Testo del Calendario Amani 1998                     

  dedicato ai Nuba


Copertina del Calendario Amani 1999
Foto di Francesco Zizola testi di Renato Kizito Sesana.
Agenzia Contrasto, Tutti i diritti riservati. Ogni riproduzione anche parziale è vietata.
 

I Nuba sono un mito che si rifiuta di morire. I guerrieri e i lottatori Nuba non sono più quelli delle foto di George Rodgers e di Leni Riefenstahl. Non si dipingono più il corpo con le figure geometrice che la Riefenstahl ha reso famose, non tutti hanno il fisico del vincitore portato sulle spalle del vinto della foto-simbolo di Rodgers. Ma continuano a lottare, impegnati nella difesa della loro dignità di persone umane contro un regime che vuole annientarli. Arrivare sui Monti Nuba oggi è difficile, più difficile che in passato, quando li si raggiungeva da Khartoum attraversando il deserto. Bisogna andarci illegalmente, su aerei che il governo di Khartoum potrebbe abbattere giustificando l'azione come protezione della sovranità territoriale, o magari accusando che l'aereo trasporta armi. Ma visitare i Nuba è importante, non solo perché rappresenta uno degli ultimi miti dell'Africa, ma perché l'incanto dell'ambiente naturale delle Montagne Nuba, questi torrioni che si elevano sopra un mare di colline e l'architettura dei villaggi, con le loro case di pietra in cima a colline terrazzate, aiutano a capire l'animo di questa gente forte che nei secoli ha tenuto vivo l'orgoglio di essere africani. Le Montagne Nuba coprono un'area di 50.000 kmq quasi esattamente nel centro geografico del Sudan, il paese che, con oltre due milioni e mezzo di kmq, è il più grande dell'Africa. E' un'area collinosa, mediamente 500 metri s.l.m, da cui si elevano numerose montagne - 99 secondo la leggenda locale - che raggiungono al massimo i 1.500 metri s.l.m., ma che spesso hanno pareti scoscese, e pochi uomini armati possono difendere con facilità i sentieri che si inerpicano ripidissimi fra le rocce. Dal punto di vista etnico è una zona di confine ed un microcosmo dell'Africa. A nord si entra nell'Africa arabizzata, appena più a sud si trova il primo nucleo nilotico, gli Shilluk, la cui cultura si è sviluppata sulle sponde e nelle paludi del Nilo. Sulle Montagne Nuba, si sono arroccati nel corso dei secoli schiavi fuggiti dalle carovane che dal cuore dell'Afirca portavano la loro mercanzia umana verso il mondo arabo. Già subito dopo l'espansione dell'Islam e il crollo dei regni cristiani nella Nubia, sembra che i sopravvissuti si rifugiassero su questa montagne. Fra i Nuba si distinguono oltre cinquanta gruppi etinici, ognuno con un nome particolare, lingua, cultura e tradizioni diverse. Un esempio è l'architettura: le abitazioni sono costruite con materiali e su disegni estremamente diversi, dai muri a secco e bombati che ricordano le rovine dello Zimbabwe, alla creta con porte circolari che ricorda le forme architettoniche dei Dogon del Mali. Eppure questa grande varietà culturale all'interno di un gruppo umano che non raggiunge di due milioni di persone, non ostacola il senso di una comune identità. Alla domanda "A che popolo appartieni?" la risposta non sarà mai "Sono un Tira, o un Otoro, o Tullishi, o Moro, o Miri" ma un orgoglioso "Io sono Nuba". Paradossalmente l'identità Nuba è nata dall'oppressione che costituisce la fondamentale esperienza storica di questo popolo. Nuba è una parola che non esiste in nessuna lingua locale, ma è stata usata per secoli in Egitto e nel Nord Sudan per definire le genti nere, considerate potenziali schiavi. Le diverse società Nuba hanno in comune l'assenza di un potere centralizzato. Non hanno mai avuto capi. I "capi" sono stati inventati ed imposti verso il 1920 dal colonialismo inglese, che aveva bisogno di intermediari locali per poter poter applicare il principio dell'"indirect rule", ma non sono mai diventati parte integrante del modo di vita dei Nuba. Ancora oggi, come è stato per secoli, la coesione sociale dei diversi gruppi è garantita dal rispetto della tradizione, da consultazioni a livello di villaggio, dal consenso necessario per implementare ogni decisione importante, e da istituzioni come i sacerdoti delle religioni tradizionali (Kujur) e dai gruppi di età. Il Nuba è abituato ad essere consultato ed ascoltato nella gestione ordinaria della vita sociale, e a maggior ragione quando sono in gioco decisioni importanti per il futuro di tutti. Questo atteggiamento ha profondamente influenzato anche lo SPLA (Sudan People Libaration Army) che sulle montagne Nuba ha assunto un suo volto particolare ed è stato fin dagli inizi della sua presenza costretto ad abbandonare la rigidità ideologica che lo caratterizzava. Nonostante l'isolamento, i Nuba hanno subito un processo di islamizzazione, che è avvenuto spontaneamente, soprattutto all'inizio di questo secolo. L'amministrazione Britannica nel 1922 con la Closet District Ordinance isolò i Nuba, sanzionanto un dato di fatto. Ma se nessuno entrava nella zona delle Montagne Nuba, non era proibito ai Nuba andare a cercare lavoro a El Obeid e Khartoum. Molti ritornarono islamizzati, e iniziarono un process che poi fu continuato dai mercanti arabi, al punto che oggi l'Islam, nella sua forma "africanizzata" - cioè tollerante e con elementi della tradizione africana - è la religione di almeno il 40% dei Nuba. Ma i Nuba, nonostante il governo Sudanese fin dall'indipendenza li abbia considerati dei mussulmani, stavano prendendo coscienza della loro diversità. Oggi i Nuba sono nell'occhio del ciclone. Il governo di Khartoum è deciso se non ad eliminare fisicamente tutti di Nuba, per lo meno a distruggere la loro identità culturale per farne dei docili lavoratori nelle piantagioni di zucchero o domestici per le famiglie benestanti di Khartoum. I villaggi ribelli Nuba sono razziati, i raccolti distrutti, la gente ammassata nei "campi della pace" e le donne assegnata come concubine ai soldati della milizia islamica. Quali sono i fattori che hanno nel giro di pochi anni reso i Nuba così pericolosi agli occhi di Khartoum da scatenare contro di loro una delle più metodiche e feroci operazioni di "pulizia etnica" mai viste in Africa? Secondo Alex de Waal e Johannes Ajawin, autori di "Facing Genocidi: the Nuba of Sudan", la denuncia più documentata e precisa su quello che oggi sta succedendo sulle Montagne Nuba, pubblicato nel 1995 da Afrin Rights, ciò che ha provocato il deterioramento dei rapporti tra Khartoum e i Nuba sono state delle cause concomitanti, il cui sottofondo è di natura economica. Le terre dei Nuba sono le più fertili del Nord Sudan, escludendo solo le sponde del Nilo, e alcuni dei gruppi etnici Nuba sono tra i migliori agricoltori dell'Africa. Basta vedere le falde delle montagne di Lomon accuratamente terrazzate dove in piena stagione secca, crescono rigogliosi pomodori, cipolle e tabacco, irrigati a mano dai contadini che pazientemente attingono acqua a due/tre metri di profondità usando gusci di zucche essiccatti, per rendersi conto di questa verità. Sono però le vaste terre ondulate alla base delle montagne che hanno attirato l'attenzione degli uomini politici e dei ricchi commercianti di Khartoum. Così negli anni settanta, con grandi prestiti delle banche islamiche, la borghesia di Khartoum cominciò a spartirsi le terre Nuba e ad introdurre l'agricoltura meccanizzata per la coltivazione di cotone, sorgo, tabacco, arachidi, sesamo. La presenza di queste vaste fattorie, di migliaia di ettari, inasprì le relazioni tra gli Arabi ed i Nuba. I tribunali diedero sempre ragione agli Arabi immigrati contro i Nuba, che non solo perdevano metodicamente tutti i casi in tribunale, ma vedevano la polizia e l'esercito mettersi al servizio dei mercati arabi e diventare i principali attori dei soprusi contro di loro. Questo fu probabilmente il fattore più importante che fece crescere il malcontento dei Nuba e li preparò ad accettare lo SPLA come una risposta alla prepotenza di chi voleva impossessarsi delle loro terre. A questa disputa di natura prettamente economica il governo diede una copertura religiosa, culminata nel 1992 con la proclamazione della Jihad, guerra santa, contro i "ribelli infedeli, nemici della relizione e della nazione". Nel frattempo lo SPLA, dalla iniziale ribellione del 1983, si era consolidato nelle grandi paludi del sud, soprattutto fra i Dinka e i Nuer, e tentò di penetrare nelle Montagne Nuba. Solo nel 1989 lo SPLA riuscì a stabilirsi definitivamente sulle montagne. Sotto la guida del comandante Yusuf Kuwa, Nuba e mussulmano egli stesso, lo SPLA è diventato un'espressione autentica del popolo Nuba. De Waal e Ajawin parlano di genocidio. Un genocidio consumato non necessariamente con l'eliminazione fisica della gente, ma con l'annientamento della loro identità culturale e con la trasformazione genetica. Nei "campi della pace" i bambini Nuba vengono separati dalla famiglia ed istruiti nel musulmanesimo più fondamentalista per fare le guerra santa contro i connazionali, e le donne vengono sistematicamente violentate, così che la prossima generazione sia anche geneticamente più araba che Nuba. Ma la lotta dei Nuba, la loro voglia di dignità e di indipendenza non appartengono solo al passato. In questo i Nuba sono fedeli al mito. Le immagini di Francesco Zizola si situano in continuità con quelle di George Rodgers e Leni Riefenstahl anche se non sono più focalizzate sui riti, che la guerra impedisce di celebrare regolarmente. Ma sono sempre immagini che da un lato esprimono forza, con i volti nobili, le rocce, la lotta, i soldati armati, e dall'alto la dolcezza, il canto, la danza, la poesia, il senso artistico di questa gente che si rifiuta di morire.
Renato Kizito Sesana