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"Amani"
anno VI, n. 3, Settembre 2006 -
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Se la scienza non diventa amore
L’Ateneo di Bologna è rimasto orfano – ma anche l’Africa
– di un uomo che per 40 anni si è dedicato ad allargare gli orizzonti
degli studenti, a cercare vie di dialogo tra mondo universitario e Sud del
mondo, fra cattolicesimo e altre culture.
Con passione e ragione, a motivo della fede e in stile laico.
Sommario
Promesse tradite
di Anna Pozzi
Lettera
all’assessore
di Andrea Semplici
Un
prete libero
di Kizito Sesana
Kofi l’Africano
di
Laura Mezzanotte
News from Africa
In
Breve
La musica del fiume
Di
Marco Aime
Sudan, la pace in gioco
di
Diego Marani
Torno a
cercarti
di
Irene Campana
Un giorno di campo
di
Tristana Brameri
Edimburgo!
di
Joseph Mtonga
I guantoni di John
Di
Alberto Dionigi
Adozioni
a distanza
Perché
tutti insieme
La
storia sta così: gli amici di Amani insistono, e non vale
la pena obiettare, che conosco Jean-Léonard Touadi da sempre (almeno
così mi sembra). E poi lui mi chiamava “maestro”. E io
credevo che mi prendesse in giro. All’africana, si intende. Con quel
fare che non sai mai cosa voglia dire, ma sei certo che ci sia della grande
amicizia dietro. Guardavo Jean-Léonard, mentre parlava con il suo ritmo
da griot, e desideravo avere la pelle nera. Come poteva desiderarla
un jazzista bianco ascoltando la tromba di Miles Davis. Le ragazze ne erano
affascinate, i ragazzi ti adoravano. I tuoi studenti di non so quale liceo
romano ti amavano come pulcini. Davvero: invidia felice della tua pelle nera.
Insomma, adesso che, da pochi mesi, fai l’assessore al Comune di Roma,
responsabile delle politiche giovanili, come faccio a scriverti una lettera
pubblica?
Io non abito nella capitale e non sono giovane. In più: a volte mi
sono sorpreso a pensare che Walter Veltroni, sindaco di Roma, tuo diretto
superiore, sia troppo “buonista” quando parla di Africa (ma no,
secondo me è uno che sa mordere quando ci vuole).
E tu adesso sei davvero accerchiato da giovani, ragazzi, bambini: la tua splendida
famiglia non poteva che essere africana, una banda scatenata di non
so più quanti figli che regala, ogni giorno, felicità, vitalità.
E fatiche. Come l’Africa, appunto.
Ho chiesto in giro. A chi di giovani ne sa qualcosa e a chi giovane lo è
davvero. E, dalle loro parole, ho capito che sarai un bravo assessore. Per
merito della pelle nera. Perché non avrai i “miei-nostri”
difetti: noi, gente di mezza età, genericamente di sinistra, siamo
cresciuti a categorie (i giovani, i pensionati, gli immigrati, i proletari,
i capitalisti) e abbiamo cercato “soluzioni separate” per ognuna
di queste. Senza saper ascoltare, dimenticandoci di aver fatto parte di queste
categorie. Siamo cresciuti a stereotipi.
Un africano (un afro-italiano, con i pregi e i difetti dei due mondi)
è, all’opposto, vittima di stereotipi. Per questo li conosce
bene. Sa che i giovani sono belli (sale e senso della Terra), sa che non esistono
ricette, né spazi, né progetti ideali. Che bisogna lasciarli
fare, sperimentare il più possibile senza ingabbiarli. Tu potresti
essere, in questa città separata che mi appare Roma (il centro e le
periferie come pianeti divisi, quasi incomunicabili), il cantastorie capace
di ascoltarli, di prenderli sul serio. Sei tu che mi hai spiegato che Dio
ha regalato ai bianchi l’orologio e il tempo agli africani. Tu arrivi
sempre tardi agli appuntamenti (una gran bella dote, credimi) e, per questo,
paradosso apparente solo per occidentali affannati, hai rispetto del tempo:
ecco, ai giovani dovrebbe essere lasciato il privilegio di usarlo senza fretta.
Senza fretta di crescere, appunto.
Si può andare controcorrente nel mondo d’oggi? Si può
inceppare il meccanismo della frenesia, del “non ho tempo”? Voglio
sperarlo. Tu ben sai che le frontiere sono un’invenzione coloniale (sei
cresciuto in una città in cui un fiume, il Congo, è frontiera
fra due capitali): su questi confini assurdi (fra quartieri, fra periferie,
fra universi di giovani) vanno creati luoghi comuni, punti di incontro, luoghi
di scambio. Di creolizzazione, direbbe un mio vecchio amico che non c’è
più. I tuoi figli creoli sono una meraviglia. I giovani, poi, se la
sbroglieranno (che è parola chiave dell’Africa che parla francese)
da soli. E tu, assessore, potrai guardarli con un sorriso mentre imboccano
le loro strade.
Buon lavoro, Jean-Léonard. Buon lavoro, Maestro.
Andrea Semplici è giornalista. È autore di alcune ClupGuide africane; l’ultima (con Daniela Scapin) è Libia (Hoepli, 2006).
Analizzati uno per uno, gli Obiettivi
del Millennio per lo Sviluppo – sottoscritti dagli stati membri dell’Onu
nel settembre 2000 – appaiono come un elenco di promesse che inesorabilmente
non verranno mantenute. Promesse che dovrebbero essere realizzate entro il
2015, ma che è già chiaro verranno nuovamente rinviate. E non
è la prima volta che capita. Gli Obiettivi del Millennio, infatti,
non sono altro che una riproposizione più globale e sistematica di
impegni traditi in passato. Riguardano lo sradicamento della povertà
estrema e della fame nel mondo; l’educazione primaria universale; la
promozione della parità dei sessi e l’autonomia delle donne;
la riduzione della mortalità infantile; il miglioramento della salute
materna; la lotta al virus Hiv/Aids, alla tubercolosi e alla malaria; la sostenibilità
ambientale; e la promozione di una partecipazione mondiale per lo sviluppo.
La lotta alla povertà e alla fame nel mondo è forse il caso
più emblematico. Oggi la fame continua ad essere una drammatica quotidianità
per 852 milioni di persone al mondo; 815 milioni sono concentrate nei paesi
in via di sviluppo. Il 50 per cento sono piccoli agricoltori, il 70 per cento
donne. Anche se è significativo il fatto che vi siano 28 milioni di
persone che soffrono la fame nei “paesi di transizione” e 9 milioni
nei paesi sviluppati (Fao 2004). Questo dimostra il legame indissolubile tra
povertà e fame, conseguenza e causa l’una dell’altra, nonché
perverso circolo vizioso con pesanti ripercussioni a più livelli. Sulla
salute, innanzitutto, essendo la malnutrizione la causa di molte malattie
– e di molte morti specialmente infantili – che gravano drammaticamente
sulle famiglie e sui sistemi sanitari. Inoltre incide sull’educazione,
dal momento che l’alimentazione, a partire dalla gravidanza e per tutta
l’età scolare, si lega in un duplice rapporto di causa-effetto
con l’educazione: se è vero infatti che una corretta alimentazione
favorisce l’apprendimento, è altrettanto vero che un innalzamento
del livello educativo provoca un miglioramento dell’alimentazione. Infine
si sono registrati indici negativi anche in relazione alla produttività
e alla crescita economica. Secondo la Fao, infatti, esisterebbe un chiaro
nesso tra Pil e disponibilità energetica alimentare. Il miglioramento
dell’alimentazione, infatti, può contribuire alla valorizzazione
del capitale umano e della produttività, in quanto migliora salute
ed educazione, favorendo di conseguenza un maggior benessere a livello familiare
e nazionale, e un’accelerazione della crescita economica.
E allora, il fatto che all’inizio di questo terzo millennio continuino
a morire di fame milioni di persone non solo è una situazione inaccettabile
e vergognosa, ma anche una chiara sconfessione di tutti i buoni propositi
del passato. Già nel 1974 la Conferenza mondiale sull’alimentazione
si poneva come ambizioso traguardo quello di debellare la fame nel mondo nell’arco
di un decennio. Nel vertice Fao del ’96, si constata che si era trattato
di una mera utopia. I 186 rappresentanti di governo presenti al summit avanzano
dunque nuove promesse: “Proclamiamo la nostra volontà politica
e il nostro impegno comune e nazionale di raggiungere la sicurezza alimentare
per tutti e di mettere in campo uno sforzo costante al fine di sradicare la
fame in tutti i paesi e, nell’immediato, dimezzare il numero di persone
malnutrite da qui al 2015, al più tardi”.
Nel vertice del 2002, la Fao mette le mani avanti. “Le previsioni più
recenti lasciano intendere che l’obiettivo non sarà raggiunto
prima
del 2030, con 15 anni di ritardo”. All’inizio del prossimo novembre
è previsto l’ennesimo summit, che dovrebbe portare a una revisione
del Piano d’azione. Non è da cinici non aspettarsi nulla di decisivo.
Perché ciò che è mancato in questi anni - più
di trenta ormai! - è stata proprio quella “volontà politica”
e quell’”impegno comune e nazionale” proclamati con tanta
enfasi da decenni. Una mancanza che non si è tradotta solo in un insufficiente
finanziamento dei programmi di lotta alla fame e alla povertà, ma che,
a monte, è segno di una non volontà di cambiare le regole del
gioco, lasciando così che nel mondo continuino ad esistere ingiustizie
e sperequazioni gravissime e intollerabili. Che si traducono sì in
852 milioni di persone che muoiono di fame, ma che significano anche due miliardi
di esseri umani – ovvero un terzo della popolazione mondiale –
affetti da tubercolosi e oltre 500 milioni di individui che contraggono ogni
anno la malaria. Per non parlare dell’Aids, che colpisce i più
poveri e i più deboli, specialmente in Africa subsahariana dove si
concentrano 25 milioni di malati su 40 milioni al mondo. E dove tuttora una
donna su sedici non sopravvive al parto.
Ricordare i fallimenti delle politiche mondiali non deve tuttavia essere interpretato
come un invito alla rassegnazione o, peggio, all’indifferenza. Di fronte
allo scandalo della povertà, della fame, delle malattie dimenticate
o dell’ambiente devastato, dobbiamo sentirci tutti quanti responsabili
in prima persona e agire di conseguenza. Consapevoli dei limiti, ma anche
delle enormi potenzialità che, insieme, possiamo sviluppare.
Anna Pozzi, redattrice di Mondo
e Missione, è autrice di Made in Africa (Monti, 2000).
In
fila, in silenzio, un piede davanti all'altro, pronti per arrivare alla casa
di Paris, in cammino per raggiungere la sua famiglia che non vede da tempo.
È difficile tenere il passo in una baraccopoli.
Cerco di tenere gli occhi ben aperti per non dimenticare tutto quello che
fa di un luogo inimmaginabile una città. Cerco di respirare il più
possibile, di distinguere ogni singolo odore acre che tutti i giorni milioni
di persone chiamano aria. Ci sono cose che non si sanno raccontare, forse
perché vogliono rimanere in castigo in un angolo buio dell'umanità;
forse perché si trovano su una linea troppo sottile e fragile che per
nessun motivo deve essere spezzata.
Paris non parla. E non parlerà per molto tempo, un tempo infinito.Arrivati
alla sua casa tra lamiere, acqua sudicia, immondizia di ogni tipo, mosche,
bambini che sniffano colla e si rotolano per terra, persone che vagano senza
meta perse nelle loro esistenze anonime, qualcuno ci apre, ma non ci fa entrare.
Una voce dice che sua madre non c’è, è stata presa dalla
polizia per chissà quale motivo. Paris non cambia mai espressione e
rassegnata, davanti a noi, ci riporta indietro.Ho lo stomaco stretto, legato,
non so che dire, non so se poter fare qualcosa. Credo solo di no. Credo solo
a quanto sia grande e profondamente umano lo spirito di sopravvivenza che
ognuna di queste persone si tiene stretto ogni giorno, ogni minuto della vita,
senza farlo scivolare mai via.
Zipporah ha trovato la madre ubriaca e drogata, barcollante e delirante. Una
madre che l'ha seguita fino al pullman con la bava alla bocca; una madre che
ha provato a riabbracciare la figlia, vittima di se stessa, della sua condizione
di giovane donna abusata e sola, in mezzo al nulla, in mezzo a vicoli malsani,
avvolta da lamiere arrugginite, tutte uguali, spoglie. Zipporah a malapena
la guarda: forse non vuole riconoscerla più in quello stato, forse
è stanca di avere desideri migliori, di avere buone speranze. Eppure
qui ad Anita è una delle più brave a scuola, premiata e stimata
per questo. Il pullman riparte. Ce ne andiamo lontano: andiamo a trovare Judith,
una bambina che dalla strada è riuscita ad arrivare alla Casa di Anita
e che due anni fa è tornata a vivere con la sorella della nonna e il
cugino.
Arriviamo in una casetta accogliente con intorno alberi di banano, avocadi,
terra fertile. Judith non c’è, è a Nairobi e tornerà
fra tre giorni. Ma Judith ce l'ha fatta: ha faticato e lottato e creduto tanto
ed ora ha smesso di sopravvivere. La sua vita è un po' più piena
e ha trovato il Senso che prima le mancava. La sua casa ha muri e divani,
persino una piccola televisione.
Ha un bagno ed una stalla con due mucche e intorno, finalmente, pace.
Irene Campana è
una volontaria di Amani che ha partecipato al campo di incontro in Kenya lo
scorso agosto.
Don Contiero? Un prete “originale” e libero. L’ho visto
la prima volta nei primi anni Settanta, quando venne a trovarmi alla direzione
di Nigrizia per parlarmi dei viaggi in Africa che aveva cominciato
ad organizzare con gli studenti, e della sua preoccupazione che la formazione
degli studenti universitari, la loro cultura, includesse, o meglio incominciasse,
dai poveri, dai dimenticati.
Da questa chiesa mi sono sempre sentito profondamente amato. Concretamente
per me la chiesa sono i poveri, i bambini e semplici in mezzo ai quali vivo
e che amano Gesù e il Vangelo.Viene la sera. Vedo camminare delle donne sul sentiero
serpeggiante e polveroso che va verso la collina, adirittura una lunga fila
che sembra non finire mai. Alcune reggono i bambini sulla schiena e portano
un secchio sulla testa. Un sentiero ruvido e sassoso sulla terra rossa. Fissandole
mi vengono alla gola le domande: che fine hanno fatto i progetti e le proposte
di dare più acqua agli assetati? Fortunatamente, la macchina che dall’inizio
della presente mi ha procurato dei guai non scrive più! Meglio, evito
di sfogare la rabbia verso le “strutture di peccato”, come le
università, i traffici per il nostro consumismo ed un certo tipo di
gruppi ecclesiali (per fortuna pochi) con carattere pietistico, filantropico,
chiuso nell’orizzonte del proprio provincialismo.
Con questo ti ossequio, caro Vescovo, augurandoti pastorali soddisfazioni,
soprattutto col diventare sempre più un Vescovo per il Terzo mondo,
sulle strade dei poveri come Oscar Romero.
Don Tullio Contiero
Tullio
ContieroTullio Contiero nasce a Vallonga di Arzergrande, provincia
di Padova, nel 1929. Entra come “fratello” nell’istituto
dei Marianisti, dedito soprattutto all’educazione dei giovani e all’impegno
missionario. Laureatosi in filosofia e assistente all’Antonianum di
Roma, nella capitale si dedica all’animazione sociale nelle borgate.
Incontra il cardinale Giacomo Lercaro, che lo invita a Bologna perché
si occupi, da cappellano, del mondo universitario.
E lo ordina sacerdote nel 1963, in pieno Concilio Vaticano II.
Dopo essere andato in Uganda a trovare uno dei suoi ragazzi che, appena laureato
in medicina, vi si era recato come volontario, ha l’intuizione di offrire
agli studenti l’occasione di «creare un rapporto tra mondo universitario
e mondo missionario». Dall’estate del 1968 e per una trentina
d’anni, Contiero guiderà gruppi di giovani all’incontro
con le realtà africane, sotto il motto “cultura, cultura, cultura”.
Non pochi di quei ragazzi e ragazze trasformeranno quell’esperienza
in un impegno, temporaneo o anche a vita, in Africa o nel Sud del mondo.
Contiero dà vita, negli anni Settanta, al “Centro Studi Giuseppe
Donati” – intitolato all’eroico giornalista cattolico antifascista
– che lungo l’anno accademico organizza incontri, azioni e riflessioni
allo scopo di «sprovincializzare l’università».
Con il suo fare schietto fino alla rudezza sa mantenere rapporti, spesso di
vera amicizia, con molte note personalità della politica e della chiesa
italiane. Soprattutto, si sono legate a lui con affetto e riconoscenza generazioni
di giovani.
Don Tullio Contiero è deceduto a Bologna il 3 luglio scorso. Sul suo
annuncio funebre, una frase (del grande predicatore Bossuet) che non si dimentica:
«Sia maledetta la scienza che non si trasforma in amore».
La guerra è finita, ma la pace a che punto è?… I colloqui
fra comandanti militari precipitosamente convertiti in portavoce politici
si susseguono; talvolta si fatica a seguire questa frenesia di incontri diplomatici.
Sono segnali positivi. Rimane però un dubbio: se tutti vogliono –
almeno a parole – la pace, perché qua e là sono ripresi
gli scontri armati e la gente continua a soffrire?
Esaminiamo questo enorme paese (otto volte l'Italia) per macroregioni.
Il
Sud. Firmato in Kenya nel gennaio 2005, l'accordo di pace tra Nord
e Sud (o meglio tra il partito islamico al potere a Khartoum, il National
Congress, e i “ribelli sudisti” dell'Spla/Splm) sembra tenere.
Nuovo governo di unità nazionale, nuovo governo con molta autonomia
nel Sud, Splm e National Congress impegnati con tutte le loro forze a spartirsi
la torta, economia nazionale in crescita strabiliante grazie alla manna delle
esportazioni petrolifere. Non si muore più a causa dei combattimenti
fra i due eserciti, ma la vita quotidiana dei quattro milioni di sfollati
finora non è migliorata.
Il Darfur. Nelle regioni occidentali del Sudan invece il già
fragile accordo di pace locale firmato a maggio ad Abuja (Nigeria) dopo tre
anni di guerra cruentissima, è ancor più traballante. La prima
violazione dopo la firma della pace sostenuta (imposta?) dalla comunità
internazionale e soprattutto dagli Usa è del 3 luglio: miliziani del
gruppo ribelle Jem attaccano la cittadina di Hamrat al-Sheikh: 12 vittime.
Si registrano inoltre scontri diffusi tra le due fazioni dell'Sla: quella
principale e il gruppo che non ha firmato l'accordo di Abuja.
A metà luglio, altri scontri nel Darfur Occidentale tra etnie arabe rivali: un centinaio le vittime. Gli osservatori sperano in una forza di pace Onu, per sostituire la spesso deludente missione dell'Unione africana. Ma la priorità è intanto la guerra in Libano e la principale preoccupazione è la polveriera mediorientale. Il Sudan può aspettare. Senza dimenticare che ancora ad agosto il presidente Bashir minacciava: in caso di missione Onu, il Darfur sarà il cimitero dei Caschi Blu.
L'Est. Per quanto riguarda le dimenticate regioni orientali, il 19 giugno ad Asmara (Eritrea) il governo di Khartoum e i ribelli dell'Eastern Front hanno firmato una dichiarazione di principi e stabilito un cessate il fuoco immediato. Determinante il ruolo dell'Eritrea nella mediazione. I negoziati sono ripresi il 7 agosto e si attende un accordo di pace (l'ennesimo!) per l'autunno.
Quello sudanese è stato uno dei più lunghi, complicati
e frammentati conflitti africani. Non deve stupire che la costruzione della
pace non sia breve, lineare ed omogenea. Una guerra civile durata dal 1955
al 2005, con una parentesi di pace tra il 1972 e il 1983, ha causato almeno
due milioni di morti e inenarrabili sofferenze prodotte da carestie, povertà,
malattie, direttamente o indirettamente imputabili alla guerra. Non basta
firmare dei pur importantissimi pezzi di carta per garantire a pace tra le
persone. Anche perché l'accordo raggiunto dai capi militari di Nord
e Sud ha escluso gli altri protagonisti della vita politica del Sudan, i quali
reclamano la loro parte nella spartizione del potere politico ed economico.
Prima o poi l’autorità centrale dovrà accettare la realtà
di un Sudan multietnico, multireligioso e multiculturale. Gli esponenti della
società civile (un po' meno quelli del governo) sottolineano inoltre
come per la gente “pace” significhi scuole, ambulatori, possibilità
di ritorno nei villaggi di origine e di ricongiungimento con i propri familiari,
coltivare i campi e pascolare il bestiame senza saltare su una mina, strade
per andare a vendere qualche cosa sui mercati. Tutti obiettivi che non sembrano
una priorità, oggi. Fino a quando i sudanesi potranno aspettare senza
tornare a imbracciare il kalashnikov?
Diego Marani,
ha curato, per la Campagna Sudan, il rapporto Scommessa Sudan (Altreconomia,
2006).
Scommessa
Sudan
A cura della Campagna Sudan
Terre di mezzo Editore
pp. 144 - € 10,00
In libreria a novembre.
“La sfida della pace dopo mezzo secolo di guerra” è il
sottotitolo del rapporto su quanto è avvenuto in Sudan a partire dall’Accordo
generale di pace (tra il governo e il Sud) del gennaio 2005.
Il titolo, Scommessa Sudan, rende bene lo spirito con cui si stanno gettando
le basi per una pace duratura e giusta: l’ottimismo di farcela e i mille
ostacoli, vecchi e nuovi, che si ergono. Il libro presenta in forma sintetica
i principali eventi dei primi diciotto mesi di pace, dando la parola a voci
autorevoli della società civile, sudanese ed europea, delle chiese
e della diplomazia. Lo sguardo non si limita al Sud ma si estende alle altre
macroregioni sudanesi (Darfur, Est e anche la questione dell’Lra ugandese),
nella convinzione che una vera pace per il paese più vasto d’Africa
potrà essere garantita solo dalla compartecipazione di tutte le regioni,
religioni, popolazioni e istanze della società civile.
La principale preoccupazione del libro è di misurare a che punto è
la pace guardando dal punto di vista della gente comune.
Rapporto
sui diritti globali 2006
A cura di Associazione SocietàINformazione - 2006
pp. 1378 – € 30,00
La prefazione, firmata da Guglielmo Epifani, si chiude su un appello al nuovo
governo a "compiere un grande gesto: riconoscere il diritto di cittadinanza
all’atto della nascita alle figlie e ai figli dei lavoratori migranti"
(l’appello è stato accolto – al 75% – in un disegno
di legge lo scorso agosto). Di qui parte un impressionante volume denso di
dati, schede, cronologie, bibliografie, utilissimi glossari e, soprattutto,
articoli di analisi e di prospettiva, che fotografano la faticosa ed entusiasmante
marcia dei diritti. Il focus è sull’Italia del 2005 fino al primo
trimestre 2006, ma il respiro temporale e geografico è necessariamente
più ampio. Parliamo di diritti "globali", per l’appunto.
L’opera – che per la sua struttura si presenta come di consultazione,
ma può valere anche come testo di studio – è suddivisa
in quattro parti: Diritti economico-sindacali; Diritti sociali; Diritti umani,
civili e politici; Diritti globali, ecologico-ambientali. È stata voluta
da: Cgil, Arci, Antigone, Cnca, Conferenza nazionale volontariato giustizia,
Forum ambientalista, Legambiente.
Condanna della schiavitù
Una valanga di libri che condannano la schiavitù
e il colonialismo ha invaso la Francia. Sembra quasi che una realtà
infamante, rimossa per decenni, sia sbocciata nella coscienza dei francesi.
Dapprima è stata abrogata la legge che riversava nei programmi scolastici
«il ruolo positivo della presenza francese oltre mare». Poi c’è
stata la durissima arringa del presidente algerino Bouteflika che ha accusato
Parigi di avere «torturato, ucciso e sfruttato per 130 anni, dal 1830
al 1962». Tra i libri usciti ce ne sono che
individuano nella ghettizzazione delle esplosive banlieue francesi un’eredità
del sistema coloniale. Già qualche anno fa, comunque, uno scrittore
transalpino aveva descritto Napoleone come un nefasto modello razzista che
aveva influenzato anche Hitler.
Restauro
dei cimiteri
C’è un’iniziativa del governo algerino
che appare piuttosto singolare: per migliorare la propria immagine all’estero
ha deciso di restaurare alcuni dei 141 cimiteri della capitale Algeri. L’iniziativa
non è stata certamente annunciata in questi termini ma semplicemente
con lo stanziamento di un milione e mezzo di euro. I primi interventi riguardano
però, oltre al grande cimitero di El-Alia, anche 3 dei 34 cimiteri
cristiani e l’unico cimitero ebreo.
Da anni le autorità algerine venivano apertamente criticate e censurate
da associazioni di ex residenti francesi per le condizioni dei cimiteri. Con
la ristrutturazione si rimedia alla cattiva reputazione. Il responsabile della
gestione dei cimiteri, Ahmed Djekhnoun, tra l’altro lo ha dichiarato
esplicitamente: «È l’immagine dell’intera Algeria
che ne va di mezzo».
Chi la fa l’aspetti
L’ideologo degli islamisti sudanesi Hassan el-Turabi
(74 anni) è sotto processo a Khartoum per «apostasia».
Eminenza grigia del regime fondamentalista islamico instaurato nel 1989, Turabi
viene considerato il padre spirituale dell’attuale presidente Omar el-Beshir,
anche se da alcuni anni quest’ultimo ha preso le distanze. Turabi deve
spiegare davanti a un tribunale islamico perché ha emesso una fatwa
che autorizza le musulmane a sposare ebrei o cristiani – secondo l’ideologo,
nel Corano e nella tradizione niente lo vieta. Oltre a ciò, Turabi
ritiene che una donna possa diventare imam e dirigere la preghiera. Gli ulema
hanno minacciato che, se non ritratterà, Turabi seguirà la sorte
di Mahmoud Mohamed Taha, accusato di apostasia e giustiziato nel 1985 dal
generale Nimeiri. Dietro sua stessa istigazione.
Esportazione
La Germania è in testa davanti a Usa, Giappone,
Francia, Italia e Gran Bretagna. È la classifica del commercio mondiale,
o meglio, dei più forti esportatori. E i paesi africani dove sono?
Il primo è naturalmente il Sudafrica, al 37° posto, seguito, al
45 e al 48°, da Algeria e Nigeria (che devono ringraziare la natura rispettivamente
per il gas e il petrolio di cui sono dotate). Il problema dell’Africa
è sempre lo stesso: esporta soprattutto materie prime minerali, forestali
o agricole che non “pesano” certo come i prodotti lavorati con
forte valore aggiunto. E così negli ultimi vent’anni il continente
ha visto dimezzarsi la sua quota nel commercio mondiale, passata dal 6 al
2,5%. Per avere un’idea della situazione, ecco un dato eloquente: le
vendite totali della sola Corea del Sud ammontano a 254 miliardi di dollari,
quelle dei 53 stati africani arrivano a 226 miliardi.
Grazie all’aiuto e all’idea
di una nostra amica scozzese, Marian Pallister, i bambini del Mthunzi hanno
avuto l’opportunità di andare in Scozia.
Marian è solita venire in Zambia per visitare la parrocchia di Lilanda,
e conosce anche tutti i progetti finalizzati ad aiutare i bambini.
Arrivata una sera al Mthunzi insieme a padre Dario, un vecchio amico di padre
Kizito, dovette fermarsi qui per una notte. Venne accolta dai ragazzi con
canti, danze e poesie, e fu talmente colpita dal benvenuto che non poté
nascondere i suoi sentimenti.
Fece due domande: che cosa lei avrebbe potuto fare per questi ragazzi, e se
essi avevano mai avuto l’opportunità di portare in tournée
le loro rappresentazioni sull’aids.
Proprio rispondendo a queste domande nacque l’idea di far partecipare
il Mthunzi al Festival teatrale di Edimburgo: i ragazzi prescelti per il viaggio
sono infatti quelli del gruppo impegnato nelle danze culturali e nelle recite
sulla vita di strada e l’aids. La prospettiva del viaggio ha aiutato
i ragazzi a prendere le cose seriamente: non avrebbero mai pensato che le
loro danze avrebbero un giorno potuto farli andare in Scozia. Qualcuno di
loro dice che ancora non si capacita di come sia stato possibile passare dalla
strada alla Scozia; altri affermano che quest’opportunità ha
dato loro il desiderio di concentrarsi sulla propria educazione; altri ancora
semplicemente non hanno saputo trattenere le lacrime, perché la loro
felicità è troppo grande per esprimerla a parole.
Anch’io credo, con i ragazzi, che questo viaggio rappresenti un valido
aiuto a velocizzare il loro processo di reinserimento e, osservando le loro
emozioni, li aiuterà anche a fortificare la loro volontà.
Inizieranno a prendere la vita più sul serio, ad avere grandi ambizioni.
Ancora, un simile viaggio rappresenta l’occasione per far crescere in
loro la fiducia negli staff educativi del Mthunzi e nelle attività
a cui devono partecipare. Potranno così sviluppare un forte legame
con le persone che li aiutano e ciò farà loro capire com’è
profondo l’amore che possono ricevere dalla gente. È questa,
senza dubbio, una lezione fondamentale per la loro crescita.
Joseph Mtonga è educatore, responsabile del progetto di riabilitazione dei bambini di strada.
Puntuale mi sono presentato all’allenamento, notando, buttato in un angolo,
un sacco di juta in cui si poteva scorgere qualche paio di guanti da sparring
ormai al limite dell’usura ed un paio di caschetti protettivi: questo
era il materiale disponibile per allenarsi. George mi si avvicinò subito,
stringendomi con lo stesso calore inaspettato del mattino e scusandosi per la
sua palestra. Gli risposi che non aveva nulla di che scusarsi perché
una palestra di boxe non si valuta dagli attrezzi ma dalla passione negli occhi
di chi ci allena, e quelli di George e dei suoi ragazzi ne erano colmi. Cominciai
a scaldarmi, mi misi le fasce alle mani e mi ritrovai a incrociare i guantoni
con Moses e Joseph, due ragazzi che fisicamente dimostrano 25 anni ma che ne
hanno dieci di meno.
l 1° gennaio 1997 Kofi Annan fu nominato segretario generale delle Nazioni
Unite. Era la prima volta di un africano al palazzo di vetro. Un africano
“vero”, un nero. Prendeva il posto del "faraone" Boutros
Boutros-Ghali, africano per geografia, ma arabo.
La sua nomina fece storcere il naso a molti. Boutros-Ghali aveva concluso
il suo primo mandato, ma non era gradito agli Stati Uniti, che misero il veto
sulla sua rielezione. D'altra parte andava rispettata la regola non scritta
dell'Onu secondo cui ogni continente esprime il posto di segretario, a rotazione,
per due mandati. Quindi Kofi Annan, primo funzionario interno alle Nazioni
Unite ad assumere la massima carica, fu eletto con il sostegno della Francia
e degli Usa. Cosa che gli guadagnò l'imbarazzante nomea di essere l'uomo
di Washington. Le due priorità che scelse per il suo mandato smentirono
però subito i suoi critici. Prima di tutto la riorganizzazione dell’Onu
e la volontà di riportarla ad attore principale della scena globale
non ne faceva certo un amico della Casa Bianca. L'altro grande impegno di
Annan fu, dichiaratamente, l'Africa, a partire dal rapporto presentato nel
1998 al Consiglio di sicurezza e poi all'Assemblea, in cui delineava il "kofi-pensiero"
sul continente. Un pensiero per certi versi molto occidentale, partorito da
un africano di famiglia benestante (del Ghana) e con un curriculum di studi
in Svizzera e negli Stati Uniti.
In
quel rapporto Kofi Annan criticò l'abitudine della politica continentale
di risolvere i conflitti con le armi e anche quella, ancora peggiore, dei
vincitori di appropriarsi dello stato. La democrazia, dichiarò allora,
doveva essere la strada per la risoluzione dei conflitti. E ancora: gli africani
smettano di addossare ad altri le colpe dei loro problemi. Rispettino i diritti
umani e sradichino la corruzione che impedisce lo sviluppo economico.
Tutte cose che solo un africano poteva permettersi di dire. Il ruolo di Annan
rispetto all'Africa è stato nel tempo più "esistenziale"
che politico. Il fatto di essere il primo africano nero al Palazzo di Vetro,
il rinnovo del suo mandato nel 2001 (questo sì, oltre la regola non
scritta) e anche il premio Nobel nello stesso anno, hanno tenuto l'Africa
in qualche modo dentro la scena mondiale, quando invece essa rischiava di
esserne emarginata.
Ciononostante il segretario si è trovato tra le mani alcune delle guerre
più cruente della storia continentale: la guerra in Congo prima e sopra
ogni altra.
Con molte luci e molte ombre. L'orribile scandalo
dei soldati e funzionari Onu che chiedevano sesso in cambio di cibo ai rifugiati
in alcune delle zone più flagellate (Congo e Liberia, ad esempio),
la difficilissima missione dei Caschi Blu in Congo, spesso impotenti in una
realtà incredibilmente crudele e troppo sfuggente.
È anche vero che negli ultimi dieci anni l'Africa ha mostrato i segni
di una diversa evoluzione. Il Nepad (seppur molto criticato), cioè
la grande iniziativa economica elaborata dall’Africa nel 2001, è
diventato un punto di partenza per uno sviluppo autoctono. E si potrebbe dire
che il peculiare meccanismo di peer-review previsto dal piano – quel
controllo tra pari che soddisfa molte contrapposte esigenze della democratizzazione
africana – risponde perfettamente al richiamo iniziale del segretario.
Anche il mondo occidentale – che fin dall'inizio Annan aveva richiamato
ad un'azione più economicamente sostanziosa e più efficace nei
confronti del continente nero – ha infine dato qualche segno di intelligenza
avviando il processo di cancellazione del debito estero.
Kofi Annan ha lavorato l'Occidente ai fianchi. In ogni occasione ha sottolineato
l'assoluta priorità di liberare gli africani dalla fame e di garantire
cibo e acqua come base imprescindibile per la soluzione di ogni problema.
Poi le Nazioni Unite hanno prodotto, nel 2004, un rapporto in cui si metteva
in risalto come gli stati africani non avrebbero potuto accelerare il loro
sviluppo senza prima liberarsi del giogo del debito. E ancora. Due suoi stretti
collaboratori – un inviato speciale per l'Africa e uno dei suoi più
stretti consiglieri economici, Jeffrey Sachs – in occasioni diverse
hanno dichiarato, sempre nel 2004, che l'Africa poteva anche pensare ad una
cancellazione unilaterale del debito. Una posizione mai adottata ufficialmente,
ma non smentita. Quasi fossero due ballons d'essai.
L'ultimo elemento che va ricordato congiunge
i due grandi fili conduttori del lavoro di Annan: l'allargamento del Consiglio
di sicurezza, in cui si dà ormai per scontata la presenza di almeno
uno, più probabilmente due stati africani.
Kofi Annan ha molto operato per la riforma dell'Onu. Su questa strada ha trovato
sostenitori e critici. Ma di tutto il lavoro, il risultato più evidente
e forse anche importante sarebbe proprio una diversa composizione del Consiglio,
che deve riflettere il mutato assetto dei poteri globali. E che, salvo scompigli
imprevedibili, darà all'Africa un posto stabile sulla scena globale.
Laura Mezzanotte,
è giornalista. Collabora per Radio Svizzera e altre testate. Ha viaggiato
soprattutto nell'Africa australe.
Il primo incontro fu nel 1995. Mio padre era
appena mancato e un amico mi regalò un cd, dicendomi: «Ti terrà
compagnia». Era Talking Timbuktu di Ali Farka Touré. Dalle casse
uscì un suono che scivolava tra dolcezza e disperazione con una semplicità
che solo la vita vera riesce a esprimere. La voce che al primo ascolto sembrava
stridula, diventava di volta in volta accecante nel suo tagliare l’aria
e raccontare storie di anime. E poi quella frase sulla copertina: «Per
qualche persona, quando dici Timbuctu è come dire “la fine del
mondo”, ma non è vero. Io vengo da Timbuctu e posso dirvi che
siamo proprio nel cuore del mondo». Il secondo incontro fu proprio là,
nel centro/limite del mondo, nella sua Niafunké, pigramente appoggiata
sulle rive del Niger. La sua casa lo sanno tutti dov’è, una grande
casa, sempre piena di gente che va e che viene. Lui era lì, seduto
su un tappeto, mentre nel cortile grandi e piccini si ammassavano davanti
a un enorme televisore acceso. Aveva davvero l’aria di un patriarca
d’altri tempi. Chiacchierammo di musica e mi accorsi solo dopo un po’
di quanto inadeguate fossero le mie domande. Per me Ry Cooder, con cui aveva
realizzato Talking Timbuktu, è un grande della musica e gli chiesi
che cosa avesse provato a suonare con lui: «Non ho guadagnato niente
– disse –, ho solo dato, perché sono di una terra dove
si trovano l’ombelico e le radici della tradizione africana. Quando
dicono: l'arte, la musica… Siamo noi che abbiamo la musica, ma ogni
etnia di questo paese ha la sua cultura, la sua storia, le sue leggende, la
sua arte, e ognuna ha espressioni diverse. Non è come in Occidente,
dove si suona solo per il piacere di farlo».
Mi ha spesso colpito come il costante complesso di inferiorità che
gli africani tendono ad avere nei confronti dei bianchi, svanisca quando si
scende sul terreno della musica. «Il senso della musica è universale,
però ho visto giapponesi, canadesi, americani, italiani venire qui
a imparare a suonare la kora, lo xilofono, le percussioni; ma non ho mai visto
un africano andare in Europa per imparare a suonare o a ballare».
I suoi occhi si illuminavano e la sua voce si infervorava a questa domanda
che forse, complice l’etnocentrismo congenito di noi occidentali, doveva
essersi sentito porre troppe volte. «Mi hanno chiesto spesso qual è
stato il contributo di Ry Cooder nella mia musica. Bene, non ha cambiato nulla.
È stato come mettere zucchero nel miele per renderlo dolce. Lui ha
imparato, perché gli ho dato qualcosa che non conosceva: le radici
di questa arte. Mi hanno chiesto qual è la differenza tra il blues
americano e quello africano. Gli ho risposto che in Africa non abbiamo la
parola blues. È senza significato».
Martin Scorsese ha intitolato un suo documentario Dal Mali al Mississippi,
ma nella pellicola il viaggio va in senso opposto: parte dalle storie di vecchi
bluesmen americani per approdare sulle rive del Niger, dove il protagonista
incontra Ali e suona con lui. Perché puoi chiamarlo come vuoi, ma quella
musica, quella, viene di lì.
Quelle corde tirate, quelle note strozzate legano il Niger al Mississippi.
Due fiumi, acqua, un tema che ritorna spesso nei titoli di Ali Farka Touré.
«La mia ispirazione viene dall'acqua. È col fiume che lavoro.
Quando lo vedo l'ispirazione mi entra dentro. È il paesaggio che dà
la forza. La musica incoraggia l'agricoltore, l'allevatore il pescatore a
fare meglio il loro lavoro. In un giorno potrei incidere tre cd. Io non scrivo
mai la musica. Non ho nemmeno un registratore. Lavoro con le idee e la sera,
se la pancia è piena, nel mio giardino lo spirito vola nelle nuvole».
La terza volta che lo incontrai, fu nel 1998 a Villa Arconati, a Bollate,
dove Ali teneva un concerto. Riuscii a incontrarlo prima che iniziasse. Sedemmo
anche quella volta su un tappeto messo lì per lui. Si ricordava benissimo
della mia visita, chiacchierammo un po’, prima che venisse chiamato
a suonare, in modo magico, come al solito.
Gli dissi che più ascoltavo i suoi pezzi e quelli di altri maliani,
più avevo la sensazione che la musica, tutta la musica, nascesse dai
suoi luoghi.
«È la verità», disse ridendo.
Marco Aime è antropologo, autore di numerosi libri tra cui Taxi-brousse (Stampa Alternativa, 2001) e L’incontro mancato (Bollari Boringhieri, 2005).
L'adozione proposta da Amani non è individuale, cioè
di un solo bambino, ma è rivolta all'intero progetto di Kivuli, della
Casa di Anita, di Mthunzi o delle Scuole Nuba.
In questo modo nessuno di loro correrà il rischio di rimanere escluso.
Insomma "adottare" il progetto di Amani vuol dire adottare un gruppo
di bambini, garantendo loro la possibilità di mangiare, studiare e
fare scelte costruttive per il futuro, sperimentando la sicurezza e l'affetto
di un adulto. E soprattutto adottare un intero progetto vuol dire consentirci
di non limitare l’aiuto ai bambini che vivono nel centro di Kivuli,
della Casa di Anita, del Mthunzi o che frequentano le scuole di Kerker e Kujur
Shabia, ma di estenderlo anche ad altri piccoli che chiedono aiuto, o a famiglie
in difficoltà, e di spezzare così il percorso che porta i bambini
a diventare street children o, nel caso dei bambini nuba, di garantire
loro il fondamentale diritto all’educazione. Anche un piccolo sostegno
economico permette ai genitori di continuare a far crescere i piccoli nell’ambiente
più adatto, e cioè la famiglia di origine.
In questo modo, inoltre, rispettiamo la privacy dei bambini evitando di diffondere
informazioni troppo personali sulla storia, a volte terribile, dei nostri
piccoli ospiti. Pertanto, all'atto dell'adozione, non inviamo al sostenitore
informazioni relative ad un solo bambino, ma materiale stampato o video concernente
tutti i bambini del progetto che si è scelto di sostenere.
Una caratteristica di Amani è quella di affidare ogni progetto ed ogni
iniziativa sul territorio africano solo ed esclusivamente a persone del luogo.
Per questo i responsabili dei progetti di Amani in favore dei bambini di strada
sono keniani, zambiani e nuba.
Con l'aiuto di chi sostiene il progetto delle Adozioni a distanza, annualmente
riusciamo a coprire le spese di gestione, pagando la scuola, i vestiti, gli
alimenti e le cure mediche a tutti i bambini.
info: adozioni@amaniforafrica.org
Come aiutarci
Puoi "adottare"
i progetti realizzati da Amani con una somma di 26
euro al mese (312 euro all'anno): contribuirai
al mantenimento e la cura di tutti i ragazzi accolti da Kivuli,
dalla Casa di Anita,
dal Mthunzi
o dalle Scuole nuba.
Per effettuare un'adozione a distanza basta versare una somma sul
c/c postale n. 37799202
intestato ad
Amani Onlus - Ong
via Gonin, 8
20147 Milano
o sul
c/c bancario
n. 503010
Banca Popolare Etica
CIN G - ABI 05018 - CAB 12100
EU IBAN IT93 G050 1812 1000 000 0503
010
Ti ricordiamo di indicare, oltre il tuo nome e indirizzo, la causale del versamento
"adozione a distanza".
Ci consentirai così di poterti inviare il materiale informativo.
Ma
in che cosa consiste fare un “campo d’incontro” con Amani?
Io mi trovo al Mthunzi Centre, una grande casa per ragazzi di strada gestita
dalla comunità locale Koinonia: qui i ragazzi hanno la possibilità
di sviluppare le proprie potenzialità e di costruirsi un futuro all’interno
di un luogo protetto. Innanzitutto, riescono a mangiare tre volte al giorno,
hanno un letto su cui dormire e soprattutto ci sono degli adulti che si prendono
cura di loro.
Qui al campo noi italiani trascorriamo la giornata insieme alle persone che
popolano questa grande comunità. La mattina aiutiamo gli adulti nei
lavori quotidiani (in cucina, nell’orto, nel pollaio, nella clinica…)
e al pomeriggio facciamo attività di animazione per i ragazzi. Dopo
cena spesso sono invece i ragazzi stessi a intrattenerci con le loro performance.
Canti, balli, scenette… Molti di loro hanno una innata abilità
nell’improvvisazione, sono dei veri artisti!
Al di fuori delle attività programmate, la parte più interessante
dell’esperienza la viviamo nei momenti informali, quando giochiamo o
chiacchieriamo con i ragazzi e gli adulti. Non sempre è facile parlare
in inglese, ma da ambo le parti è forte il desiderio di conoscere il
mondo dell’altro. Quante volte sono stata circondata da un gruppetto
di adolescenti che mi incalzavano di domande! E domande le più disparate:
come si chiamano queste costellazioni? Chi è il presidente d’Italia?
Qual è la tua storia? Conosci lo spagnolo?…
Allora provi a rispondere in maniera esauriente alla loro curiosità,
fai a tua volta mille domande sulla loro cultura o su ciò che vorranno
diventare da grandi; intanto cominci a memorizzare quattro o cinque nomi (alcuni
sono per noi incomprensibili!) e quattro o cinque sorrisi, occhi, espressioni
del volto. I ragazzi sono una sessantina, per noi è difficile conoscerli
tutti; al contrario sono convinta che già alla fine del primo giorno
loro abbiano memorizzato senza fatica i nomi di noi quattordici volontari,
con quella straordinaria capacità di osservare con discrezione e profondità
tutto ciò li circonda.
Non sempre, però, si trascorre al Mthunzi tutta la giornata. Restando
in Zambia per un mese abbiamo infatti l’opportunità di conoscere
il territorio, di entrare in contatto con la cultura locale e vedere da vicino
i progetti di Amani.
A volte abbiamo incontrato realtà drammatiche dove le speranze per
il futuro vacillano pericolosamente: mi viene da pensare ai villaggi di terra
e paglia di Chikondano e Lilanda, in cui manca ogni tipo di risorsa, o alle
strade di Lusaka gremite di ragazzi che vivono di espedienti. Altre volte,
abbiamo visto le premesse per un futuro migliore constatando quanto un “piccolo”
impegno avesse già dato grandi frutti: il progetto agricolo di sostegno
alle mamme, il centro diurno di Lonjedzani per le bambine di strada, la clinica,
la scuola di artigianato, di sartoria, di informatica…
Non è facile per un muzungu, un bianco, confrontarsi con un mondo così
distante dal proprio. Il campo è anche farsi tante domande, condividere
con degli amici un’esperienza davvero insolita ed emozionante.
Spesso sei tentado di credere che la nostra presenza al Centro serva più
alle nostre coscienze che al percorso educativo dei giovani della comunità.
Ma poi succede che una bimba ti prende la mano e te la tiene stretta stretta,
o che un gruppo di ragazzi grandi e grossi rida a crepapelle insieme a te
cantando in cerchio una canzone da ballare… Allora lasci perdere i tuoi
dubbi e pensi solamente: “Che bello, ci stiamo proprio divertendo!”.
Kivuli Center, un
progetto educativo nato dall’iniziativa dei giovani della comunità
di Koinonia, che a Nairobi accoglie e sostiene i bambini di strada di due
grandi baraccopoli della capitale.
Il Centro Kivuli accoglie in forma residenziale 60 bambini di strada curandone
la crescita e l’educazione, copre le spese scolastiche di altri 70 bambini
ed è aperto con vari progetti animativi a tutti i bambini del quartiere.
Kivuli è diventato un punto di riferimento per i giovani e per gli
adulti, con un progetto di microcredito, laboratori artigianali di avviamento
professionale, una biblioteca, un dispensario medico, un progetto sportivo,
un laboratorio teatrale, una sartoria, un pozzo che vende acqua a prezzi calmierati,
una scuola di lingua, una scuola di computer e uno spazio sede di varie associazioni,
aperto a momenti di dibattito e confronto per i giovani del quartiere.
Casa di Anita, una casa di accoglienza
sorta a N’Gong (piccolo centro agricolo a 30 km da Nairobi), curata
da tre famiglie keniane, inaugurata nell’agosto 1999. La Casa di Anita
accoglie 30 bambine di strada, alcune orfane e altre figlie di famiglie poverissime,
vittime di abusi sessuali, inserendole in una struttura familiare e protetta,
permettendo una crescita affettivamente tranquilla e sicura.
Mthunzi Centre,
un progetto educativo realizzato dalle famiglie della comunità di Koinonia
di Lusaka (Zambia) a favore dei bambini di strada. Il Centro Mthunzi, oltre
ad accogliere 60 bambini di strada in forma residenziale curandone la crescita
e l’educazione, è un punto di riferimento per la popolazione
locale, con il suo dispensario medico e con i suoi laboratori di falegnameria
e di avviamento professionale.
Riruta Health Project, un programma
di prevenzione e cura dell'Aids, nelle periferie di Nairobi, in collaborazione
con Caritas Italiana.
Due scuole primarie sui monti Nuba che garantiscono l’educazione di base (l’equivalente della formazione elementare e media in Italia) ai bambini della zona circostante, in assenza di altre strutture scolastiche. Attualmente ognuna delle scuole ha circa 600 alunni. Il progetto include anche una scuola magistrale per selezionare e formare giovani insegnanti nuba (circa 50 ogni anno) in modo da riattivare la rete scolastica autogestita dalle popolazioni della zona.
News from Africa, un’agenzia di informazione mensile prodotta interamente da giovani scrittori e giornalisti africani, che raccoglie notizie e articoli di approfondimento provenienti dai paesi dell’Africa subsahariana per poi diffonderle in tutto il mondo per via telematica e cartacea.
Africa Peace Point,
organizzazione laica e apolitica che si prefigge la realizzazione di iniziative
popolari per la costruzione e la diffusione di una cultura di pace nelle comunità
africane; la sede è a Nairobi, dove APP si è dotata di un centro
di documentazione e ha creato uno spazio in grado di spitare forum, sessioni
di formazione sulla pace e incontri tra gruppi di base.
Amani People’s Theatre, una
compagnia di giovani attori che lavorano per una cultura di pace utilizzando
il teatro per la mediazione di conflitti, con performance e rappresentazioni
nei campi profughi del Kenya e nelle comunità di base.
Geremia School, una scuola di informatica
che fornisce una formazione professionale di qualità, nell’ottica
di contribuire a colmare il digital divide Nord/Sud.
Ndugo Mdogo, (Piccolo Fratello),
un progetto dotato di tre strutture: un centro che accoglie in forma residenziale
40 bambini; un centro diurno di prima accoglienza con un pasto caldo, cure
mediche, scuola e affetto; un istituto di formazione per educatori di strada.
Si
annuncia ricco, come e più di sempre, il “festival di viaggi,
luoghi e culture” Immagimondo, che propone per due intere giornate (sabato
21 e domenica 22 ottobre), presso Larioferie di Erba (CO), stand, mostre,
conferenze, proiezioni. È un momento d’incontro tra viaggiatori,
e di promozione di un turismo da praticare con intelligenza e responsabilità.
Giunta alla nona edizione, la manifestazione è organizzata da Les Cultures
Onlus, un “laboratorio di cultura internazionale” che sviluppa
interventi in Italia volti all’integrazione dei migranti, e progetti
soprattutto in Niger e in Mali (sanità, istruzione, sostegno ad attività
economiche) e in Ucraina (per i bambini vittime di Chernobyl).
L’anno scorso il festival si è concluso con un bilancio di oltre
6.000 ingressi paganti (e 600 alunni; per le scuole viene allestito un programma
specifico). Settanta erano gli stand dei viaggiatori e una quarantina quelli
delle associazioni. A Erba ci sarà anche Amani.
Info: Les Cultures - tel. 0341 284828 - immagimondo@lescultures.it
- www.immagimondo.it.
Amani, che in
kiswahili vuol dire “pace”, è un’associazione laica e
una Organizzazione non governativa riconosciuta dal Ministero degli Affari Esteri.
Amani si impegna particolarmente a favore delle popolazioni africane seguendo
queste due regole fondamentali:
1. Curare lo sviluppo di un numero ristretto
di progetti, in modo da poter mantenere la sua azione su base prevalentemente
volontaria per contenere i costi a carico dei donatori.
2. Affidare ogni
progetto ed ogni iniziativa sul territorio africano solo ed esclusivamente a persone
del luogo. A conferma di questo, molti degli interventi di Amani sono stati ispirati
da un gruppo di giovani africani riuniti nella comunità di Koinonia.
Come contattarci
Amani
Onlus - Ong (Organizzazione non lucrativa di utilità sociale e Organizzazione
non governativa)
via Gonin, 8 - 20147 Milano - Italy
Tel. 02 48951149
- 02 4121011 - Fax 02 45495237
amani@amaniforafrica.org
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c/c bancario n. 000000503010 Banca Popolare Etica ABI 05018 - CAB 01600- CIN F - EU IBAN IT91 F050 1801 6000 0000 0503 010
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Ricordiamo inoltre di scrivere sempre la
causale del versamento e il vostro indirizzo completo.
Nel caso dell'adozione
a distanza è necessario versare 26 euro mensilmente almeno per un anno.
È importante indicare in entrambi i casi la causale del versamento.
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offerte ad Amani sono deducibili
I benefici fiscali per erogazioni
a favore di Amani possono essere conseguiti con due possibilità alternative:
1. Deducibilità ai sensi del DPR 917/86 a favore di ONG per donazioni destinate
a Paesi in via di sviluppo. Deduzione nella misura massima del 2% del reddito
imponibile sia per le imprese che per le persone fisiche.
2. Oneri deducibili
ai sensi del DL 460/97 per erogazioni liberali a favore di ONLUS.
Per le imprese,
per un importo massimo di euro 2.065,83 o del 2% del reddito di impresa dichiarato.
Per le persone fisiche, detraibile nella misura del 19% per un importo complessivo
non superiore a euro 2.065,83.
Ai fini della dichiarazione fiscale è
necessario scrivere sempre ONLUS o ONG dopo Amani nell’intestazione e conservare:
1. per i versamenti con bollettino postale: ricevuta di versamento;
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