio); le contraddizioni irrisolte di
uno stato enorme - il più vasto del continente - popolato da sudanesi
di etnie, religioni, culture disparate.
Sono
passati anni dal giorno in cui ho pensato di fare un'esperienza di volontariato
e il giorno in cui sono realmente partito. E oggi, a quasi 34 anni, me ne
pento. Mi pento di non averla affrontata prima, la mia vita sarebbe stata
forse diversa, oggi. Lavorando in teatro e al cinema mi sono laureato in scienze
politiche. Sono un attore, amo il mestiere che mi accompagna da più
di dieci anni, mestiere difficilissimo, precario ma che continua a nutrirmi
l'anima e il frigo. Ho seguito un percorso che mirasse alla scelta di storie
con un contenuto significativo, per me innanzitutto, ma anche nella speranza
che lo fosse in egual misura per il pubblico. Con questo bagaglio di vita
mi sono avvicinato alla missione di padre Kizito, il Kivuli Centre, nel cuore
di uno slum periferico ("satellite") di Nairobi chiamato Riruta.
Tutto è iniziato con l'idea di girare un documentario sulla realtà
delle Ong. Negli ultimi anni avevo girato da regista un paio di documentari
per la televisione con l'intento di fare e soprattutto imparare qualcosa di
nuovo. Volevo coniugare una necessità interna, partire volontario,
e portare testimonianza, attraverso un documentario. Ho mandato il mio curriculum
a diverse organizzazioni. Difficile missione per uno che non aveva mai affrontato
realtà di volontariato in paesi lontani, ma avevo qualche numero, soprattutto
una forte spinta emotiva e l'urgenza di andare - e questa è stata colta
da Amani, cui sono immensamente grato.
Sono partito a marzo senza videocamera. Avevo deciso di leggere, vedere capire,
prima, con curiosità intellettuale, con umiltà, come una spugna
secca pronta a essere nutrita. In sette ore sono stato catapultato in un mondo
completamente nuovo. Il primo giorno è stato in assolutoil più
forte, un misto di sensazioni dal timore alla pena, dalla vergogna alla rabbia.
Vergogna di possedere tutto ciò che ho ed ho avuto. La prima notte
nel mio letto non riuscivo a dormire: avevo ancora gli odori e le immagini
di una condizione di vita che mai avevo visto, olezzi di fogna, di spazzatura,
cherosene, immagini di bimbi che giocano nell'immondizia, tra maiali che come
loro cercavano qualcosa. All'inizio è adrenalina, quando cammini e
sei l'unico bianco, occhi neri che ti guardano e ti seguono ogni metro. Sguardi
diversi, da quello curioso del bimbo che pare veda un marziano a quello di
sfida di un uomo con la vanga sulla spalla, sguardo che non riesci a tenere
e guardi giù per terra, dove buste di plastica interrate spuntano qua
e là come cespugli colorati. Da noi l'avremmo chiamata arte contemporanea.
Ho passato un buon mese con loro. Mi sono allenato con la squadra per rompere
il ghiaccio, ci si doveva conoscere, innanzitutto. Dovevo farmi accettare
e far capire il mio intento. Dopo qualche iniziale diffidenza e qualche goal
da me segnato in varie partitelle, abbiamo iniziato a giocare con la videocamera
senza alcun timore.
Ignazio Oliva è attore di teatro
e di cinema. È anche autore di documentari, tra cui Amani Yassets
Football Club.
Sono le 6 del pomeriggio quando entriamo nell'- Hotel Africa.
Così viene chiamato questo universo nero della stazione Tiburtina,
sotto un ponte, in un angolo nascosto che collega Roma alle montagne dell'Abruzzo.
Qui due magazzini dismessi sono ubriachi di vita, una vita a noi estranea,
uno spaccato di continente nero nella sua povertà assoluta dettata
da regole.
Fuori, il camion della spazzatura si è dimenticato di questo luogo;
l'immondizia campeggia come un'immensa istallazione che potrebbe avere come
titolo: Incapacità Europea. Dentro è un crogiuolo di somali,
eritrei, alcuni sudanesi nel magazzino più grande, solo sudanesi in
quello più piccolo. Un universo ordinato, con bar, ristoranti, odore
di pollo e riso speziato. Divani rimediati dai cassonetti, ripuliti e colorati
da stracci stirati, tavolini di formica, televisori. Qualche bambino gioca
nell'immenso spazio interno, mentre gli occhi salgono ai piani superiori e,
nel bar sospeso nel corridoio centrale del primo piano, si fuma il narghilè.
Ogni due piloni, cartoni e lamiere fanno da riparo a microappartamenti con
tanto di luce elettrica: "Paghiamo trenta euro al mese per il generatore",
spiega Jhalal, pieno di treccine e una maglietta falsa griffata. Ci mostra
la sua camera al terzo piano, ordinatissima, con tanto di quadri a tempera
con paesaggi naïf.
Sembra una borgata africana. Ci si dimentica che a pochi passi da lì
un ristorante famoso prepara carne danese e argentina per avventori con fuoristrada
di moda, forse utilizzando questi giovani nelle cucine per 14 ore al giorno
chissà a quale prezzo. Tra quelle stanze, quei bar, la musica entra
nelle vene e si dimentica che questi ragazzi non sono clandestini, ma rifugiati
politici, fuggiti non solo ai massacri del Darfur. Alcuni attendono da anni
un pezzo di carta che possa cambiargli il futuro. Tutti sono fuggiti dalla
loro terra per un sogno, tutto europeo. Come Deng.
Deng
è in Italia dal 1989; oggi lavora tra la sua gente come mediatore per
Medici senza frontiere che qui si occupano del controllo sanitario. Perché
sei venuto qui? "Non si va da una parte senza motivo - dice rilassato
Deng -. C'è sempre una ragione nell'andare in un posto piuttosto che
in un altro. Perché Roma? Perché la conoscevo di nome sin da
piccolo".
Deng parla l'italiano molto bene, ma è una mosca bianca in mezzo a
tanti che, a volte, non sanno neppure l'inglese e si esprimono in un arabo
elementare. Questo complica il lavoro dei volontari come quelli che mi accompagnano:
la sismologa Elisa e lo psicologo Giuseppe. "Le Ferrovie vogliono liberare
questi magazzini, forse per fare un museo o altro, ma il problema è:
dove mandare tutta questa gente? Un recente censimento dice che vi dimorano
609 persone. Un quarto sono rifugiati sudanesi. Alcuni vivono qui stabilmente
da quattro anni. Sono tutti molto giovani, quasi tutti uomini che si organizzano
a fare i benzinai, gli ambulanti, i lavapiatti, in attesa dello status di
rifugiato. E poi si organizzano attività,
qui dentro".
I depositi della Tiburtina potrebbero essere una periferia di Kampala, di
Dakar o di Maputo. Appena entrati, John ci accoglie nel suo bar. Ci sono sedie
di una vecchia scuola, i vetri dipinti di nero per impedire la vista da fuori,
tavoli con pulite tovaglie di plastica come si fosse sotto una pergola. Una
tenda svolazzante divide il bar dalla zona tivù. "Ho risparmiato
- spiega John - e ho comprato una parabolica. La sera dalle 7 alle 9, la gente
può venire a vedere Al Jazira. Vedi alle pareti?". Sui muri, tra
i manifesti di "Italia per l'Africa", mega-evento romano di pochi
mesi fa, campeggiano fotocopie in arabo con gli orari dei notiziari e dei
film serali. Mentre sorseggiamo un tè offerto da John, lui stesso,
orgoglioso del suo bar e del deposito, si offre per una visita ai vari piani
come se fosse l'amministratore, o forse il capo politico di una manciata di
avventurieri. Così si scopre che qui i sudanesi convivono senza tensioni;
si scoprono spazi rattoppati alla meglio "perché ognuno deve avere
la propria privacy"; i bagni sono comuni, ma con regole ferree per l'igiene.
In fondo, nel buio del piano terra, la moschea. Da fare invidia all'armata
brancaleone, campeggia nel silenzio, senza muezzin, illuminata pallidamente
dagli ultimi raggi del sole che entrano da una finestra dai vetri spezzati.
Di ritorno al bar, con un gesto di grande fierezza John indica il generatore
di corrente appena comprato: "Facciamo luce dalle 7 fino a
mezzanotte".
Penso di avere finito il tour, ma un'altra sorpresa mi attende. John, come
un maître di albergo, tira fuori un mazzo di chiavi davanti a una porta.
"Sai, quando sono venuto qui negli anni Novanta non c'era nessuno, stavo
da solo in una branda. Guarda ora la mia casa". Dietro la porta, un letto
dalle lenzuola candide, un bagno privato accessoriato di tutto, un computer.
"Cosa ci fai con quello?", domando. "Navigo in internet. Non
hai visto fuori tutte quelle pagine stampate in arabo? Ogni mattina appendo
le notizie del nostro paese, così sono tutti aggiornati". Chi
non sa leggere se lo fa raccontare dagli altri, all'Hotel Africa non manca
l'informazione e neppure la politica. Basta parlare con Edward, un armadione
a due ante con brillantone all'orecchio, in Italia da due mesi. "Faccio
il buttafuori nelle discoteche. Ma non vedi in che condizioni vivono qui?
Dov'è la dignità umana in queste brande circondate da cartone?
È per questo che sono fuggiti dal Sudan? È questa la solidarietà
italiana? E li vogliono pure mandare via. Ma è questo il vostro modo
di accogliere persone che non sono neppure clandestine?".
Infatti. Qualche settimana dopo, subito dopo ferragosto, quasi un blitz. L'azione
di sgombero immediato era stata concordata, ma in gran fretta, con i gruppi
di volontariato attivi all'Hotel Africa. I rifugiati dovevano trovare immediata
e migliore ricollocazione. Ma le cose non sono filate così lisce come
il sindaco di Roma ha dichiarato. Problemi di identificazione e di informazione
(diversi inquilini della Tiburtina erano nel casertano per lavori stagionali;
altri, "non aventi diritto", hanno cercato di approfittare della
situazione) e problemi organizzativi (la paura di perdere la propria roba,
e le pesanti limitazioni, di orario e logistiche, imposte nei nuovi centri
di accoglienza) hanno trasformato la buona volontà dell'operazione
nell'incubo di una notte di mezza estate. Il Comune ha promesso la soluzione
dei problemi in tempi rapidi. I circa 150 sudanesi non si sono fidati. Hanno
ottenuto una dilazione, sono ora tutti concentrati nel magazzino più
piccolo dell'Hotel Africa. Ma non è più come prima.
Benedetta Scatafassi alterna
il lavoro di agricoltore al foto-videogiornalismo indipendente, con consulenze
anche per Ong e Onu sui temi dello sviluppo sostenibile tra Africa subsahariana
e Medio Oriente.
Perché tutti insieme
L'adozione proposta da Amani non è individuale, cioè di un solo
bambino, ma è rivolta all'intero progetto di Kivuli, della Casa di
Anita, di Mthunzi o delle Scuole Nuba.
In questo modo nessuno di loro correrà il rischio di rimanere escluso.
Insomma "adottare" il progetto di Amani vuol dire adottare un gruppo
di bambini, garantendo loro la possibilità di mangiare, studiare e
fare scelte costruttive per il futuro, sperimentando la sicurezza e l'affetto
di un adulto. E soprattutto adottare un intero progetto vuol dire consentirci
di non limitare l'aiuto ai bambini che vivono nel centro di Kivuli, della
Casa di Anita, del Mthunzi o che frequentano le scuole di Kerker e Kujur Shabia,
ma di estenderlo anche ad altri piccoli che chiedono aiuto, o a famiglie in
difficoltà e di spezzare così il percorso che porta i bambini
a diventare "street children" o, nel caso dei bambini nuba, di garantire
loro il fondamentale diritto all'educazione. Abbiamo infatti sperimentato
che a volte anche un piccolo sostegno economico permette ai genitori di continuare
a far crescere i piccoli nell'ambiente più adatto, e cioè la
famiglia di origine.
In questo modo, inoltre, rispettiamo la privacy dei bambini evitando di diffondere
informazioni troppo personali sulla storia, a volte terribile, dei nostri
piccoli ospiti. Pertanto, all'atto dell'adozione, non inviamo materiale al
sostenitore relativo ad un solo bambino, ma materiale stampato o video relativo
a tutti i bambini del progetto che si è scelto di sostenere.
Vi ricordiamo che una caratteristica di Amani è quella di affidare
ogni progetto ed ogni iniziativa sul territorio africano solo ed esclusivamente
a persone del luogo.
Per questo i responsabili dei progetti di Amani in favore dei bambini di strada
sono keniani, zambiani e nuba.
Con l'aiuto di chi sostiene il progetto delle Adozioni a distanza, annualmente
riusciamo a coprire le spese di gestione, pagando la scuola, i vestiti, gli
alimenti e le cure mediche a tutti i bambini.
Come aiutarci
Puoi "adottare"
i progetti realizzati da Amani con una somma di 26
euro al mese (312 euro all'anno): contribui-rai
al mantenimento e la cura di tutti i ragazzi accolti da Kivuli,
dalla Casa di Anita,
dal Mthunzi
o dalle Scuole nuba.
Per effettuare un'adozione a distanza basta versare una somma sul
c/c postale n. 37799202
intestato ad
Amani Onlus - Ong
via Gonin 8
20147 Milano
o sul
n. 000000503010 Banca Popolare Etica ABI 05018 - CAB 01600- CIN F - EU IBAN IT91 F050 1801 6000 0000 0503 010
.
Ti ricordiamo di indicare, oltre il tuo nome e indirizzo, la causale del versamento
"adozione a distanza".
Ci consentirai così di poterti inviare il materiale informativo.
"Io
sono un nuba". Tante volte ho sentito ripetere questa affermazione di identità
mentre una persona ricordava momenti terribili della sua vita. Il sottinteso
era: "Se sono riuscito a passare attraverso tutto questo, è perché
sono un nuba. Se non lo fossi, sarei morto, o mi sarei arreso molto prima".
Io sono un nuba è il nuovo libro di padre Kizito.
La testimonianza di dieci anni di impegno, di fatiche, di fede
e gioia condivise con il popolo nuba del Sudan, minacciato di genocidio dal
regime che si è poi accanito sulle popolazioni del Darfur.
Una memoria che si allarga alle genti del Sud Sudan da vent'anni in guerra,
per le quali padre Kizito si è speso prima di raggiungere i Monti Nuba.
Uno sguardo che risale nella storia fino alle origini più probabili
dei nuba, popolo dall'identità plurale ma coesa. Un cammino di solidarietà
con uomini e donne, ciascuno con un nome, che rialzano la testa dall'umiliazione
di un passato di schiavitù e disprezzo.
Lo sviluppo di una chiesa senza preti, sospinta dallo Spirito, autogestita
dai laici. L'incontro con figure come Yousif Kuwa, leader naturale dei suoi
fratelli nuba.
Un'esperienza improntata alla ricerca della fraternità, della liberazione
e della pace, che da uno scorcio d'Africa fa sgorgare ragioni di speranza
anche per noi.
Renato Kizito Sesana
IO SONO UN NUBA
Dalla parte di un popolo che lotta per non scomparire
Sperling & Kupfer Editori
Pagg. 267 + 16 inserto fotografico - € 15,00
(a cura di Pier Maria Mazzola)
Da ottobre in libreria
Disponibile anche presso la sede di Amani
"Kivuli Street Children
Project" è progetto educativo nato dall'iniziativa dei
giovani della comunità di Koinonia che a Nairobi accoglie e sostiene
i bambini di strada di due grandi baraccopoli della capitale.
Il Centro Kivuli accoglie in forma residenziale 60 bambini di strada curandone
la crescita e l'educazione, copre le spese scolastiche di altri 70 bambini
ed è aperto con vari progetti animativi a tutti i bambini del quartiere.
Kivuli è diventato un punto di riferimento per i giovani e per gli
adulti, con un progetto di microcredito, laboratori artigianali di avviamento
professionale, una biblioteca, un dispensario medico, un progetto sportivo,
un laboratorio teatrale, una sartoria, un pozzo che vende acqua a prezzi calmierati
e uno spazio sede di varie associazioni e aperto a momenti di dibattito e
confronto per i giovani del quartiere.
"Casa di Anita"
è una casa di accoglienza sorta a N'gong (piccolo centro agricolo a
30 Km da Nairobi), curata da tre famiglie Keniane, inaugurata nell'agosto
1999.
La "Casa di Anita" accoglie 30 bambine di strada, alcune orfane
e altre figlie di famiglie poverissime, vittime di abusi sessuali, inserendole
in una struttura familiare e protetta, permettendo una crescita affettivamente
tranquilla e sicura.
"Mthunzi Center"
è un progetto educativo realizzato dalle famiglie della comunità
di Koinonia di Lusaka (Zambia) a favore dei bambini di strada.
Il Centro Mthunzi oltre ad accogliere 60 bambini di strada in forma residenziale
curandone la crescita e l'educazione, è un punto di riferimento per
la popolazione locale con il suo dispensario medico e con i suoi laboratori
di falegnameria e di avviamento professionale.
.
Un progetto di emergenza a favore della popolazione delle montagne Nuba e del Southern Blue Nile, provate dalla guerra e da quindici anni di isolamento, che consiste nell'invio di aiuti (sale, medicinali, attrezzi da lavoro, materiale scolastico, vestiti e sementi) per la sopravvivenza della popolazione locale e nell'accoglienza di rifugiati a Nairobi.
Due "scuole primarie"
sui monti Nuba che garantiscono l'educazione di base (l'equivalente della
formazione elementare e media in Italia) ai bambini della zona circostante,
in assenza di altre strutture scolastiche. Attualmente ognuna delle scuole
ha circa 600 alunni. Il progetto prevede anche una "scuola
magistrale" per selezionare e formare giovani insegnanti nuba
(circa 50 ogni anno) in modo da riattivare la rete scolastica autogestita
dalle popolazioni della zona.
"News from Africa", un'agenzia di informazione mensile redatta interamente da giovani scrittori e giornalisti africani, che raccoglie notizie e articoli di approfondimento provenienti dai paesi dell'Africa subsahariana per poi diffonderle in tutto il mondo per via telematica e cartacea.
"Africa Peace Point",organizzazione laica e apolitica che si prefigge la realizzazione di iniziative popolari per la costruzione e la diffusione di una cultura di pace nelle comunità africane; la sede è a Nairobi, dove APP si è dotata di un centro di documentazione e ha creato uno spazio in grado di ospitare forum, sessioni di formazione sulla pace e incontri tra gruppi di base.
"Amani People Theatre",
una compagnia di giovani attori che lavorano per una cultura di pace utilizzando
il teatro per la mediazione di conflitti, con performance e rappresentazioni
nei campi profughi del Kenya e nelle comunità di base.
In breve...
Campi di lavoro
Si sono da poco conclusi positivamente i campi di lavoro che Amani organizza
tutti gli anni, nel mese di agosto, all'interno dei nostri progetti in Kenya
e Zambia.
Quest'anno hanno fatto domanda per partecipare più di duecento
giovani tra i 18 e i 30 anni e, dopo le selezioni e il consueto percorso formativo,
in trenta sono partiti per il Kenya e in quindici per lo Zambia.
I partecipanti si immergono per un mese nelle realtà di Nairobi e Lusaka,
condividendo la vita quotidiana dei bambini accolti nei Centri Kivuli e Mthunzi,
e delle bambine della Casa di Anita, confrontandosi con i volontari e gli
educatori di Koinonia.
Amani Yassets Football
Club
È disponibile presso la sede di Amani il video realizzato per l'associazione
da Ignazio Oliva, che ha lavorato per molti anni in teatro e per il cinema;
i suoi film più noti sono Io ballo da sola di Bernardo Bertolucci,
Passato prossimo di Maria Sole Tognazzi, Il trionfo dell'amore
di Clare Peploe, Devi essere il lupo di Vittorio Moroni; imminente
l'uscita di Onde per la regia di Francesco Fei.
Amani Yassets Football Club (30') è un documentario semplice
e divertente che racconta una delle tante realtà sportive africane.
Le parole di padre Kizito e dei giocatori della squadra sono la testimonianza
delle difficoltà oggettive con le quali ci si scontra se si vuole fare
dello sport in Kenya, ma anche dei sogni nel cassetto che ogni sportivo ha
dentro di sé e che lo spingono a fare sempre meglio. È un video
adatto per iniziative scolastiche e di società sportive. Sono gradite,
dopo la visione, le donazioni di scarpe, divise e palloni in buono stato.
Per potervi ringraziare
Comunicazione di servizio rivolta a quanti sostengono i progetti di Amani
attraverso versamento su conto corrente bancario.
È nostra volontà ringraziare in modo appropriato tutti gli amici
che decidono di contribuire alla continuità dei nostri progetti, ma,
a causa della scarsità di informazioni che le banche ci trasmettono,
spesso ci troviamo in condizioni di non poter mantenere i contatti con loro.
Vi suggeriamo di comunicarci - tramite posta elettronica, fax o telefonicamente
- i vostri dati personali, in modo da poter rimanere in contatto anche in
futuro.
Chi siamo
Amani che in kiswahili vuol dire pace è una associazione laica e una
Organizzazione non governativa riconosciuta dal Ministero degli Affari Esteri.
Amani si impegna particolarmente a favore delle popolazioni africane seguendo
queste due regole fondamentali:
1. curare lo sviluppo di un numero ristretto di progetti, in modo da poter
mantenere la sua azione su base prevalentemente volontaria per contenere i
costi a carico dei donatori.
2. affidare ogni progetto ed ogni iniziativa sul territorio africano solo
ed esclusivamente a persone del luogo. A conferma di questo molti degli interventi
di Amani sono stati ispirati da un gruppo di giovani africani riuniti nella
comunità di Koinonia.
Le principali attività di Amani sono le due case di accoglienza per
i bambini e le bambine di strada di Nairobi, Kivuli e la Casa di Anita; la
difesa del popolo Nuba in Sudan, vittima di un vero e proprio genocidio e
Africanews un'agenzia di stampa redatta interamente da giovani giornalisti
e scrittori africani. Inoltre, Amani sostiene in Zambia il Mthunzi Centre,
un progetto per i bambini di strada di Lusaka, una piccola scuola in Kenya
nel poverissimo quartiere di Kibera, e una compagnia di giovani attori che
lavorano per una cultura di pace attraverso la mediazione dei conflitti: l'Amani
People Theatre.
Come contattarci
Amani Onlus - Ong (Organizzazione non lucrativa di utilità sociale
e Organizzazione non governativa)
via Gonin, 8 - 20147 Milano - Italy
Tel. 02-48951149 - 02-4121011 - Fax. 02-45495237
e-mail: amani@amaniforafrica.org
sito web: www.amaniforafrica.org
Come aiutare Kivuli, la
Casa di Anita, il Mthunzi e il popolo Nuba
Basta versare una somma sul c/c postale n. 37799202 intestato ad Amani Onlus
- Ong, via Gonin 8 - 20147 Milano o sul n. 000000503010 Banca Popolare Etica ABI 05018 - CAB 01600- CIN F - EU IBAN IT91 F050 1801 6000 0000 0503 010
. Ricordiamo inoltre di scrivere sempre la causale del versamento e il
vostro indirizzo completo.
Nel caso dell'adozione a distanza è necessario versare 26 euro mensilmente
almeno per un anno. È importante indicare in entrambi i casi la causale
del versamento.
Le offerte ad Amani sono
deducibili
I benefici fiscali per erogazioni a favore di Amani possono essere conseguiti
con due possibilità alternative:
1 Deducibilità ai sensi del DPR 917/86 a favore di ONG per donazioni
destinate a Paesi in via di sviluppo. Deduzione nella misura massima del 2%
del reddito imponibile sia per le imprese che per le persone fisiche.
2 Oneri deducibili ai sensi del DL 460/97 per erogazioni liberali a favore
di ONLUS.
Per le imprese per un importo massimo di euro 2.065,83 o del 2% del reddito
di impresa dichiarato.
Per le persone fisiche detraibile nella misura del 19% per un importo complessivo
non superiore a euro 2.065,83.
Ai fini della dichiarazione fiscale è necessario scrivere sempre ONLUS
o ONG dopo Amani nell'intestazione e conservare:
1 per i versamenti con bollettino postale: ricevuta di versamento;
2 per i bonifici o assegni bancari: estratto conto della banca ed eventuali
note contabili.
Porta il tuo cuore in Africa AMANI
Editore: Associazione Amani Onlus-Ong, via Gonin 8, 20147
Milano
Direttore responsabile: Daniele Parolini
Coordinatore: Lorenzo Chiodo Grandi
Progetto grafico: Ergonarte, Milano
Stampato presso: Lito 2000 srl, via Sabbatelli 31, 23868 Valmadrera, LC
Registrazione presso la Cancelleria del Tribunale Civile e Penale di Milano
n. 596 in data 22.10.2001